﻿Alexandre Dumas.
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Il Conte di Montecristo.
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1850. Francesco Rossi Editore, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni e Claudio Paganelli per www.liberliber.it
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Parte 2.
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Capitolo 36. IL CARNEVALE DI ROMA.
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Quando Franz ritornò in sè, vide Alberto che beveva un bicchier d'acqua, e la sua pallidezza indicava che ne aveva avuto gran bisogno; il conte cominciava già ad indossare il vestito da pagliaccio. Dette macchinalmente un'occhiata sulla piazza, tutto era disparso, patibolo, carnefice, vittime; non restava più che il popolo affollato, rumoreggiante, allegro. La campana del Campidoglio suonava l'apertura del carnevale.
Ebbene, domandò egli al conte, che è dunque accaduto?
Niente, assolutamente niente, diss'egli, solo il carnevale è cominciato, mascheriamoci presto.
In fatto, rispose Franz, non resta più di tutta questa scena che la traccia di un sogno.
E non fu che un sogno, non fu che un incubo, quello che aveste. Sì, ma il condannato?
È un sogno anch'esso, solo egli è rimasto addormentato, e voi vi siete risvegliato; e chi può dire quale di voi due sia il privilegiato?
Ma Peppino, domandò Franz, che ne avvenne?
Peppino è un giovine di senso che non ha il più piccolo amor proprio, e che contro l'abitudine degli uomini che sono furiosi allor quando nessuno si occupa di loro, è rimasto soddisfatto di vedere che l'attenzione generale si portava tutta sul suo camerata; per conseguenza ha profittato di questa distrazione per schizzar fra la folla, e sparire, senza nemmeno ringraziare quei degni preti che lo avevano accompagnato. In fede mia l'uomo è un animale molto ingrato, ed egoista... Ma vestitevi; osservate il signor de Morcerf, ve ne dà l'esempio.
Infatto Alberto passava macchinalmente i calzoni di seta bianca al di sopra dei suoi di panno nero, e degli stivali inverniciati. Ebbene? Alberto, domandò Franz, siete in istato di far follie? su rispondete francamente.
No, diss'egli, ma in verità sono contento di aver veduto una cosa simile, e comprendo ciò che diceva il signor conte: cioè che allora quando uno ha potuto una volta abituarsi ad un simile spettacolo, questo sia il solo che dà ancora qualche emozione.
Senza contare che in quel momento soltanto si possono fare studi sulle indoli, disse il conte; sul primo scalino del patibolo la morte strappa la maschera che si è portata in tutta la vita, ed il vero viso comparisce. Bisogna convenirne, quello di Andrea non era bello a vedersi, era un infame ributtante!... vestiamoci, ho bisogno di vedere delle maschere di cera, e di stucco per consolarmi delle maschere di carne. Sarebbe stato ridicolo per Franz di fare la signorina, e non seguire l'esempio che gli veniva dato dai due compagni. Si mise adunque il suo vestiario, si collocò sul viso la maschera che non era certamente più pallida del suo volto. Compiuto il travestimento discesero. La carrozza aspettava alla porta, piena di confetti, e di mazzetti di fiori: essa si mise in fila.
È difficile il formarsi un'idea di un'opposizione così compiuta quanto quella che erasi operata. In vece dello spettacolo di morte, tetro e silenzioso, la piazza del Popolo presentava l'aspetto di una folta e rumorosa orgia. Una quantità di maschere facevansi veder da ogni parte, uscendo dalle porte, dalle finestre: le carrozze che sboccavano da tutti gli angoli delle strade, piene di pagliacci, d'arlecchini, di dominò, di marchesi, di trasteverini, di grotteschi, di cavalieri, di contadini, tutto ciò gridando, gesticolando, lanciando uova piene di farina, confetti, e mazzetti; aggredendo colle parole, e coi proiettili, amici e stranieri, conoscenti e non conoscenti, senza che alcuno abbia il diritto di lamentarsene, senza che alcuno faccia altro che ridere. Franz e Alberto erano a guisa di due uomini che per essere distratti da un violento dispiacere venissero condotti in un'orgia, e che a seconda che bevono, e s'inebriano, sentono inspessirsi un velo fra il passato, ed il presente. Essi vedevano sempre, o per meglio dire continuavano a sentire in loro gli effetti di ciò che avevano veduto. Ma poco a poco l'ubriachezza generale li guadagnava; sembrò che la vacillante ragione stesse per abbandonarli; conoscevano uno strano bisogno di prender parte a quel rumore, a quel movimento, a quella vertigine. Un pugno di confetti che gettato da una carrozza vicina colse Morcerf, e che, coprendolo di polvere unitamente ai due compagni gli punse il collo, e tutte le parti del viso che non erano garantite dalla maschera, come se gli avessero gettato un pugno di spilli, terminò di spingerlo alla lotta generale, alla quale erano già impegnate tutte le maschere che incontravano. Si alzò a sua volta nella carrozza; raccolse a piene mani confetti nei sacchi, e con tutto il vigore e la destrezza di cui era capace, lanciò uova e confetti ai vicini. Da quel momento il combattimento era impegnato. La memoria di ciò che avevano veduto mezz'ora prima si cancellava affatto dallo spirito di questi giovani, tanto lo spettacolo mobile, insensato, e variopinto che avevano sotto gli occhi, era venuto a far loro diversione. In quanto al conte non era mai stato, come si disse, per un sol momento commosso.
Di fatto, che alcuno s'immagini quella grande e bella strada del Corso ornata da un'estremità all'altra di palazzi a quattro o cinque piani con tutte le loro ringhiere addobbate, con tutte le finestre coi tappeti. A queste ringhiere e a queste finestre, trecento mila spettatori, patriotti, italiani, stranieri, venuti da tutte e quattro le parti del mondo; tutte le aristocrazie riunite; aristocrazie di nascita, di danaro, di genio; donne graziose esse stesse sotto l'influenza di questo spettacolo, che si curvano sulle ringhiere, sporgono fuori dalle finestre, fanno piovere sulle carrozze che passano una grandine di confetti che lor viene contraccambiata in mazzetti; l'atmosfera è tutta ingombra di confetti che discendono, e di fiori che volano; poi sul selciato della strada una folla allegra, incessante, pazza, con costumi insensati, cavoli giganteschi che passeggiano, teste di bufalo che muggiscono sopra il corpo dell'uomo, cani che sembrano comminare sui piedi di dietro, e si avrà una debole idea di ciò che è il Carnevale di Roma. Al secondo giro, il conte fece fermare la carrozza, e domandò ai compagni il permesso di allontanarsi lasciando a loro disposizione la carrozza. Franz alzò gli occhi: erano dirimpetto al palazzo Ruspoli, e alla finestra di mezzo, a quella che aveva il tappeto di damasco bianco con una croce rossa, era un dominò blu, sotto il quale l'immaginazione di Franz si figurò senz'altro la bella greca del teatro Argentina.
Signori, disse il conte saltando a terra, quando sarete stanchi di essere attori, e che vorrete ritornare spettatori, sapete che avete i posti alle mie finestre; frattanto disponete del cocchiere, della carrozza e dei domestici.
Abbiamo dimenticato di dire che il cocchiere del conte era vestito con gravità di una pelle d'orso nero, esattamente simile a quella d'Odry nell'Orso ed il Pascià, e che i due servitori che stavano in piedi dietro la carrozza avevano il costume delle scimmie verdi, perfettamente adattato alla loro corporatura, con maschere a molla colle quali essi facevano delle boccacce a coloro che passavano. Franz ringraziò il conte della gentile offerta. In quanto ad Alberto era in via di scherzi con una carrozza piena di contadine romane, fermata come quella del conte da uno di quei riposi tanto comuni nelle file, cui egli tempestava di mazzetti. Disgraziatamente per lui la fila riprese il movimento, e mentre discendeva la piazza del Popolo, la carrozza che aveva attirata la sua attenzione risaliva verso la piazza di Venezia: Ah! mio caro, disse egli a Franz, non avete veduto quel calesse pieno di contadine romane?
No.
Ebbene! sono sicuro che sono delle graziose signore...
Quale disgrazia che voi siate mascherato, mio caro Alberto! disse Franz, questo sarebbe stato il momento di rifarvi di tutti i vostri sconcerti amorosi.
Oh! rispose egli, metà ridendo, metà convinto, spero bene che il carnevale non trascorrerà senza apportarmi qualche buona avventura. Ad onta di questa speranza d'Alberto tutto il giorno passò senz'altra avventura che l'incontro due o tre volte rinnovato del calesse che portava le contadinelle romane: in uno di questi, fosse caso, oppure studio, la maschera cadde dal volto d'Alberto, ed egli approfittò di questa congiuntura per prendere quanti mazzetti potè, e gettarli nel calesse. Senza dubbio una delle graziose signore che Alberto indovinava sotto il costume di contadine fu colpita da questa galanteria, e quando le due carrozze ritornarono ad incontrarsi, gettò un mazzetto di violette nella carrozza dei due amici. Alberto vi si precipitò sopra, e siccome Franz non aveva alcun motivo di credere che fosse stato a lui diretto, lo lasciò impadronirsene. Alberto lo mise vittoriosamente in petto, e la carrozza continuò il corso trionfante.
Ebbene, gli disse Franz, ecco il principio di un'avventura.
Ridete, quanto volete, rispose egli, ma credo veramente di sì; perciò non lascio più questo mazzetto.
Per bacco! lo credo bene, rispose Franz ridendo, è un segnate di riconoscimento. Lo scherzo, del rimanente, prese ben presto l'indole della realtà, mentre allorquando, sempre condotti dalla fila, Franz ed Alberto incontrarono di nuovo la carrozza delle contadine, quella che aveva gettato il mazzetto ad Alberto, battè le mani vedendo che lo aveva messo in petto. Bravo! mio caro, bravo, gli disse Franz, ecco che la cosa si prepara a meraviglia, volete che vi lasci? avete più piacere di restare solo?
No, diss'egli, no, non imbrogliamo niente: non vo' lasciarmi accalappiare come uno stupido alla prima dimostrazione, ad un convegno sotto l'orologio, come diciamo al ballo dell'Opera. Se la bella contadina ha volontà di spingere la cosa più innanzi la ritroveremo domani, o piuttosto ella troverà noi; allora mi darà segno di esistenza, ed io vedrò ciò che mi converrà di fare.
In vero, mio caro Alberto, disse Franz, voi siete saggio come Nestore e prudente come Ulisse, e se la vostra Circe giunge a trasformarvi in una bestia qualunque, bisognerà che sia molto destra e possente. Alberto aveva ragione: la bella incognita aveva risoluto senza dubbio di non spingere le cose più in là in quel giorno, perchè quantunque facessero ancora diversi giri, non rividero più la carrozza che cercavano con attenzione, e che sicuramente era sparita per una delle vie traverse. Allora ritornarono al palazzo Ruspoli; ma il conte pure era sparito col dominò blu, le due finestre parate col damasco giallo continuarono però ad essere occupate da persone senza dubbio da lui invitate.
In questo momento la medesima campana che aveva suonato l'apertura della mascherata, suonò il ritiro, la fila del Corso si ruppe al momento, e in un punto tutte le carrozze disparvero per le strade traverse. Franz ed Alberto erano in quel momento dirimpetto alla via delle Muratte; il cocchiere sfilò senza dir niente, giunto alla piazza di Spagna si fermò davanti all'albergo. La prima cura di Franz fu d'informarsi del conte per esprimergli il dispiacere di non essere andato in tempo a riprenderlo; ma Pastrini lo tranquillò dicendogli che il conte di Monte-Cristo aveva ordinata un'altra carrozza per lui, e che questa era andata a prenderlo alle quattro sul palazzo Ruspoli. Era inoltre incaricato da parte sua di offrire ai due amici la chiave del suo palco al teatro Argentina. Franz interrogò Alberto sulle disposizioni; ma questi aveva grandi disegni da mettere in esecuzione prima di pensare ad andare al teatro: in conseguenza, invece di rispondergli, s'informò se Pastrini avesse potuto procurargli un sartore.
Un sartore! e perchè farne? domandò l'albergatore.
Per farci da oggi a domani degli abiti da contadini romani più eleganti che sia possibile.
Pastrini scosse la testa: Farvi da oggi a domani due abiti? gridò egli, questa è, domando perdono a Vostra Eccellenza, una vera domanda alla francese. Due abiti quando da oggi a otto giorni non trovereste certamente un sartore che volesse attaccarvi sei bottoni ad un gilè, quand'anche li pagaste uno scudo l'uno.
Bisogna dunque rinunciare a procurarsi gli abiti che io desideravo? No, perchè li ritroveremo belli e fatti. Lasciatene a me la cura, e domani quando vi svegliate, troverete una collezione di cappelli, di vestiti e di calzoni di cui rimarrete soddisfatto. Mio caro, disse Franz ad Alberto, rimettiamoci al nostro albergatore; egli ci ha di già provato che è un uomo pieno di risorse, pranziamo dunque tranquillamente e dopo il pranzo andiamo a vedere l'Italiana in Algeri.
Sì; ma pensate Pastrini che il signore ed io annettiamo la più alta importanza ad avere gli abiti che vi abbiamo dimandati.
Pastrini assicurò un'ultima volta i suoi ospiti che non avevano ad inquietarsi di niente, e che sarebbero stati serviti a seconda dei loro desideri. Alberto e Franz dopo ciò risalirono per torsi gli abiti da pagliacci. Alberto nello spogliarsi, custodì con la più gran cura il mazzetto di viole; questo era il segno di riconoscimento per la dimane.
I due amici si misero a tavola; ma pranzando, Alberto non potè far a meno di osservare la notabile differenza fra i meriti rispettivi del cuoco di Pastrini, e quello del conte di Monte-Cristo. Ora la verità costrinse Franz a confessare, ad onta delle prevenzioni che sembrava avere contro il conte, che il parallelo non era vantaggioso pel cuoco di Pastrini. Alle frutta un domestico venne ad informarsi a quale ora desideravano la carrozza. Alberto e Franz guardaronsi, temendo realmente di essere indiscreti.
Il domestico li capì:
Sua Eccellenza il conte di Monte-Cristo fa saper loro, avere egli dato ordini positivi, perchè la carrozza restasse sempre agli ordini delle loro signorie; potran perciò disporne liberamente senza essere indiscreti.
I giovani risolvettero di approfittare fino alla fine della cortesia del conte, ed ordinarono di mettere in ordine mentre che si cambiavano gli abiti portanti i segni dei numerosi combattimenti a cui avevano preso parte nella giornata. Dopo questa cautela, passarono al teatro Argentina, ove presero posto nel palco del conte.
Durante il primo atto la contessa G*** entrò nel suo palco. Il primo sguardo si diresse, dalla parte ove la sera innanzi aveva veduto il singolare sconosciuto, dimodochè vide subito Franz ed Alberto nel palco di colui sul conto del quale aveva espresso a Franz, non erano 24 ore, una strana opinione. Diresse il suo occhialino su di lui con tanta assiduità, che Franz capì bene sarebbe stata una crudeltà a ritardare per maggior tempo il soddisfar la curiosità di lei. Così profittando del privilegio accordato agli spettatori dei teatri italiani, che consiste nel convertire il teatro in una sala di ricevimento, i due amici lasciarono il palco per presentare i loro omaggi alla contessa. Appena entrati nel palco ella fece un segno a Franz di mettersi al posto d'onore, ed Alberto questa volta si pose vicino a lei.
Ebbene, diss'ella, accordando appena a Franz il tempo di sedersi, sembra che non abbiate avuto niente di più urgente, quanto di fare la conoscenza col nuovo Lord Ruthwen, ed eccovi ora i migliori amici del mondo!
Senza essere inoltrati, quanto dite, in una reciproca amicizia, rispose Franz, non posso negare, di aver noi abusato tutto il giorno della sua gentilezza.
Come tutto il giorno?
In fede mia questa è la vera parola che conviene. Questa mattina abbiamo accettata da lui una colazione; durante tutto il tempo delle maschere abbiamo girato il Corso nella sua carrozza; e finalmente questa sera veniamo allo spettacolo nel suo palco.
Voi dunque lo conoscete? Sì, e no.
E come ciò? Questa è una lunga storia.
Che voi mi racconterete? Essa vi farà paura.
Ragione di più.
Aspettate almeno che abbia uno sviluppo.
Sia così: amo le storie compiute; frattanto com'è che vi siete trovati a contatto? Chi vi ha presentati a lui?
Nessuno; al contrario egli si è fatto presentare a noi ieri sera dopo che vi ho lasciata. Per mezzo di chi?
Oh! mio Dio, con un mezzo molto triviale, con quello del nostro albergatore.
È dunque alloggiato all'Albergo di Londra con voi?
Non solo nel medesimo albergo, ma nello stesso piano.
E come si chiama? dovete al certo conoscerne il nome.
Perfettamente: il conte di Monte-Cristo.
Non è un nome di famiglia antica.
No, è il nome dell'isola che ha comprato.
Ed egli è conte? Conte toscano.
Finalmente ci adatteremo a questo come agli altri, riprese la contessa che era di una delle più grandi ed antiche famiglie delle vicinanze di Venezia. E che uomo è?
Domandatene al visconte de Morcerf.
Voi sentite, signore, vengo rimessa al vostro giudizio.
Noi saremmo incontentabili, se non lo trovassimo grazioso, rispose Alberto; un amico da dieci anni non avrebbe fatto più di quello che egli ha fatto, e ciò con tanta grazia, delicatezza e cortesia, che fanno conoscere in lui un vero uomo di mondo.
Badiamo, disse la contessa ridendo, vedrete che il mio Vampiro non sarà che un qualche nuovo arricchito che vuol farsi perdonare i suoi milioni. Ed essa l'avete veduta?
Chi, essa? domandò Franz ridendo. La bella greca di ieri sera. No. Credo bene aver inteso il suono della sua Guzla, ma ella è rimasta perfettamente invisibile.
Vale a dire, quando voi dite invisibile, mio caro Franz, disse Alberto, è soltanto per fare il misterioso. Per chi avete dunque preso quel dominò blu che era alla finestra parata di damasco bianco del palazzo Ruspoli?
Il conte adunque aveva tre finestre al palazzo Ruspoli?
Sì, siete voi passata pel Corso?
Sì, e chi non è passato pel Corso in quest'oggi?
Ebbene! avete osservate due finestre parate di damasco giallo, ed una di damasco bianco con una croce rossa? Queste tre finestre erano del conte.
Davvero! questi dunque è un nababbo? sapete quanto costano tre finestre come quelle per gli otto giorni del carnevale? ed aggiungete nel palazzo Ruspoli che è nella più bella situazione del Corso?
Due o trecento scudi romani.
Dite piuttosto due o tremila.
Oh! diavolo. È forse dalla sua isola che ritrae queste rendite? La sua isola non gli frutta un baiocco.
Perchè dunque l'ha comprata? Per fantasia.
Dunque egli è un originale?
Il fatto si è, disse Alberto, che mi è sembrato molto eccentrico. Se abitasse Parigi, se frequentasse i nostri teatri vi direi o che è un tristo celiatore che fa da modello, o che è un povero diavolo che si è perduto nella moderna letteratura. In verità questa mattina è venuto fuori con due o tre scappate degne di Didier o d'Antony.
In questo momento entrò una visita, e secondo l'uso, Alberto dovette cedere il posto all'ultimo arrivato; questa congiuntura ebbe per resultato non solo il cambiamento del luogo, ma ancora quello dell'argomento della conversazione.
Un'ora dopo i due amici ritornavano all'albergo.
Pastrini erasi di già occupato dei loro abiti da maschera per la dimane, e promise loro che rimarrebbero soddisfatti della sua intelligente alacrità.
La dimane infatto alle nove entrò nella camera di Franz con un sartore carico di otto o dieci costumi da contadini romani. I due amici ne scelsero due simili, e che andavano bene alla loro corporatura, incaricarono l'albergatore di far cucire del nastro a ciascuno dei cappelli, e di procurar loro due di quelle belle sciarpe di seta a righe traverse con colori vivi, di cui gli uomini del popolo sono soliti cingersi la vita nei giorni di festa.
Alberto aveva fretta di vedere qual figura avrebbe fatto col nuovo abito che componevasi di una giacca e un pantalone di velluto blu, di calze ad angoli ricamati, di scarpe colle fibbie e di un gilè di seta. Il giovine, del resto, non poteva che guadagnarci con questo abito pittoresco, e quando la sciarpa ebbe cinto gli eleganti fianchi, quando il cappello, leggermente piegato sopra una orecchia lasciò cadere un gran mazzo di nastri, Franz fu costretto di confessare che i costumi hanno sovente una gran parte nella superiorità fisica che si accorda ad alcuni popoli. I Turchi nei tempi addietro, tanto pittoreschi colle loro zimarre lunghe, di colori vivi, non sono ora ributtanti coi soprabiti blu abbottonati, e la calotta greca che lor dà l'aspetto di una bottiglia di vino col turacciolo rosso? Franz fece i suoi rallegramenti ad Alberto, che rimasto in piedi avanti lo specchio sorrideva a sè stesso con un'aria di soddisfazione che nulla aveva di equivoco.
In questo mentre entrò il conte di Monte-Cristo:
Signori, disse loro, per quanto sia gradevole un compagno di piacere, la libertà è ancora più aggradevole. Vengo ad annunziarvi che per oggi ed i giorni successivi lascio a vostra disposizione la carrozza di cui vi siete serviti ieri. Il nostro albergatore vi avrà detto che ne ho prese in fitto tre o quattro; voi dunque non me ne private: usatene liberamente sia per andare ai divertimenti, sia pei vostri affari. Il nostro luogo di convegno, se avremo qualche cosa a dirci, sarà il palazzo Ruspoli.
I due giovani volevano fare qualche osservazione, ma essi non avevano realmente alcuna buona ragione per rifiutare un'offerta che d'altra parte aggradivano assai, e terminarono coll'accettare.
Il conte di Monte-Cristo restò circa un quarto d'ora con loro parlando di tutto con molta facilità. Egli era, come si è potuto osservare, molto al corrente della letteratura di tutti i paesi. Un colpo d'occhio ai muri delle sue camere provava a Franz e ad Alberto che egli era amante di quadri. Qualche parola senza pretensione, lasciata cadere di passaggio, provò loro che non era estraneo alle scienze e sembrava soprattutto che si fosse particolarmente occupato di chimica.
I due amici non avevano la pretensione di restituire al conte la colazione che loro aveva data; sarebbe stata una cattiva burla, offrirgli in cambio della sua eccellente tavola, l'ordinario molto mediocre di Pastrini. Essi lo dissero francamente, ed egli ricevette le loro scuse come uomo che apprezzava la loro delicatezza.
Alberto era tanto rapito dalle maniere del conte, che, se non fosse stato così fornito di scienza, lo avrebbe creduto un vero gentiluomo. La libertà di disporre interamente della carrozza lo ricolmava di gioia, aveva le sue mire sulle graziose contadinelle e siccome erano apparse il giorno innanzi in una elegantissima carrozza, era ben contento di continuare a comparire su questo punto in uno stato di eguaglianza con esse.
A un'ora e mezzo i due giovani discesero; il cocchiere ed i servitori avevano avuto l'idea di soprapporre alle loro pelli di bestia le livree, cosa che dava loro un aspetto anche più grottesco del giorno innanzi, e che procurò loro i rallegramenti di Franz e di Alberto il quale aveva attaccato sentimentalmente all'occhiello della giacca il mazzetto di viole appassite.
Al primo suono della campana partirono, e si precipitarono nella grande strada del Corso per la via Vittoria. Al secondo giro un mazzetto di viole fresche partì da un calesse carico di pagliaccine, e venne a cadere in quello del conte; e ciò indicò ad Alberto ed al suo amico, che le contadinelle del giorno innanzi avevano cambiato costume; e fosse caso, o un sentimento uguale a quello che aveva fatto operare i due amici, mentre che con tutta galanteria avevano preso il loro costume, esse dalla loro parte avevano preso quello dei due compagni. Alberto adattò il mazzetto di viole fresche nel posto dell'altro; ma conservò il mazzetto appassito in mano, e quando incontrò di nuovo il calesse, egli lo portò amorosamente alle labbra, atto che destò l'allegria non solo di quella che lo aveva gettato, ma ancora di tutte le sue pazze compagne. La giornata non fu meno animata della precedente. Anzi è probabile che un profondo osservatore vi avrebbe potuto riconoscere un aumento di rumore e di allegria. In un momento, videro il conte alla finestra, ma quando la carrozza ripassò era già disparso.
È inutile il dire che il cambio delle civetterie tra Alberto e la pagliaccina dei mazzetti di viole durò tutta la giornata. La sera quando rientrarono, Franz ritrovò una lettera dell'ambasciata; venivagli annunziato che la dimane avrebbe avuto l'onore di essere ricevuto da sua Santità. In tutti i suoi viaggi precedenti che aveva fatto a Roma aveva chiesto ed ottenuto lo stesso favore; e tanto per religione che per riconoscenza non aveva voluto mettere il piede nella capitale del mondo cristiano senza umiliare il suo rispettoso omaggio ai piè di uno dei successori di San Pietro che ha dato il raro esempio di tutte le virtù: egli non poteva adunque in quel giorno pensare al carnevale; poichè, ad onta della bontà di cui egli circonda la sua grandezza, è sempre con un rispetto pieno di profonda emozione che uno si appresta ad inchinarsi davanti a questo nobile e santo vecchio.
Uscendo dal Vaticano, Franz ritornò direttamente all'albergo, evitando ancora di passare per la strada del Corso. Egli portava seco un tesoro di pietosi pensieri ai quali sarebbe stata una profanazione il contatto delle folli allegrezze delle maschere. Alle cinque e dieci minuti Alberto rientrò; era al colmo della gioia; la pagliaccina aveva ripreso il costume da contadinella, e nell'incontrare la carrozza d'Alberto erasi levata per un momento la maschera. Ella era graziosissima. Franz fece i suoi complimenti ad Alberto che li ricevè come da persona che riconosca essergli dovuti. Aveva osservato, diceva esso, da alcuni segni d'eleganza inimitabile, che la sua bella sconosciuta doveva appartenere alla più alta aristocrazia. Quindi risolvette scriverle la dimane. Franz, mentre riceveva questa confidenza, osservò che Alberto aveva qualche cosa a chiedergli, e ciò nonostante esitava a domandare. Egli insistè dichiarandogli esser pronto a fare per la sua felicità tutti i sacrifici che fossero in suo potere. Alberto si fece pregare, precisamente tanto tempo quanto ne esige un'amichevole cortesia; quindi finalmente confessò a Franz che renderebbegli un sommo servigio abbandonando per la dimane la carrozza a lui solo.
Alberto attribuiva all'assenza del suo amico l'estrema bontà che aveva avuto la bella contadina nell'alzare la maschera. Si capirà che Franz non era tanto egoista per trattenere Alberto nel bel mezzo di un'avventura che prometteva di riuscire ad un tempo gradita alla sua curiosità, e lusinghiera per il suo amor proprio. Egli conosceva abbastanza la poca secretezza del suo degno amico per esser sicuro che lo avrebbe tenuto al corrente di tutti i più piccoli particolari della sua buona fortuna; e siccome, da tre o quattro anni che percorreva l'Italia in tutti i sensi, non aveva avuta mai la combinazione di cominciare neppure un simile intrigo per conto suo, Franz non era dispiacente d'imparare come vanno le cose in simili affari. Promise dunque ad Alberto che per la dimane si contenterebbe di guardare lo spettacolo dalle finestre del palazzo Ruspoli.
Infatto il giorno dopo vide passare e ripassare Alberto. Egli aveva un enorme mazzo di fiori senza dubbio incaricato di essere il portatore del biglietto amoroso. Questa probabilità si cambiò in certezza quando Franz rivide il medesimo mazzo, notevole per un giro di camelie bianche, fra le mani della graziosa pagliaccina vestita di seta color di rosa.
Così la sera non era più gioia ma delirio. Alberto non dubitava che la bella incognita non gli avesse risposto collo stesso mazzetto. Franz ne prevenne i desideri dicendogli che tutto quel rumore lo stancava, e che era risoluto ad impiegare la giornata seguente a rivedere il suo album, e a prendere annotazioni. Del resto, Alberto non erasi ingannato nelle sue previsioni; il giorno dopo Franz lo vide entrare di slancio nella camera scuotendo con trionfo un involtino di carta che teneva per uno degli angoli:
Ebbene! mi sono sbagliato?
Ha dunque risposto? gridò Franz.
Leggete.
Questa parola fu pronunziata con una intonazione di voce impossibile a descriversi.
Franz prese il biglietto, e lesse:
«Martedì sera, alle sette, discendete dalla carrozza dirimpetto alla via dei Pontefici, e seguite la contadina romana che vi strapperà il vostro moccoletto, quando arriverete al primo gradino della chiesa di San Gaetano. Abbiate cura, perchè ella possa riconoscervi, di mettere un nastro color di rosa sulla spalla del vostro costume da pagliaccio.
«Da oggi in là voi non mi rivedrete più.
«Costanza e discrezione.»
Ebbene! diss'egli a Franz, quando ebbe finita questa lettura, che ne pensate, mio caro?
Penso, rispose Franz, che la cosa prende l'indole di un'avventura molto piacevole.
Questo è pure il mio parere, ed ho gran timore che andrete solo al ballo del principe T...
Franz ed Alberto avevano ricevuto in quella stessa mattina il biglietto d'invito del celebre banchiere romano.
State in guardia, disse Franz, tutta l'aristocrazia sarà dal principe, e se la vostra bella sconosciuta appartiene realmente alla nobiltà, non potrà fare a meno d'intervenirvi.
Che v'intervenga o no, io conservo l'opinione che ho di lei, continuò Alberto. Voi avete il biglietto; sapete la meschina educazione che ricevono in Italia le donne del mezzo ceto2; ebbene! rileggete il biglietto, osservate il carattere, e trovatemi uno sbaglio di lingua, o di ortografia. Infatto il carattere era elegante, l'ortografia irreprensibile.
Voi siete dei predestinati, disse Franz, nel rendere ad Alberto per la seconda volta il biglietto.
Ridete quanto vi piace, scherzate a vostro bell'agio, riprese Alberto; io sono innamorato.
Oh! mio Dio, voi mi spaventate, gridò Franz, vedo bene che non solamente andrò solo al ballo del principe, ma ancora che ritornerò solo a Firenze.
Il fatto è che, se la mia sconosciuta è amabile quanto è bella, vi dichiaro che mi stabilisco a Roma per sei settimane almeno. Io adoro Roma, e poi ho sempre avuto un trasporto straordinario per l'archeologia.
Ancora un altro o due di questi incontri, e non dispero di vedervi membro dell'accademia di belle lettere.
Senza dubbio Alberto si accingeva a discutere seriamente sui diritti che poteva avere ad un seggio nell'accademia, ma vennero in quel momento ad annunziare che il pranzo era all'ordine; l'amore in Alberto non era contrario all'appetito, si affrettò, dunque col suo amico a mettersi a tavola, risoluto di riprendere la discussione dopo il pranzo.
Dopo il pranzo fu annunziato il conte di Monte-Cristo. Da due giorni i due amici non lo avevano veduto. Un affare lo aveva chiamato a Civitavecchia, almeno per quanto disse Pastrini. Egli era partito nella sera del giorno innanzi, e già si ritrovava di ritorno da un'ora. Il conte fu grazioso. Sia che stesse all'erta, sia che l'occasione non isvegliasse in lui le fibre acrimoniose, che certi particolari avevano di già fatto risuonare due o tre volte nelle sue parole, egli mantennesi presso a poco come tutt'altro uomo. Egli era per Franz un vero enigma. Il conte non poteva dubitare che il giovine viaggiatore non lo avesse riconosciuto, e ciò non pertanto, non avea detto una sola parola dopo il loro nuovo incontro che potesse indicare averlo egli veduto altrove. Per la sua parte Franz, qualunque fosse la volontà che avesse di fare allusione al loro primo incontro, il timore di far cosa disaggradevole ad un uomo che aveva ricolmato sì lui come il suo amico di gentilezze, lo trattenne; continuò dunque a mantenersi riservato come il conte.
Il conte aveva saputo che i due amici avevano voluto far prendere un palco al teatro Argentina, e che erasi lor risposto non esservene alcuno. Per conseguenza portava loro la chiave del suo; almeno questo era l'apparente motivo della sua visita. Franz ed Alberto fecero qualche difficoltà, allegando il timore di privarne lui; ma il conte rispose che andando quella sera al teatro Valle, il suo palco al teatro Argentina sarebbe rimasto vuoto. Questa assicurazione risolvette i due amici ad accettare. Franz erasi un poco per volta abituato a quel pallore del conte, che avevalo tanto colpito la prima volta che lo aveva veduto. Egli non poteva fare a meno di render giustizia alla bellezza della sua testa severa, della quale questo pallore era il solo difetto o forse la principal bellezza. Vero eroe di Byron, Franz non poteva non solo vederlo, ma neppur pensare a lui, senza immaginarsi quel viso tetro sulle spalle di Manfredi o sotto la cotta d'armi di Lara. Egli aveva sulla fronte quella piega che indica la presenza incessante di un amaro pensiero, aveva quegli occhi ardenti che leggono nel più profondo delle anime, quel labbro superbo e disprezzante che dà alle parole quella particolare indole che fa sì che esse s'imprimano profondamente nella memoria di chi le ascolta. Il conte non era più giovane, aveva 40 anni almeno, ma ciò nonostante ben si capiva che era fatto per vincerla sui giovani coi quali sarebbesi trovato. In realtà, e ciò per un'ultima rassomiglianza cogli eroi fantastici del poeta inglese, il conte sembrava avere il dono dell'affascinazione. Alberto era incantato della fortuna che aveva avuto insieme con Franz d'incontrare un uomo simile. Franz era meno entusiasta; ciò nonostante sotto l'influenza che esercita un uomo superiore su gli spiriti di coloro che lo circondano. Egli pensava al disegno, che il conte aveva di già manifestato due o tre volte, di andare a Parigi, e non dubitava che col suo naturale eccentrico, col viso caratteristico e colla fortuna colossale, ottenuto non avesse grandissimo effetto. Però non desiderava di trovarsi a Parigi quando quegli vi fosse.
La serata fu passata come si passano ordinariamente al teatro in Italia, non ad ascoltare i cantanti, ma a fare delle visite ed a discorrere. La contessa G*** voleva ricondurre la conversazione sul conte, ma Franz le annunziò che aveva qualche cosa di più nuovo da narrarle, e ad onta delle dimostrazioni di falsa modestia, alle quali si lasciò andare Alberto, raccontò alla contessa il grande avvenimento che da tre giorni formava l'oggetto della preoccupazione dei due amici. Siccome questi intrighi non son rari nè in Italia, nè altrove, almeno se devesi credere ai viaggiatori, la contessa non fece menomamente la incredula, e felicitò Alberto sul principio di un'avventura che prometteva di terminare in un modo assai soddisfacente. Si lasciarono, promettendosi di ritrovarsi al ballo del principe T... al quale era stata invitata tutta Roma.
La dama del mazzetto mantenne la parola: nè il giorno dopo nè l'altro ella dette segno ad Alberto di esistere.
Finalmente giunse il martedì, l'ultimo ed il più rumoroso giorno del carnevale. Il martedì, i teatri si aprono alle dieci del mattino, perchè dopo le otto della sera entrasi in quaresima. Il martedì, tutti quelli che per mancanza di tempo, di entusiasmo o di danaro non hanno preso parte alle precedenti feste si mischiano all'ultimo baccanale, si lasciano trascinare dall'orgia, e tributano la loro parte di rumore e di movimento al rumore ed al movimento generale.
Dalle due fino alle cinque, Franz ed Alberto, stettero nella fila del Corso battagliando a pugni di confetti colle carrozze della fila opposta, colle finestre, e coi pedoni che circolano fra i piedi dei cavalli, fra le ruote delle carrozze, senza che accada mai in mezzo a questa spaventosa mischia un solo accidente, una sola disputa, una sola rissa. Sotto questo rapporto gl'Italiani sono il popolo per eccellenza. Le feste per essi sono vere feste. L'autore di questa storia, che ha abitato l'Italia cinque o sei anni non si ricorda mai di avere veduta una sola solennità turbata da uno di quegli avvenimenti che servono di corollario alle nostre.
Alberto trionfava col suo costume da pagliaccio. Egli aveva sopra una spalla un nastro color di rosa, le cui estremità gli cadevano fino al garetto, per non produrre alcuna confusione fra lui e Franz, che d'altra parte aveva conservato il vestito da contadino romano. Più il giorno si avanzava, e più il tumulto diveniva grande; non eravi su tutto quel selciato, in tutte quelle carrozze, a tutte quelle finestre, una bocca muta, un braccio ozioso; era un vero uragano umano, composto di un tuono di grida, e di una tempesta di confetti, di mazzetti, d'aranci e di fiori. Alle tre la esplosione dei mortaletti tirati ad un tempo sulla piazza del Popolo e su quella di Venezia, rompendo a grande stento quest'orribile tumulto, annunciò che stavano per cominciare le corse. Le corse ed i moccoli sono gli episodi particolari degli ultimi giorni di Carnevale. Allo sparo dei mortaletti le carrozze rompono nello stesso punto le file e voltano ciascuna nella strada traversa più vicina al luogo ove si ritrovano. Tutte queste evoluzioni si fanno con una meravigliosa rapidità, e ciò senza che la polizia si occupi menomamente di assegnare a ciascuno il suo posto, o di tracciare a ciascuna la sua strada. I pedoni si ritirano contro il muro dei palazzi, quindi si sente un rumore di cavalli e uno sguainar di sciabole.
Un plotone di Carabinieri, che ne presenta 15 di fronte, percorre al galoppo in tutta la lunghezza il Corso, che fa sgombrare per dar posto alla corsa dei barberi. Quando il plotone arriva al palazzo di Venezia, il rumore di un'altra batteria di mortaletti avvisa che la strada è libera. Quasi subito, in mezzo ad un clamore immenso, universale, inaudito, si videro passare come ombre sette o otto cavalli eccitati dalle grida di 300mila persone e dalle castagnette di ferro appuntato che loro balzano sul dorso, poi il cannone di castel San Angiolo tirò tre colpi, e ciò per annunziare che il numero 3 aveva vinto. Subito senz'altro segnale che quello, le carrozze si rimisero in movimento, rifluendo verso il Corso, uscendo da tutte le strade come torrenti contenuti per un momento, che gettatisi tutti insieme nel letto del fiume cui alimentano, e l'onda immensa riprese più rapida che mai il suo corso fra le due rive di granito.
Soltanto un nuovo elemento di rumore e di movimento erasi ancora mischiato a questa folla; entrarono in iscena i mercanti di moccoli.
I moccoli, o moccoletti sono ceri che variano dalla grossezza del cero pasquale fino a quella della coda di un sorcio, e risvegliano negli attori della grande scena, con cui termina il carnevale romano, due opposte preoccupazioni:
Primo: Quella di conservare acceso il suo moccoletto.
Secondo: Quella di spegnere il moccoletto degli altri.
Avviene del moccoletto ciò che accade della vita degli uomini. Essi per quanto è in poter loro, si adoprano a conservarla, e sebbene certi che presto o tardi aver debba il suo fine, pur nonostante hanno indagato e scoperto mille modi per reciderla e toglierla innanzi tempo; è vero che per questa suprema operazione il diavolo non ha mancato di venirgli in aiuto. Il moccoletto si accende avvicinandolo ad un lume qualunque. Ma chi potrà descrivere i mille mezzi inventati per ispegnere il moccoletto, i soffietti giganteschi, gli spegnitoi mostri, i ventagli sovrumani. Ciascuno si sollecitò a comprare i moccoletti, e Franz ed Alberto fecero come tutti gli altri. La notte si avvicinava rapidamente, e già al grido: Moccoli! ripetuto dalle voci stridule degl'industriosi, due o tre stelle cominciarono a brillare al di sopra della folla. Fu come un segnale. In dieci minuti, 50 mila lumi scintillarono discendenti dalla piazza di Venezia a quella del Popolo, e risalenti da quella del Popolo a quella di Venezia. Si sarebbe detta la festa dei fuochi fatui. Chi non ha veduto questa festa, è impossibile che se ne possa formare un'idea. Supponete tutte le stelle che si stacchino dal cielo, e vengano a formare sulla terra una danza insensata; il tutto accompagnato da grida che orecchio umano non ha mai potuto sentire sul rimanente della superficie del globo. È particolarmente in questo momento che non evvi più distinzione sociale. Il facchino attacca il Principe, questi il Trasteverino, il Trasteverino il borghese, ciascuno soffiando, spegnendo, riaccendendo.
Se il vecchio Eolo comparisse in quel momento sarebbe proclamato re dei moccoletti, ed Aquilone l'erede presuntivo alla corona.
Questa corsa folle e fiammeggiante, durò circa due ore; la strada del Corso era rischiarata come in pieno giorno, si distinguevano i lineamenti degli spettatori fino al terzo, o quarto piano. Di cinque minuti in cinque minuti Alberto guardava l'orologio; finalmente esso segnò le sette. I due amici si ritrovavano a poca distanza dalla via dei Pontefici; Alberto saltò fuori dalla carrozza col suo moccoletto in mano.
Due, o tre maschere vollero avvicinarsi per ispegnerlo, o per toglierlo; ma da bravo boxeur, Alberto li rinviò gli uni dopo gli altri dieci passi distanti da lui, continuando la sua corsa verso la chiesa di San Giacomo. I gradini, erano carichi di curiosi, e di maschere che lottavano per istrapparsi il moccoletto dalle mani. Franz seguiva con gli occhi Alberto, e lo vide mettere il piè sul primo scalino, poi quasi subito una maschera che portava il ben conosciuto costume della contadina dal mazzetto, allungò il braccio, e gli tolse il moccoletto senza ch'egli facesse la più piccola resistenza.
Franz era troppo lontano per sentire le parole che si scambiarono, ma senza dubbio non furono ostili, poichè vide allontanarsi Alberto tenendo sotto il braccio la contadinella. Per qualche tempo li seguì in mezzo alla folla, ma alla via del Macello li perdè di vista.
D'improvviso il suono della campana che dà il segnale della chiusa del Carnevale si fe' sentire, e nel medesimo punto tutti i moccoli si spensero come per incanto. Sarebbesi detto che un solo ed immenso colpo di vento li aveva tutti annientati. Franz si trovò nell'oscurità più profonda.
Allora tutte le grida cessarono come se il soffio possente che aveva spento i lumi, avesse portato via nel medesimo tempo il rumore. Non s'intese più che il rotolar delle carrozze che riconducevano le maschere alle loro case; non si videro più che pochi lumi brillare dietro le finestre.
... Il Carnevale era finito.
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Capitolo 37. LE CATACOMBE DI San SEBASTIANO.
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Forse Franz non aveva mai provato in vita sua una impressione così rapida, un passaggio così improvviso dall'allegria alla tristezza, quanto in questo momento; sarebbesi detto che per opera del soffio di qualche demone della notte, Roma era stata cambiata in una vasta sepoltura. Per una combinazione che aumentava ancora l'intensità delle tenebre, la luna essendo mancante, non sorgeva che dopo le undici; e le strade per le quali passava il giovine erano immerse nella più profonda oscurità. Del rimanente però il tragitto era corto, e in capo a dieci minuti la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era davanti all'albergo di Londra.
Il pranzo era all'ordine: ma siccome Alberto aveva dato avviso che non contava di tornare presto, così Franz si mise a tavola senza di lui. Pastrini, che era accostumato a vederli pranzare insieme, s'informò della ragione dell'assenza di lui: ma Franz si limitò a rispondergli che Alberto aveva dovuto recarsi ad un invito ricevuto il giorno innanzi. Il subitaneo spegnersi dei moccoletti, l'oscurità che era succeduta alla luce, il silenzio che aveva sostituito l'immenso rumore, avevano impresso nello spirito di Franz una certa melanconia che non era esente da inquietudine. Pranzò taciturno, ad onta delle officiose premure dell'albergatore, che entrò due o tre volte per sentire se gli bisognasse cosa alcuna.
Franz aveva stabilito di aspettare Alberto il più tardi possibile. Ordinò dunque la carrozza per le undici, pregando Pastrini di mandarlo ad avvisare tosto che fosse tornato Alberto all'albergo, qualunque ne potesse essere il motivo.
Alle undici Alberto non era ancora ritornato. Franz si vestì, e partendo avvisò l'albergatore che avrebbe passata la notte dal principe Torlonia.
La casa del principe Torlonia è una delle più belle case di Roma; sua moglie è una delle discendenti della famiglia Colonna, e disimpegna gli onori di famiglia in modo perfetto: ne risulta quindi che le feste del principe banchiere hanno una celebrità europea. Franz ed Alberto erano giunti in Roma con lettere di raccomandazione per lui, perciò la prima interrogazione che il principe gli fece, fu di chiedere che fosse avvenuto del compagno di viaggio.
Franz rispose che lo aveva lasciato pochi momenti prima che si spegnessero i moccoletti, e che lo aveva perduto di vista nella via del Macello.
Dunque non è ritornato a casa? domandò il principe.
L'ho aspettato fino adesso: rispose Franz.
E sapete dove sia andato?
Precisamente no: ciò non ostante credo che si tratti di qualche cosa di simile ad un convegno.
Diavolo! disse il principe: è un brutto giorno, o per meglio dire una cattiva sera per far tardi, n'è vero, contessa?
Queste ultime parole erano dirette alla contessa G***, che giungeva allora, e che passeggiava al braccio del fratello del principe, il Duca di Bracciano.
Io trovo al contrario che questa è una bellissima notte, e quelli che sono qui non avranno a lamentarsi d'altro se non che passi troppo presto.
Ma io, riprese sorridendo il principe, non parlo di quelli che sono qui, essi non corrono altro pericolo che, gli uomini d'innamorarsi di voi, e le donne ammalarsi di gelosia vedendovi così bella: parlo di coloro che scorrono le strade di Roma.
Eh! mio Dio! e chi volete che scorra le strade di Roma a quest'ora, se non quei che vengono al ballo?
Il nostro amico Alberto de Morcerf, signora contessa, che io ho lasciato mentre seguiva la sua bella incognita verso le sette di sera, rispose Franz, e che dopo non ho più riveduto.
Come! non sapete dove sia?
Niente affatto.
Ha seco le armi? È vestito da pagliaccio...
Non avreste dovuto lasciarlo andare, disse il principe a Franz, voi che conoscete Roma meglio di lui.
Sì davvero! sarebbe stato lo stesso che aver voluto fermare il numero tre dei barberi che oggi ha vinto il premio della corsa, rispose Franz, e poi che volete che gli accada?
Chi lo sa? la notte è oscura, ed il Tevere è molto vicino alla via Macello!...
Franz sentì un fremito scorrergli per le vene, sentendo le idee del principe e della contessa essere così bene d'accordo co' suoi timori personali.
Per questo ho avvisato l'albergatore, che avevo l'onore di passare qui la notte, disse Franz; e debbono venire ad avvertirmi qui, appena ritorna.
Osservate, disse il principe a Franz, ecco appunto un mio domestico, che credo cerchi di voi.
Il principe non s'ingannava: subito che il domestico ebbe scoperto Franz si avvicinò a lui, e gli disse:
Eccellenza, l'albergatore di Londra vi fa avvisato, che alla locanda vi è un uomo che vi aspetta con una lettera del conte di Morcerf.
Con una lettera del conte! gridò Franz. Sì.
E chi è quest'uomo? Non lo so.
E perchè non è venuto a portarmela qui?
Il messaggiero non mi ha data alcuna spiegazione.
E dov'è il messaggiero? È partito subito che mi ha veduto entrare nella sala per cercarvi.
Oh! mio Dio, disse la contessa a Franz, andate presto: povero giovine! forse gli è accaduta qualche disgrazia.
Corro subito, disse Franz.
Vi rivedremo per sapere le notizie? chiese la contessa
Sì, se la cosa non è grave: altrimenti non posso prevedere ciò che farò io stesso.
In ogni evento siate prudente, disse la contessa.
Oh! state tranquilla. Franz prese il cappello, e partì in tutta fretta. Egli aveva licenziata la carrozza, ordinandola per le due. Ma per fortuna la casa del principe, che corrisponde da una parte sul Corso, e dall'altra sulla piazza dei Santi Apostoli, è a dieci minuti di cammino dall'albergo di Londra. Avvicinandosi all'albergo Franz vide un uomo ritto in mezzo alla strada avvolto in un gran mantello; non dubitò che questi fosse il messaggiero d'Alberto; rimase però meravigliato che questi fosse il primo ad indirigergli la parola:
Che volete, Eccellenza? diss'egli, facendo un passo indietro come uno che voglia tenersi in guardia.
Non siete voi, chiese Franz, che mi avete portato una lettera del conte di Morcerf?
Vostra Eccellenza abita all'albergo di Pastrini? Sì.
Vostra Eccellenza è il compagno di viaggio del conte? Sì.
Come si chiama? Il barone Franz d'Épinay.
È precisamente Vostra Eccellenza quegli cui è diretta questa lettera.
Vi abbisogna risposta? domandò Franz nel prendere la lettera dalle sue mani. Sì, o almeno il vostro amico lo spera. Allora salite da me che ve la darò.
Sarà meglio che l'aspetti qui, disse ridendo il messaggiero.
E perchè? Vostra Eccellenza lo capirà meglio quando avrà letta la lettera. Allora vi tornerò a ritrovare qui?
Senza dubbio.
Franz entrò e per le scale s'imbattè in Pastrini.
Ebbene? gli domandò questi.
Ebbene! che? rispose Franz.
Avete veduto l'uomo che desiderava parlarvi per parte del vostro amico? Sì, l'ho veduto, rispose Franz, e mi ha consegnata questa lettera. Vi prego di fare accendere un lume nella mia camera. L'albergatore dette ordine ad un domestico di precedere Franz col lume. Il giovine aveva osservata un'aria spaventata sul viso di Pastrini, il che non aveva fatto che raddoppiargli la curiosità di leggere la lettera d'Alberto: si accostò al candeliere, tosto che fu accesa la candela, e spiegò il foglio. La lettera era scritta e firmata dalla mano d'Alberto. Franz la lesse due volte, tanto era lontano dal figurarsi il contenuto. Eccola riportata letteralmente.
«Mio caro amico, subito che avrete ricevuta la presente abbiate la compiacenza di prendere nel mio portafogli, che troverete nel cassettino del mio scrigno, la credenziale: uniteci la vostra, se non basta. Correte da Torlonia, e ritirate da lui sul momento quattro mila scudi, che consegnerete al latore della presente. Preme grandemente che questa somma mi giunga senza alcun ritardo. Non insisto di più, contando su voi come voi potreste contare su di me.
«Vostro amico.
Alberto de Morcerf.
«P. s. I believe now to Italian banditi3.
Sotto a queste righe erano scritte da mano sconosciuta le seguenti parole:
«Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere.
Luigi Vampa.
Questa seconda sottoscrizione spiegò ogni cosa a Franz, che capì l'avversione mostrata dal messaggiero a salire in camera; la strada gli sembrava più sicura.
Alberto era caduto nelle mani di quel famoso capo di banditi, alla cui esistenza non voleva credere. Non v'era tempo a perdere, corse allo scrigno, l'aprì, e nel cassettino indicato ritrovò il portafogli, ed in esso la credenziale di seimila scudi in tutto, ma Alberto ne aveva di già presi tremila. Franz non aveva alcuna credenziale; essendo stabilito a Firenze, ed essendo venuto a Roma per passarvi gli otto giorni del carnevale non aveva preso che un centinaio di luigi, e non gliene rimanevano che appena 50. Gli mancavano dunque sette o ottocento scudi per poter riunire, fra lui ed Alberto, la somma richiesta. È vero che in simile congiuntura Franz poteva calcolare sulla gentilezza di Torlonia. Egli si disponeva dunque di ritornare al palazzo del principe senza perdere un momento, quando d'improvviso gli venne alla mente una felice idea. Pensò al conte di Monte-Cristo. Egli stava per far chiamare Pastrini, quando questi si presentò alla porta.
Mio caro Pastrini, credete che il conte sia in casa?
Sì, eccellenza, è entrato or ora. Avrà avuto tempo d'andare a letto? Non credo. Allora suonate alla sua porta, ve ne prego, e domandate in mio nome il permesso di potermi presentare a lui. Pastrini si affrettò ad eseguire la commissione; cinque minuti dopo rientrò:
Il conte aspetta Vostra Eccellenza, diss'egli. Franz traversò il pianerottolo; un domestico lo introdusse dal conte. Egli era in un piccolo gabinetto che Franz non aveva per anche veduto, tutto circondato da un divano: il conte gli venne incontro: Oh! qual buon vento vi conduce da me in quest'ora? gli disse; venite forse a chiedermi da cena? Per bacco! sarebbe davvero una bella gentilezza per parte vostra.
No, vengo a parlarvi di un affare di gran momento.
Di un affare! disse il conte, fissandolo con quello sguardo scrutatore che gli era proprio; e di quale affare?
Siamo soli? Il conte andò alla porta, poi ritornò.
Assolutamente soli, diss'egli.
Franz gli presentò la lettera d'Alberto: Leggete, gli disse.
Il conte lesse la lettera. Ah! ah! fece egli.
Avete veduto il post-scriptum? Sì, lo vedo bene.
«Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere.
Luigi Vampa.
Che ne dite? domandò Franz.
Avete la somma che viene richiesta?
Sì, meno ottocento scudi. Il conte si accostò allo scrigno e ne trasse un cassettino pieno d'oro: Io spero, diss'egli a Franz, che non vorrete farmi l'ingiuria di dirigervi a tutt'altri fuorchè a me.
Vedete che all'opposto, sono venuto direttamente da voi, disse Franz.
Ed io ve ne ringrazio: prendete. E fece segno a Franz di prendere nel cassettino.
Ma è poi assolutamente necessario di mandare questa somma a Luigi Vampa? chiese il giovine fissando a sua volta lo sguardo sul conte.
Diavolo! giudicatene da voi stesso: il post-scriptum è preciso.
Mi sembra che se voleste prendervi l'incomodo di pensarvi, forse ritrovereste un mezzo per semplificare di molto la faccenda, disse Franz.
E quale? chiese il conte meravigliato.
Per esempio, se andassimo insieme a ritrovar Luigi Vampa, son sicuro che non vi negherebbe la libertà di Alberto.
A me? quale influenza volete che abbia su questo bandito? Non gli avete testè reso uno di quei servigi che non si dimenticano più? E quale?
Non avete salvato la vita a Peppino?
Ah! ah! fece il conte; e chi ve lo ha detto?
Che importa a voi questo? io lo so.
Il conte rimase per un momento muto col sopracciglio aggrottato. E se io andassi a ritrovar Vampa, mi accompagnereste voi? Quando la mia compagnia non vi fosse disaggradevole. Ebbene! sia: la notte è bella; una passeggiata nella campagna romana non può farci che bene.
Bisognerà prendere armi? Per far che cosa?
Danaro? È inutile. Dove si trova l'uomo che ha portato questo biglietto? Nella strada. Aspetta la risposta?
Sì. Bisogna sapere dove andremo: ora lo chiamerò.
È inutile, egli non ha voluto salire.
Da voi forse, ma da me non farà nessuna difficoltà.
Il conte aprì la finestra del gabinetto che corrispondeva sulla strada, e fischiò in un modo particolare. L'uomo dal mantello si staccò dal muro cui era appoggiato e si avanzò fino al mezzo della strada.
Salite, disse il conte, con quel tuono con cui si darebbe un ordine al servitore.
Il messaggiero obbedì senza indugio, senza esitazione anzi con sollecitudine. Saliti i quattro scalini dell'andito, entrò nell'albergo, ed in cinque secondi era già alla porta del gabinetto. Ah! sei tu, Peppino disse il conte.
Ma Peppino, invece di rispondergli, gli si gettò alle ginocchia, prese le mani del conte, e v'impresse a più riprese le labbra. Ah! ah! disse il conte: tu non hai ancora dimenticato che ti ho salvata la vita? è singolare! eppure sono già scorsi otto giorni. No, eccellenza, non lo dimenticherò mai, rispose Peppino coll'accento della più viva riconoscenza. Mai? è troppo lungo; però è ancora molto che tu lo creda. Alzati e rispondimi.
Peppino gettò uno sguardo inquieto su Franz.
Oh! Oh! tu puoi parlare davanti a s. E., disse il conte, poichè è un mio amico. Voi permettete che vi dia questo titolo? disse in francese volgendosi a Franz, ciò è necessario per ridestare la confidenza in costui.
Potete parlare in mia presenza, essendo io un amico del conte. Alla buon'ora, disse Peppino volgendosi al conte, Vostra Eccellenza m'interroghi, ed io risponderò.
In che modo il conte Alberto è caduto nelle mani di Luigi? Eccellenza! la carrozza del francese ha incrociata più di una volta quella di Teresa. L'amica del capo? Sì, il francese le ha fatto gli occhi dolci. Teresa si è divertita a rispondergli; il francese le ha gettato dei mazzetti, ella glie ne ha ricambiati, e tutto ciò, s'intende bene, col consenso del capo che era nella stessa carrozza.
Come! gridò Franz, Luigi Vampa era nella carrozza delle contadine romane? Era quegli che guidava, mascherato da cocchiere, rispose Peppino. E poi? chiese il conte. Ebbene? in seguito il francese si levò la maschera; Teresa, sempre col permesso del capo, fece altrettanto; il francese domandò un convegno, Teresa l'accordò; soltanto fu Beppe che si trovò sugli scalini della chiesa di San Giacomo. Come! interruppe nuovamente Franz, quella persona che gli strappò il moccoletto?...
Era un giovine di 15 anni, rispose Peppino: ma il vostro amico non deve vergognarsi d'essere stato ingannato da lui, egli ne ha ingannati molti altri.
E Beppe lo ha condotto fuori le mura? domandò il conte.
Precisamente. Una carrozza li aspettava alla fine della strada Macello, Beppe vi salì, invitando il francese a seguirlo, egli non se lo fece dire due volte. Offerse con tutta galanteria la destra a Beppe, e gli si assise vicino; questi gli annunziò allora che lo avrebbe condotto in una villa a tre miglia da Roma; il francese lo assicurò di essere pronto a seguirlo in capo al mondo. Il cocchiere si avviò subito per la strada di Ripetta, giunse alla porta San Paolo, e a dugento passi nella campagna, siccome il francese diventava un poco troppo imprudente, in fede mia, Beppe gli appuntò un paio di pistole alla gola, il cocchiere fermò subito i cavalli, e rivolgendosi sul sedile, fece altrettanto. Nello stesso tempo quattro dei nostri che erano nascosti dietro le rive dell'Almo si sono slanciati agli sportelli. Il francese aveva buona volontà di difendersi, e per poco non ha strangolato Beppe, a quanto ho inteso dire; ma non v'era da far nulla contro cinque uomini armati, ed è stato costretto ad arrendersi: allora fu fatto scendere di carrozza, e seguendo l'argine della piccola riviera, fu condotto da Teresa e Luigi che lo aspettavano nelle catacombe di San Sebastiano.
Va bene! disse il conte volgendosi a Franz; mi pare che questa storia ne valga bene un'altra; che ne dite voi che ve ne intendete? Io dico che la troverei ridicola, se fosse avvenuta a tutt'altri che al mio amico. Fatto è, disse il conte, che se non mi aveste ritrovato in casa, questa era un'avventura che sarebbe costata un poco cara al vostro amico: ma tranquillatevi, egli ne sarà riscattato solo con un poco di paura.
E noi andiamo a trovarlo? domandò Franz.
Per bacco! tanto più perchè si trova in una località molto pittoresca. Conoscete le catacombe di San Sebastiano?
No, non vi sono mai disceso; aveva però stabilito che un qualche giorno vi sarei andato.
Ebbene, ecco trovata l'occasione, e sarà difficile ritrovarne una migliore. Avete all'ordine la vostra carrozza?
No.
N'importa: io ho l'uso di farne stare una sempre pronta notte e giorno. In ordine!
Sì, io sono molto capriccioso: vi confesso che qualche volta, alzandomi alla fine del pranzo, o nel mezzo della notte, mi prende la volontà di portarmi in un punto qualunque del mondo, e parto. Il conte dette un tocco al campanello, il cameriere comparve. Fate uscire la carrozza dalla rimessa, diss'egli, levate le pistole che stanno nelle saccocce; è inutile di svegliare il cocchiere, Alì guiderà.
Dopo un momento s'intese il rumore della carrozza, che si fermò davanti alla porta. Il conte guardò l'orologio.
Mezz'ora dopo mezza notte, diss'egli, noi avremmo potuto partire tra cinque ore, e giungere ancora in tempo; ma questo ritardo forse avrebbe fatta passare una cattiva notte al vostro compagno; val dunque meglio andare di corsa a toglierlo dalle mani degl'infedeli. Siete sempre risoluto di accompagnarmi.
Più che mai.
Ebbene! andiamo adunque.
Franz ed il conte uscirono seguiti da Peppino. Alla porta trovarono la carrozza. Alì era in serpa; Franz riconobbe lo schiavo muto della grotta di Monte-Cristo.
Salirono in carrozza aperta; Peppino si pose vicino ad Alì e partirono al galoppo. Alì aveva già ricevuti gli ordini; poichè prese la strada del Corso, e traversò Campo Vaccino, percorse quella di San Gregorio, e giunse alla porta di San Sebastiano; ivi il portinaro volle fare qualche difficoltà, ma il conte di Monte-Cristo presentò un permesso del governatore di Roma di potere entrare ed uscire dalla città in qualunque ora del giorno e della notte; fu dunque aperta la porta; ed il portinaro ricevette un luigi pel suo incomodo, e passarono.
La strada che percorreva la carrozza era l'antica via Appia, tutta costeggiata da antichi sepolcri. A quando a quando, al chiarore della luna che sorgeva, sembrava a Franz di vedere una specie di sentinella staccarsi da un rudero: ma ad un segnale di Peppino questa spariva immediatamente fra le ombre. Poco prima del circo di Caracalla la carrozza si fermò, Peppino venne ad aprire lo sportello, e Franz ed il conte discesero.
Fra dieci minuti, disse il conte al compagno, saremo arrivati. Indi prese Peppino a parte, gli dette un ordine a bassa voce, e questi partì dopo essersi munito di una torcia presa nella cassetta della carrozza. Scorsero ancora cinque minuti, nei quali Franz vide il pastore inoltrarsi fra gli andirivieni del terreno che forma il suolo ineguale della campagna romana, e perdersi fra l'alta erba rossastra che sembra l'irta criniera di qualche gigantesco Leone.
Ora, disse il conte, seguiamolo.
Entrambi s'inoltrarono nello stesso sentiero, che dopo cento passi li condusse per un piano inclinato in una piccola vallata. Ben presto videro due uomini parlarsi fra le ombre. Dobbiam continuare ad inoltrarci? domandò Franz al conte, o aspettare?
Avanti, Peppino deve avere avvisata la sentinella del nostro arrivo. In fatto uno di quei due uomini era Peppino, l'altro un bandito posto alle vedette.
Franz ed il conte si avvicinarono, il bandito li salutò.
Eccellenza, disse Peppino volgendosi al conte, se vuole seguirmi, l'ingresso alle catacombe è qui a due passi.
Sta bene, disse il conte, cammina avanti.
In fatto dietro ad un folto cespuglio, ed in mezzo a diverse rocce, si presentava un'apertura per la quale un uomo poteva appena passare. Peppino fu il primo a scivolare entro questa fenditura: ma appena ebbe fatto qualche passo il passaggio si allargò. Allora si fermò, accese la torcia, e si volse a vedere se era seguito.
Il conte erasi introdotto pel primo per questa specie di spiraglio, e Franz venne dopo di lui. Il terreno si abbassava con una inclinazione dolce, e si allargava a seconda che s'internavano; ciò non ostante però Franz ed il conte erano obbligati a camminare ricurvi, ed avrebbero durato fatica a passare tutti e due di fronte. In tal modo fecero circa cinquanta passi, quindi si fermarono al grido di chi vive?; nello stesso tempo videro brillare la canna di un fucile al chiarore della loro stessa torcia.
Amici! rispose Peppino: e si avanzò solo, disse alcune parole a bassa voce a questa seconda sentinella, che, come la prima li salutò facendo segno ai notturni visitatori che potevano passare. Dietro la sentinella v'era una scala di circa venti gradini. Franz ed il conte li discesero e si ritrovarono in una specie di crocivio mortuario. Da questo punto divergevano cinque vie come i raggi di una stella, e le pareti delle mura scavate a guisa di nicchie soprapponentisi che avevano la forma di sepolture, indicavano che finalmente erano penetrati nelle catacombe. In una di queste cavità, di cui era impossibile calcolare l'estensione, si vedevano screziare alcuni riflessi di luce.
Il conte mise la mano sulla spalla di Franz:
Volete vedere un accampamento di banditi immersi nel sonno?
Sì, davvero, rispose Franz.
Ebbene, venite con me... Peppino, smorza la torcia.
Peppino obbedì, e Franz ed il conte si trovarono nella più profonda oscurità, soltanto a circa 50 passi davanti a loro, si vedevano lungo i muri alcuni raggi rossastri di luce, divenuti ancora più visibili dopo che Peppino ebbe spenta la torcia. Essi avanzarono silenziosamente; il conte guidava Franz come se avesse avuta la singolare facoltà di vederci fra le tenebre. Del rimanente anche lo stesso Franz acquistava maggior pratica del luogo a seconda che s'inoltravano verso quel chiarore di luce che lor serviva di guida.
Tre arcate, delle quali quella di mezzo serviva di porta, dettero loro passaggio. Esse da una parte mettevano nel corridore ove erano Franz ed il conte, e dall'altra in una sala quadrata, tutta circondata da nicchie come quelle di cui abbiamo parlato. In mezzo di questa s'ergevano quattro pietre che altra volta avevano servito d'altare, come lo indicava la croce che eravi ancor sovrapposta. Una sola lampada, posta sopra un fusto di colonna, illuminava con una luce pallida e vacillante la strana scena, che si presentava agli occhi dei due notturni visitatori nascosti nelle ombre.
Un uomo era seduto, col gomito appoggiato a questa colonna, e leggeva, voltando le spalle alle arcate, per l'apertura delle quali era osservato dai nuovi arrivati. Questi era il capo della banda, Luigi Vampa. Intorno a lui, atteggiati secondo il proprio capriccio, stavano stesi, e avvolti nei loro mantelli, o addossati ad una specie di banco di pietra che circondava questo Colombario, una ventina circa di briganti; ciascuno teneva la carabina a portata della mano. Nel fondo, silenziosa, e appena visibile si scorgeva una sentinella, che a guisa di un'ombra passeggiava in su e in giù davanti ad una specie di apertura, che non da altro si distingueva, se non dal comparire più fitte le tenebre in quella direzione.
Allorchè il conte credè che Franz avesse ricreati abbastanza gli sguardi con questo quadro pittoresco, portò l'indice alle labbra per raccomandare il silenzio, e salendo i tre scalini che dal corridore mettevano nel Colombario, entrò nella sala dall'arcata di mezzo, e si avanzò verso Vampa, tanto profondamente immerso nella lettura, che non intese il rumore dei passi.
Chi è là? gridò la sentinella meno preoccupata di lui, e che vide al chiarore della lampada due specie d'ombre ingrandirsi dietro al suo capo.
A questo grido, Vampa si alzò prestamente, togliendo nello stesso tempo dalla cintura le pistole. In un momento i banditi furono in piedi, e venti canne di carabine erano dirette sopra il conte.
Ebbene! disse tranquillamente questi, con una voce del tutto placida, e senza che un solo dei muscoli del suo viso si contraesse; ebbene! mio caro Vampa, mi sembra di vedere molti preparativi per ricevere un amico.
Abbasso le armi! gridò il capo facendo un segno imperativo con una mano, mentre che con l'altra si levava rispettosamente il cappello. Quindi volgendosi verso il singolare personaggio che dominava tutta questa scena:
Perdono, signor conte, gli disse, ma io era così lontano dall'aspettarmi l'onore di una vostra visita, che non vi aveva riconosciuto.
Sembra che voi abbiate poca memoria su tutte le cose, Vampa, disse il conte, e che non solo vi scordiate della fisonomia delle persone, ma ancora delle condizioni fatte con esse.
E quali condizioni ho io mai potuto dimenticare, signor conte? domandò il bandito come farebbe un uomo, che se ha commesso un fallo non desidera che di ripararlo.
Non è stato fra noi convenuto, disse il conte, che vi sarebbe stata sacra non solo la mia persona, ma ben anche quella di tutti i miei amici?
E in che ho mancato al trattato, eccellenza?
Questa sera avete rapito e trasportato qui il visconte Alberto de Morcerf: ebbene, continuò il conte con un accento che fece rabbrividire Franz, questo giovine è uno de' miei amici, egli abita nello stesso albergo ove sto io, per otto giorni è stato al Corso nella mia carrozza, e frattanto, ve lo ripeto, lo avete rapito, lo avete trasportato qui, e, aggiunse il conte cavando di saccoccia la lettera, gli avete imposto un riscatto come fosse stato un primo arrivato.
E perchè voi altri non mi avete avvisato di tutto questo? disse il capo volgendosi ai suoi uomini, che indietreggiavan tutti ad un suo sguardo; perchè mi avete esposto in tal guisa a mancare alla mia parola con un uomo come il signor conte che tiene tutte le nostre vite nelle sue mani? Per...! Se potessi credere che uno di voi sapeva che il giovine era amico di s. E., gli brucerei le cervella colle mie proprie mani.
Ebbene! disse il conte volgendosi a Franz, non vi aveva detto che qui sotto doveva esservi un qualche equivoco?
Come! non siete solo? domandò Vampa con inquietezza.
Sono con colui cui era diretta questa lettera, ed al quale ho voluto provare, che Luigi Vampa era un uomo di parola. Avanzatevi, eccellenza, disse egli a Franz, ecco qui il signor Luigi Vampa, che vi dirà esser dolente dello sbaglio commesso.
Franz si avanzò, ed il capo dei banditi gli andò incontro di qualche passo: Siate il ben venuto in mezzo a noi, eccellenza, gli diss'egli; voi avete inteso ciò che ha detto il signor conte, e ciò che gli ho risposto; aggiungerò che non vorrei, per i quattro mila scudi che aveva fissato di riscatto, che ciò fosse accaduto.
Ma, disse Franz guardando con inquietudine a sè d'intorno, e dov'è il prigioniero? non lo vedo...
Spero bene che non gli sarà accaduto cosa alcuna? domandò il conte aggrottando il sopracciglio.
Il prigioniero è là, disse Vampa mostrando colla mano il luogo oscuro avanti al quale passeggiava il bandito in fazione, e vado io stesso ad annunziargli esser libero.
Il capo si avanzò verso il luogo, da lui indicato come prigione d'Alberto; il conte e Franz lo seguirono.
Che fa il prigioniero? domandò Vampa alla sentinella.
Sulla mia parola, rispose questi, l'ignoro: da più di un'ora non l'ho inteso muovere.
Venite, eccellenza, disse Vampa.
Il conte e Franz salirono sette o otto scalini sempre preceduti dal capo, che tirò un catenaccio e spinse avanti una porta. Allora, al chiarore di una lampada simile a quella che illuminava il Colombario, si potè vedere Alberto, avvolto in un mantello che gli aveva prestato un bandito, steso in un angolo, dormire del sonno più profondo.
Andiamo, disse il conte con quel sorriso che gli era particolare: non c'è male per un uomo che doveva essere fucilato domattina alle sette.
Vampa guardò con una certa ammirazione Alberto che dormiva, e scorgevasi in lui non essere insensibile a questa prova di coraggio.
Avete ragione, signor conte, diss'egli, quest'uomo dev'essere uno dei vostri amici.
Indi accostandosi ad Alberto e toccandogli la spalla:
Eccellenza, diss'egli, si svegli, se le fa piacere.
Alberto stese le braccia, si strofinò le palpebre, e si svegliò: Ah! ah! diss'egli, siete voi capitano? Per bacco! avreste ben potuto lasciarmi dormire: io faceva un grazioso sogno: sognava di ballare una galoppa da Torlonia colla contessa G***. Guardò all'orologio che si era riserbato per poter giudicare da sè stesso del tempo trascorso: Un'ora e mezzo dopo mezza notte; e perchè diavolo mi svegliate a quest'ora?
Per dirvi che siete libero, Eccellenza.
Caro mio, soggiunse Alberto con una perfetta prontezza d'animo, ricordatevi bene in avvenire di questa massima di Napoleone il grande: «non mi svegliate che per le cattive notizie.» Se mi aveste lasciato dormire, avrei terminata la mia galoppa, e ve ne sarei stato riconoscente per tutta la mia vita... Il mio riscatto è dunque stato pagato?
No, Eccellenza.
Ebbene! in qual modo dunque son libero?
Qualcuno, a cui non posso nulla negare, è venuto a reclamarvi. Fin qui? Fin qui.
Oh per bacco! questo qualcuno è una persona molto amabile. Alberto guardò intorno a sè, e s'avvide di Franz.
Come? diss'egli, siete voi, mio caro Franz, che spingete tant'oltre la vostra amicizia?
Non sono io, rispose Franz, ma il nostro conte di Monte-Cristo.
Ah! per bacco! il signor conte! disse Alberto accomodandosi la cravatta ed i manichini: siete un uomo veramente prezioso, e spero che vorrete considerarmi come a voi riconoscente per tutta la vita, primieramente per l'affare della carrozza, e poi per questo. E in così dire stese la mano al conte, che fremette al momento di dargli la sua, che però gli diede. Il bandito osservava tutta questa scena con volto stupefatto: era evidentemente avvezzo a vedere i suoi prigionieri tremare davanti a lui, ed ora ne aveva innanzi a sè uno, la cui burlevole indole non aveva sofferta alcuna alterazione; in quanto a Franz, era contentissimo che Alberto, anche in faccia ad un bandito, avesse saputo sostenere l'onore nazionale.
Mio caro Alberto, gli disse, se volete sollecitarvi, avremo ancora il tempo di andare a finire la notte da Torlonia. Riprenderete la vostra galoppa al punto in cui l'avete interrotta, di modo che non serberete alcun rancore col signor Luigi Vampa, che in tutto quest'affare si è condotto da vero galantuomo.
Ah! sì da vero, diss'egli; avete ragione, e noi potremmo giungervi a due ore... signor Luigi, continuò Alberto, vi è alcun'altra formalità da compiersi prima di prendere commiato da Vostra Eccellenza?
Nessuna, signore, rispose il bandito, e voi siete libero come l'aria.
In questo caso, buona ed allegra vita. Venite, signori, venite. Ed Alberto, seguito da Franz e dal conte, discese la scala, e traversò la sala quadrata.
Tutti i banditi erano in piedi col cappello in mano.
Peppino, disse il capo, dammi la torcia.
Ebbene! che volete fare? domandò il conte.
Vi accompagno, questo è il più piccolo onore che possa tributare a Vostra Eccellenza E togliendo la torcia accesa dalle mani del pastore, camminò avanti ai suoi ospiti, non come un cameriere che compie un atto di servitù, ma come un re che preceda degli ambasciatori; giunto alla porta, s'inchinò: Ora, signor conte, diss'egli, vi rinnovo le mie scuse, e spero che non conserverete alcun risentimento sull'accaduto.
No, mio caro Vampa, disse il conte, d'altra parte emendate i vostri errori in un modo così compito, che si è quasi costretti esservi obbligati per averli commessi.
Signori, riprese il capo volgendosi ai due giovani, forse l'invito non vi sembrerà molto attraente, ma se mai vi venisse la volontà di farmi una seconda visita, qui ed in qualunque altro luogo ove potessi essere, voi sarete sempre i ben venuti.
Franz ed Alberto lo salutarono. Il conte uscì pel primo, Alberto lo seguì, Franz restava l'ultimo.
Vostra Eccellenza ha forse qualche cosa a chiedermi? disse Vampa.
Sì, lo confesso, rispose Franz; sarei curioso di sapere qual era l'opera che leggevate con tanta attenzione quando noi siamo arrivati.
I Commentarii di Giulio Cesare, sono il mio libro prediletto. Ebbene! non venite? domandò Alberto.
Subito, rispose Franz, eccomi. Ed uscì a sua volta dallo spiraglio; fatto qualche passo nella pianura:
Ah! perdonatemi, disse Alberto, tornando indietro, volete permettermi capitano? Ed accese il sigaro alla torcia di Vampa.
Ora, signor conte, disse Alberto, ho grandissima premura di finire la notte dal principe Torlonia.
La carrozza fu ritrovata al luogo ove era stata lasciata. Il conte disse una sola parola araba ad Alì, ed i cavalli partirono pancia a terra. Erano le due precise all'orologio d'Alberto, quando i due amici entrarono nella sala da ballo. Il loro ritorno fu un avvenimento, ma siccome rientrarono insieme, così tutti i timori che si erano concepiti sul conto d'Alberto cessarono sul momento.
Signora, disse il visconte de Morcerf, avanzandosi verso la contessa, ieri voi aveste la bontà di promettermi una galoppa, vengo un po' tardi a reclamare questa graziosa promessa, ma il mio amico, che voi sapete quanto è sincero, potrà farvi fede che non fu colpa mia. E siccome in quel momento l'orchestra dava il segnale di un valtz, Alberto passò il braccio attorno alla vita della contessa e disparve con essa fra il nembo dei ballerini. In questo tempo Franz andava pensando al singolare fremito percorso su tutte le membra del conte di Monte-Cristo nel momento in cui era stato, in certo qual modo costretto, a stringere la mano ad Alberto.
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Capitolo 38. IL CONVEGNO.
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La dimane nel levarsi, la prima parola di Alberto fu di proporre a Franz di fare una visita al conte. Egli lo aveva di già ringraziato la sera innanzi, ma capiva benissimo che un servigio come quello resogli dal conte, meritava bene due ringraziamenti. Franz che provava un'attrattiva, mista a terrore, che lo spingeva verso il conte di Monte-Cristo, non volle lasciarlo andar solo da quest'uomo, e lo accompagnò. Entrambi furono introdotti: cinque minuti dopo comparve il conte. Signor conte, disse Alberto andandogli incontro, permettetemi di ripetervi questa mattina ciò che malamente vi ho detto la scorsa notte; che non dimenticherò mai in qual congiuntura mi siate venuto in aiuto; e mi ricorderò sempre che vi devo la vita o poco meno.
Mio caro vicino, rispose il conte ridendo, voi esagerate le vostre obbligazioni verso di me; non mi dovete che una piccola economia di una ventina di migliaia di franchi sul vostro preventivo del viaggio, ed ecco tutto: vedete bene che non bisogna parlarne. Per vostra parte, aggiunse egli, ricevete i miei rallegramenti; avete dimostrato un'ammirabile prontezza d'animo, e gran disinvoltura.
Che serve conte? disse Alberto: mi sono immaginato di avere avuta una cattiva contesa, ed esser corsa una sfida; volli far comprendere una cosa a questi banditi, ed è che in tutti i paesi del mondo gli uomini si battono, ma che non vi sono che i francesi che si battono ridendo. Ciò non ostante, non essendo per questo men grande l'obbligazione che vi professo, vengo a chiedervi, se per mezzo dei miei amici o per mezzo delle mie riconoscenze potessi esservi utile in qualche cosa. Mio padre, il conte di Morcerf d'origine spagnuola, gode di un'alta posizione in Francia ed in Ispagna, vengo a mettere me e tutte le persone che mi amano a vostra disposizione.
Ebbene! disse il conte; vi confesso signor de Morcerf, che mi aspettava da voi una simile esibizione, e che l'accetto con tutto il cuore. Io aveva già fissati i miei pensieri su di voi per chiedervi un gran favore. Quale?
Non sono mai stato a Parigi, e non conosco Parigi.
Da vero! gridò Alberto, voi avete potuto vivere fino adesso senza veder Parigi? pare incredibile.
Eppure è così. Ma io sento con voi che una più lunga ignoranza della capitale del mondo intelligente è impossibile. Vi è di più: forse avrei fatto da lungo tempo questo viaggio indispensabile, se avessi conosciuto qualcuno che mi avesse potuto introdurre in quel mondo ove io non ho alcuna relazione.
Oh! un uomo come voi! gridò Alberto.
Siete molto buono. Ma siccome non riconosco in me stesso altro merito che quello di poter fare concorso, come milionario, ai vostri più ricchi banchieri, e che non vado a Parigi per speculare sulla borsa, questa piccola particolarità mi ha trattenuto. Ora la vostra offerta mi vi risolve. Vediamo: v'impegnate mio caro de Morcerf (il conte strisciò questa parola con un singolare sorriso) allorquando sarò in Francia d'aprirmi le porte di quel mondo, ove sarò uno straniero al pari di un Huron, o di un Cinese?
In quanto a ciò, mio caro conte, a meraviglia e con tutto il cuore, rispose Alberto, e tanto più volentieri (mio caro Franz non vi burlate tanto di me), che sono richiamato a Parigi da una lettera che ricevo questa mane stessa, ed in cui si parla di una trattativa con una casa molto rispettabile e che ha le migliori relazioni col bel mondo Parigino.
Trattativa di matrimonio? disse ridendo Franz.
Qual meraviglia? sì, perciò quando ritornerete a Parigi mi troverete uomo posato, e forse padre di famiglia. Ciò starà bene colla mia gravità naturale, n'è vero? In ogni modo, conte, ve lo ripeto, io ed i miei siamo tutti in corpo ed anima a vostra disposizione.
Ed io accetto, disse il conte; perchè vi assicuro che non mi mancava che questa occasione per effettuare un disegno che rumino da lungo tempo.
Franz non dubitò un momento che non fosse quello di cui erasi lasciato sfuggire qualche parola nella grotta di Monte-Cristo, e guardò il conte mentre diceva queste parole, per tentare di sorprendere sulla sua fisonomia qualche rivelazione dei disegni che conducevano a Parigi: ma era molto difficile penetrar nell'animo di quest'uomo, particolarmente quand'egli lo velava con un sorriso. Ma osserviamo, conte, soggiunse Alberto contento di poter presentare un uomo come il conte di Monte-Cristo; non sarà già questo un qualche disegno in aria, come se ne fanno mille in viaggio, e che, fabbricati sulla sabbia, vengono poi distrutti al primo soffio di vento?
No, sul mio onore, disse il conte, voglio andare a Parigi, ho bisogno d'andarvi. E quando sarà? Quando vi sarete voi stesso? Io? disse Alberto, oh! mio Dio! fra 15 giorni, o al più fra tre settimane; il tempo necessario per il ritorno, e null'altro. Ebbene! vi accordo tre mesi, vedete che vi do una larga misura.
E fra tre mesi, gridò Alberto con gioia, verrete a battere alla mia porta. Volete un convegno anche pel preciso giorno e per l'ora, disse il conte, vi prevengo però che sono di una esattezza da far disperare. Il giorno e l'ora precisa! disse Alberto, ciò andrà a meraviglia.
Ebbene! sia così. Egli stese la mano verso un calendario attaccato presso lo specchio. Oggi siamo ai 21 febbraio; cavò l'orologio, e sono le 10 e mezzo del mattino, volete aspettarmi il 21 maggio prossimo alle 10 e mezzo del mattino?
A meraviglia! disse Alberto; la colazione sarà preparata.
Ove abitate? Strada di Helder n. 27. Voi vi trattate in casa vostra da scapolo, ed io non vi sarò d'incomodo?
Io abito in casa di mio padre, ma in un padiglione nel fondo del cortile interamente separato.
Va bene; il conte aprì il taccuino e scrisse: Strada di Helder, n. 27, 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino.
Ed ora, disse il conte, rimettendosi il taccuino in saccoccia, siate tranquillo, la sfera della vostra pendola non sarà più esatta di me.
Vi rivedrò prima della vostra partenza? domandò Alberto. Secondo quando partirete?
Parto domani sera alle cinque. In questo caso vi do il mio addio. Ho alcuni affari a Napoli, e non sarò di ritorno qui che sabato sera o domenica mattina. E voi, soggiunse volgendosi a Franz, partite voi pure, signor conte?
Sì. Per la Francia?
No, per Venezia. Resto ancora un anno o due in Italia.
Noi dunque non ci rivedremo a Parigi?
Temo di non avere quest'onore.
Animo dunque, signori, buon viaggio, disse il conte ai due amici stendendo ad essi la mano.
Era la prima volta che Franz toccava la mano di quest'uomo; egli rabbrividì, perchè essa era ghiaccio come quella di un morto. Per l'ultima volta, disse Alberto, resta bene stabilito sulla parola d'onore, è vero? strada di Helder n. 27, li 21 Maggio alle 10 e mezzo del mattino?
Li 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino strada di Helder n. 27, ripetè il conte.
Che avete? disse Alberto a Franz nel rientrare nelle loro stanze, mi sembrate molto afflitto.
Sì, disse Franz, ve lo confesso, il conte è un uomo singolare, e vedo con inquietudine questo convegno che vi ha dato a Parigi. Questo convegno... con inquietudine? E perchè? ma siete pazzo, mio caro Franz! gridò Alberto.
Che volete? pazzo o no, la cosa va così.
Ascoltate, ripetè Alberto; sono ben contento che mi si presenti un'occasione di dirvi, che vi ho sempre ritrovato di una gran freddezza col conte, mentr'egli per sua parte è sempre stato ben diverso con noi. Avete qualche cosa in particolare contro di lui?
Può darsi. Ma l'avevate veduto in qualche altro luogo prima d'incontrarlo qui? Precisamente.
E dove? Mi promettete di non dir mai una parola di quanto sono per raccontarvi? Ve lo prometto.
Sta bene: ascoltatemi dunque.
Allora Franz raccontò ad Alberto la sua escursione all'isola di Monte-Cristo, in qual modo vi aveva ritrovato un equipaggio di contrabbandieri, e fra questo due banditi corsi. Egli calcò su tutti i particolari dell'ospitalità fattucchiera che il conte gli aveva data nella sua grotta delle mille e una notte, gli descrisse la cena, l'hatchis, le statue, la realtà, il sogno e come al suo svegliarsi altro non restava più, come prova e ricordo di tanti avvenimenti che il piccolo yacht che faceva vela sull'orizzonte per Porto-Vecchio. Indi passò a Roma, alla notte del Colosseo, al dialogo che aveva inteso fra lui e Vampa, conversazione relativa a Peppino, e nella quale il conte aveva promesso di ottenere la grazia del bandito, promessa che aveva mantenuta, come ne avranno potuto giudicare i nostri lettori.
Finalmente giunse all'avventura della notte precedente, all'impaccio in cui si era ritrovato vedendosi mancare 7, o 800 scudi per completare la somma; in fino all'idea che gli era venuta di ricorrere al conte, idea che ebbe un resultato tanto soddisfacente ad un tempo e pittoresco.
Alberto ascoltava Franz con tutta l'attenzione.
Ebbene! diss'egli, quando questi ebbe finito, e che v'è di riprovevole in tutto questo? il conte è viaggiatore, ha un bastimento proprio perchè è uomo ricco. Andate a Portsmouth o a Southampton e ritroverete questi porti ingombri di yacht appartenenti a ricchi inglesi che hanno la stessa fantasia. Per sapere ove fermarsi nelle sue escursioni, per non cibarsi di questa terribile cucina che avvelena me da mesi, e voi da 4 anni, per non giacere su questi letti abbominevoli nei quali non si può dormire, si è fatto ammobiliare un piccolo pian terreno a Monte-Cristo; e temendo che il governo toscano non gli desse congedo, e che tutti i suoi mobili andassero perduti, ha comprato l'isola, e ne ha assunto il nome. Mio caro, frugate nella vostra memoria, e ditemi quante persone di nostra conoscenza prendono il nome di proprietà che non hanno mai avute?
Ma, disse Franz, e questi banditi corsi che erano fra il suo equipaggio?...
Ebbene! che v'è di meraviglioso? Capite meglio di qualunque altro che i banditi corsi non sono ladri, ma fuggitivi, perché una qualche vendetta li ha esiliati dalle loro città o dai villaggi; si possono dunque vedere senza mettersi a rischio. In quanto a me dichiaro, che se un giorno dovessi andare in Corsica, prima di farmi presentare, a modo di dire, al governatore od al Prefetto, mi farei presentare ai banditi di Colomba: sempre che vi si possa mettere la mano sopra, io li ritrovo gentili.
Ma Vampa e la sua banda, soggiunse Franz, sono banditi che fermano per rubare, non lo negherete, spero? che dite adunque dell'influenza che il conte ha su tal razza di gente?
Dirò, che dovendo la vita, secondo tutte le apparenze, a questa influenza, non spetta a me il criticarla troppo da vicino. Così invece di fargliene, come voi, un delitto capitale, troverete giusto che io lo scusi, se non di avermi salvata la vita, il che sarebbe un poco troppo esagerato, almeno di avermi fatto risparmiare 4mila scudi, che fanno 24mila lire della nostra moneta, somma per la quale non mi avrebbero tanto stimato in Francia.
Ebbene! ecco precisamente: di che paese è il conte, che lingua parla? quali sono i suoi mezzi di sussistenza? da dove gli viene la sua immensa fortuna? Quale è stata questa prima parte della sua vita misteriosa ed incognita, che ha sparso sulla seconda una tinta oscura e misantropica? Ecco ciò che nel vostro posto vorrei sapere.
Mio caro Franz, quando leggendo la mia lettera vi siete accorto che avevamo bisogno dell'influenza del conte, siete andato a dirgli: «Alberto conte de Morcerf corre un pericolo, aiutatemi a toglierlo d'impiccio», n'è vero?
Sì. Allora vi ha egli domandato: «e chi è questo signor Alberto de Morcerf? Donde gli viene il suo nome? Donde gli viene la sua fortuna? Quali sono i suoi mezzi di sussistenza? qual è il suo paese? dove è nato?» vi ha egli fatte tutte queste interrogazioni? dite? No, lo confesso.
Egli è venuto, ecco tutto; mi ha tolto dalle mani del signor Vampa, ove ad onta di tutte le mie apparenze piene di disinvoltura, come voi diceste, io vi faceva una tristissima figura, lo confesso: ebbene! mio caro; quando in cambio di simile servigio egli mi domanda di far per lui ciò che si fa tutti i giorni pel primo principe russo o italiano che passa per Parigi, vale a dire di presentarlo nelle società, volete che gli neghi questo? Via dunque, Franz, siete pazzo!
Bisogna convenire, che contro il solito, questa volta tutte le buone ragioni eran dalla parte d'Alberto.
Finalmente, rispose Franz con un sospiro, fate come volete, mio caro visconte, perchè tutto quel che mi dite è persuasivo, lo confesso, ma è altrettanto vero che il conte di Monte-Cristo è un uomo strano.
Il conte di Monte-Cristo è un uomo filantropo: egli non vi ha detto con quale scopo viene a Parigi: ebbene! viene per concorrere al premio di Monthyon, e se ad ottenerlo non gli manca che il mio voto, glielo darò. Dopo ciò non parliamo più di questo: mettiamoci a tavola, e dopo andiamo a fare un'ultima visita a San Pietro.
Fu fatto come aveva detto Alberto, e il giorno dopo alle 5 p. m. i due giovani si lasciarono, Alberto de Morcerf per ritornare a Parigi, e Franz d'Épinay per passare una quindicina di giorni a Venezia.
Ma Alberto, prima di salire in carrozza, consegnò al cameriere dell'albergo, tanto aveva paura che il convitato mancasse al convegno, un biglietto da visita pel conte di Monte-Cristo, sul quale al di sotto delle parole «Visconte Alberto de Morcerf» aveva scritto colla matita: 21 Maggio, alle 10 e mezzo a. m. Strada Helder. N. 27.
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Capitolo 39. LA COLAZIONE.
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Nella casa strada Helder in cui Alberto de Morcerf aveva dato in Roma convegno al conte di Monte-Cristo, tutto veniva preparato nel mattino del 21 maggio, per fare onore alla parola data dal giovine. Alberto abitava un padiglione posto sull'angolo di un gran cortile rimpetto ad un altro stabile deputato ai comuni. Due sole finestre di questo padiglione guardavano sulla strada, delle altre tre davano sul cortile, e due sul giardino. Fra questo cortile ed il giardino, s'ergeva sebbene fabbricata con cattivo gusto d'architettura imperiale, l'abitazione elegante e vasta del conte e della contessa de Morcerf. Su tutta la larghezza del fabbricato girava un muro, che metteva sulla strada, ad intervalli guernito da sovrapposti vasi di fiori, e diviso nel mezzo da un gran cancello a lance dorate, che serviva per le entrate di parata: una piccola porta, addossata all'abitazione del portinaro dava passaggio ai padroni e servitori quando entravano o uscivano a piedi. Nella scelta del padiglione destinato per abitazione d'Alberto si scorgeva la delicata previdenza di una madre, che non volendo dividersi dal figlio, aveva però capito che un giovine dell'età d'Alberto aveva bisogno di tutta la sua libertà. Dall'altra parte dobbiamo convenirne, si scorgeva pure l'intelligente egoismo del giovine, perduto in questa vita libera ed oziosa, propria dei figli di famiglia, al quale veniva, come all'uccello, dorata la sua gabbia. Da queste due finestre che guardavano sulla strada, Alberto poteva fare le sue esplorazioni all'esterno: vista tanto necessaria ai giovani che vogliono vedere passare innanzi ai loro occhi il proprio orizzonte, fosse pur quello della strada; fatta la sua esplorazione, se gli sembrava meritare un esame più profondo, Alberto poteva, per darsi alle proprie ricerche, uscir da una piccola porta che era dirimpetto all'altra di cui abbiamo parlato presso all'abitazione del portinaro, e che merita una particolare menzione.
Era una piccola porta, che sarebbesi detto dimenticata da tutti dal momento che fu fabbricata la casa, e sarebbesi creduta condannata a rimaner sempre chiusa, tanto sembrava meschina e polverosa, ma i catenacci e i gangheri erano talmente bene unti, che indicavano l'uso continuo e misterioso. Questa piccola porta segreta faceva concorrenza colle altre due, e si burlava del portinaro, di cui sfuggiva alla vigilanza ed alla responsabilità, aprendosi come la famosa porta della caverna delle Mille e una notte, a guisa del Sesamo incantato di Alì-Babà, per mezzo di qualche parola cabalistica, o di qualche segno convenuto pronunciato dalla più dolce voce, od eseguito dalla più bella mano del mondo.
Alla fine di un corridoio vasto e silenzioso, col quale comunicava e che formava anticamera, s'apriva a destra la sala da pranzo d'Alberto, che guardava il cortile, ed a sinistra la sua piccola camera da ricevere che guardava il giardino. Cespugli, e piante parassite si aprivano a ventaglio davanti alle finestre, e nascondevano al cortile ed al giardino l'interno di queste camere, le sole al piano terreno, che potevano essere esposte agli sguardi degl'importuni. Al primo piano queste due camere si ripetevano, aumentate da una terza che corrispondeva alla sottoposta anticamera: erano la camera da letto, quella da ricevere, ed un gabinetto.
La sala del piano terreno era una specie di divano algerino destinato ai fumatori. Il gabinetto del primo piano metteva nella camera da letto, e per una porta invisibile aveva comunicazione colle scale. Si ponga mente alle cautele.
Al di sopra di questo primo piano spaziava un vasto studio, ingrandito coll'atterrare i muri di divisione, pandemonio che disputava l'artista al damerino. Là erano rifugiati ed affastellati tutti i successivi capricci d'Alberto: i corni da caccia, i bassi, i flauti, un'orchestra completa, poichè per un momento ebbe non il gusto ma la fantasia della musica. I cavalletti, i tavolozzi, i pastelli, poichè alla fantasia della musica era succeduta la fatuità della pittura: finalmente i fioretti, i guanti da pugillatore, gli squadroni, e i bastoni d'ogni genere, poichè, seguendo il costume dei giovani alla moda, Alberto coltivava, con maggiore perseveranza di quel che non aveva fatto la musica e la pittura, le tre arti che formano il compimento dell'educazione da Lions, vale a dire la scherma, i pugni, ed il bastone, ed in questa camera destinata agli esercizi corporali, riceveva successivamente, Grisier, Cooks, e Carlo Lacour. Il rimanente della mobilia di questa sala privilegiata, si componeva di vecchi forzieri dei tempi di Francesco I, ripieni di porcellane della China, di vasi del Giappone, di terraglie di Luca della Robbia e di piatti di Bernardo di Palissy; di antichi seggioloni, ove forse erasi assiso Enrico Quarto o Sully, Luigi Tredicesimo o Richelieu, poichè due di essi ornati di uno scudo intagliato, ove sopra un campo azzurro brillavano i tre gigli di Francia sormontati dalla corona reale, uscivano visibilmente dal guardaroba del Louvre, o per lo meno da qualche castello reale. Sur essi erano gettate alla rinfusa ricche stoffe a vivi colori, tinte al sole della Persia o ricamate dalle dita delle donne di Calcutta o di Chandernayor. Ciò che si stessero a far là queste stoffe non si sarebbe potuto dire; aspettavano, ricreando gli occhi, un destino sconosciuto anche al loro stesso proprietario, e mentre aspettavano, rischiaravano l'appartamento coi loro riflessi dorati. Nel posto più apparente sorgeva un piano forte, fabbricato da Roller e Blanchet di legno di rosa, della forma delle nostre sale di Lilliputiens, racchiudendo ciò non pertanto un'orchestra nella sua stretta e sonora capacità, e sopraccaricato dai capi d'opera di Beethoven, di Weber, di Mozart, d'Haydn, di Crètry, e di Porpora.
Quindi, lungo tutti i muri, sopra le porte, nel soffitto, erano disposte spade, pugnali, stocchi, mazze dorate, e complete armature, damascate, incrostate; arborari, massi di minerali, uccelli imbottiti di crini, che tenevano le ali aperte ad un volo immobile, colle penne color di fuoco, col becco che non chiudono mai. Non occorre dire, che questa era la stanza di predilezione di Alberto. Però, il giorno del convegno, il giovine in abito di mezza gala aveva fissato il suo quartier generale nel salotto del pian terreno. Ivi, sur una tavola, circondata da un divano largo e morbido, tutti i tabacchi sconosciuti, dal giallo di Pietroburgo fino al nero del Sinai passando per il porto-ricco, e il latakiè, erano racchiusi in vasi di terraglia smaltata che sono l'adorazione degli olandesi. Vicini ad essi, in cassette di legni odorosi, erano schierati per ordine di grandezza, e di qualità i sigari puros, regalia, avana ecc.; finalmente in un armadio aperto una collezione di pipe di Germania, di Turchia, coi bocchini d'ambra, ornate di corallo, e di fregi incrostati d'oro, con lunghe canne di marrocchino ripiegate a guisa di serpenti, aspettavano il capriccio o la simpatia dei fumatori. Alberto aveva presieduto da sè stesso all'ordinamento, o piuttosto a quel disordine simmetrico che, dopo il caffè i convitati di una colazione alla moderna amano di osservare per mezzo al fumo che loro sfugge di bocca dirigendosi al soffitto in lunghe e capricciose spirali.
Alle 10 meno un quarto entrò un cameriere, che unitamente ad un groom di 15 anni, il quale parlava soltanto l'inglese, e rispondeva al nome di John, erano i soli domestici di Alberto. Ben inteso ch'egli poteva disporre del cuoco di casa nei giorni ordinari, e negli straordinari il cacciatore del conte era a sua disposizione. Questo cameriere, che si chiamava Germano e che godeva tutta la confidenza del giovine padrone, teneva in mano un pacco di giornali che depose sul tavolo, ed alcune lettere che consegnò ad Alberto, il quale vi gettò sopra uno sguardo indifferente, ne scelse due con minuti caratteri, e con sopraccarta profumata, le dissigillò, e le lesse con qualche attenzione.
Come sono arrivate queste lettere? domandò egli.
Una è venuta per la posta, l'altra l'ha portata il cameriere della signora Danglars.
Fate dire alla signora Danglars che accetto il posto che mi offre nel suo palco... aspettate, in giornata passerete da Rosa; le direte che andrò, come m'invita a cenare da lei uscendo dall'Opera, e le porterete sei bottiglie di vino assortito di Cipro, di Xeres, di Malaga ed un barile di ostriche d'Ostenda... prendete le ostriche da Borel, e raccomandategli che sono per me.
A che ora comanda sia in ordine la tavola?
Che ora abbiamo! Manca un quarto alle dieci.
Ebbene ordinate per le 10 e mezzo precise... Debray sarà forse obbligato di andare al suo ministero... e d'altra parte... (Alberto consultò il suo taccuino) questa è l'ora che ho indicata al conte, li 21 maggio alle 10 e mezzo a. m.; quantunque non faccia gran fondamento sulla promessa, desidero di essere esatto. A proposito sapete se la signora contessa sia alzata?
Se il signor Visconte lo desidera, andrò ad informarmene.
Sì... le chiederete una delle cassettine da liquori, poichè la mia è incompleta: le direte che avrò l'onore d'andar da lei verso le tre, e che le domando permesso di presentarle un signore.
Il cameriere uscito, Alberto si gettò sul divano, stracciò la fascetta a due o tre giornali, guardò gli annunzi degli spettacoli, fece la boccaccia vedendo che si rappresentava un'opera e non un ballo; cercò invano quegli annunzi di profumeria un oppiato pel dolore dei denti di cui gli era stato parlato, e gettò l'uno dopo l'altro i tre giornali più in voga a Parigi, mormorando in mezzo ad uno sbadiglio prolungato:
In verità questi giornali divengono di giorno in giorno sempre più noiosi.
In questo mentre una carrozza si fermò avanti la porta, ed un momento dopo il cameriere rientrò annunziando il signor Luciano Debray. Un giovine biondo, alto, pallido, coll'occhio grigio e fermo, colle labbra sottili e fredde, coll'abito blu a bottoni cisellati, la cravatta bianca, una lente di cristallo sospesa ad un filo di seta, e che per uno sforzo del tendine sopracciliare e del tendine zigomatico arrivava a fissare avanti la cavità dell'occhio destro, entrò senza sorridere, senza parlare, con un portamento semi-ufficiale:
Buon giorno, Luciano, buon giorno! disse Alberto. Ah! voi mi spaventate, mio caro, colla vostra esattezza! Ma che dico? esattezza! Voi che non aspettava che per ultimo, giungete alle 10 meno 5 minuti, mentre il convegno definitivo non è che alle 10 e mezzo? Quest'è un miracolo! Il ministero sarebbe forse caduto?
No, carissimo, disse il giovine gettandosi sul divano, tranquillatevi, trattiamo sempre, ma non cediamo mai, e comincio a credere che passeremo bonariamente alla immobilità, senza contare che gli affari della penisola vanno in modo da consolidarsi pienamente.
Ah! è vero, scacciate Don Carlos dalla Spagna.
No, carissimo, non confondete le cose; lo riconduciamo all'altra frontiera della Francia, e gli offriamo una ospitalità da re a Bourges. A Bourges? Sì, egli non avrà a lagnarsi; Bourges è la capitale del re Carlo VII. Come! voi non sapete nulla di tutto ciò? Tutta Parigi lo sa da ieri, e avanti ieri la cosa era già stata traspirata alla borsa, perchè Danglars (non so con qual mezzo quest'uomo ha le notizie nello stesso tempo di noi) perchè Danglars ha arrischiato sul rialzo de' fondi; e vi ha guadagnato un milione.
E voi una nuova decorazione, a quanto parmi: poichè vedo una striscia blu aumentata alla vostra spranghetta.
Eh! mi hanno inviato la decorazione di Carlo III, rispose negligentemente Debray.
Andiamo, non fate tanto l'indifferente, e confessate che avete avuto piacere a riceverla.
In fede mia, sì, come compimento di toletta, una placca sta bene sopra un abito nero abbottonato, è cosa elegante.
E, disse ridendo Morcerf, si ha l'aspetto del principe di Galles, o simili. Ecco adunque, carissimo, il perchè mi vedete così di buon'ora. Perchè avete la placca di Carlo III e volevate darmi questa notizia? No, ma perchè ho passata tutta la notte a spedir lettere; 25 dispacci diplomatici. Ritornato in casa questa mattina a giorno, voleva dormire, ma mi ha assalito il dolor di testa, e mi sono rialzato per montare un'ora a cavallo. A Boulogne sono stato preso dalla noia, e dalla fame, due nemici che raramente vanno insieme, e che ciò non pertanto, si sono collegati contro di me: una specie di alleanza Carlo-repubblicana; allora mi sono ricordato che questa mane v'era festa in casa vostra, ed eccomi qua: ho fame, nutritemi: sono annoiato, divagatemi.
Questo è il mio dovere d'anfitrione, amico caro, disse Alberto suonando pel cameriere, mentre che Luciano colla sua bacchettina, col pomo cesellato ed incrostato di turchinette, faceva saltare i giornali spiegati; Germano, un bicchiere di Xeres, ed un biscotto. Frattanto, mio caro Luciano, ecco dei sigari di contrabbando, bene inteso: v'invito a fumarli, e a persuadere il vostro ministro a vendercene degli eguali, invece delle foglie di noce che condanna i buoni cittadini a fumare.
Peste! me ne guarderò bene. Quando questi vi venissero dal governo non li vorreste più, e li ritrovereste esecrabili. D'altra parte ciò non ha rapporto coll'interno, spetta alle finanze; indirizzatevi al signor Humann, sezione delle contribuzioni indirette, corridore A, N. 26.
In verità, disse Alberto, mi sorprendete per le vostre estese cognizioni. Ma prendete un sigaro!
Ah! caro conte, disse Luciano accendendo un sigaro ad una candela color di rosa in una bugìa d'argento dorato, e rovesciandosi sul divano, quanto siete felice, per non avere nulla da fare! in verità, non conoscete la vostra felicità!
E che fareste dunque, mio caro rappacificatore di regni, rispose Morcerf con una leggera ironia: se non aveste nulla da fare? Come! segretario particolare di persona influente, lanciato ad un tempo nella gran cabala europea e nei piccoli intrighi di Parigi; avendo dei re, e meglio ancora, delle regine da proteggere, dei partiti da riunire, delle elezioni da dirigere; facendo più nel vostro gabinetto e col vostro telegrafo di quel che non ha fatto Napoleone sui campi di battaglia colla spada, e colle vittorie; possedendo 25 mila lire di rendita, oltre il vostro impiego, un cavallo di cui Château-Renaud vi ha offerto 400 luigi e non glielo avete voluto dare, un sarto che non vi sbaglia mai un calzone; avendo l'Opera, il Jockey-Club, e il teatro delle varietà, non trovate dunque che tutto ciò sia buono per distrarvi? Ebbene, sia, vi distrarrò io.
Ed in qual modo? Col farvi fare una nuova conoscenza. Un uomo o una donna? Un uomo.
Oh! ne conosco di già troppi. Ma è uno come non ne conoscete quello di cui vi parlo. E di dove viene dunque? di capo al mondo? Fors'anche di più lontano.
Oh! diavolo! spero bene che non sia quegli che deve portare la nostra colazione? No, siate tranquillo, la nostra colazione è nelle cucine materne. Ma dunque avete fame?
Sì, lo confesso, per quanto sia umiliante il dirlo. E ciò non ostante ieri ho pranzato dal signor de Villefort: e non so se abbiate mai notato, che si pranza molto male dalle persone di tribunale: direbbesi che hanno sempre dei rimorsi.
Ah! per bacco! voi disprezzate i pranzi degli altri come se si pranzasse bene dai vostri ministri.
Sì, ma non invitiamo la gente di bonton almeno; e se non fossimo obbligati ad invitare quei miserabili che pensano, e quel che più importa, che danno buoni voti, ci guarderemmo, come dalla peste, di pranzare in casa nostra; questo vi prego a volerlo credere sul serio.
Allora, mio caro, prendete un altro bicchiere di Xeres ed un altro biscotto.
Il vostro vino di Spagna è eccellente; vedete bene che abbiamo avuto gran ragione a rappacificare quel paese.
E ciò vi procurerà il tosone d'oro.
Credo che questa mattina abbiate adottato il sistema di nutrirmi di fumo.
Eh! questo è quanto diverte più lo stomaco; convenitene; ma ascoltate: sento appunto la voce di Beauchamp nell'anticamera, disputerete insieme, e ciò vi farà attendere con maggior pazienza.
A proposito di che?
A proposito di giornali.
Ah! caro amico, disse Luciano, con un sovrano disprezzo, io leggo forse giornali?
Ragione di più, allora disputerete maggiormente.
Il signor Beauchamp, annunziò il cameriere.
Entrate, entrate! penna terribile! disse Alberto alzandosi e andando incontro al giovine: ecco qui Debray che vi detesta senza leggervi, almeno a quanto ha detto.
Egli ha ben ragione, disse Beauchamp, si conduce come me; io lo critico senza sapere quel che fa... Buon giorno commendatore.
Ah! lo sapete di già? rispose il segretario particolare, scambiando col giornalista una stretta di mano ed un sorriso.
Per bacco! riprese Beauchamp. E che se ne dice nel mondo? In qual mondo? abbiamo molti mondi nell'anno di grazia 1838. Eh! nel mondo critico-politico di cui siete uno dei lions.
Ma si dice che la cosa è giustissima.
Andiamo, andiamo, non c'è male, disse Luciano; perchè mai non siete uno dei nostri, mio caro Beauchamp? Con tanto spirito quanto ne possedete, fareste fortuna in tre o quattro anni.
Non aspetto che una cosa per seguire il vostro consiglio. Ora, una sola parola a voi, caro Alberto, poichè bisogna bene che lasci respirare Luciano: facciamo colazione o pranziamo? perchè io ho la camera che mi aspetta. Non sono tutte rose, come vedete, nel nostro mestiere.
Faremo soltanto colazione; non aspettiamo più che due persone, e ci metteremo a tavola subito che saranno giunte.
E chi aspettate? disse Beauchamp.
Un gentiluomo, ed un diplomatico, rispose Alberto.
Allora è l'affare di due piccole ore pel gentiluomo; e di due grandi ore pel diplomatico: ritornerò alle frutta. Serbatemi delle fragole, del caffè, e dei sigari: mangerò una costolina alla camera.
Non ne fate niente, Beauchamp. Quando anche il gentiluomo fosse un Montmorency, e l'altro uno dei primi diplomatici, faremo colazione alle 11 precise; frattanto fate come Debray, assaggiate il mio Xeres, ed i miei biscotti.
Andiamo dunque, sia così, resto. Bisogna assolutamente che questa mane mi distragga.
Buono! eccovi come Debray: mi sembra però che quando il ministero è tristo l'opposizione debba essere allegra!
Ah! vedete, amico caro, ciò nasce perchè non sapete da che cosa sono minacciato. Questa mattina sentirò alla camera dei deputati un discorso di Danglars, e questa sera in casa di sua moglie una tragedia di un pari di Francia.
Capisco: avete bisogno di far provvigione d'ilarità.
Non dite dunque male dei discorsi di Danglars, egli vota per voi, è dell'opposizione.
Ecco, per bacco! dove sta il male: io aspetto che lo mandiate a discorrere al Lussemburgo per riderne a mio bell'agio.
Caro mio, disse Alberto a Beauchamp, si vede bene che gli affari di Spagna sono accomodati, questa mattina siete di un'asprezza stomachevole. Ricordatevi dunque che la cronaca parigina porta trattative di un matrimonio fra me ed Eugenia Danglars. Non posso dunque, in coscienza, lasciarvi parlar male dell'eloquenza di un uomo, che un giorno o l'altro può dirmi: «signor visconte, sapete che assegno in dote due milioni a mia figlia.»
Su, via! disse Beauchamp, questo matrimonio non si farà mai. Il re ha potuto farlo conte, ma non potrà mai farlo diventar gentiluomo, ed il conte de Morcerf è una spada troppo aristocratica per acconsentire, per due meschini milioni, ad una cattiva alleanza. Il visconte de Morcerf non deve sposare che una marchesa.
Due milioni, rispose Alberto, sono una bella cosa.
Questo è il capitale sociale di un teatro dei baluardi, o di una strada di ferro dal giardino delle piante a Râpèe.
Lasciatelo dire, Morcerf, riprese con noncuranza Debray, ed ammogliatevi. Voi sposate la cifra che sta scritta sopra un sacco, n'è vero? ebbene! che v'importa! è meglio allora su questa cifra un blasone di meno ed un zero di più; avete 7 merli nelle vostre armi, ne darete tre a vostra moglie, e ve ne resteranno ancor quattro.
In fede mia, credo che abbiate ragione, Luciano, rispose con distrazione Alberto.
Eh certamente! d'altra parte è milionario e nobile come un bastardo: cioè, come potrebbe esserlo.
Zitto! non dite questo, Debray, rispose ridendo Beauchamp: poichè ecco qui Château-Renaud che per guarirvi dalla manìa di paradossare su tutto, vi passerebbe a traverso il corpo la spada di Renaud di Montauban, suo avolo.
Egli allora derogherebbe, rispose Luciano, perchè io sono un villano, villanissimo.
Bene! gridò Beauchamp, ecco il ministero che canta da pastore. Eh! come finiremo?
Il signor Château-Renaud! il signor Massimiliano Morrel! disse il cameriere, annunziando i due nuovi convitati.
Il numero è completo! disse Beauchamp, e noi andiamo a far colazione; perchè se non isbaglio, non aspettavate che due persone, Alberto?
Morrel! mormorò Alberto! e chi è costui?
Ma prima che avesse terminato, il signor de Château-Renaud, bel giovine di 30 anni, gentiluomo dalla testa ai piedi, vale a dire, coll'aspetto di un Guiche e lo spirito di un Mortemart, aveva preso Alberto per la mano.
Permettetemi, mio caro, gli diss'egli, di presentarvi il signor Massimiliano Morrel, capitano dei Spahis (specie di cavalieri affricani) mio amico, e di più mio salvatore. Del rimanente egli si presenta abbastanza bene da sè stesso, salutate il mio eroe, visconte.
E si scostò per lasciar vedere questo grande e nobile giovine, dalla fronte larga, dallo sguardo penetrante, dai baffi neri, che i nostri lettori si ricorderanno di aver veduto a Marsiglia in una congiuntura molto più drammatica, e che non avran certo dimenticata. Una ricca uniforme metà francese, e metà orientale, mirabilmente portata, faceva comparire il suo largo petto decorato della croce della legione d'onore, e l'inquadratura svelta delle sue forme.
Il giovine ufficiale s'inchinò con pulita eleganza; Morrel era grazioso in tutti i suoi movimenti perchè era forte.
Signore, disse Alberto con affettuosa cortesia, il barone di Château-Renaud ben sapeva tutto il piacere che mi procurava nel farmi fare la vostra conoscenza. Voi siete uno de' suoi amici, signore; siate ancora uno dei nostri.
Benissimo, disse Château-Renaud, e desiderate, mio caro visconte, che presentandosi l'occasione faccia per voi quel che ha fatto per me.
E che ha dunque fatto? domandò Alberto.
Oh! non è mestieri di parlarne, il signore esagera.
Come! è mestieri di parlarne! la vita non vale la pena che se ne parli?... In vero avete troppa filosofia nelle vostre parole, mio caro Morrel... Andrà bene per voi ch'esponete la vostra vita tutti i giorni, ma per me che l'ho esposta una volta per caso...
Ciò che scorgo di più chiaro in tutto ciò, barone, è che il capitano Morrel vi ha salvata la vita.
Oh! mio Dio! sì, semplicemente, replicò Château-Renaud. E in quale occasione? domandò Beauchamp.
Beauchamp amico mio, sapete ch'io muoio di fame! disse Debray; non andate dunque nelle storie.
Ebbene! ma io, disse Beauchamp, non impedisco che si mettano a tavola... Château-Renaud ci racconterà ciò a tavola.
Signori, disse Morcerf, non sono che le 10 e un quarto, e noi aspettiamo un altro convitato.
Ah! è vero, un diplomatico, riprese Debray.
Un diplomatico, o qualche altra cosa, non so niente: ciò che so, si è che lo incaricai di un'ambasciata per conto mio, da lui disimpegnata con tanta mia soddisfazione che se fossi stato re, lo avrei fatto cavaliere di tutti i miei ordini ad un tempo, ancorchè avessi avuto a mia disposizione il Toson d'Oro e la Giarrettiera.
Allora, dappoichè non si va ancora a tavola, disse Debray, versatevi un altro bicchiere di Xeres come abbiamo fatto noi, e raccontateci la vostra storia, barone.
Voi tutti sapete che mi venne il capriccio di andare in Affrica? Strada tracciatavi dai vostri antenati, mio caro Château-Renaud, disse con galanteria Morcerf.
Sì, ma dubito che non vi sarete andato, com'essi, per liberare il santo sepolcro.
Avete ragione, Beauchamp, disse il giovine aristocratico, fu solo per tirare il mio colpo di pistola come dilettante. Il duello mi ripugna, come voi sapete, da poi che due testimoni, che io aveva scelti per accomodare una contesa, mi costrinsero a rompere un braccio ad uno dei miei migliori amici... eh! per bacco a quel povero Franz d'Épinay, che voi tutti conoscete.
Ah! è vero, vi batteste in allora, molto tempo fa,... ed a proposito di che?
Il diavolo mi porti se me ne ricordo! disse Château-Renaud; ma ciò che mi ricordo perfettamente si è che, avendo vergogna di lasciar dormire un ingegno come il mio, ho voluto provare sugli Arabi delle pistole nuove di cui aveva avuto dono. In conseguenza m'imbarcai per Orano; di lì passai a Costantina, e giunsi precisamente in tempo per veder levare l'assedio. Mi misi in ritirata come gli altri. Per 48 ore sopportai abbastanza bene la pioggia di giorno, e la neve di notte; finalmente nella terza mattina il cavallo morì di freddo. Povera bestia! accostumato alle coperte ed al braciere della scuderia... un cavallo arabo che si è trovato spatriato per aver rinvenuto appena dieci gradi di freddo in Arabia.
Per ciò volevate comprare il mio cavallo inglese, disse Debray; supponendo forse che sopporterebbe il freddo meglio del vostro arabo. Siete in errore, poichè ho fatto voto di non ritornare più in Affrica.
Voi dunque avete avuto paura; domandò Beauchamp.
In fede mia sì, lo confesso, disse Château-Renaud; e ne ho avuto ben d'onde! Il mio cavallo dunque era morto; io faceva la mia ritirata a piedi, sei arabi vennero al galoppo per tagliarmi la testa, ne ammazzai due con due colpi del mio fucile, due colle mie due pistole; ma ne restavano altri due, ed io era disarmato. L'uno mi prese pei capelli, per questo ora li porto corti, non si sa mai ciò che può accadere; l'altro mi circondò il collo col suo yatagan, e già sentiva il freddo acuto del ferro, quando questo signore che vedete, caricò a sua volta sopra di essi, atterrò quello che mi teneva pei capelli con un colpo di pistola, e colla sciabola spiccò la testa a quello che si apparecchiava a tagliarmi la gola. Questo signore si era imposto in quel giorno l'obbligo di salvare un uomo, la combinazione volle che questi foss'io: quando diventerò ricco voglio far fare da Klugmann o da Marochetti una statua che rappresenti l'accaduto.
Sì, disse sorridendo Morrel; era il 5 settembre, cioè l'anniversario del giorno in cui mio padre fu miracolosamente salvato; così, per quanto è in mio potere, celebro tutti gli anni questo giorno con qualche azione.
Eroica, n'è vero? interruppe Château-Renaud; alle corte fui l'eletto, ma qui non sta il tutto. Dopo avermi salvato dal ferro mi salvò dal freddo dandomi, non già una metà del suo mantello come fece, non mi ricordo chi, ma tutto intero. Poi dalla fame, dividendo meco, indovinate un poco che cosa?
Un pasticcio di Felix? chiese Beauchamp.
No, il suo cavallo, di cui mangiammo entrambi un pezzo con grandissimo appetito; sebbene fosse un poco duro...
Il cavallo? domandò ridendo Morcerf.
No, il sacrificio, rispose Château-Renaud. Domandate a Debray se sacrificherebbe il suo cavallo inglese per un estraneo? Per un estraneo, no; per un amico potrebbe darsi, rispose Debray. Ed io pronosticai che sareste divenuto mio amico, signor conte, disse Morrel; d'altra parte ho già avuto l'onore di dirvelo: eroismo o no, sacrificio o no, doveva un olocausto alla cattiva fortuna, in compenso del favore che altravolta ci aveva fatta la buona.
Questa storia a cui Morrel fa allusione, è una bellissima storia che poi vi racconterà un giorno, quando avrete fatto con lui una più estesa conoscenza; per oggi approvvigioniamo lo stomaco, e non la memoria. A che ora fate colazione?
Alle 10 e mezzo.
Precise? domandò Debray cavando l'orologio.
Oh! mi accorderete 5 minuti di tolleranza, disse Morcerf, poichè io pure aspetto un salvatore Di chi?
Di me per bacco! rispose Morcerf. Credete forse che non possa essere salvato come un altro, e che non vi siano che gli Arabi che tagliano la testa? La nostra colazione è una colazione filantropica, ed avremo alla nostra tavola, spero almeno, due benefattori dell'umanità.
E come faremo? disse Debray, non abbiamo che un sol premio Monthyon?
Ebbene! verrà dato a qualcuno che nulla abbia fatto per meritarlo, disse Beauchamp, in questo modo d'ordinario fa l'accademia per togliersi da qualunque impaccio.
E di dove viene? domandò Debray, scusate l'insistenza; avete di già, lo so bene, risposto a questa domanda, ma molto vagamente perchè possa permettermi di potervela fare una seconda volta.
In verità, disse Alberto, non lo so. Quando l'ho invitato, or son tre mesi, era a Roma, ma da quel tempo chi può dire il viaggio che ha fatto?
E lo credete capace di essere esatto?
Lo credo capace di tutto, rispose Morcerf.
Fate attenzione che, compresi i minuti di tolleranza, non ne mancano più che dieci.
Ebbene! ne approfitterò per dirvi una parola sul mio convitato.
Perdono disse Beauchamp: vi sarà materia per un fogliettone in ciò che siete per narrare? Sì, certamente, disse Morcerf, ed anche dei più curiosi. Allora raccontate, poichè vedo bene che non potrò andare alla Camera, e bisogna che ne abbia un compenso.
Io ero a Roma nell'ultimo carnevale.
Questo lo sappiamo di già, disse Beauchamp.
Ma ciò che non sapete si è, che fui rapito dai Briganti.
Non vi sono più briganti, disse Debray.
Ve ne sono, e ve ne sono anche degli orridi, cioè ammirabili, mentre ne ho trovati dei belli ma da far paura.
Vediamo, mio caro Alberto, disse Debray; confessate che il vostro cuoco è in ritardo, che le ostriche non sono ancora giunte da Marennes o da Ostenda, e che a guisa della signora di Maintenon, volete sostituire un racconto ad un piatto. Ditelo, mio caro, siamo abbastanza di buona compagnia per perdonarvelo, e per ascoltare la vostra storia; tuttochè sembri favolosa.
Ed io vi dico, per quanto possa comparir favolosa, che ve la garantisco per vera dal principio alla fine. I briganti adunque mi avevano condotto in un luogo molto tristo, chiamato le Catacombe di San Sebastiano.
Lo conosco, disse Château-Renaud, e per poco non vi presi le febbri.
Ed io ho fatto ancora più; l'ebbi realmente. Mi fu annunziato che ero prigioniero, salvo il riscatto, una bagattella, 4 mila scudi romani, circa 26 mila lire tornesi. Disgraziatamente non ne aveva più che 1,500, era alla fine del mio viaggio, e il mio credito era esausto. Scrissi a Franz. Ah perbacco! Franz era là, e potete chiedergli se mentisco di una virgola; scrissi dunque a Franz che se non giungeva alle 6 del mattino coi 4 mila scudi, alle 6 e 10 minuti sarei passato all'eterna gloria, e Luigi Vampa, questo è il nome del capo dei briganti, vi prego a crederlo, mi avrebbe mantenuta scrupolosamente la sua parola.
Ma Franz sarà giunto coi 4 mila scudi? disse Château-Renaud. Che diavolo! non può trovarsi in impaccio per 4 mila scudi chi porta il nome di Franz d'Épinay o d'Alberto de Morcerf!
No, ma egli giunse solamente, e semplicemente accompagnato dal convitato che vi ho annunziato, e che spero potervi presentare.
E che! è dunque Ercole che uccide Caco questo signore? un Perseo che libera Andromeda?
No, è un uomo in circa della mia corporatura.
Armato fino ai denti? Non aveva neppure un ferro da calzetta. Egli dunque contrattò il vostro riscatto?
Disse due parole all'orecchio del capo ed io fui liberato.
Anzi gli fecero perfino le scuse d'avervi arrestato, disse Beauchamp. Precisamente, rispose Morcerf
Ma che! era dunque l'Ariosto quest'uomo?
No, era semplicemente il conte di Monte-Cristo.
Non v'è nessuno che si chiami così, disse Debray.
Io non credo, soggiunse Château-Renaud colla presenza d'animo dell'uomo che tiene sulla punta delle dita tutte le genealogie delle famiglie nobili dell'Europa; chi è che conosca in alcuna parte un conte di Monte-Cristo?
È forse un qualche casato proveniente dalla Terra Santa, disse Beauchamp, uno dei suoi avi avrà posseduto il Calvario, come i Mortmart il Mar morto.
Perdono, disse Massimiliano, ma io credo di potervi togliere d'impaccio, signori: Monte-Cristo è una piccola isola, di cui ho sovente inteso parlare dai marinari impiegati da mio padre; un grano di sabbia in mezzo al Mediterraneo, un atomo nell'infinito.
Ed è perfettamente ciò, signore, disse Alberto. Ebbene! di questo grano di sabbia, di questo atomo è signore e re colui di cui vi parlo; egli avrà comprato il diploma di conte in qualche parte della Toscana.
È dunque ricco il vostro conte? In fede mia, lo credo! Ma ciò deve vedersi, mi sembra? Ecco ciò che v'inganna, Debray. Io non vi capisco affatto.
Avete letto le Mille e una notte?
Per bacco! bella domanda!
Ebbene! sapete se le persone che vi si vedono sono ricche o povere? se i loro grani di frumento sono rubini o diamanti? essi hanno l'aspetto di miserabili pescatori, n'è vero? voi li trattate come tali, e d'un subito vi aprono qualche caverna misteriosa, e vi trovate un tesoro da comprare le Indie: il mio conte di Monte-Cristo è uno di quei pescatori: ha perfino un nome tolto da quella professione, si chiama Sindbad il marinaro, e possiede una caverna piena d'oro.
L'avete veduta? domandò Beauchamp.
Io no; Franz sì. Ma zitti! non bisogna dire una parola di tutto ciò davanti a lui. Franz vi discese cogli occhi bendati, e fu servito da uomini muti, e da donne, in paragone delle quali Cleopatra non era, a quanto pare che una lorette. Soltanto delle donne egli non è ben sicuro, attesochè esse non apparvero che dopo aver mangiato dell'hatchis; di modo che potrebbe darsi che quelle che ha prese per donne, non fossero state bonariamente che statue.
I giovani amici guardarono Morcerf con uno sguardo che voleva dire: Ma che mio caro, diventate voi insensato, o vi burlate di noi?
In fatto, disse Morrel pensieroso, ho inteso raccontare anch'io da un vecchio marinaro, chiamato Penelon qualche cosa di consimile a ciò che dice il signor di Morcerf.
Ah! fece Alberto, sono ben fortunato che Morrel venga in mio aiuto. Vi dispiace, n'è vero, ch'egli getti un gomitolo di filo nel mio laberinto? Perdonate, mio caro ma ci raccontate cose tanto inverisimili... Ah! per bacco! perchè i vostri ambasciatori, i vostri consoli non ve ne parlano! essi non ne hanno il tempo, hanno troppo da fare nel molestare i loro compatriotti che viaggiano.
Ah! ecco che v'inquietate, e ve la prendete coi nostri poveri diplomatici. Eh! mio Dio! con che volete che vi proteggano? la Camera corrode ogni giorno i loro stipendi, ed ora è al punto di non trovarne più. Volete diventare ambasciatore? vi farò nominare a Costantinopoli.
No, perchè il sultano alla prima nota in favore di Mehemet-Alì, mi manderebbe il cordone, e i miei segretari mi strangolerebbero.
Vedete bene! disse Debray. Sì, tutto ciò non toglie che esiste il mio conte di Monte-Cristo! Per bacco! tutti gli uomini esistono, bel miracolo! Tutti gli uomini esistono, ma non in simili condizioni. Tutti gli uomini non hanno schiavi neri, gallerie principesche, armi alla Casauba, cavalli da 6 mila franchi l'uno, e greche mantenute.
L'avete voi veduta la Greca da lui mantenuta?
Sì, l'ho veduta ed intesa; veduta al teatro Valle, intesa un giorno che facevo colazione dal conte.
Il vostro uomo straordinario dunque mangia?
In fede mia, che mangia! e tanto poco, che non merita la pena di parlarne.
Voi vedrete poi che sarà un vampiro.
Ridete, se volete, questa era l'opinione della contessa G***, che, come voi sapete, ha conosciuto lord Ruthwen.
Ah! buono! disse Beauchamp, ecco per un uomo non giornalista, il simile del famoso serpente di mare del Constitutionel; un vampiro, perfettamente!
Occhio rossiccio, la cui pupilla si dilata e restringe a volontà, disse Debray, volto ad angolo sviluppato, fronte spaziosa, tinta livida, barba nera, denti bianchi ed acuti, compitezza tutta particolare.
Ebbene! precisamente è tutto ciò, Luciano, disse Morcerf, ed i connotati sono riportati a puntino. Sì, compitezza acuta ed incisiva. Quest'uomo spesso mi ha fatto fremere, e particolarmente un giorno, fra gli altri, che guardavamo insieme una esecuzione, ho creduto di essere presso a svenirmi, molto più per vederlo e sentirlo ragionare freddamente su tutti i supplizi della terra, di quella che per guardare il carnefice eseguire il suo ufficio, e sentire le grida del paziente.
E non vi ha condotto fra le rovine del Colosseo per succhiarvi il sangue, Morcerf? disse Beauchamp.
Ovvero dopo avervi liberato non vi ha fatto firmare qualche pergamena color di fuoco, in virtù della quale gli cediate la vostra anima?
Scherzate! scherzate quanto volete, signori! disse Morcerf punto sul vivo. Quando osservo voi altri belli parigini, abituati al baluardo di Gand, passeggiatori del bosco di Boulogne, e mi ricordo di quest'uomo, mi pare che non siamo della stessa specie.
Me ne glorio, disse Beauchamp.
Il vostro conte di Monte-Cristo, soggiunse Château-Renaud, è però sempre un galantuomo nelle ore d'ozio, salvo però le sue piccole intelligenze coi banditi Italiani.
Ma se non vi sono banditi Italiani! soggiunse Debray.
Non vi sono vampiri! disse Beauchamp.
Non esiste il conte di Monte-Cristo! riprese Debray.
Ascoltate, caro Alberto, suonano le dieci e mezzo.
Confessate che avete veduto un fantasma, e andiamo a far colazione, disse Beauchamp.
Ma la vibrazione dell'orologio a pendolo non era ancora estinta, quando la porta si aprì, e Germano annunziò:
Sua Eccellenza il conte di Monte-Cristo!
Tutti gli uditori fecero loro malgrado un movimento che dinotava la preoccupazione da Morcerf infiltrata nelle loro anime col suo racconto. Alberto stesso non potè esimersi da una commozione momentanea. Non era stato inteso nè carrozza sulla strada, nè passi nell'anticamera; la porta stessa si era aperta senza rumore. Il conte comparve sul limitare, vestito colla più grande semplicità, ma il lion più esigente non avrebbe saputo trovarvi la più piccola mancanza. Tutto era di un gusto squisito, tutto usciva dalle mani dei più eleganti fornitori, abiti, cappello, biancheria.
Sembrava avere appena 35 anni, ma ciò che sorprese tutti si fu l'estrema rassomiglianza col ritratto che ne aveva descritto Debray. Il conte si avanzò sorridendo in mezzo al salotto, e andò direttamente da Alberto, che venendogli incontro gli offerse con trasporto la mano. L'esattezza, disse Monte-Cristo, è la gentilezza dei re, per quanto ha preteso, io credo, uno dei vostri sovrani. Ma qualunque sia la loro buona volontà, non è però sempre quella dei viaggiatori. Però io spero, mio caro visconte, che mi scuserete, in grazia della mia buona volontà, i due o tre secondi di ritardo al nostro convegno; 500 leghe non si fanno senza qualche contrattempo, particolarmente in Francia ove è proibito, a quanto sembra, di battere i postiglioni.
Signor conte, rispose Alberto, io era sul punto di annunziare la vostra visita ad alcuni dei miei amici, da me riuniti ad occasione della promessa che mi faceste, e che ho l'onore di presentarvi. Questi signori sono, il conte di Château-Renaud, la cui nobiltà risale a 12 Pari, i cui antenati hanno avuto posto alla tavola rotonda: Luciano Debray, segretario particolare del ministro dell'Interno; Beauchamp, terribile giornalista, il terrore del governo francese, e di cui forse, ad onta dalla sua celebrità non avrete inteso parlare in Italia, atteso che il suo giornale non vi può entrare; finalmente Massimiliano Morrel capitano degli Spahis. A questo nome, il conte, che fino allora aveva salutato cortesemente, ma con una freddezza ed una impassibilità tutta inglese, fe' suo malgrado un passo in avanti, ed una leggera tinta vermiglia passò come un lampo sulle sue pallide guance: Il signore porta l'uniforme dei nuovi vincitori francesi? diss'egli, è una bell'uniforme.
Non sarebbe stato possibile poter dire quale fosse il sentimento che dava alla voce del conte una così profonda vibrazione e che faceva brillare suo malgrado l'occhio tanto bello, tanto sereno e limpido, quando non aveva alcun motivo per velarlo. Voi non avevate mai veduti i nostri affricani, signor conte? disse Alberto. Giammai, replicò il conte, ritornato perfettamente padrone di sè stesso.
Ebbene, signor conte, sotto quest'uniforme batte uno dei cuori più bravi e più nobili dell'esercito...
Oh! signor conte, interruppe Morrel.
Lasciatemi dire, capitano... Non ha guari, continuò Alberto, abbiamo inteso un tratto così eroico del signore, che, quantunque io lo veda oggi per la prima volta, reclamo da lui il favore di potervelo presentare come un mio amico. E sarebbesi potuto anche a queste parole, scorgere nel conte quello strano sguardo di fissazione, quel rossore fuggitivo, e quel leggero tremore della palpebra, che in lui dinotava emozione: Ah il signore ha un cuor nobile, disse il conte; tanto meglio!
Questa specie di esclamazione che corrispondeva piuttosto col pensiero del conte, che col discorso d'Alberto sorprese tutti, ma particolarmente Morrel, che guardò il conte di Monte-Cristo con istupore. Ma in pari tempo il tuono della voce era stato sì dolce e per così dire sì soave, che, per quanto strana fosse apparsa questa esclamazione non v'era ragione in alcun modo d'offendersene.
Perchè dunque ne dubiterebbe egli? disse Beauchamp a Château-Renaud.
In verità, ripose questi, che, coll'abitudine del gran mondo e la chiarezza pel suo colpo d'occhio aristocratico, aveva penetrato in Monte-Cristo tutto ciò che era in lui penetrabile, in verità Alberto non ci ha ingannati, è un personaggio singolare questo conte; che ne dite Morrel?
In fede mia, rispose questi, ha l'occhio franco e la voce simpatica di modo che mi piace ad onta della bizzarra riflessione che ha fatta sul conto mio.
Signore! disse Alberto, Germano m'avvisa che la colazione è all'ordine. Mio caro conte, permettetemi che v'insegni la strada. Passarono silenziosamente nella sala da pranzo, e ciascuno si mise al suo posto.
Signori, disse il conte sedendosi, permettetemi una confessione che sarà la mia scusa per tutte le inconvenienze che potrò commettere: sono forestiere ma forestiere a tal punto che questa è la prima volta che vengo a Parigi. La vita francese mi è dunque perfettamente sconosciuta, non avendo fino ad ora seguita che la sola orientale, la più antipatica alle buone tradizioni parigine. Vi prego dunque a scusarmi se ritroverete in me qualche cosa di troppo turco, o di troppo arabo. Detto ciò, signori, facciamo colazione.
Dal modo come ha detto tutto ciò, mormorò Beauchamp, si conosce che è un gran signore.
Un gran signore straniero, soggiunse Debray.
Un gran signore cosmopolita, disse Château-Renaud.
Ognuno ricorderà che il conte era un convitato sobrio. Alberto ne fece le sue osservazioni, e manifestò il timore che non avesse a dispiacergli la vita parigina fin dal suo bel principio nella parte più materiale, è vero, ma nello stesso tempo più necessaria: Mio caro conte, diss'egli, voi mi vedete colpito da un timore, ed è che la cucina della strada d'Helder non abbia a dispiacervi tanto, quanto quella della piazza di Spagna. Avrei dovuto chiedervi ciò che più vi gusta, o farvi preparare qualche piatto di vostra fantasia.
Se voi mi conosceste di più, rispose sorridendo il conte, non vi preoccupereste di una cosa quasi umiliante per un viaggiatore quale io sono, che ha successivamente vissuto con maccheroni a Napoli, con polenta a Milano, con olla pudrida a Valenza, con riso asciutto a Costantinopoli, con karrick nelle Indie, e con nidi di rondinelle nella China. Non vi è una cucina particolare per un cosmopolita come sono io: mangio di tutto, ed in ogni luogo; solo mangio poco, ed oggi che voi mi rimproverate la mia sobrietà, sono in una delle giornate del mio massimo appetito, perchè da ieri mattina non ho più mangiato.
Come da ieri mattina? esclamarono i convitati, non avete mangiato da 26 ore?
No, rispose il conte, fui obbligato di deviare dalla mia strada per portarmi a Nimes a prendere in quei dintorni alcune informazioni, di modo che era un poco in ritardo; e non ho voluto fermarmi.
Ma avrete mangiato in carrozza? chiese Morcerf.
No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il coraggio di distrarmi, o quando ho fame senza aver volontà di mangiare.
Ma dunque, comandate al sonno? domandò Morrel.
Presso a poco. Avete voi una ricetta per questo?
Infallibile. Ecco ciò che sarebbe eccellente per noi Affricani, che non abbiamo sempre che mangiare, e che difficilmente abbiamo di che bere, disse Morrel.
Sì, disse il conte, disgraziatamente la mia ricetta, buona per un uomo come me, che conduco una vita di eccezione, sarebbe molto pericolosa applicata ad un esercito che non si sveglierebbe più, quando se ne avesse bisogno.
Si può sapere che è questa ricetta? chiese Debray.
Oh! mio Dio! sì, disse il conte, non ne faccio alcun segreto; è un mischio di eccellente oppio che io stesso sono stato a cercare a Canton per esser certo d'averlo puro, e del miglior hatchis che si raccolga in Oriente, cioè fra il Tigri e l'Eufrate. Si riuniscono questi due ingredienti in porzioni eguali, e se ne formano delle specie di pillole che s'inghiottiscono quando uno ne ha bisogno. L'effetto si produce dieci minuti dopo. Domandatene al barone Franz d'Épinay, che credo un giorno ne abbia gustato.
Sì, rispose Morcerf, me ne ha detto qualche parola, ed anzi ne ha conservato grata memoria.
Ma, disse Beauchamp, che nella sua qualità di giornalista era molto incredulo, porterete sempre questa droga con voi?
Sempre, rispose il conte di Monte-Cristo.
Sarei indiscreto se vi domandassi di vedere queste pillole? continuò Beauchamp nella speranza di cogliere lo straniero in fallo.
No, signore, rispose il conte. E cavò di tasca una maravigliosa bomboniera scavata in un solo smeraldo, e chiusa con un fermaglio d'oro, che, aprendosi, dava passaggio ad una pillola di color verdastro della grossezza di un pisello. Questa pillola aveva un odore acre e penetrante; ve ne erano 4, o 5 nella cavità dello smeraldo che ne poteva contenere circa una dozzina.
La bomboniera fece il giro della tavola, ed i convitati se la facevano passare più per esaminare la magnificenza dell'ammirabile smeraldo che per guardare e fiutare le pillole che conteneva. È forse il vostro cuoco che vi prepara questo regalo? domandò Beauchamp.
No, signore, disse il conte di Monte-Cristo; non abbandono in tal modo i miei piaceri reali all'arbitrio di mani indegne; sono abbastanza buon chimico per prepararmi da me stesso queste pillole.
Questo è uno smeraldo ammirabile, ed è il più grosso che abbia mai veduto, quantunque mia madre abbia qualche gioia di famiglia molto notevole, disse Château-Renaud.
Di questi ne aveva tre, soggiunse il conte di Monte-Cristo; uno ne regalai al Gran signore che ne ha adornata la sua sciabola; l'altro a persona che non debbo nominare; il terzo l'ho riserbato per me, e l'ho fatto scavare, la qual cosa gli ha tolto la metà del valore, ma lo ha reso più comodo per l'uso al quale l'ho destinato.
Ciascuno guardò il conte di Monte-Cristo con meraviglia; parlava con tanta semplicità, che faceva conoscere ad evidenza essere vero ciò che diceva, o essere pazzo: ciò non ostante lo smeraldo che rimaneva nelle sue mani faceva piuttosto inclinare a credere la prima supposizione.
E che vi hanno dato in contraccambio le persone cui avete fatti simili doni? chiese Debray.
Il Gran-signore mi concesse la libertà di una donna, rispose il conte; l'altra persona la vita di un uomo. Di modo che per due volte sono stato così possente, come se fossi nato sui gradini di un trono.
E forse fu Peppino che liberaste, n'è vero? gridò Morcerf; a lui forse applicaste il vostro diritto di grazia?
Può darsi, disse Monte-Cristo sorridendo.
signor conte, disse Morcerf, non potete formarvi un'idea del piacere che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi aveva di già annunziato ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle Mille e una Notte, come uno stregone del medio evo; ma i parigini sono persone talmente sottili nei paradossi, che prendono per capricci dell'immaginazione le verità più incontrastabili, quando esse non entrano nelle condizioni della loro giornaliera esistenza. Per esempio, ecco Debray che legge, e Beauchamp che stampa tutti i giorni, essere stato fermato e spogliato sul baluardo qualche membro Jockey-Club in ritardo, che furono assassinate quattro persone sulla strada Saint-Denis o nel sobborgo San-Germano; che sono stati arrestati 4, 10, 20 ladri, sia in un caffè sul baluardo del Tempio, sia alle Terme di Giulio, e negano l'esistenza dei banditi nelle Maremme, nella Campagna Romana, e nelle paludi Pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne prego, signor conte, che sono stato preso da questi banditi, e che, senza la vostra generosa intercessione, io oggi aspetterei, secondo tutte le probabilità, la resurrezione finale nelle catacombe di San Sebastiano, invece di dar loro da colazione nella mia piccola ed indegna casa strada di Helder.
Bah! voi mi avete promesso di non parlarmi più di questa miseria. Non sono io che vi ho fatto questa promessa, signor conte, gridò Morcerf, sarà stato qualche altro cui avete reso un simile servigio, e che ora confondete con me. Parliamone anzi, ve ne prego; perchè se vi risolvete a parlare di questa particolarità, non solo ridirete alcune cose che so, ma molte altre ancora che non so.
Ma mi sembra che in tutto questo affare, soggiunse il conte ridendo, abbiate sostenuto una parte di troppa importanza, per sapere al par di me tutto ciò che è accaduto.
Volete promettermi, che, se dico tutto quel che so, mi direte tutto quello che non so?
È troppo giusto, rispose Monte-Cristo.
Ebbene! soggiunse Morcerf, dovesse il mio amor proprio ancora soffrirne, mi sono creduto per tre giorni l'oggetto delle civetterie di una maschera che aveva presa per discendente delle Tulie, o delle Poppee, nel mentre che ero puramente e semplicemente l'oggetto delle frascherie di una contadina; e notate bene che dico contadina per non dire villana. Ciò che io so si è, che a guisa di un gonzo, più gonzo ancora di colui di cui si parlava non ha guari, ho preso per questa persona un giovine bandito dai 15 ai 16 anni, col mento imberbe, la vita sottile, che al momento in cui voleva emanciparmi fino a depositare un bacio sulla sua casta spalla, mi ha messo le pistole alla gola, e coll'aiuto di altri sette o 8 banditi, mi ha condotto o piuttosto mi ha trascinato nel fondo delle catacombe di San Sebastiano, ove trovai un capo di banditi molto letterato, in fede mia, che leggeva i commentari di Giulio Cesare, e che si è degnato d'interrompere la lettura per dirmi che se la dimane alle 6 del mattino non aveva versati 4 mila scudi nella sua cassa alle sei ed un quarto avrei perfettamente cessato di vivere. La lettera vi è, essa è nelle mani di Franz, firmata da me, con post-scriptum di Mastro Luigi Vampa. Se ne dubitate, scriverò a Franz che farà legalizzare le firme. Ecco ciò che so. Or quello che mi resta a sapere si è, come mai, voi, signor conte, siate giunto ad incutere ai banditi di Roma un sì gran rispetto, ad essi che nulla rispettano. Vi confesso che Franz ed io ne fummo rapiti d'ammirazione.
Niente di più semplice, signore, rispose il conte, io conosceva il famoso Vampa da più di dieci anni. Quand'egli era ancor giovine e pastore, un giorno gli regalai, non mi sovviene ora qual moneta d'oro, perchè m'indicò la strada, ed egli, per non avere niente del mio, mi dette in cambio un pugnale, intagliato colle sue mani, e che voi forse avrete notato nella mia collezione d'armi. Col tempo, sia ch'egli dimenticasse questo ricambio di piccoli regali che doveva mantenere l'amicizia fra di noi, sia che non mi avesse riconosciuto, tentò di arrestarmi; ma io al contrario arrestai lui con una dozzina dei suoi compagni. In allora poteva abbandonarlo alla giustizia romana che è speditiva, e che si sarebbe ancora sollecitata di più a suo riguardo, ma non lo feci; invece lo rimandai con tutti i suoi.
A condizione che non peccassero più, disse il giornalista ridendo. Vedo con piacere ch'essi hanno mantenuta scrupolosamente la parola.
No, signore, rispose Monte-Cristo, a condizione che rispettassero sempre me ed i miei amici.
Alla buon'ora, gridò Château-Renaud, ecco il primo uomo coraggioso che sento predicare lealmente e brutalmente l'egoismo; ciò è bellissimo, bravo! signor conte.
Almeno ciò è molto franco, disse Morrel; ma sono sicuro che il conte non si è pentito di avere una volta mancato a questi principi, che ora ci ha esposti in modo così assoluto.
Ed in qual modo ho mancato ai miei principi, signore? domandò Monte-Cristo che di tempo in tempo non poteva esimersi dal guardare Massimiliano con tanta attenzione, che già due o tre volte l'ardito giovine era stato costretto ad abbassar gli occhi, rimpetto allo sguardo limpido e chiaro del conte.
Mi sembra, rispose Morrel, che liberando il signor di Morcerf che non conoscevate voi servivate al prossimo, ed alla società...
Di cui egli fa il più bell'ornamento, disse con gravità Beauchamp, vuotando in un sol fiato un bicchiere di Champagne.
signor conte, gridò Morcerf, eccovi preso dal ragionamento, voi, uno dei più aspri logici che io conosca. E starete a vedere, che quanto prima vi sarà dimostrato, che in vece d'essere un egoista, siete un filantropo. Ah! voi vi spacciate per Orientale, Levantino, Maltese, Indiano, Chinese, Selvaggio, vi chiamate Monte-Cristo per nome di famiglia, Sindbad il marinaro per nome di battesimo, ed eccovi, che il primo giorno che mettete il piede in Parigi, già possedete il più gran merito, od il più gran difetto della nostra eccentricità parigina, vale a dire vi usurpate i vizi che non avete!
Mio caro visconte, disse Monte-Cristo, non vedo in tutto ciò che ho detto o fatto, una sola parola che possa meritarmi, per parte vostra e di questi signori, l'elogio che ricevo. Voi non mi eravate estraneo, poichè vi avevo data una colazione, vi aveva prestata per otto giorni una carrozza, avevamo veduto insieme passare le maschere pel Corso, e perchè avevamo guardato dalla stessa finestra della piazza del Popolo quella esecuzione che vi fece tanta impressione che quasi sveniste. Ora, lo domando a questi signori, poteva io lasciare il mio ospite nelle mani di quei spaventosi banditi, come voi li chiamate? D'altra parte lo sapete, aveva nel salvarvi un secondo fine, qual era quello di servirmi di voi per introdurmi nella società di Parigi quando fossi venuto a visitare la Francia. Per qualche tempo avete potuto considerare questa risoluzione come un disegno vago ed incerto; ma oggi lo vedete, è una bella e buona realtà, alla quale bisogna che vi sottomettiate, sotto pena di mancare alla vostra parola.
Ed io la manterrò, disse Morcerf, ma temo che presto vi cadrà ogni illusione, mio caro conte, voi, avvezzo ai luoghi pieni d'avventure, agli avvenimenti pittoreschi, ai fantastici orizzonti. Presso noi non vi accadrà il più piccolo episodio di quelli cui la vita fantastica vi ha abituato. Il nostro Chimboraco è Montmartre; il nostro Himalaya è il monte Valérien, il nostro Gran Deserto è la pianura di Grenelle, e vi forano ancora un pozzo artesiano perchè le carovane vi trovino dell'acqua. Noi abbiamo dei ladri ed anche molti, quantunque non ve ne siano tanti quanti si dice; ma essi temono egualmente la più piccola spia come il più gran signore; finalmente la Francia è un paese così prosaico, e Parigi una città tanto incivilita, che non troverete, cercando ancora per tutti gli 85 nostri dipartimenti (dico 85 dipartimenti, perchè, ben inteso eccettuo la Corsica dalla Francia) che non troverete una sola montagna in cui non vi sia un telegrafo, la più piccola grotta un poco oscura nella quale un commissario di polizia non abbia fatto porre un becco a gas. Non vi è dunque che un solo servigio che posso rendervi, mio caro conte, e per questo mi metto interamente a vostra disposizione; ed è di presentarvi ovunque, e farvi presentare dai miei amici; abbenchè voi per questo non abbiate bisogno d'alcuno: col vostro nome, la vostra fortuna, ed il vostro spirito (Monte-Cristo s'inchinò con un sorriso leggermente ironico), ognuno si presenta ovunque da sè stesso, ed ovunque è ben ricevuto. In realtà adunque non posso essere buono per voi che ad una cosa sola: se l'abitudine della vita parigina, se la esperienza dei nostri comodi, se la conoscenza dei nostri bazar possono raccomandarmi a voi mi metto a vostra disposizione per ritrovarvi una conveniente abitazione. Non oso proporvi di farvi parte del mio alloggio, come ho partecipato del vostro a Roma, non professo l'egoismo ma sono egoista per eccellenza; perchè il mio alloggio non potrebbe contenere oltre me neppure un'ombra.... a meno che non fosse quella di una donna.
Ah! fece il conte, ecco una riserva del tutto matrimoniale; voi infatto a Roma mi avete detto qualche parola di un matrimonio in trattativa; debbo congratularmi sulla vostra prossima felicità?
La cosa è sempre allo stato di disegno, signor Conte.
E chi dice disegno, soggiunse Debray, vuol dire eventualità. No, no, disse Morcerf; mio padre vi ha dell'impegno, e spero fra poco di presentarvi se non mia moglie, almeno la mia fidanzata in madamigella Eugenia Danglars.
Eugenia Danglars! riprese Monte-Cristo; aspettate dunque; suo padre non è il Conte Danglars? Sì rispose Morcerf; ma conte di nuova formazione. Oh! che importa! rispose Monte-Cristo, s'egli ha reso allo stato dei servigi che gli abbiano meritata questa distinzione.
Servigi enormi, disse Beauchamp. Quantunque liberale nell'anima, nel 1829, completò un prestito di sei milioni a Carlo Decimo che lo ha, sulla mia fede, fatto conte e cavaliere della legione d'onore, di modo che egli porta la decorazione non al taschino del giubbetto, come si potrebbe credere, ma bell'e bene all'occhiello dell'abito.
Ah! disse Morcerf ridendo, Beauchamp, riserbate questi frizzi per inserirli sul Corsaire o sul Charivari; ma in mia presenza risparmiate il mio futuro suocero. Quindi volgendosi a Monte-Cristo: Ma voi poco fa ne pronunciaste il nome come se conosceste il conte?
Non lo conosco, disse negligentemente Monte-Cristo, ma probabilmente non tarderò molto a fare la sua conoscenza, atteso che ho dei crediti aperti su lui dalla casa Richard e Blount di Londra, Arstein e Esheles di Vienna, Thomson e French di Roma. Pronunciando questi due ultimi nomi, Monte-Cristo guardò colla coda dell'occhio Massimiliano Morrel. Se lo straniero aveva calcolato di produrre dell'effetto sopra Massimiliano Morrel, non s'era ingannato. Massimiliano si commosse come se avesse ricevuta una scossa elettrica. Thomson e French! diss'egli, conoscete questa casa signore? Sono i miei banchieri nella capitale del mondo cristiano, rispose tranquillamente il conte: posso esservi giovevole con essi? Ah! signore, voi potreste aiutarmi forse in certe ricerche, che fino ad oggi sono state infruttuose. In altro tempo questa casa ha reso un grandissimo servigio alla nostra, e non so perchè, essa ha sempre negato di avercelo reso. Sono ai vostri comandi, rispose Monte-Cristo inchinandosi. Ma noi, disse Morcerf, ci siamo allontanati in modo particolare ed a proposito di Danglars dall'argomento della conversazione. Si trattava di ritrovare una casa conveniente al conte di Monte-Cristo. Andiamo signori, orizzontiamoci per averne un'idea: ove alloggeremo questo nuovo ospite del gran Parigi?
Nel sobborgo San Germano, disse Château-Renaud; là il signore ritroverà una graziosa abitazione posta fra il cortile ed il giardino.
Bah! Château-Renaud, disse Debray, voi non conoscete che il vostro tristo ed ammuffito sobborgo San Germano; non lo ascoltate, signor conte, alloggiate Chaussée-d'Antin, è il vero centro di Parigi.
Baluardo dell'Opera, disse Beauchamp; al primo piano, una casa con ringhiera; il signor conte vi farà portare dei cuscini di broccato d'argento, e vedrà, fumando la sua pipa turca, o inghiottendo le sue pillole, tutta la capitale sfilare sotto i suoi occhi.
E voi, disse Château-Renaud, voi signor Morrel non avete alcuna idea? nulla proponete.
Anzi, disse il giovine militare, al contrario, ne ho una, ma aspettava che il signore si fosse lasciato tentare da qualcuna delle brillanti proposizioni che gli sono state fatte. Ora, non avendo egli risposto, credo potergli offrire un appartamento in una casa piccola ma graziosa, tutta alla Pompadour, che mia sorella ha preso in fitto da circa un anno nella strada Meslay.
Voi avete una sorella? domandò Monte-Cristo.
Sì, signore, ed una eccellente sorella.
Maritata? Ben presto saranno 9 anni.
E felice? domandò di nuovo il conte.
Tanto felice, quanto è permesso d'esserlo a creatura umana, rispose Massimiliano. Ella sposò l'uomo che amava, quello che ci rimase fedele nella nostra avversa fortuna, Emmanuele Herbaut. Monte-Cristo sorrise impercettibilmente. Io abito là durante il mio semestre, continuò Massimiliano, e di unita a mio cognato Emmanuele noi saremo a disposizione del signor conte per tutte quelle informazioni che potesse desiderare.
Un momento, gridò Alberto prima che Monte-Cristo avesse avuto il tempo di rispondere; ponete mente a ciò che fate, volete rinchiudere un viaggiatore, come Sindbad il marinaro, nella vita di famiglia. Un uomo che è venuto a vedere Parigi, volete farlo diventare un patriarca?
Oh! no, rispose Morrel sorridendo, mia sorella ha 25 anni, mio cognato 30: sono giovani, allegri, e felici; d'altra parte il signor conte avrà il proprio appartamento, e non incontrerà gli ospiti che quando gli piacerà di scendere da loro.
Grazie, signore, grazie, disse Monte-Cristo, mi contenterò di essere da voi presentato a vostra sorella ed a vostro cognato, se volete farmi questo onore: ma non posso accettare le offerte di nessuno di questi signori, attesochè ho già la mia abitazione preparata.
Come! gridò Morcerf, voi andate a smontare ad una locanda? sarebbe troppo disdicevole per voi.
Ma stava io forse tanto male a Roma? domandò Monte-Cristo.
Per bacco! a Roma, disse Morcerf, avevate speso 50 mila scudi per farvi ammobiliare un appartamento, e presumo che non sarete tutti i giorni disposto ad una simile spesa.
Non è ciò che mi ha trattenuto, rispose Monte-Cristo; aveva stabilito d'avere una casa a Parigi, intendo una casa mia. Ho mandato avanti il mio cameriere, ed a quest'ora deve già averla comprata, e fatta ammobiliare.
Ma diteci dunque, che avete un cameriere che conosce Parigi, gridò Beauchamp.
È la prima volta, signore, ch'egli, come me viene in Francia, è moro, e non parla, disse Monte-Cristo. Allora è Alì? domandò Alberto in mezzo alla sorpresa generale.
Sì, è Alì, egli stesso, il mio Nubiese, il mio Moro, che voi, cred'io, avete veduto a Roma.
Sì, certamente, rispose Morcerf, me lo ricordo benissimo.
Ma come mai avete voi incaricato uno della Nubia di comprarvi una casa a Parigi, e un muto di farvela ammobiliare? Il povero disgraziato avrà fatte tutte le cose di traverso.
Disingannatevi, signore, anzi sono certo che avrà scelto ogni cosa a seconda del mio gusto; poichè voi sapete che il mio gusto non è quello di tutti; è giunto or sono otto giorni, avrà percorsa tutta la città con quell'istinto naturale che userebbe un bravo cane da caccia che andasse cacciando da sè solo; egli conosce i miei capricci, le mie fantasie, i miei bisogni; avrà ordinato tutto a modo mio; sapeva che sarei arrivato qui alle dieci; fin dalle 9 mi aspettava alla barriera di Fontainebleau. Mi ha consegnato questo biglietto, che è il mio nuovo indirizzo: prendete e leggete.
Campi-Elisi n. 30, lesse Morcerf.
Ah! è veramente originale! non potè far di meno di dire Beauchamp. E grandemente principesca! aggiunse Château-Renaud. Come, voi non conoscete la vostra casa? domandò Debray. No, disse Monte-Cristo. Vi dissi già che non voleva tardare al convegno. Feci la mia toletta in carrozza, e sono venuto a discendere alla porta del visconte.
I giovani si guardarono l'un l'altro; essi non sapevano se Monte-Cristo avesse voluto rappresentare una commedia; ma tutto ciò che usciva dalla bocca di quest'uomo, aveva, non ostante la sua originalità, una tale impronta di semplicità, che non potevasi supporre ch'egli avesse dovuto mentire. D'altra parte, perchè avrebbe egli mentito? Bisognerà dunque contentarsi di rendere al signor conte, disse Beauchamp, tutti quei piccoli servigi che saranno in nostro potere. Io, nella mia qualità di giornalista, gli apro tutti i teatri di Parigi. Grazie, signore, disse sorridendo Monte-Cristo, il mio intendente ha di già ricevuto l'ordine di prendere in fitto un palco in ciascuno d'essi. E il vostro intendente è pure uno della Nubia, un muto? domandò Debray.
No, signore, egli è semplicemente un vostro compatriotta, se pure un Corso è compatriotta di qualcuno; ma voi lo conoscete, signor de Morcerf.
Sarebbe egli per caso quel bravo Bertuccio, che è così esperto a prendere in fitto le finestre?
Precisamente, e voi lo avete veduto da me, quel giorno ch'ebbi l'onore di avervi a colazione meco. È un bravissimo uomo, che è stato un po' soldato, un po' contrabbandiere, un po' infine di tutto ciò che si può essere. Non giurerei neppure che non abbia avuto qualche intrigo colla polizia, per una miseria, qualche cosa di consimile ad un colpo di coltello.
Ed avete scelto quest'onesto cittadino del mondo, per vostro intendente, signor conte? disse Debray; e quanto vi ruba ogni anno?
Ebbene! parola d'onore! disse il conte, niente più di un altro, ne sono sicuro; ma mi conviene, non conosce l'impossibilità, ed io lo tengo.
Allora, disse Château-Renaud, eccovi con una casa montata; voi avete un'abitazione ai Campi-Elisi, domestico, intendente: non vi manca più che una moglie.
Alberto sorrise: pensava alla bella Greca veduta nel palco del conte al teatro Valle, e al teatro Argentina.
Da lungo tempo erano passati alle frutta, ed ai sigari.
Mio caro, disse Debray alzandosi, sono le due e mezzo, il vostro convito è grazioso, ma non vi è buona compagnia che non si sia obbligati di lasciare, e qualche volta ancora per una cattiva; bisogna che ritorni al ministero. Parlerò del conte al ministero, e bisognerà bene che sappiamo chi sia.
Astenetevene, disse Morcerf, i più maligni vi hanno rinunciato.
Bah! noi abbiamo tre milioni, per la nostra polizia; è vero che sono quasi sempre spesi prima; ma non importa: resterà ben sempre un 50mila franchi da impiegarsi in questo.
E quando saprete chi è, me lo direte?
Ve lo prometto. A rivederci, Alberto. Signori, servo umilissimo. Ed uscendo, Debray gridò ad alta voce:
Fate avanzare. Buono, disse Beauchamp ad Alberto, io non andrò alla camera, ma avrò ad offrire ai miei lettori molto di meglio che un discorso del signor Danglars.
Di grazia, Beauchamp, disse Morcerf, neppure una parola, ve ne supplico; non mi togliete il merito di presentarlo, e di spiegarlo. N'è vero ch'egli è curioso?
Anche molto meglio che ciò, rispose Château-Renaud, egli è veramente uno degli uomini più straordinari che abbia mai veduto in vita mia. Venite Morrel?
Solo il tempo di dare il mio biglietto al signor conte, che vorrà promettermi di venire a farci una visita, strada Meslay n. 14.
State sicuro che non mancherò, signore, disse inchinandosi il conte. E Massimiliano Morrel uscì col barone di Château-Renaud, lasciando Monte-Cristo solo con Morcerf.
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Capitolo 40. LA PRESENTAZIONE.
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Quando Alberto si trovò da solo a solo con Monte-Cristo:
signor conte, gli disse, permettetemi di dar principio al mio ufficio di cicerone col darvi la descrizione dell'appartamento di uno scapolo. Abituato ai palazzi d'Italia, non sarà piccolo studio per voi il calcolare in quanti piedi quadrati può vivere un giovine che passa per non essere male alloggiato. Passando noi da una camera all'altra apriremo le finestre, perchè possiate respirare.
Monte-Cristo conosceva già il salotto, e la camera da pranzo del piano terreno. Alberto lo condusse da prima nel suo studio, ciascuno si ricorderà che questa era la stanza di predilezione d'Alberto.
Monte-Cristo era un valente conoscitore di tutte le cose che Alberto aveva ammassate in questa stanza; antichi scrigni, porcellane del Giappone, stoffe d'Oriente, specchi di Venezia, armi di tutti i paesi del mondo, ogni cosa gli era famigliare, e al primo colpo d'occhio riconosceva il secolo, il paese, l'origine. Morcerf erasi creduto di dover tutto spiegare, ed al contrario egli faceva sotto la direzione del conte un corso completo di archeologia, mineralogia, e storia naturale. Discesero quindi al primo piano. Alberto introdusse il suo ospite nella camera di ricevimento, tappezzata di capi d'opera dei moderni pittori. V'erano paesaggi di Dupré dai lunghi canneti, dagli alberi slanciati, dalle vacche che pascolavano sotto un cielo maraviglioso; cavalieri arabi di Delacroix coi lunghi burnous bianchi, coi cinti brillantati, colle armi damaschine, i cavalli de' quali mordevansi con rabbia, mentre che gli uomini si laceravano colla mazza di ferro; v'erano acquarelli di Boulanger, che rappresentavano tutti Nostra-donna di Parigi con quel vigore che rende il pittore emulo del poeta; quadri di Diaz che fa i fiori più belli dei fiori, il sole più brillante del sole; disegni di Dechamp tanto coloriti quanto quelli di Salvator Rosa, ma più poetici; quadri a pastello di Giraud e di Müller che rappresentavano fanciulli colle teste da angeli, e le donne colle sembianze di vergini; abbozzi tolti dall'album di Dauzats nel suo viaggio in Oriente, fatti colla matita in pochi secondi stando o sulla sella di un cammello, o sulla cupola di una moschea; finalmente tutto ciò che l'arte moderna può dare in cambio ed in compenso dell'arte perduta e svanita coi secoli passati.
Alberto supponeva di potere almeno questa volta mostrare qualche cosa di nuovo al suo strano viaggiatore; ma con sua grande sorpresa, questi, senza aver bisogno di guardare le sottoscrizioni, di cui alcune erano segnate soltanto colle iniziali, a ciascun'opera assegnava il nome dell'autore, e in modo tale che era facile accorgersi che, non solo gli erano noti i nomi di questi autori, ma che le loro opere erano state studiate ed apprezzate giustamente da lui.
Da questa camera si passò a quella da dormire. Questa era un modello di eleganza ad un tempo e di gusto severo: là non v'era che un sol ritratto; ma segnato col nome di Leopoldo Robert, risplendente in una cornice d'oro massiccio.
Questo quadro attirò subito l'attenzione del conte, perchè fece tosto tre passi rapidi ed andò a fermarsi davanti ad esso. Era quello di una donna giovane da 25 a 26 anni, con colorito bianco, sguardo acuto, velato sotto una palpebra languente; essa portava il costume pittoresco delle pescatrici catalane colla giubba rossa e nera, e gli spilli faccettati nei capelli guardava il mare, e l'elegante profilo si staccava sopra il doppio azzurro delle onde e del cielo.
La luce della camera era oscura, senza di che Alberto sarebbesi accorto del pallore livido che si era sparso sulle guance del conte, ed avrebbe scoperto il fremito convulso che gli sfiorò le spalle ed il petto.
Vi fu un momento di silenzio, nel quale Monte-Cristo restò fisso coll'occhio sulla pittura.
Voi avete qui una bella amica, visconte, disse Monte-Cristo con una voce perfettamente tranquilla; e questo costume, certamente costume di ballo, le sta a meraviglia.
Ah! signore, ecco uno sbaglio ch'io non vi perdonerei, se vicino a questo ritratto voi ne aveste veduto qualche altro. Voi non conoscete mia madre, signore; è lei che vedete in questo quadro; essa si fece ritrattare così saranno sette o 8 anni. Questo costume è di fantasia, a quanto pare, e la rassomiglianza è tanto grande, che mi pare sempre di vedere mia madre tale quale era nel 1830. La contessa fece fare questo ritratto in assenza del conte. Senza dubbio credeva di preparargli una dolce sorpresa pel ritorno; ma, cosa bizzarra, questo ritratto dispiacque a mio padre; ed il merito della pittura, che come vedete è una delle più belle opere di Leopoldo Robert, non potè vincerla sulla sua antipatia. È vero, sia detto fra noi, mio caro signor conte, che mio padre è uno dei pari più assidui al Lussemburgo, un generale rinomato per la teoria, ma è un conoscitore di arti dei più mediocri; non è lo stesso però di mia madre, che dipinge in modo notevole, e che, stimando troppo questo lavoro per separarsene del tutto, l'ha regalato a me, perchè qui fosse meno esposto a dispiacere al signor Morcerf, di cui vi farò vedere a suo tempo il ritratto dipinto da Gros. Perdonatemi se vi parlo in tal guisa di cose intime di famiglia; ma siccome avrò l'onore di presentarvi fra momenti al conte, vi dico tutto ciò, perchè non vi avesse a sfuggire qualche elogio di questo quadro in sua presenza. Del rimanente però, ha una trista influenza; è difficile che mia madre venga in camera mia senza fermarsi a contemplarlo, e più difficile ancora che lo contempli senza piangere. La nube che portò questa pittura in famiglia, è del resto la sola che sia insorta fra il conte e la contessa, che, sebbene maritati da più di 20 anni, sono uniti come se fosse il primo giorno.
Monte-Cristo vibrò una rapida occhiata sur Alberto, come per cercare un fine nascosto alle sue parole, ma apparve evidente che il giovine le aveva pronunciate con tutta semplicità.
Ora, disse Alberto, avete veduto tutte le mie ricchezze, signor conte, permettetemi di offrirvele, per quanto sieno indegne di voi; consideratevi come in casa vostra, e per mettervi ancora a maggior comodo vostro, abbiate la bontà di accompagnarmi dal signor de Morcerf, al quale scrissi da Roma il servigio che mi avete reso, e cui ho annunziata la visita che mi avevate promessa, e, posso assicurarvene, il conte e la contessa aspettano con impazienza che loro sia permesso di ringraziarvene; siete un poco singolare in tutte le cose, lo so, signor conte, e forse le scene di famiglia non hanno molta azione su Sindbad il marinaro: avete vedute tante scene! Frattanto però accettate ciò che vi propongo come iniziativa alla vita parigina, vita di cortesie, di visite e di presentazioni.
Monte-Cristo s'inchinò senza rispondere: egli accettò la proposta senza entusiasmo e senza rincrescimento, come una di quelle convenienze sociali, di cui ciascun uomo, come si deve, si fa un dovere. Alberto chiamò il cameriere, e gli ordinò d'andare a prevenire il signor e la signora de Morcerf del prossimo arrivo del conte di Monte-Cristo.
Alberto lo seguì col conte. Giungendo nell'anticamera del conte, vedevasi, al di sopra della porta che metteva nel salotto, uno scudo, che dai ricchi fregi che lo circondavano, e dall'armonia cogli arredi della stanza, scorgevasi in quanto conto fosse tenuto.
Monte-Cristo si fermò davanti a questo blasone e lo esaminò con attenzione. Sette merli d'oro a stormo, in campo azzurro. Questa senza dubbio è l'arme della vostra famiglia, domandò egli. Facendo astrazione dai pezzi del blasone che mi permettono di decifrarla, sono molto ignorante in materia araldica; io conte per caso, fatto in Toscana per aver fondata una commenda di Santo-Stefano, e che mi sarei contentato d'essere semplicemente un gran signore, se non mi fosse più volte ripetuto, che per uno che viaggia molto, un titolo è cosa necessaria. E di fatto il portare un'arme allo sportello della carrozza è cosa molto utile, non foss'altro che per non essere visitati dai doganieri. Scusatemi dunque se vi ho fatta questa domanda.
Essa non è punto indiscreta, disse Morcerf colla semplicità della convinzione, e avete colto nel vero: queste sono le nostre armi, vale a dire, quelle del capo della famiglia, di mio padre; ma esse, come vedete, sono inquartate con un altro scudo, che è composto di gole con torri d'argento e che proviene dal capo della famiglia di mia madre. Dal lato di donna io sono spagnuolo, ma la famiglia Morcerf è francese, a quanto ho inteso dire, è ancora una delle più antiche del mezzodì della Francia.
Sì, rispose Monte-Cristo, è quello che viene indicato dai merli. Quasi tutti i pellegrini armati che tentarono o fecero la conquista della terra santa, presero per loro armi, o croci, simbolo della missione alla quale si erano astretti con voto, o uccelli di passaggio, simbolo del lungo viaggio che imprendevano, e supponendo ancora che non fosse che a tempo di San Luigi; ciò nonostante vi fa risalire al Tredicesimo secolo, il che è ancora bello.
Ciò è possibile, disse Morcerf; in un angolo del gabinetto di mio padre vi è un albero genealogico che ci dirà questo, sul quale in altri tempi io aveva scritto dei commentari, che avrebbero edificato d'Hozier e Jaucourt. Ora non ci penso più, e ciò non ostante vi dirò, signor conte, e questo rientra nelle mie attribuzioni di cicerone, che già cominciano di nuovo ad occuparsi di queste cose, sotto il nostro governo popolare.
Ebbene! allora il vostro governo dovrebbe scegliere nel suo passato qualche cosa di meglio che quelle due tavole che ho vedute sui vostri monumenti, e che non hanno alcun senso araldico. Quanto a voi, visconte, riprese Monte-Cristo ritornando a Morcerf; voi siete più fortunato del vostro governo, perchè le vostre armi sono veramente belle, e parlano all'immaginazione. Sì, voi siete ad un tempo della Provenza e della Spagna; e ciò mi spiega, (se il ritratto che mi avete mostrato è rassomigliante) il color bruno che tanto ammirai sul viso della nobile catalana. Avrebbe bisognato essere Edipo, o lo stesso sfinge per indovinare l'ironia che mise il conte in queste parole, coperte in apparenza dalla maggior gentilezza: per cui Morcerf lo ringraziò con un sorriso, e, passando il primo, per insegnargli la strada, spinse la porta che, come si disse, metteva nel salotto di ricevimento. Nel luogo più esposto di questo salotto si vedeva egualmente un ritratto; era quello di un uomo dai 35, ai 40 anni, vestito coll'uniforme di ufficiale generale, portando la doppia spallina particolare ai gradi superiori; la decorazione della legion d'onore al collo, il che indicava esser egli commendatore, e sul petto a dritta la placca di grande ufficiale dell'ordine del Salvatore, a sinistra quella di gran-croce dell'ordine di Carlo III, ciò che indicava che la persona rappresentata da questo ritratto aveva fatto le guerre di Grecia e di Spagna, o ciò che torna perfettamente lo stesso in materia di decorazioni, avere adempita qualche missione diplomatica nei due paesi.
Monte-Cristo era occupato a guardare questo ritratto con non minore premura di quel che aveva fatto l'altro, allorchè la porta laterale si aprì, ed egli trovossi in faccia al conte di Morcerf in persona.
Era un uomo fra i 40 ai 45 anni, ma che ne dimostrava almeno 50, i cui baffi e sopraccigli nerissimi spiccavano stranamente coi capelli quasi bianchi tagliati corti a spazzola giusta l'uso militare. Era vestito da borghese, e portava all'occhiello un nastro le cui strisce a diversi colori indicavano i vari ordini di cui era decorato. Quest'uomo entrò con passo nobile, ma con una specie di fretta, Monte-Cristo l'osservò inoltrarsi senza muover passo; si sarebbe detto che i piedi erano inchiodati al pavimento, come gli occhi sul viso del conte.
Padre mio, disse il giovine, ho l'onore di presentarvi il signor conte di Monte-Cristo, quel generoso amico che ho avuto la fortuna d'incontrare nelle difficili congiunture che sapete.
Signore, voi siete il ben venuto fra noi, disse il conte di Morcerf salutando Monte-Cristo con un sorriso, nel salvare alla mia famiglia l'unico suo erede, avete reso alla nostra casa un servigio che vi merita la nostra eterna riconoscenza. Dicendo queste parole il conte di Morcerf indicava una seggiola a bracciuoli a Monte-Cristo, nel medesimo tempo ch'egli stesso si sedeva in faccia alla finestra.
Quanto a Monte-Cristo, prendendo la seggiola indicata dal conte di Morcerf, si situò in modo da rimanere nascosto nell'ombra delle grandi tende di velluto, ed a leggere di là sui tratti impressi dalle fatiche e dalle cure del conte, scritte in ciascuna ruga venuta innanzi tempo.
La contessa, disse Morcerf, era alla toletta, allorchè il visconte l'ha fatta prevenire della visita che avrebbe avuto l'onore di ricevere; ella sta per discendere, e fra dieci minuti sarà in salotto.
È molto onore per me, disse Monte-Cristo, di essere messo in rapporto, fin dal primo giorno in cui sono in Parigi, con un uomo il cui merito è eguale alla riputazione, e pel quale la fortuna giusta questa volta, non ha commesso errore: ma non ha essa ancora nelle pianure di Mitidia o nelle montagne dell'Atlante, un bastone da Maresciallo da offrirvi?
Oh! replicò Morcerf arrossendo alcun poco, io ho lasciato il servizio, signore. Nominato pari sotto la restaurazione, era nella prima campagna, e serviva sotto gli ordini del maresciallo Bourmont; potea dunque pretendere un comando superiore, e chi sa ciò che sarebbe accaduto, se la dinastia primogenita rimaneva sul trono? Ma la rivoluzione di luglio, a quanto sembra, era abbastanza gloriosa per potersi permettere d'essere ingrata; ella lo fu per tutti i servigi che non portavano la data del periodo imperiale; chiesi dunque la dimissione, perchè, quando uno ha guadagnato come me, le spalline sul campo di battaglia, non sa egualmente manovrare sul terreno sdrucciolevole delle sale. Ho lasciata la spada, e mi sono ingolfato nella politica; mi dedico all'industria e studio le arti utili. Nei vent'anni che sono rimasto al servizio ne aveva il desiderio, ma non ne aveva avuto il tempo.
Sono queste idee che portano la superiorità della vostra nazione sugli altri paesi, signore, rispose Monte-Cristo. Gentiluomo uscito da una gran famiglia, possedendo una bella fortuna, avete sulle prime voluto acquistarvi i primi gradi come oscuro soldato, la qual cosa è molto rara; quindi divenuto generale, pari di Francia, commendatore della legion d'onore, acconsentite ad incominciare un secondo noviziato, senz'altra ricompensa che quella d'essere un giorno utile ai vostri simili... Ah! signore, ecco quello che può veramente dirsi bello; dirò anche più, sublime.
Alberto guardava ed ascoltava Monte-Cristo con meraviglia: egli non era avvezzo a vederlo alzarsi a simili idee d'entusiasmo. Ahimè! continuò lo straniero, senza dubbio per far disparire l'impercettibile nube che era passata sulla fronte di Morcerf, noi non facciamo così in Italia, cresciamo secondo la nostra razza e la nostra specie, e conserviamo la stessa corteccia, la stessa dimensione, e dirò ancora la stessa inutilità per tutta la vita.
Ma, signore, per un uomo del vostro merito, l'Italia non può essere sua patria, e la Francia vi apre le braccia: corrispondete alla sua chiamata, la Francia forse non sarà ingrata con tutti; essa è accostumata ad accogliere generosamente gli stranieri.
Eh! padre mio, si vede bene che non conoscete il conte di Monte-Cristo. Le sue soddisfazioni sono al di fuori di questo mondo; egli non aspira agli onori, e ne prende soltanto quanti ne possono stare sul suo passaporto.
Ecco l'espressione più giusta che abbia mai inteso sul conto mio; rispose lo straniero.
Il signore è stato padrone del suo avvenire: ecco perchè ha scelto un sentiero di fiori, disse sospirando de Morcerf.
Precisamente, signore, replicò Monte-Cristo con uno di quei sorrisi che un pittore non potrà mai riprodurre, e che un fisiologo sarebbe disperato ad analizzare.
Se non avessi avuto timore di stancare il signor conte, disse il generale evidentemente lusingato dalle parole di Monte-Cristo, lo avrei condotto alla Camera; oggi vi è una seduta curiosa per chi non conosce i nostri moderni senatori.
Vi sarò molto riconoscente se vorrete rinnovarmi questa offerta un'altra volta; ma oggi sono stato lusingato dalla speranza di essere presentato alla signora contessa, ed aspetterò.
Ah! ecco appunto mia madre, gridò Alberto.
Di fatto Monte-Cristo rivolgendosi velocemente vide la signora de Morcerf sul limitare della porta opposta a quella per cui era entrato il marito; immobile e pallida; ella, tosto che Monte-Cristo si volse dalla sua parte, lasciò cadere il braccio che, non si sa perchè, s'era appoggiato sulla maniglia dorata; stava là, da qualche secondo, ed aveva inteso le ultime parole pronunciate dal viaggiatore oltramontano. Questi si alzò e salutò profondamente la contessa, che s'inchinò anch'essa, muta e cerimoniosa.
Eh! mio Dio! signora che avete? domandò il conte, sarebbe forse il calore di questo salotto che vi fa male?
State poco bene, madre mia? gridò il visconte lanciandosi incontro a Mercedès. Essa li ringraziò entrambi con un sorriso. No, diss'ella, ma io ho provata una certa emozione nel vedere per la prima volta colui, senza l'aiuto del quale ora saremmo immersi nelle lagrime, e nel lutto. Signore, continuò la contessa avanzandosi colla maestà di una regina, vi debbo la vita di mio figlio, e per questo benefizio vi benedico. Ora vi sono grata del piacere che mi procurate offrendomi l'occasione di ringraziarvi come vi ho benedetto, cioè con tutto il cuore.
Il conte s'inchinò, ma più profondamente della prima volta; egli era ancora più pallido di Mercedès.
Signora, diss'egli, il signor conte e voi mi ringraziate troppo esuberantemente di un'azione semplicissima. Salvare un uomo, risparmiare un tormento al padre, economizzare la sensibilità di una donna, ciò non chiamasi fare un'opera buona, ma fare un atto di umanità.
A queste parole pronunciate con dolcezza, e con isquisita gentilezza, la signora de Morcerf rispose con accento profondo:
È una fortuna per mio figlio, l'avervi per amico, e ringrazio Dio che ha in tal modo disposte le cose. E Mercedès alzò gli occhi al cielo con una gratitudine così infinita, che il conte credè vedervi tremolare due lagrime.
Il signor de Morcerf si avvicinò a lei:
Signora, ho già fatto le mie scuse al signor conte per essere obbligato a lasciarlo: vi prego di rinnovarle. La seduta si è aperta alle due, ora sono le tre, ed io sono obbligato a parlare.
Andate, signore, cercherò di fare dimenticare la vostra assenza al nostro ospite, disse la contessa collo stesso accento di sensibilità; il signor conte, proseguì la contessa volgendosi a Monte-Cristo, vorrà egli farci la grazia di passare il resto del giorno con noi?
Grazie, signora, sono, credetelo, riconoscente nel modo più grande alla vostra offerta; ma questa mattina sono disceso dalla carrozza da viaggio alla vostra porta. Non so come sia installato a Parigi, dove, appena mi è noto. È una inquietezza leggera, lo so, non per tanto è da considerarsi.
Avremo questo piacere un'altra volta almeno, ce lo promettete? domandò la contessa.
Monte-Cristo s'inchinò senza rispondere, ma il gesto poteva passare per un consenso. Allora io non vi trattengo, signore, disse la contessa, poichè non voglio che la mia riconoscenza divenga o una importunità, o una indiscretezza.
Mio caro conte, disse Alberto, se lo volete, cercherò di corrispondere alla vostra graziosa cortesia di Roma col mettere là una carrozza a vostra disposizione, fino a che abbiate avuto il tempo di provvedervi del vostro equipaggio.
Mille grazie alla vostra cortese offerta, visconte, disse Monte-Cristo, ma presumo che Bertuccio avrà convenientemente impiegate le quattr'ore che gli ho concesse, e che troverò alla porta una carrozza qualunque già attaccata.
Alberto era abituato a queste maniere del conte; sapeva che come Nerone, egli era alla ricerca dell'impossibile, di nulla più si meravigliava; soltanto volle giudicare da sè stesso in qual modo erano stati eseguiti gli ordini di lui e lo accompagnò fino alla porta di strada. Monte-Cristo non s'era sbagliato; appena comparve nell'anticamera del conte de Morcerf, uno staffiere, lo stesso che a Roma era venuto a portare il biglietto del conte ai due giovani, e ad annunziar loro la sua visita, si era slanciato fuori dal peristilio, di modo che giungendo al portone, l'illustre viaggiatore trovò la carrozza che lo aspettava. Era un coupé della fabbrica di Keller, e due cavalli, pei quali Drake aveva, secondo che sapevano tutti i Lions di Parigi, rifiutato il giorno innanzi 18 mila franchi Signore, disse il conte ad Alberto, non vi propongo di accompagnarmi fino da me, non potrei mostrarvi che una casa improvvisata, e sul rapporto degl'improvvisi ho una riputazione da riservare. Accordatemi un giorno, ed allora permettetemi d'invitarvi: sarò più sicuro di non mancare alle leggi dell'ospitalità.
Se mi chiedete un giorno, signor conte, sono tranquillo: non sarà più una casa che mi mostrerete, ma un palazzo. Voi dovete avere in vero qualche genio a vostra disposizione.
In fede mia continuate a crederlo, disse Monte-Cristo, mettendo il piede sul montatoio guarnito in velluto del suo splendido equipaggio: ciò potrà essermi utile, signore.
E si lanciò nella carrozza, che si chiuse dietro a lui e partì al galoppo, ma non tanto rapidamente che il conte non potesse accorgersi del movimento impercettibile che smosse la tenda del salotto ove aveva lasciato la signora de Morcerf. Quando Alberto ritornò da sua madre, ritrovò la contessa nel gabinetto, gettata sopra un seggiolone di velluto; tutta la camera essendo nell'ombra, non lasciava scorgere che la foglietta d'oro sfavillante attaccata qua e là o sul corpo di qualche vaso, o agli angoli di qualche quadro.
Alberto non potè vedere il volto della contessa nascosto sotto la nube del velo che le circondava la testa come un'aureola di vapore, ma gli sembrò che la voce fosse alterata; distinse ancora fra gli odori di rose e vainiglie della giardiniera, la traccia aspra e mordente del sale d'aceto, sopra una delle tazze cisellate del caminetto; di fatto la boccettina della contessa, tolta dal suo astuccio di velluto, attirò l'inquieta attenzione del giovine.
Soffrite, madre mia? gridò egli entrando; o vi sareste sentita male mentre io non c'ero?
Io? no, Alberto, ma capirete, queste rose, queste tuberose, questi fiori di arancio incomodano nei primi calori quando non si è ancora abituati, sì violenti profumi...
Allora; madre mia, disse Alberto portando la mano al campanello, bisogna farli portare nella vostra anticamera: siete veramente indisposta; anche poco fa, quando entraste, eravate molto pallida. Ero pallida, dite voi, Alberto? Di un pallore che vi sta a meraviglia, madre mia, ma che però non ha spaventato meno mio padre e me.
Vostro padre ve ne ha parlato? domandò vivacemente Mercedès. No, signora, ma fu a voi stessa che diresse questa osservazione. Non me ne ricordo, disse la contessa.
Entrò un cameriere, chiamato dal suono del campanello tirato da Alberto. Portate questi fiori in anticamera, o nel gabinetto della toletta, disse il visconte, essi fanno male alla signora contessa. Il cameriere obbedì.
Vi fu un abbastanza lungo silenzio che durò tutto il tempo dello sgombero.
Che è dunque questo nome di Monte-Cristo? chiese la contessa quando il domestico uscì portando via l'ultimo vaso di fiori. È un nome di famiglia, un nome di una terra, o un semplice titolo?
Questo è, io credo, un titolo, madre, e nient'altro. Il conte ha comprata un'isola nell'arcipelago toscano, ed ha, per quanto ha detto egli stesso questa mattina, fondata una commenda. Voi sapete che ciò si usa per santo Stefano di Firenze, per san Gregorio Costantiniano di Parma, ed anche per l'ordine di Malta. Del rimanente non ha alcuna pretensione di nobiltà, e si chiama un conte per caso, quantunque l'opinione generale di Roma fosse che il conte sia un gran signore.
I suoi modi sono eccellenti, per quanto ho potuto giudicarne nei pochi momenti che si è trattenuto.
Oh! perfetti, madre mia, anzi tanto perfetti, che sorpassano molto tutto ciò che ho conosciuto di più aristocratico nelle tre nobiltà più orgogliose d'Europa, cioè nella nobiltà Inglese, Spagnuola, e Germanica. La contessa riflettè un momento, poi dopo una breve esitazione riprese:
Avete veduto, mio caro Alberto... questa è una domanda da madre che vi faccio, lo capirete, avete veduto il signor di Monte-Cristo nel suo interno? voi avete della perspicacia, voi avete uso di mondo, e un tatto maggiore di quello che d'ordinario si ha alla vostra età; credete che il conte sia quello che comparisce realmente d'essere?
E che comparisce egli? Voi stesso lo avete detto non ha guari, un gran signore. Vi ho detto, madre mia, ch'egli era ritenuto per tale. Ma che ne pensate voi?
Io non ho, ve lo confesso, un'opinione ben fissa su di lui, lo credo Maltese. Io non v'interrogo sulla sua origine, ma v'interrogo sulla sua persona. Ah! sulla sua persona è tutt'altro; ed ho vedute tante cose strane di lui, che se voleste che vi dicessi ciò che ne penso, vi risponderei che lo riguardo volentieri come uno degli uomini di Byron, che la disgrazia ha marcati con un sugello fatale; qualche Manfredo, qualche Lara, qualche Werner, come uno di quegli avanzi infine di vecchia famiglia che, diseredati della fortuna paterna, ne hanno ritrovata una colla forza del loro genio avventuriero che li ha posti al di sopra delle leggi della società... Dico che Monte-Cristo è un'isola in mezzo al Mediterraneo, senza abitanti, senza guarnigione, asilo di contrabbandieri di tutte le nazioni, di pirati di tutti i paesi. Chi sa che questi degni industriosi non paghino al loro signore il diritto d'asilo?
È possibile, disse la contessa con astrazione.
Ma non importa, riprese il giovine, contrabbandiere o no, converrete, madre mia (perchè l'avete veduto) il signor conte di Monte-Cristo è un uomo notevole, ed avrà i più grandi successi nelle sale di Parigi. E questa mattina da me ha incominciato il suo ingresso nel mondo destando in tutti ammirazione, perfino in Château-Renaud.
E che età potrà avere il conte? chiese Mercedès attaccando visibilmente grande importanza a questa interrogazione.
Avrà 35, o 36 anni, madre mia.
Così giovine! è impossibile, disse Mercedès, rispondendo contemporaneamente a ciò che le diceva Alberto, e a ciò che le diceva il proprio pensiero.
Eppure questa è la verità; tre o quattro volte mi ha detto, e certamente senza premeditazione: «Alla tal epoca aveva 5 anni, alla tal altra 10, alla tal altra 12.» Io che ero ritenuto all'erta dalla curiosità su questi particolari, ho riavvicinate le date, e non l'ho mai ritrovato in fallo. L'età di quest'uomo singolare, che non ha età, è dunque, ne sono sicuro, di 35 anni. Per sopra più, ricordatevi, madre mia, quanto è vivace il suo sguardo, come sono neri i capelli, e come la fronte, sebbene pallida, è esente da rughe; questa è una natura non solo vigorosa, ma ancor giovane.
La contessa abbassò il capo come sotto un'onda troppo pesante d'amari pensieri.
E quest'uomo ha stretta amicizia con voi? domandò ella con un fremito nervoso.
Lo credo, madre mia.
E voi... lo amate egualmente?
Egli mi piace, che che ne dica Franz d'Épinay che lo voleva far comparire ai miei occhi come un uomo uscito dall'altro mondo. La contessa fece un movimento di terrore: Alberto, diss'ella con voce alterata; io vi ho sempre messo in guardia contro le nuove conoscenze. Ora siete un uomo, e potreste dar consigli a me stessa; ciò non pertanto vi ripeterò. Siate prudente, Alberto.
Mia cara madre, perchè il consiglio fosse approfittevole, bisognerebbe che io sapessi di che cosa debbo non fidarmi. Il conte non giuoca mai, il conte non beve che dell'acqua dorata con qualche goccia di vino di Spagna, il conte si è annunziato tanto ricco, che non potrebbe chiedermi in prestito del danaro senza esporsi a farsi ridere sul naso; che volete dunque che io tema per parte del conte?
Voi avete ragione, disse la contessa, ed i miei terrori sono folli, particolarmente avendo per oggetto un uomo che vi ha salvata la vita. A proposito, Alberto, vostro padre lo ha ricevuto bene? è necessario che noi siamo più che convenienti col conte. Il signor de Morcerf qualche volta è preoccupato, i suoi affari lo rendono astratto, e potrebbe darsi, senza volerlo...
Mio padre si è condotto perfettamente, interruppe Alberto; dirò di più, egli è sembrato grandemente lusingato dei due o tre complimenti più accorti, che il conte gli ha strisciati tanto fortunatamente quanto a proposito, come se lo avesse conosciuto da 30 anni. Ciascuna di queste piccole frecce di lode ha dovuto solleticare mio padre, soggiunse Alberto ridendo, poichè si sono lasciati come i due più grandi amici del mondo, ed il signor de Morcerf lo voleva perfino condurre alla Camera per fargli sentire il suo discorso.
La contessa non rispose; essa era assorta in un'astrazione così profonda che i suoi occhi eransi chiusi poco a poco. Il giovine in piedi a lei dinanzi la guardava con quell'amor filiale che è ancor più tenero e più affettuoso nei figli, le madri dei quali sono ancor giovani e belle; poi, dopo aver veduto gli occhi di lei chiudersi, l'ascoltò respirare un momento nella sua dolce immobilità, e, credendola assopita, si allontanò sulla punta dei piedi, chiudendo con cautela la porta della camera ove lasciava sua madre.
Che diavolo d'uomo! mormorò egli scuotendo la testa, gli aveva ben predetto laggiù che avrebbe fatta gran sensazione al nostro mondo; io ne calcolo l'effetto sur un termometro infallibile. Mia madre lo ha osservato, dunque bisogna dire ch'egli sia molto notevole. Indi discese nelle scuderie, non senza un segreto dispetto, perchè il caso aveva portato che il conte di Monte-Cristo si fosse provveduto d'una pariglia, che mandava i suoi bai al numero secondo nell'animo dei veri intelligenti.
Davvero, diss'egli, gli uomini non sono tutti eguali, bisognerà che preghi mio padre di sviluppare questo teorema alla Camera alta.
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Capitolo 41. BERTUCCIO.
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In questo mentre il conte era giunto alla sua abitazione; aveva impiegati sei minuti a percorrere la distanza, il che era stato sufficiente, perchè fosse veduto da una ventina di giovani che, conoscendo il prezzo dell'equipaggio che non avevano potuto acquistare essi stessi, avevano messe le loro cavalcature al galoppo, per vedere lo splendido signore che aveva cavalli da 10 mila franchi l'uno. La casa scelta da Alì, e che doveva servire per residenza di città a Monte-Cristo, era situata a destra salendo ai Campi-Elisi, posta fra il cortile ed il giardino; un gruppo di ramosi alberi che s'innalzava in mezzo al cortile, copriva una parte della facciata; intorno a questo gruppo si partivano a guisa di due braccia, due viali che dal cancello portavano le carrozze ad una doppia scalinata, sopra ciascun gradino della quale era un vaso di porcellana pieno di fiori. Questa casa isolata nel centro di un vasto spazio, oltre l'ingresso principale, aveva pure un'altra entrata sulla strada Ponthieu.
Prima ancora che il cocchiere avesse data la voce al portinaro, il robusto cancello girò sopra i suoi gangheri; era stato veduto giungere il conte, ed a Parigi, come a Roma, e come ovunque, era servito colla rapidità del fulmine. Il cocchiere adunque entrò, descrisse il mezzo cerchio senza rallentare la corsa, ed il cancello era già richiuso, quando le ruote rumoreggiavano ancora sulla sabbia del viale.
La carrozza si fermò alla parte sinistra della scalinata, due uomini comparvero allo sportello; uno era Alì, che sorrise al suo padrone con una incredibile gioia, e che si trovò pago di un semplice sguardo di Monte-Cristo.
L'altro salutò umilmente, ed offrì il braccio al conte per aiutarlo a discendere di carrozza. Grazie, Bertuccio, disse il conte, saltando leggermente i tre scalini; ed il notaro?
È nel salotto, eccellenza, rispose Bertuccio.
Ed i viglietti di visita che vi ho ordinato di fare stampare appena avuto il numero della casa?
signor conte, è fatto tutto; sono stato dal migliore incisore del Palazzo Reale, che ha eseguito il rame in mia presenza, e, tirato il primo viglietto, giusta i vostri ordini, fu nel medesimo punto portato al signor Danglars, deputato, strada Chaussée-d'Antin n. 7; gli altri sono sul caminetto della camera da dormire di vostra eccellenza.
Va bene: che ora è? Le quattro.
Monte-Cristo consegnò il cappello, i guanti, ed il bastone allo stesso staffiere francese che si era slanciato fuori dell'anticamera del conte de Morcerf per fare inoltrare la carrozza, quindi passò nel piccolo salotto, condotto da Bertuccio, che gl'insegnava la strada.
Ecco dei mobili meschini in quest'anticamera, spero bene che ne verrò presto spacciato, disse Monte-Cristo.
Bertuccio s'inchinò. Come lo aveva detto l'intendente, il notaro aspettava nel piccolo salotto. Era un'onesta figura di secondo chierico di Parigi, elevato alla dignità insuperabile di notaro distrettuale.
Il signore è il notaro incaricato di vendere la casa di campagna che voglio comprare? domandò Monte-Cristo.
Sì, signor conte, rispose il notaro. L'atto di vendita è disteso? Sì, signor conte. L'avete con voi?
Eccolo qui. Perfettamente. E dove è situata questa casa che compro? domandò negligentemente Monte-Cristo per metà al notaro e per metà a Bertuccio.
L'intendente fece un gesto che indicava, non lo so.
Il notaro guardò il conte con istupore: Come? diss'egli, il signor conte non sa ove sia posta la casa che compra?
No, in fede mia, disse il conte. Il signor conte non la conosce?
E come diavolo la posso conoscere? Giungo da Cadice questa mattina, non sono mai stato a Parigi, ed è la prima volta che metto il piede in Francia.
Allora è tutt'altro, rispose il notaro; la casa che compra il signor conte è situata ad Auteuil. A queste parole Bertuccio impallidì visibilmente. E dove è Auteuil? chiese Monte-Cristo. A pochi passi di qui, signor conte, disse il notaro, poco dopo Passy, in una bellissima posizione, nel centro del bosco di Boulogne.
Tanto vicino! disse Monte-Cristo; ma questa non è una campagna. Come diavolo siete andato a scegliermi una casa alle porte di Parigi, Bertuccio?
Io! gridò l'intendente con una strana sollecitudine, no certamente; non sono stato io l'incaricato del signor conte per pigliare una casa: prego il signor conte a risovvenirsene bene, e ad interrogare i suoi ricordi.
Ah! è giusto, disse Monte-Cristo; ora mi ricordo, ho letto quest'annunzio in un giornale, e mi sono lasciato sedurre dal titolo menzognero di Casa di campagna.
Siete ancora in tempo, disse con vivacità Bertuccio, e se Vostra Eccellenza vuole incaricarmi di cercare un altro luogo, io gli troverò ciò che vi ha di meglio, sia ad Enghien, sia a Fontenay-aux-Roses, sia a Bellevue
No, in fede mia, disse con trascuranza Monte-Cristo; poichè ho questa, la conserverò.
Il signore ha ragione, disse prestamente il notaro che temeva di perdere le sue propine, questa è una graziosa proprietà: acque vive, boschi folti, abitazione aggradevole, quantunque abbandonata da lungo tempo, senza calcolare la mobilia, che, sebbene vecchia, ha del valore, particolarmente in oggi che si cercano le anticaglie. Perdono, ma credo bene che il signor conte avrà il gusto della sua epoca.
Dunque è conveniente? soggiunse Monte-Cristo.
Ah signore, è ancora meglio, è magnifica.
Presto! non ci lasciamo sfuggire l'occasione, disse Monte-Cristo. Il contratto signor notaro? Ed egli sottoscrisse sollecitamente dopo di aver data un'occhiata nella parte dell'atto ove stavano segnati i nomi dei proprietari, e la situazione della villa.
Bertuccio, diss'egli, date 55 mila franchi al signore.
L'intendente uscì con passo mal fermo, e ritornò con un pacchetto di biglietti di banca che il notaro contò nel modo che fanno gli uomini che hanno l'abitudine di non ricevere il danaro che dopo la tara legale.
Ed ora, domandò il conte, sono adempite tutte le formalità? Tutte, signor conte.
Avete le chiavi?
Sono nelle mani del portinaro che custodisce la casa; ma ecco l'ordine che gli ho dato d'installare il signore nella sua nuova proprietà.
Va benissimo. E Monte-Cristo fece al notaro un segno colla testa, che voleva dire: Signore, non ho più bisogno di voi, andatevene.
Ma, disse l'onesto notaro, mi sembra che il signor conte abbia sbagliato; non sono che 50 mila franchi tutto compreso.
E i vostri onorari?
Vengono pagati colla stessa somma, signor conte.
Ma disse, non siete venuto qui da Auteuil?
Sì, senza dubbio.
Ebbene! bisogna compensare il vostro incomodo, disse il conte. E lo congedò con un gesto.
Il notaro uscì andando all'indietro, e salutando fino a terra; era la prima volta, dal giorno in cui aveva presa la sua iscrizione, che trovava un simile cliente.
Accompagnate il signore, disse il conte a Bertuccio.
E l'intendente uscì dietro il notaro. Appena il conte fu solo, cavò di tasca un portafogli con serratura, lo aprì con una chiavetta che portava al collo, e che non lasciava mai.
Dopo aver cercato un momento si fermò sopra un foglietto su cui erano segnate alcune annotazioni, le confrontò coll'atto di vendita deposto sulla tavola, e raccogliendo la memoria: Auteuil, strada della Fontana n. 28; è questa, diss'egli: ora mi debbo attenere ad una confessione ottenuta per mezzo dell'idea religiosa, o strappata dal terrore fisico? Del rimanente fra un'ora saprò tutto. Bertuccio! gridò egli battendo un colpo con una specie di piccolo martello a manico elastico sopra di un campanello, che rese un suono acuto e prolungato simile a quello del tam-tam. L'intendente comparve sulla soglia.
Bertuccio, non mi avete voi detto altra volta aver viaggiato in Francia?
In alcune parti della Francia, sì, eccellenza.
Conoscerete senza dubbio i dintorni di Parigi?
No, eccellenza, no, rispose l'intendente con una specie di tremito nervoso, che Monte-Cristo, grande conoscitore in fatto di emozioni, attribuì con ragione ad una viva inquietudine.
Mi rincresce che non abbiate visitati i dintorni di Parigi, perchè voglio questa stessa sera vedere la mia nuova proprietà, e venendo con me, mi avreste dato senza dubbio utili informazioni.
Ad Auteuil? gridò Bertuccio, il cui colorito colore di rame divenne quasi livido. Io andare ad Auteuil!
Ebbene, che vi ha di meraviglioso, che venghiate ad Auteuil, ve lo domando? Quando io dimorerò ad Auteuil, bisognerà bene che vi venghiate, poichè fate parte della famiglia.
Bertuccio abbassò la testa davanti allo sguardo imperioso del padrone, restò immobile, e senza rispondere.
Ebbene! che vi accade? Voi mi obbligherete dunque di suonare una seconda volta per la carrozza? disse Monte-Cristo col tuono con cui Luigi Quattordicesimo pronunciò il suo famoso: «poco ha mancato che io non aspettassi!»
Bertuccio non fece che uno sbalzo dal piccolo salotto all'anticamera, e gridò con voce rauca: I cavalli di s. E.
Monte-Cristo scrisse due o tre lettere, e mentre sigillava l'ultima, l'intendente ricomparve.
La carrozza di Sua Eccellenza è alla porta, diss'egli.
Ebbene prendete i vostri guanti ed il cappello.
È dunque vero che vengo con s. E., gridò Bertuccio.
Senza dubbio, bisogna bene che diate i vostri ordini, mentre conto d'abitare quella casa. Sarebbe stato senza esempio che si fosse fatta una replica a ciò che ingiungeva il conte; per cui l'intendente, senza fare alcuna obbiezione, seguì il padrone che montò in carrozza, e gli fece segno di fare altrettanto. L'intendente si assise rispettosamente nel sedile davanti.
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Capitolo 42. LA CASA D'AUTEUIL.
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Monte-Cristo aveva osservato, nel discendere la scalinata, che Bertuccio si era segnato al modo dei Corsi, vale a dire, fendendo l'aria in croce col pollice, e che prendendo posto nella carrozza aveva mormorata una breve preghiera. Tutt'altri che un uomo curioso avrebbe avuto pietà della repugnanza che il degno intendente aveva manifestata per questa passeggiata fuori delle mura, ideata dal conte. Ma a ciò che sembrava, questi era troppo curioso per dispensare Bertuccio da quel piccolo viaggio. In 20 minuti furono ad Auteuil. L'emozione dell'intendente era stata sempre crescente. Nell'entrare nel villaggio, Bertuccio raggruppato in un angolo della carrozza, cominciò a guardare con un'emozione febbrile tutte le case avanti alle quali passavano.
Farete fermare strada della Fontana, n. 28, disse il conte fissando senza pietà lo sguardo sull'intendente al quale dava quest'ordine. Il sudore salì al viso di Bertuccio, che non per tanto obbedì, e sporgendo fuori della carrozza gridò al cocchiere. Strada della Fontana N. 28.
Questo N. 28 era situato all'estremità opposta del villaggio. Durante il viaggio era sopraggiunta la notte, o piuttosto una nube nera carica di elettricità dava a quelle tenebre premature l'apparenza e la solennità di un episodio drammatico, la carrozza si fermò, lo staffiere si precipitò allo sportello che aprì. Ebbene! disse il conte, non discendete, Bertuccio? allora rimarrete in carrozza? Ma a che diavolo pensate questa sera? Bertuccio si precipitò dalla portiera e presentò la spalla al conte, che questa volta vi si appoggiò, e discese ad uno ad uno i tre gradini del montatore. Picchiate, disse il conte, ed annunciatemi.
Bertuccio bussò, la porta si aprì e comparve il portinaro.
Chi è? domandò egli.
È il nuovo padrone, brav'uomo, disse lo staffiere.
E stese al portinaro il biglietto di riconoscimento dato dal notaro. La casa è dunque venduta? domandò il portinaro, ed è questo signore che viene ad abitarla?
Sì, amico mio, disse il conte; farò in modo che non abbiate a desiderar l'antico padrone.
Ah! signore, non ho molto a desiderarlo, perchè lo vedevamo tanto raramente; sono più di 5 anni che non è venuto, ed in fede mia, ha fatto molto bene a vendere una casa che non gli fruttava niente.
Come si chiamava il vostro antico padrone?
Il marchese di Saint-Méran. Ah! non ha certamente venduto la casa per quel che gli costava, ne sono ben sicuro.
Il marchese di Saint-Méran! riprese Monte-Cristo, mi sembra che questo nome non mi sia ignoto, disse il conte; il marchese di Saint-Méran... E parve cercare nella sua memoria.
Un vecchio gentiluomo, continuò il portinaro, era servitore fedele dei Borboni; aveva una figlia unica che maritò al signor de Villefort, stato procuratore del re a Nimes, e poi a Versailles. Monte-Cristo vibrò uno sguardo che incontrò Bertuccio, che aveva il viso più livido del muro contro il quale si appoggiava per non cadere.
E questa figlia non morì? domandò Monte-Cristo; mi sembra di averlo inteso dire.
Sì signore, è già vent'un anno; e d'allora non abbiamo più veduto che tre volte il povero marchese.
Grazie, grazie, disse Monte-Cristo, giudicando dalla prostrazione dell'intendente non potere più lungamente toccare questa corda, senza correre rischio di romperla; grazie! datemi un lume, brav'uomo.
Vi accompagnerò io, signore?
No, è inutile, Bertuccio mi farà lume.
E Monte-Cristo accompagnò queste parole col dono di due monete d'oro, che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri. Ah! signore: disse il portinaro, dopo aver cercato inutilmente sulla pietra del caminetto e sui mobili vicini, la disgrazia è che qui non ho candelieri.
Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli appartamenti. L'intendente obbedì, senza osservazioni, ma era facile lo scorgere, dal tremito della mano che portava il fanale, ciò che gli costava l'obbedire.
Fu percorso un pian terreno molto vasto; un primo piano composto di un salone, di una sala da bagno, e due camere da dormire, e giunsero ad una scala a chiocciola che metteva in giardino. Osservate! ecco una scala secreta, disse il conte; questa è molto comoda. Fatemi lume, Bertuccio, andate avanti, e vediamo dove essa ci condurrà.
Signore, disse Bertuccio, mette al giardino.
E come lo sapete? Cioè, voleva dire, che deve mettervi. Ebbene, assicuriamocene. Bertuccio mandò un sospiro, e andò avanti. La scala metteva effettivamente in giardino. Alla porta esterna l'intendente si fermò.
Andiamo dunque, Bertuccio, disse il conte. Ma quegli, al quale erano dirette queste parole, si trovava assordito, stupidito, annientato. Gli occhi stravolti cercavano intorno a lui le tracce di un passato terribile, e colle mani irrigidite cercava di allontanare delle spaventose rimembranze.
Ebbene! insistè il conte.
No, no; gridò Bertuccio, deponendo il fanale in un angolo del muro interno; no signore, non andrò più avanti, è impossibile! Sarebbe a dire? articolò la voce irresistibile di Monte-Cristo.
Ma vedete bene, signore, che questo non è naturale, gridò l'intendente, che avendo una casa da comprare a Parigi, voi la compriate precisamente ad Auteuil, e che comprandola ad Auteuil, questa casa sia precisamente il N. 28 della strada Fontana. Ah! perchè mai non vi ho tutto detto laggiù, signore! Voi certamente non mi avreste ordinato di seguirvi. Io sperava che la casa del signor conte fosse tutt'altra che questa. Come se non vi fosse altra casa in Auteuil che quella dell'assassinio!
Oh! oh! disse Monte-Cristo, fermandosi; che villana parola avete voi pronunciata? Diavolo d'uomo! Corso arrabbiato! sempre dei misteri, o delle superstizioni! Vediamo, prendete questo fanale e visitiamo il giardino, con me, spero che non avrete paura. Bertuccio raccolse il fanale, ed obbedì. La porta aprendosi, lasciò vedere un cielo cupo, nel quale la luna si sforzava invano di lottare contro un mare di nubi che la coprivano coi loro vapori oscuri, che illuminava per un momento, e che in seguito si perdeva più cupa ancora, nel profondo dell'infinito. L'intendente voleva piegare sulla sinistra. No, signore, e perchè andare sotto i viali? disse Monte-Cristo, ecco qui un bel praticello, andiamo diritto. Bertuccio asciugò il sudore che gl'irrigava la fronte, ma obbedì; ciò non ostante continuava a tenere sulla sinistra. Monte-Cristo al contrario piegava a dritta; giunto presso un gruppo d'alberi si fermò.
L'intendente non potè contenersi.
Allontanatevi! signore, allontanatevi, gridò, voi siete precisamente sul luogo! E qual luogo?
Sul luogo ov'egli cadde.
Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve lo esorto, non siamo qui nè a Sartena, nè a Corte. Questa non è una macchia, ma un giardino inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non pertanto non bisogna calunniare.
Signore, non rimanete là, ve ne supplico!
Io credo che diventate pazzo, padron Bertuccio, disse freddamente il conte; se così è, avvisatemene che vi farò rinchiudere in qualche casa di salute, prima che succeda una disgrazia.
Ahimè! eccellenza, disse Bertuccio scuotendo la testa, e piegando le mani con un'attitudine che avrebbe fatto ridere il conte, se pensieri di superiore importanza non lo avessero preoccupato in quel momento, e reso molto attento alle più piccole espansioni di quella coscienza timorosa. Ahimè! la disgrazia è accaduta.
Bertuccio, disse il conte, sono al caso di dirvi, che mentre gesticolate, voi contorcete le braccia, e stralunate gli occhi come un ossesso, dal corpo del quale il diavolo non voglia uscire; ora ho sempre notato che il diavolo più ostinato ad uscire è un segreto. Io vi sapeva Corso, vi conoscevo taciturno ruminando sempre qualche vecchia storia di vendetta, e vi perdonava questo in Italia, sebbene anche in Italia questa specie di cose non siano inezie; ma in Francia si tiene sempre l'assassinio di assai cattivo genere; vi sono gendarmi che se ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo vendicano. Bertuccio congiunse le mani, e, siccome nell'eseguire queste diverse evoluzioni non lasciava il fanale, la luce venne a rischiarargli il volto sconvolto. Monte-Cristo per un momento lo esaminò come a Roma aveva osservato il supplizio di Andrea; indi con un tuono di voce che fece scorrere un brivido pel corpo del povero intendente: L'abate Busoni mi ha dunque ingannato, diss'egli, quando, dopo il suo viaggio in Francia nel 1829, v'inviò a me, munito di una lettera di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre preziose qualità. Ebbene! scriverò all'abate; lo renderò garante del suo protetto, ed allora saprò senza dubbio che cosa è tutto questo affare di assassinio. Vi prevengo soltanto, Bertuccio, che quando io vivo in un paese, ho l'abitudine d'uniformarmi alle sue leggi, e che non ho punto volontà d'intrigarmi per voi colla giustizia di Francia.
Non fate questo, eccellenza; vi ho servito fedelmente, n'è vero? gridò Bertuccio alla disperazione; sono stato un galantuomo, e per quanto ho potuto, ho fatto ancora delle buone azioni.
Non dico di no, rispose il conte, ma per che diavolo adunque siete ora agitato in tal guisa? Questo è un cattivo segno; una coscienza pura non porta tanta pallidezza sulle guance, tanta febbre nelle mani di un uomo...
Ma, signor conte, interruppe con esitanza Bertuccio, non mi avete detto voi stesso, che l'abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia confessione nelle carceri di Nimes, vi aveva prevenuto, inviandomi a voi, avere io un forte rimprovero a farmi?
Sì, ma siccome egli v'indirizzava a me dicendomi che avrei ritrovato in voi un eccellente intendente, io credetti che voi aveste rubato, ecco tutto!
Oh! signor conte! fece Bertuccio con dolore.
Ovvero che, essendo voi Corso, non avevate potuto resistere al desiderio di far la pelle a qualcuno, come vien detto nel vostro paese per antifrasi, quando al contrario ne disfate una.
Ebbene, sì, mio signore, sì, mio buon signore, è questo, gridò Bertuccio gettandosi alle ginocchia del conte; sì, fu una vendetta, lo giuro, una semplice vendetta.
Capisco, ma ciò che non capisco si è, come questa casa vi galvanizzi in tal modo.
Eppure, la cosa è ben naturale, poichè in questa casa si compì la vendetta.
Che! in casa mia? Oh! signore, essa non era ancora vostra, rispose ingenuamente Bertuccio.
Ma di chi era dunque? Del signor marchese di Saint-Méran, ci ha detto, credo il portinaro. Che diavolo adunque avevate da vendicarvi col marchese di Saint-Méran?
Ah! non fu di lui, signore, fu di un altro.
Ecco una strana combinazione, disse Monte-Cristo, sembrando cedere alle sue riflessioni: voi vi trovate in tal modo per caso, senza alcun preparativo, in una casa ove è accaduta una scena che vi dà tanti terribili rimorsi.
Signore, disse l'intendente, pare che sia una specie di fatalità che porta tutto questo, ne sono ben sicuro; primieramente voi comprate una casa in Auteuil; questa casa è precisamente quella ove ho commesso l'assassinio; discendete nel giardino, e giusto per la scala per cui egli discese; vi fermate, e giusto nel luogo ov'egli ricevette il colpo; a due passi da quest'albero era la fossa ov'egli aveva seppellito il fanciullo; tutto ciò non può essere opera del caso.
Ebbene! vediamo, signor Corso, io suppongo sempre tutto ciò che si vuole; d'altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti ammalati. Vediamo: richiamate il vostro spirito e raccontatemi ciò.
Io non l'ho mai raccontato che una sola volta, signore, e fu all'abate Busoni. Simili cose, soggiunse Bertuccio scuotendo la testa, non si raccontano che sotto il suggello della confessione.
Allora, mio caro Bertuccio, ritroverete giusto che io vi rimandi al vostro confessore, vi farete con lui certosino o bernardino, e ragionerete sui vostri segreti. Ma io, io ho paura di un ospite spaventato da simili fantasmi, non amo che le mie genti non abbiano il coraggio di passare di notte pel giardino. Poi, ve lo confesso, sarei poco curioso di vedermi qualche visita del commissario di polizia; poichè imparatelo bene Bertuccio, corre voce che in alcun luogo la giustizia si paghi perchè si taccia; ma in Francia al contrario non si paga mai che quando si parla. Peste! vi credeva bene un poco Corso, un poco contrabbandiere, un bravo intendente, ma ora m'avveggo che avete ancora altre corde al vostro arco. Voi perciò non siete più al mio servizio, Bertuccio.
Ah! signore signore! gridò l'intendente colpito dal terrore di questa minaccia. Ah! se non dipende che da questo perchè io rimanga al vostro servizio, parlerò, dirò tutto; e se vi lascio, sarà soltanto per andare al patibolo!
Adesso è un'altra cosa, disse Monte-Cristo, ma se voleste mentire rifletteteci bene; non parlate affatto.
No, signore, ve lo giuro sulla salute dell'anima mia, vi dirò tutto! perchè lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del segreto. Ma prima, ve ne supplico, allontanatevi da questo platano; osservate, la luna va a rischiarare quella nube, e là, posto come voi siete, avvolto in quel mantello che mi nasconde la vostra corporatura, e che rassomiglia a quello del signor de Villefort...
Come! gridò Monte-Cristo, fu de Villefort...
Vostra Eccellenza lo conosce?
Sì.
Che ha sposata la figlia del marchese di Saint-Méran.
Sì, e che negli uffici godeva la riputazione del più onest'uomo, del più severo e del più rigido magistrato?
Ebbene! signore, gridò Bertuccio; quest'uomo d'irreprensibile reputazione...
Ebbene!
Era un infame.
Bah! disse Monte-Cristo, impossibile!
E ciò pertanto è come vi dico.
Ah! veramente! disse Monte-Cristo, e ne avete le prove?
Le aveva, almeno.
E le avete perdute, malaccorto?
Sì, ma cercando bene si possono ritrovare.
In verità? disse il conte, raccontatemi ciò, Bertuccio! perchè comincia ad importarmi da vero.
E il conte, cantarellando una piccola aria della Lucia, andò ad assidersi sopra un banco, mentre che Bertuccio lo seguiva concentrando la sua memoria, restando in piedi davanti a lui.
...
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Capitolo 43. LA VENDETTA.
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Da dove desiderate, signor conte, che cominci il racconto? domandò Bertuccio.
Da dove volete; disse Monte-Cristo, mentre non ne so assolutamente niente.
Credeva che Vostra Eccellenza avesse già saputo che...
Sì, qualche particolare senza dubbio, ma sono passati sette o otto anni, e nulla più mi ricordo.
Allora posso, senza tema d'annoiare Vostra Eccellenza..
Raccontate, mi farete le veci di un giornale.
Le cose rimontano al 1815.
Ah! ah! fece Monte-Cristo, il 1815 non fu ieri.
No, signore, ciò non pertanto i più piccoli particolari mi sono talmente presenti al pensiero, come se ne fossimo soltanto alla dimane. Io aveva un fratello maggiore che era al servizio dell'imperatore. Egli era stato fatto sotto-tenente in un reggimento composto tutto di Corsi: era il mio unico amico, noi eravamo rimasti orfani egli a 18, io a 5 anni; e mi aveva allevato come se fossi stato un suo figlio. Egli si ammogliò nel 1814 sotto i Borboni; l'imperatore ritornò dall'isola d'Elba, e mio fratello riprese subito servizio; ferito leggermente a Waterloo, si ritirò coll'esercito dietro la Loira.
Ma questa è la storia dei cento giorni che voi fate, Bertuccio, ed ella è già stata fatta, se non mi sbaglio.
Scusatemi, eccellenza, ma questi primi particolari sono necessarii, e voi mi avete promesso d'essere paziente.
Avanti! avanti! io non ho che una parola.
Un giorno ricevemmo una lettera, bisogna dirvi che abitavamo nel piccolo villaggio di Rogliano, all'estremità del capo Corso: essa era di mio fratello il quale ne diceva, che l'esercito era stato licenziato, e che ei ritornava per Châteauroux, Clermont-Ferrand, le Puy, e Nimes, e che se avevo qualche danaro gliel facessi tenere a Nimes ad un albergatore di nostra conoscenza col quale aveva qualche relazione...
Di contrabbandi, interruppe il conte.
Eh! mio Dio! bisogna bene che tutti vivano.
Certamente; continuate dunque.
Io amava teneramente mio fratello, ve l'ho detto, per cui risolvetti di non inviargli il denaro, ma di portarlo io stesso. Possedevo un migliaio di franchi, ne lasciai 500 ad Assunta, che tale era il nome di mia cognata; presi gli altri 500, e mi misi in viaggio per Nimes; questa era cosa facile, aveva la mia barca, un carico da fare per mare; tutto secondava il mio disegno. Ma, fatto il carico, il vento divenne contrario, di modo che stemmo tre o quattro giorni senza potere entrare nel Rodano. Finalmente vi riuscimmo; risaliti fino ad Arles, lasciai la barca fra Bellegarde e Beaucaire, e presi la via di Nimes; quest'era il momento in cui accadeva il famoso massacro del mezzogiorno. Due o tre briganti chiamati Trestaillon, Truphemy, e Graffan, scannavano sulle strade tutti quelli che credevano bonapartisti. Senza dubbio il signor conte avrà inteso parlare di questi assassini.
Sì, ma vagamente; allora era lontano dalla Francia.
Entrando a Nimes si camminava, alla lettera, nel sangue; a ciascun passo s'incontravano cadaveri; gli assassini, ordinati in bande, uccidevano, saccheggiavano, bruciavano. Alla vista di tanta carneficina, mi prese un tremito, non per me; io, semplice pescatore corso, non aveva gran che a temere, anzi per noi contrabbandieri, quelli erano buoni tempi; ma per mio fratello, soldato dell'impero, che ritornava dall'esercito della Loira colla sua uniforme, le spalline, e che per conseguenza aveva tutto a temere.
Corsi dal nostro albergatore, i miei presentimenti non mi avevano ingannato; mio fratello era giunto il giorno innanzi a Nimes, ed alla stessa porta di quello a cui andava a chiedere ospitalità era stato assassinato. Feci tutto il possibile al mondo per riconoscerne gli uccisori, ma nessuno osò dirmi i loro nomi, tanto erano temuti. Pensai allora a questa giustizia francese, di cui tanto mi era stato parlato, e che nulla teme, e mi presentai al procuratore del re.
E questo procuratore del re si chiamava Villefort? chiese negligentemente Monte-Cristo.
Sì, eccellenza, veniva da Marsiglia ov'era stato sostituto. Il suo zelo gli aveva procurato l'avanzamento. Era stato uno dei primi, si diceva, che aveva annunziato al governo lo sbarco all'isola d'Elba.
Dunque, riprese Monte-Cristo, vi presentaste a lui.
Signore, gli dissi, mio fratello è stato assassinato ieri nelle strade di Nimes, non so da chi, ma è nella vostra missione di saperlo. Voi siete qui il capo della giustizia, e spetta alla giustizia il vendicare quelli ch'essa non ha saputo difendere.
«E che cosa era vostro fratello? domandò il procuratore del re. Sottotenente nel battaglione Corso.
«Un soldato dell'usurpatore, allora... Un soldato dell'esercito francese. Ebbene! replicò egli, si è servito della spada, ed è morto di spada. Voi v'ingannate, signore, egli perì sotto il pugnale. E che volete che gli faccia? rispose il magistrato. Ma ve l'ho di già detto; voglio che lo vendichiate. E di chi? Dei suoi assassini.
«E che, li conosco io? Fateli cercare.
«Per farne che? Vostro fratello avrà avuta qualche contesa, e si sarà battuto in duello. Tutti questi vecchi soldati cadono in eccessi, che loro riuscivano bene sotto l'impero, ma che ora lor riescono male; adesso le nostre genti del mezzo giorno non amano nè i soldati, nè gli eccessi.
«Signore, non è per me che vi prego. Io piangerei, o mi vendicherei, ecco tutto; ma il mio povero fratello aveva una moglie. Se accadesse anche a me qualche disgrazia, questa povera donna morirebbe di fame, perchè il solo lavoro di mio fratello la faceva vivere. Ottenete per lei una piccola pensione dal governo.
«Ciascuna rivoluzione ha la sua catastrofe; vostro fratello è rimasto vittima di questa, è una disgrazia, ma il governo nulla deve perciò alla vostra famiglia. Se dovessimo giudicare tutte le vendette che i partigiani dell'usurpatore si sono prese su quelli del re, quando aveano il potere, vostro fratello oggi forse sarebbe condannato a morte. Ciò che accade è naturale, perchè è la legge di rappresaglia.
«E che! signore, gridai io, è mai possibile che voi parliate così, voi, magistrato!...
«Tutti questi Corsi sono pazzi, sulla mia parola, rispose de Villefort; credono ancora che il loro compatriotta sia imperatore. Voi sbagliate nell'epoca; dovevate venirmi a dir questo due mesi sono. Oggi è troppo tardi; andatevene dunque, e se non volete andare, vi farò ricondurre.
«Io lo guardai un momento per vedere, se con una nuova preghiera, vi fosse stato qualche cosa da sperare. Quest'uomo era di pietra. Io mi avvicinai a lui: Ebbene, gli dissi a mezza voce, poichè voi conoscete tanto bene i Corsi dovete sapere in qual modo essi mantengono la loro parola. Voi trovate che hanno fatto bene ad uccidere mio fratello, che era bonapartista, perchè voi siete regio; ebbene! io che sono egualmente bonapartista, vi dichiaro una cosa; ed è, che vi ammazzerò. Da questo momento vi dichiaro la vendetta; per cui cautelatevi bene, e guardatevi come meglio potete; poichè la prima volta che ci ritroveremo faccia a faccia, sarà segno che è giunta l'ultima vostra ora.
«Dopo ciò, prima ancora che si fosse rimesso dalla sorpresa, aprii la porta e fuggii.»
Ah! ah! disse Monte-Cristo, colla vostra onesta figura, fate di queste cose, Bertuccio, ed anche ad un procuratore del re? Va bene! Ma sapeva egli almeno ciò che voleva dire la parola vendetta?
Egli lo sapeva tanto bene, che da quel giorno non uscì più solo, e si turò in casa, facendomi cercare da per tutto. Fortunatamente io era tanto ben nascosto, che non mi potè trovare. Allora fu preso dalla paura; tremò di restare più lungamente a Nimes; sollecitò una permuta di residenza, e siccome era realmente persona d'influenza, si fece nominare a Versailles; ma, voi lo sapete, non vi sono distanze per un Corso che ha giurato di vendicarsi del suo nemico, e la sua carrozza, per quanto fosse bene condotta, non ha mai avuto più di una mezza giornata di vantaggio su me, sebbene lo seguissi a piedi. L'importante non era d'ucciderlo, cento volte ne avrei trovata l'occasione; ma di ucciderlo senza essere scoperto, e particolarmente senza essere arrestato. Oramai non era più indipendente, avevo da proteggere e da nutrire mia cognata. Per tre mesi lo appostai, e per tre mesi egli non fece un passo, un movimento, una passeggiata senza che il mio sguardo non lo seguisse ovunque andava. Finalmente scopersi ch'egli veniva misteriosamente ad Auteuil, lo seguii, e lo vidi entrare in questa casa ove siamo; soltanto, invece d'entrare, come tutti dalla porta grande della strada, egli veniva o a cavallo, o in carrozza, e lasciando il cavallo o la carrozza all'albergo, entrava per quella piccola porta che vedete là.
Monte-Cristo fece colla testa un segno che provava, che ad onta dell'oscurità, distingueva infatto l'entrata indicata da Bertuccio.
«Io non ero più necessario a Versailles, e mi stabilii ad Auteuil, e presi le mie misure. Se voleva prenderlo era evidentemente qui che doveva tendere il laccio. La casa apparteneva, come il portinaro lo ha detto a Vostra Eccellenza, al signor marchese di Saint-Méran, suocero del signor de Villefort. Il signor de Saint-Méran abitava Marsiglia, e per conseguenza questa casa gli era inutile, così si diceva ch'era stata appigionata ad una giovane vedova, che non si conosceva sotto altro nome se non con quello di baronessa. Di fatto una sera che guardavo al di sopra del muro, vidi una donna giovane, e bella che girava sola per questo giardino, su cui non domina alcuna finestra straniera, ella guardava spesso dalla parte della piccola porta, e compresi che quella sera aspettava il signor de Villefort. Allorchè fu abbastanza vicina a me, perchè non ostante l'oscurità, potessi distinguerne i lineamenti, vidi una bella giovane di 18 a 19 anni, grande e bionda. Siccome ell'era con una semplice giubba, e niente poteva impedirmi dal vederne la corporatura, m'accorsi ch'era incinta, e che la gravidanza era ancor molto inoltrata.
«Pochi momenti dopo fu aperta la piccola porta; entrò un uomo, la giovane corse più che potè incontro a lui.
«Questi era de Villefort. Giudicai che uscendo, particolarmente se di notte, doveva traversare da solo il giardino in tutta la sua lunghezza.
Avete poi mai saputo il nome di questa donna? domandò il conte. No, eccellenza, rispose Bertuccio, voi vedrete che non ebbi il tempo d'informarmene Continuate.
«Forse quella stessa sera avrei potuto uccidere il procuratore del re, riprese Bertuccio; ma non conosceva ancora abbastanza il giardino in tutti i suoi particolari. Temeva di non poterlo lasciare freddo morto, e di non poter fuggire se qualcuno accorresse alle sue grida. Rimisi la bisogna pel futuro convegno; e perchè nulla avesse a sfuggirmi, presi in fitto una piccola camera che guardava lungo il muro del giardino. Tre giorni dopo, alle sette di sera, vidi un domestico uscir dalla casa a cavallo, e prendere al galoppo la strada che mette a Sèvres; supposi che sarebbe andato a Versailles, e non m'ingannai. Tre ore dopo ritornò l'uomo coperto di polvere; il viaggio era compito. Dieci minuti dopo un altr'uomo a piedi, avvolto in un mantello, apriva la piccola porta del giardino, e la richiudeva dietro a sè.
«Discesi rapidamente. Quantunque non avessi veduto il viso di Villefort, lo riconobbi al battito del mio cuore; traversai la strada, raggiunsi un pilastrino posto all'angolo del muro, coll'aiuto del quale aveva guardato entro al giardino la prima volta. Questa volta però non mi contentai di guardare, cavai di saccoccia il coltello, mi assicurai che la punta fosse bene aguzza, e saltai al di sopra del muro.
«La mia prima cura fu di correre alla porta; egli aveva lasciata la chiave dentro la serratura dalla parte interna, avendo soltanto preso la cautela di darvi un doppio giro.
«Niente adunque poteva opporsi alla mia fuga da quel lato; il giardino era di forma bislunga; nel mezzo la terra era coperta da una folta e molle erbetta ad uso dei giardini inglesi, agli angoli di questo prato erano gruppi di alberi, con folti rami, in allora frammischiati dai fiori d'autunno. Per recarsi dalla piccola porta alla casa, tanto entrando, quanto uscendo, Villefort era obbligato di passare davanti a questi gruppi d'alberi. Era la fine di settembre: il vento soffiava con forza; una luna pallida e languente velata ad ogni momento da grossi nuvoli che scorrevano pel cielo, rischiarava la sabbia dei viali che conducevano alla casa, ma non poteva fendere l'oscurità di questi gruppi fronzuti, fra i quali un uomo poteva tenersi nascosto senza timore di essere scoperto. Io mi nascosi in quello, presso al quale doveva passare Villefort; non appena vi era che, in mezzo ai soffi del vento che curvava i rami degli alberi al di sopra della mia fronte, mi parve distinguere dei gemiti. Ma voi sapete, o per meglio dire, non sapete, signor conte, che quegli che aspetta il momento di commettere un assassinio, crede sempre sentire passare delle strida sorde nell'aria. Trascorsero due ore, nelle quali, a più riprese, credei sentire ripetersi i medesimi gemiti. Suonò mezza notte.
«L'ultimo tocco vibrava ancora cupo e sonoro, quando scopersi una debole luce illuminare le finestre della scala segreta per la quale noi poco fa siamo discesi.
«La porta s'aprì, e comparve l'uomo dal mantello.
«Quest'era il momento terribile, da molto tempo io mi vi era preparato; cavai il coltello, l'apersi, e mi tenni pronto.
«L'uomo dal mantello veniva direttamente a me; e a seconda che si avanzava nello spazio scoperto, mi pareva scorgere che tenesse in mano un'arme: ebbi timore, non di una lotta, ma di non riuscire. Quando fu a pochi passi da me, riconobbi che ciò che io aveva preso per un'arma, non era altro che una vanga. Non aveva ancora potuto immaginarmi a quale scopo il signor de Villefort teneva una vanga in mano, quando egli si fermò sull'orlo del gruppo d'alberi, gettò uno sguardo intorno a sè, e si mise a scavare una fossa nella terra: allora m'accorsi ch'egli teneva qualche cosa sotto il mantello, che depose sull'erba per essere più libero nei suoi movimenti: un po' di curiosità, lo confesso, si frammischiò al mio odio; volli vedere ciò che era venuto a fare là Villefort: rimasi immobile, senza tirare il fiato, ed aspettai.
«Quindi mi venne un'idea, che vidi confermarsi, quando il procuratore del re cavò dal mantello una cassetta lunga due piedi, e larga da sei ad otto pollici. Lasciai deporre la cassetta nella fossa, che poi riempì di terra, poi su questa terra smossa pestò i piedi per fare sparire l'opera notturna. Allora mi slanciai su lui, e gli conficcai il coltello nel petto dicendogli: «Io sono Giovanni Bertuccio! la tua morte per mio fratello, il tuo tesoro per la vedova di lui: vedi bene che la mia vendetta è più completa di quel ch'io sperava. Non so s'egli intese queste parole, ma credo di no; poichè cadde senza mandare un gemito; sentii l'onda del suo sangue scorrermi ardente sulle mani e sul viso; ma io era ebbro, era in delirio; questo sangue mi rinfrescava invece di bruciarmi. In un secondo dissotterrai la cassetta colla vanga, poi, perchè nessuno si accorgesse che l'avevo portata via, riempii io pure la fossa, gettai la vanga al di là del muro, e mi slanciai fuori della porta che chiusi a doppio giro per di fuori, portando meco la chiave.
Va bene, disse Monte-Cristo, quest'era, a quanto vedo, un piccolo assassinio complicato con furto.
No, eccellenza, rispose Bertuccio; era una vendetta accompagnata da una restituzione.
E la somma almeno era forte? Non era danaro.
Ah! sì mi ricordo, disse Monte-Cristo: non avete voi parlato di un fanciullo?
Precisamente, eccellenza. Io corsi fino al fiume, m'assisi sulla sponda, e sollecitato di vedere ciò che contenesse la cassetta, ne feci saltar via la serratura col coltello.
«In un panno di tela-battista era avvolto un fanciullo nato allora; il viso era livido, le mani violette annunziavano che egli era rimasto vittima di un'asfissia causata dal funicolo che aveva naturalmente avvolto intorno al collo. Siccome però non era ancora freddo, esitai a gettarlo nell'acqua che scorreva a' miei piedi; infatto dopo un momento mi parve sentire un leggiero battito nella regione del cuore; gli liberai il collo dal cordone che lo attorniava, e siccome era stato infermiere all'ospedale di Bastia, feci tutto ciò che avrebbe potuto fare un medico in simile occasione, cioè, gli soffiai coraggiosamente dell'aria nei polmoni, dopo un quarto d'ora di sforzi inauditi, lo vidi respirare, e intesi un grido sfuggirgli dal petto. Io pure gettai un grido, ma un grido di gioia. Dio dunque non mi maledice, dissi a me stesso, poichè permette che io ridoni la vita ad una creatura umana in cambio della vita che ho tolto ad un altra.
E che faceste di questo fanciullo? domandò Monte-Cristo; egli era un bagaglio molto impacciante per uno che doveva fuggire.
Per questo non ebbi per un momento l'idea di ritenerlo. Ma sapeva che a Parigi vi è un ospizio, ove sono ricevute queste povere creature. Passando per la barriera, dichiarai aver trovato questo fanciullo sulla strada, e presi le mie informazioni. La cassetta faceva testimonianza: la biancheria di battista indicava che il fanciullo apparteneva a persone ricche; il sangue di cui io era asperso poteva appartenere tanto al fanciullo quanto a qualunque altro individuo. Non mi venne fatta alcuna obbiezione, mi fu indicato l'ospizio che era situato all'estremità della strada Enfer, e dopo di aver presa la cautela di tagliare il pannolino in due parti, di maniera che una delle lettere che lo marcava continuasse ad avvolgere il fanciullo, mi riserbai l'altra, deposi il fardello nella ruota, e fuggii a gambe. Quindici giorni dopo io era di ritorno a Rogliano, e diceva ad Assunta:
Consolati, sorella mia; Israele è morto, ma l'ho vendicato.
«Allora ella mi chiese la spiegazione di queste parole, e io le raccontai tutto l'accaduto: Giovanni, mi disse Assunta, tu avresti dovuto portarmi quel fanciullo; noi gli avremmo fatte le veci dei genitori che ha perduti, lo avremmo chiamato Benedetto; e mercè questa buona azione Dio ci avrebbe benedetti effettivamente. Per risposta le consegnai la metà del pannolino che aveva conservata, per poter far reclamare il fanciullo un giorno che fossimo divenuti più ricchi.
E con quali lettere era marcato questo pannolino? domandò Monte-Cristo.
Con un L. ed un N. sormontate dalla corona baronale.
Credo, Dio mel perdoni, che voi facciate uso di termini araldici, Bertuccio! e dove avete fatti questi studi?
Al vostro servizio, signor conte, dove s'impara ogni cosa.
Continuate, son curioso di sapere altre due cose.
E quali, signore? Ciò che avvenne di questo ragazzo; non mi diceste che era un fanciullo?
No, signore, non mi ricordo di avervi detto ciò.
Ah! credeva averlo inteso, mi sarò sbagliato.
No, non vi siete sbagliato, perchè effettivamente era un fanciullo; ma Vostra Eccellenza desiderava sapere due cose, qual è la seconda?
La seconda era il delitto di cui foste accusato quando chiedeste un confessore, e che l'abate Busoni venne a vostra richiesta a ritrovarvi nelle prigioni di Nimes.
Questa storia forse sarà troppo lunga, eccellenza.
Che importa? sono appena le dieci, sapete che non dormo, e suppongo che dal vostro lato non avrete gran volontà di dormire. Bertuccio s'inchinò, e riprese la narrazione.
Io, parte per iscacciare le tristi rimembranze che mi assediavano, parte per sovvenire ai bisogni della povera vedova, mi rimisi con ordine al mestiere di contrabbandiere, divenuto più facile per l'affievolimento delle leggi che succede sempre alle rivoluzioni. Le coste del Mezzodì particolarmente erano mal custodite, a cagione delle continue sommosse che succedevano, ora in Avignone, ora a Nimes, ora ad Uzès. Noi approfittammo di questa specie di tregua che ci veniva accordata dal governo per annodare delle relazioni su tutto il littorale. Dopo l'assassinio di mio fratello nelle strade di Nimes, non aveva voluto più entrare in quella città; l'albergatore, col quale noi facevamo affari, vedendo che non volevamo più andar a lui, era venuto da noi, ed aveva fissata una soccorsale al suo albergo, sulla strada di Bellegarde a Beaucaire all'insegna del Ponte di Gard. In tal modo avevamo, sia dalla parte d'Aigues-mortes, sia a Martigues, sia a Bouc, una dozzina di luoghi, ove depositavamo le nostre mercanzie, ed ove, al bisogno, trovavamo un rifugio per metterci in salvo dai doganieri e dai gendarmi. È un mestiere che frutta molto quello del contrabbandiere, quando uno ci si applica con una certa intelligenza secondata da buona dose di vigoria; quanto a me, viveva nelle montagne, avendo conservato un doppio motivo di temere i gendarmi e i doganieri, atteso che, qualunque comparsa davanti ad un giudice, poteva indurre un processo, vale a dire una escursione nel passato, nel quale poteva scoprirsi qualche cosa di più importante che non sono sigari di contrabbando, o barili d'acqua-vite che circolano senza il lasciapassare. Così, preferendo mille volte la morte ad un arresto, conduceva a buon fine operazioni maravigliose, e che, più di una volta, mi convinsero, che la troppa cura che ci prendiamo del nostro corpo, è quasi sempre il solo ostacolo alla buona riuscita di quei disegni, che han bisogno di una risoluzione, e di una esecuzione vigorosa e determinata. In fatto una volta che siasi fatto il sacrificio della propria vita, non si è più simili agli altri uomini, e chiunque ha presa questa risoluzione, ha sentito centuplicarsi le forze, ed allargarsi l'orizzonte.
Anche la filosofia! Bertuccio, voi dunque avete un poco di tutto nella vostra vita?
Oh! perdono, eccellenza!
No, no, è solo perchè la filosofia alle 10 e mezzo di sera è un poco troppo tardi. Fuori di questa non ho altra osservazione da fare, atteso che la trovo esatta, ciò che non si può dire di tutte le filosofie.
Le mie corse divennero dunque sempre più estese, sempre più fruttuose. Assunta era l'economa; e la nostra fortuna andava ingigantendosi. Un giorno che io partiva per una corsa: Va, diss'ella, al tuo ritorno io ti preparo una sorpresa. Io l'interrogai, ma inutilmente: ella non volle dirmi di più; ed io partii. La corsa durò quasi sei settimane, noi eravamo stati a Lucca a caricare dell'olio, ed a Livorno a prendere cotoni inglesi; il nostro sbarco si effettuò senza contrari eventi, tirammo i nostri guadagni, e ritornammo allegri e contenti. Rientrando in casa, la prima cosa che vidi nel luogo più esposto della camera d'Assunta, in una cuna sontuosa, relativamente al resto dell'appartamento, fu un fanciullo di sette in otto mesi; misi un grido di gioia. Il solo momento di tristezza che provai dopo l'uccisione del procuratore del re, fu quello in cui abbandonai quel fanciullo. Non è mestieri di dire che non ebbi mai rimorsi per l'assassinio in sè stesso. La povera Assunta aveva indovinato tutto: approfittando della mia assenza, munita della metà del pannolino, ed avendo scritto, per non dimenticarlo, il giorno e l'ora precisa in cui il fanciullo era stato deposto all'ospizio, era andata a Parigi a reclamarlo. Non le venne fatta alcuna obbiezione, e le fu reso il fanciullo. Ah! vi confesso signor conte, che vedendo questa creatura dormire nella cuna, il petto mi si gonfiò, e mi scorsero le lagrime: In verità, Assunta, gridai tu sei una buona donna, ed il Signore ti benedirà.
Mostrava che tu avevi fede, disse Monte-Cristo.
Ahimè! eccellenza, riprese Bertuccio, Iddio però fece strumento della mia punizione questo stesso fanciullo. Giammai si dichiarò più prematuramente una natura più perversa; e ciò non pertanto non si può dire che venisse male allevato, poichè mia sorella lo trattava come il figlio di un principe; era un ragazzo di bellissimo aspetto, con occhi cilestri di quella tinta delle terraglie chinesi tanto bene in armonia col bianco latteo del fondo: solamente i capelli di un biondo troppo vivo, davano al suo viso una strana indole, che raddoppiava la vivacità dello sguardo, e la malizia del sorriso. Disgraziatamente vi ha un proverbio che dice: essere i rossi o buoni del tutto o del tutto cattivi: il proverbio non mentiva sul conto di Benedetto, che fin dalla sua prima infanzia si manifestò del tutto cattivo. È vero altresì che la dolcezza di sua madre incorò le sue prime inclinazioni; mia sorella andava continuamente al mercato della città, situato a 5 leghe di distanza, per comprare i primi frutti ed i dolci più delicati per questo fanciullo, il quale preferiva agli aranci di Palma, ed alle conserve di Genova, le castagne rubate al vicino traversando le siepi, o le mele secche del granaio di lui, mentre che aveva a sua disposizione le castagne e le mele del nostro orticello.
«Un giorno, (Benedetto poteva avere 5, o 6 anni) il vicino Wasilio, che, secondo l'uso del nostro paese, non riponeva mai nè la sua borsa nè i suoi gioielli, perchè il signor conte sa meglio di qualunque altro che in Corsica non vi sono ladri, il vicino Wasilio si lamentò con noi che gli era disparso un luigi; si credè che avesse contato male, ma egli pretendeva di essere sicuro del fatto suo. In quel giorno Benedetto aveva lasciata la casa di buon mattino, e quando lo vedemmo ritornare la sera, si trascinava dietro una scimmia che diceva di aver trovata, colla catena e tutto, legata ad un albero; da più di un mese il cattivo ragazzo, il quale non sapeva più che immaginare, era voglioso di avere una scimmia. Un battelliere ch'era passato di Rogliano, e che aveva molti di questi animali che lo avevano divertito coi loro esercizi, gli aveva senza dubbio inspirata questa malaugurata fantasia. Nei nostri boschi non si trovano scimmie, e molto meno belle e incatenate, gli diss'io; confessami dunque come ti sei procurata questa. Benedetto sostenne la menzogna, e l'accompagnò con tali particolari che facevano più onore alla sua immaginazione che alla sua veracità; io m'irritai, egli si mise a ridere; io lo minacciai, egli fece due passi addietro: Tu non puoi battermi, diss'egli, tu non ne hai il diritto, perchè non sei mio padre. Noi ignorammo sempre chi gli aveva rivelato questo fatale segreto, che per parte nostra era stato gelosamente custodito: che che ne fosse, questa risposta, nella quale il ragazzo si faceva interamente conoscere, quasi mi spaventò, ed il mio braccio ch'erasi alzato, ricadde senza percuotere il colpevole. Il fanciullo trionfò, e questa vittoria gli dette un'audacia tale, che da quel giorno tutto il danaro d'Assunta, il cui amore sembrava aumentarsi a seconda che egli se ne rendeva meno degno, fu speso in capricci ch'ella non sapeva combattere, ed in follie che non aveva il coraggio d'impedire. Quando io era a Rogliano, le cose camminavano meno male, ma quando partiva Benedetto diventava il capo di casa, e tutto andava alla peggio. Dell'età di 10, o 11 anni tutti i suoi compagni erano scelti fra giovani di 18, a 20 anni, e fra i più cattivi soggetti di Bastia e di Corte, e già per qualche scappata, che meritava un nome più serio, la giustizia ci aveva dati avvisi. Io ne fui spaventato: qualunque interrogatorio poteva avere conseguenze funeste; io era precisamente allora obbligato ad allontanarmi dalla Corsica per una spedizione importante; vi riflettei lungamente, e col presentimento d'evitare qualche disgrazia, risolvetti condur meco Benedetto. Sperava che la vita attiva e faticosa del contrabbandiere, la disciplina severa del bordo, cambierebbero questa indole vicina a corrompersi, se già non era spaventosamente corrotta. Presi dunque Benedetto a parte, e gli feci la proposizione di seguirmi, circondandola con tutte quelle promesse che possono sedurre un giovine di 12 anni. Egli mi lasciò parlare fino alla fine, e quand'ebbi terminato scoppiò in una risata, dicendo: Siete pazzo, zio mio (egli mi chiamava così quand'era di buon umore), io cambiare la vita che meno, con quella che menate voi? Il mio buono ed eccellente non far niente, colle orribili fatiche che vi siete imposto? passare la notte al freddo, il giorno al caldo, nascondersi continuamente, ricevere schioppettate, e tutto questo per guadagnare un poco di danaro? Del danaro ne ho quanto ne voglio, madre Assunta me ne dà, quanto a lei ne domando; vedete bene che sarei un imbecille se accettassi la vostra proposizione. Io rimasi stupefatto da quell'audacia, e da quel ragionamento. Benedetto ritornò a giuocare coi suoi compagni, e lo vidi che mi mostrava ad essi come un idiota.
Grazioso fanciullo! mormorò Monte-Cristo.
Ah! se fosse stato mio rispose Bertuccio, se fosse stato mio figlio, o pur anche mio nipote, lo avrei ricondotto sul retto sentiero, perchè la coscienza dà la forza. Ma l'idea di percuotere un fanciullo, di cui aveva ucciso il padre mi rendeva impossibile ogni correzione. Detti buoni consigli a mia cognata, che nelle nostre discussioni prendeva sempre la difesa del piccolo disgraziato; e siccome mi confessò che in varie volte le erano mancate somme considerevoli, le indicai un luogo ov'ella poteva nascondere il nostro piccolo tesoro. In quanto a me, la mia risoluzione era presa. Benedetto sapeva perfettamente leggere, scrivere, e fare i conti, perchè quando per caso egli si voleva occupare a studiare, imparava in un giorno ciò che agli altri abbisognava una settimana. La mia risoluzione, diceva, era presa; doveva ingaggiarlo come segretario sopra un bastimento a lungo corso, e, senza prevenirlo di niente, farlo prendere un bel mattino, e trasportare a bordo; in questo modo raccomandandolo al capitano, tutto il suo avvenire dipendeva da lui.
«Stabilito questo disegno partii per la Francia.
«Tutte le nostre operazioni dovevano questa volta eseguirsi nel golfo di Lione, e si rendevano ogni giorno più difficili, perchè eravamo nel 1829. La tranquillità era perfettamente ristabilita, e per conseguenza il servizio delle coste ritornato più regolare e più severo che mai. Questa sorveglianza era ancora aumentata momentaneamente per la fiera di Beaucaire che allora si apriva.
«I principi della nostra spedizione si eseguirono senza impaccio. Noi ancorammo la barca, che aveva un doppio fondo nel quale nascondevamo le nostre mercanzie di contrabbando, in mezzo ad una quantità di battelli che stavano fitti alle due rive del Rodano da Beaucaire fino ad Arles. Giunti là, cominciammo di notte tempo a scaricare le merci proibite, ed a farle passare in città per mezzo di gente in relazione cogli albergatori, nelle case dei quali facevamo i depositi. Sia che la buona riuscita ci rendesse imprudenti, sia che fossimo stati traditi, una sera, verso le 5 p. m. mentre stavamo per metterci a tavola, accorse tutto affannato il nostro piccolo mozzo, dicendo che aveva veduto una squadra di doganieri dirigersi alla nostra volta. Non era precisamente la squadra che ci spaventava; da un momento all'altro, e particolarmente allora si vedevano compagnie intere pattugliare e girare sulle sponde del Rodano; ma le cautele che, al dire del mozzo, questa squadra prendeva per non essere veduta. In un punto noi eravamo in piedi, ma era già troppo tardi: la nostra barca, che evidentemente formava l'oggetto delle loro ricerche, era circondata. Fra i doganieri distinsi qualche gendarme; e tanto timido alla vista di questi, quanto era bravo alla vista di qualunque altro corpo militare, discesi sotto il ponte, e strisciando da un finestrello, mi lasciai calare nel fiume, quindi mi misi a nuotare sott'acqua, non respirando che a lunghi intervalli tanto bene, che senza esser veduto raggiunsi un canale fatto di nuovo, e che poneva il Rodano in comunicazione col canale che da Beaucaire mette ad Aigues-mortes. Una volta giunto là, era salvo, poichè poteva seguire senza essere veduto per quella direzione. Arrivai dunque al canale senza sinistri. Non era nè a caso, nè senza premeditazione che aveva seguito questa via; ho già parlato a Vostra Eccellenza di un albergatore di Nimes, che aveva impiantata una piccola osteria fra Bellegarde e Beaucaire.
Sì disse Monte-Cristo, me ne ricordo perfettamente, questo degno galantuomo, se non erro, era uno dei vostri associati?
Precisamente, rispose Bertuccio, ma da sette ad 8 anni aveva ceduto il suo stabilimento ad un antico sartore di Marsiglia, che dopo essersi rovinato nel suo stato, aveva voluto tentare di fare la sua fortuna in un altro. Non fa mestieri dire che le corrispondenze che avevamo col primo proprietario furono mantenute col secondo; adunque a quest'uomo contava chiedere un asilo.
E come chiamavasi? domandò il conte di Monte-Cristo che sembrava cominciare a prendere qualche interessamento al racconto di Bertuccio.
Si chiamava Gaspero Caderousse, egli era ammogliato con una donna del villaggio di Carconte, che non conoscevamo per altro nome, che per quello del suo villaggio; una povera donna colpita dalle febbri maremmane, che si moriva di languidezza. In quanto all'uomo egli era gagliardo e robusto dai 40 ai 50 anni, che più d'una volta, in difficili congiunture aveva date prove di prontezza d'animo e di coraggio.
E dicevate, domandò Monte-Cristo, che tali cose accadevano verso l'anno?... 1829, signor conte. In qual mese? Nel mese di giugno. Al principio o alla fine?
Precisamente la sera del 3. Ah! fece Monte-Cristo, il 3 giugno 1829... va bene, continuate.
Era dunque a Caderousse, che io contava di domandare un asilo; ma secondo il solito anche nelle congiunture ordinarie non entravamo da lui per la porta che dava sulla strada, e risolvetti di non derogare alle abitudini, scavalcai la siepe del giardino, camminai carpone fra gli ulivi, e i fichi selvatici, e pervenni, nel dubbio che Caderousse potesse aver qualche viaggiatore nell'albergo, ad un soppalco nel quale avevo più di una volta passata la notte tanto bene, quanto nel miglior letto. Questo soppalco non era diviso dalla sala comune del piano terreno dell'albergo che da un tramezzo di assi, nel quale eransi praticate delle fenditure a bella posta, perchè di là potessimo spiare il momento opportuno di far conoscere che eravamo nelle vicinanze. Io voleva vedere se Caderousse era solo, fargli il segno del mio arrivo, terminare con lui il pasto interrotto dall'apparizione dei doganieri; indi profittare dell'uragano che preparavasi per raggiungere le rive del Rodano, ed assicurarmi di ciò ch'era accaduto alla barca ed a quelli che v'erano dentro. Mi calai dunque nel soppalco, e fu fortuna, perchè quasi nello stesso punto Caderousse entrava in casa sua con uno sconosciuto. Mi tenni cheto, ed aspettai, non già colla mira di scoprire i segreti dell'albergatore, ma perchè non poteva fare altrimenti; e d'altra parte la stessa cosa era già accaduta dieci altre volte. L'uomo che accompagnava Caderousse era evidentemente forestiero al Mezzogiorno della Francia: era uno di quei mercanti da fiera che vengono a vendere i loro gioielli alla fiera di Beaucaire, e che in un mese che questa dura, fanno affari per 50 ed anche per cento mila franchi Caderousse entrò vivacemente, e pel primo, indi vedendo la sala vuota secondo il solito, e soltanto guardata dal cane, chiamò la moglie:
Ehi! Carconta, diss'egli: quel degno uomo del prete non ci ha ingannati, il diamante è buono Fecesi sentire un'esclamazione di gioia, e quasi subito la scala scricchiolò sotto un passo appesantito dalla debolezza e dalla malattia. Che dici? domandò la donna più pallida di un morto. Dico che il diamante è buono, ed ecco qui il signore, che è uno dei primi gioiellieri di Parigi, disposto a darci 50 mila franchi, sol che gli proviamo esser veramente nostro; egli vuole che tu gli racconti, come gli ho già raccontato io, in qual modo miracoloso il diamante è caduto nelle nostre mani. Frattanto, signore, sedetevi, se vi piace, e siccome la stagione è calda, vado a cercare con che rinfrescarvi.
«Il gioielliere esaminò con visibile attenzione l'interno dell'albergo, e la miseria manifesta di coloro che stavano per vendergli un diamante che sembrava uscito dallo scrigno di un re. Raccontate, signora, diss'egli, volendo senza dubbio profittare dell'assenza del marito, perchè non vi fosse alcun segno per parte di costui, e per vedere se i due racconti corrispondevano bene uno coll'altro. Eh! mio Dio, disse la donna con volubilità, è una benedizione del cielo che eravamo ben lungi dall'aspettarci. Immaginatevi, caro signore, che mio marito era unito in amicizia, fin dal 1814 o 1815 con un marinaro chiamato Edmondo Dantès. Questo povero giovine non aveva dimenticato Caderousse, che lo aveva obbliato del tutto, e gli ha lasciato morendo il diamante che avete veduto. Ma in qual modo n'era egli divenuto possessore? domandò il gioielliere. Egli lo aveva dunque prima d'entrare in prigione? No, signore, ma in prigione ha fatto la conoscenza, a quanto pare, di un inglese ricchissimo; e siccome il suo compagno di camera fu malato, e Dantès lo trattò come se fosse stato un fratello, così, l'inglese uscendo dal carcere lasciò al povero Dantès, che meno fortunato di lui è morto in prigione, questo diamante ch'egli a sua volta ci ha lasciato in legato a noi morendo, e che il degno abate ci ha rimesso questa mattina. È in realtà lo stesso racconto, mormorò il gioielliere, e, in fin dei conti, la storia può essere vera, per quanto comparisca inverosimile a primo aspetto. Non vi è dunque che il prezzo sul quale non siamo ancora d'accordo. Come! non siamo d'accordo! disse Caderousse; io credeva che aveste acconsentito al prezzo che ve ne ho domandato. Cioè, rispose il gioielliere, al prezzo di 40 mila franchi che vi ho offerti. 40 mila franchi, gridò la Carconta; non lo venderemo certamente per questo prezzo. L'abate ci ha detto che ne vale 50 mila, senza calcolare la legatura. E come si chiamava quest'abate, domandò l'istancabile interrogatore. L'abate Busoni, rispose la donna. È dunque uno straniero? Credo che sia un Italiano delle vicinanze di Mantova. Mostratemi questo diamante, riprese il gioielliere, che lo riveda una seconda volta; spesso si giudicano male le pietre a prima vista. Caderousse cavò di saccoccia un piccolo astuccio di marrocchino nero, l'aprì e lo passò al gioielliere.
«Alla vista di questo diamante grosso quanto una piccola nocciuola, me lo ricordo come se lo vedessi ancora, gli occhi della Carconta sfavillarono di cupidigia.
E che pensavate di tutto ciò, signor ascoltatore alle porte? domandò Monte-Cristo, aggiustavate fede a questa bella favola?
Sì, eccellenza, non riteneva Caderousse per un uomo cattivo, e lo credeva incapace di aver commesso un delitto, e fors'anche un furto.
Questo fa più onore al vostro cuore che alla vostra esperienza, Bertuccio. Avevate conosciuto questo Edmondo Dantès di cui si parlava?
No, eccellenza, fino allora non ne aveva mai inteso parlare, e dopo nemmeno tranne una sola volta dallo stesso abate Busoni, quando lo vidi nelle prigioni di Nimes.
Bene, continuate.
Il gioielliere prese l'anello dalle mani di Caderousse, cavò di saccoccia un paio di piccole pinzette d'acciaio, e un bilancino di rame; poi allontanando le punte d'oro che ritenevano la pietra nell'anello, fece uscire il diamante dal suo alveolo, e lo pesò scrupolosamente nel bilancino.
«Giungerò fino a 45 mila franchi, diss'egli, ma non darò un soldo di più; siccome questo era il vero prezzo dell'anello, non ho preso meco che questa somma precisamente.
«Oh! per questo, ritornerò con voi a Beaucaire per prender gli altri 5 mila franchi No, disse il gioielliere restituendo a Caderousse l'anello ed il diamante: questo non vale di più; e sono anzi dolente di avervi offerto questa somma, atteso che la pietra ha un difetto che non aveva veduto prima; ma non importa, io non ho che una parola, ho detto 45 mila franchi, e non mi ritiro. Almeno rimettete il diamante nell'anello, disse con asprezza la Carconta.
«Egli ritornò ad incassare la pietra. Bene, bene, bene, disse Caderousse, rimettendosi in saccoccia l'astuccio, si venderà ad un altro. Sì, rispose il gioielliere, ma un altro non sarà così corrente come sono io; un altro non si contenterà delle informazioni che mi avete date; non è cosa naturale che un uomo come voi possegga un anello di 50 mila franchi; egli ne darà parte ai magistrati, e bisognerà ritrovare l'abate Busoni, e gli abbati che regalano diamanti da due mila luigi, sono rari; la giustizia comincerà col mettervi le mani sopra, sarete messo in prigione, e se siete riconosciuto innocente verrete messo in libertà dopo tre o quattro mesi di prigionia, l'anello o si sarà perduto in ispese di giudizio, o vi sarà restituito con una pietra falsa che costerà 3 franchi invece di 50 mila, e voglio anche ammettere 55 mila, ma voi converrete meco, mio brav'uomo, si corrono sempre certi rischi a comprare. Caderousse e sua moglie s'interrogarono con uno sguardo. No disse Caderousse, noi non siamo abbastanza ricchi per perdere 5 mila franchi
«Come volete, mio caro amico, io però avevo portato, come vedete, bella moneta. E con una mano cavò di saccoccia un pugno d'oro che fece risplendere avanti gli occhi abbarbagliati degli albergatori, e con l'altra un pacchetto di biglietti di banca. Una forte pugna agitava visibilmente l'animo di Caderousse; era evidente che quel piccolo astuccio di marrocchino, che girava e rigirava nelle sue mani, non gli sembrava corrispondere, come valore, alla somma enorme che gli affascinava gli occhi. Egli si volse a sua moglie:
«Che dici tu? le domandò a bassa voce.
«Daglielo, daglielo, diss'ella; s'egli ritorna a Beaucaire senza il diamante, ci denunzierà, e come lo ha detto, chi sa se potremo più ritrovare l'abate Busoni?
«Ebbene, sia così, disse Caderousse, prendete il diamante per 45 mila franchi, ma mia moglie vuole una catena d'oro, ed un paio di buccole d'argento. Il gioielliere cavò di tasca una scatola lunga e piatta che conteneva molti campioni degli oggetti domandati: Prendete, diss'egli, io sono andante negli affari; scegliete. La donna scelse una collana d'oro che poteva costare 5 luigi, ed il marito un paio di buccole del valore di 5 franchi Spero che non vi lamenterete? disse il gioielliere. L'abate aveva detto che costava 50 mila franchi mormorò Caderousse. Andiamo, andiamo, date adunque! che uomo terribile, disse il gioielliere togliendogli di mano il diamante; io vi sborso 45 mila franchi, 2,500 franchi di rendita, vale a dire, una fortuna come vorrei averla io, e non siete ancora contento!
«Ed i 45 mila franchi, domandò Caderousse con voce rauca, vediamo, ove sono? Eccoli, disse il gioielliere. E contò sulla tavola 15 mila franchi in oro, e 30 mila in biglietti di banca. Aspettate che accenda una lucerna, disse Carconta, non ci si vede più, e si potrebbe sbagliare. In fatto durante questa discussione era sopraggiunta la notte, e colla notte l'uragano che minacciava da più di una mezz'ora. Si sentiva in lontano rumoreggiare sordamente il tuono; ma nè il gioielliere, nè Carconta, nè Caderousse sembravano occuparsene, tanto tutti e tre erano ossessi dal demonio del guadagno.
«Io stesso provai una strana fascinazione alla vista di quell'oro, e di quei biglietti. Mi sembrava di fare un sogno; e come succede nei sogni, mi sentiva inchiodato al mio posto. Caderousse contò e ricontò l'oro e i biglietti: quindi li passò alla moglie, che li contò e ricontò anch'essa. In questo mentre il gioielliere faceva specchiare il lume sul diamante, che faceva luccicare dei lampi da far dimenticare quelli ch'erano precursori dell'uragano, e che già cominciavano ad infiammare le finestre. Ebbene! c'è il vostro conto? domandò il gioielliere. Sì, disse Caderousse, dammi il portafogli, e trovami un sacchetto, Carconta.
«Carconta aprì un armadio, e ritornò portando un vecchio portafogli di cuoio, dal quale furono tolte alcune lettere sudice, ed in loro vece furono messi i biglietti, ed un sacchetto nel quale erano racchiusi i due o tre scudi da sei lire, che probabilmente formavano tutta la fortuna della miserabile famiglia. Eh! disse Caderousse, quantunque mi abbiate alleggerito forse di un 10 mila franchi, volete cenare con noi? ve l'offro di buon cuore.
«Grazie, disse il gioielliere; deve essersi fatto tardi, e bisogna che ritorni a Beaucaire, perchè mia moglie starebbe in pena. E cavò l'orologio. Per bacco! gridò egli, quanto prima le nove, non sarò a Beaucaire prima della mezza notte. Addio miei piccoli figli; se per caso ritornassero degli abbati Busoni, pensate a me.
«Fra dieci giorni non sarete più a Beaucaire, disse Caderousse, poichè la fiera finisce nella settimana ventura.
«No, ma questo non importa, scrivetemi a Parigi, signor Giovanni, Palazzo Reale, galleria delle pietre, n. 45: farò il viaggio espressamente se ne vale la pena.
«Uno scroscio di fulmine rintronò, accompagnato da un lampo così vivo, che tolse quasi il chiarore della lucerna.
«Oh! oh! disse Caderousse, e volete partire con questo tempo? Oh! non ho paura del tuono, disse il gioielliere.
«E dei ladri? domandò Carconta: la strada non è mai molto sicura in tempo di fiera.
«Oh! quanto ai ladri, ecco ciò che tengo per loro.
«E cavò di saccoccia un paio di piccole pistole cariche fino alla bocca. Ecco, diss'egli, dei cani che abbaiano e mordono nello stesso tempo: queste sono pei due primi che avessero brama del vostro diamante, padre Caderousse.
«Caderousse e sua moglie si ricambiarono una cupa occhiata: sembrava che entrambi avessero contemporaneamente qualche terribile pensiero. Allora, buon viaggio, disse Caderousse. Grazie, rispose il gioielliere. E preso il bastone che aveva posato contro un vecchio baule uscì. Nell'atto che aprì la porta entrò un colpo di vento, che per poco non ispense la lucerna.
«Oh! diss'egli, va a farsi un bel tempo, ed io ho due leghe da camminare con questo tempo!
«Restate, disse Caderousse, dormirete qui.
«Sì, restate, disse Carconta con voce mal ferma; avremo per voi tutte le cure.
«No, bisogna ch'io vada a dormire a Beaucaire. Addio.
«Caderousse andò lentamente fino sul limitare della porta.
«Non si distingue nè cielo nè terra, disse il gioielliere già fuori di casa. Debbo prendere a destra o a sinistra?
«A destra, disse Caderousse; non v'è da sbagliare, la strada è fiancheggiata d'alberi da ambe le parti.
«Va bene, vi sono, disse la voce quasi estinta in lontano.
«Chiudi dunque la porta, disse Carconta: a me non piacciono le porte aperte quando tuona.
«E quando v'è del danaro in casa, n'è vero? rispose Caderousse, dando un doppio giro alla serratura. Egli rientrò, andò all'armadio, ne cavò il sacchetto ed il portafogli, ed entrambi si misero a contare per la terza volta l'oro ed i biglietti.
«Io non ho mai veduto una espressione simile a quella di quei due visi, di cui una debole lampada rischiarava la cupidigia. La donna particolarmente era schifosa: il tremito febbrile che abitualmente l'animava, s'era raddoppiato. Il suo viso di pallido era divenuto livido; gli occhi incavati fiammeggiavano. Perchè dunque, domandò ella, gli hai offerto di dormire qui? Ma, rispose Caderousse con un tremito, perchè... perchè non avesse la pena di ritornare a Beaucaire. Ah! disse la donna con una espressione impossibile a ripetersi, credeva che fosse per un altro fine.
«Donna, donna! gridò Caderousse, perchè hai simili idee? e perchè, avendole, non le riserbi tutte per te?
«È lo stesso, disse Carconta dopo un momento di silenzio: tu non sei un uomo. Come sarebbe a dire? disse Caderousse. Se fossi stato un uomo, egli non sarebbe uscito di qui. Donna! Oppure non arriverebbe a Beaucaire.
«Donna! La strada fa un gomito, egli è obbligato di seguire la strada, mentre lungo il canale s'accorcia.
«Donna! Tu offendi il buon Dio... Tieni, ascolta...
«In fatto s'intese uno spaventoso tuono, nello stesso tempo un lampo rossastro infiammò tutta la sala, mentre il fulmine, decrescendo lentamente, sembrava allontanarsi di mala voglia dalla casa maledetta. Gesù! disse Carconta segnandosi. Nello stesso tempo, ed in mezzo a quel silenzio di terrore che ordinariamente succede allo scroscio d'un fulmine, s'intese battere alla porta. Caderousse e sua moglie fremettero, e si guardarono spaventati. Chi va là? gridò Caderousse alzandosi, e riunendo in un sol monte l'oro ed i biglietti ch'erano sparsi per la tavola, e che coprì con le mani. Son io, disse una voce. E chi siete?
«Eh! per bacco! Giovanni il gioielliere! Ebbene! che dici ora? riprese Carconta con un terribile sorriso, che io offendeva il cielo? ecco che il cielo pietoso ce lo rimanda!
«Caderousse ricadde pallido ed anelante sulla sedia.
«Carconta, al contrario si alzò, e andò con passo fermo ad aprire la porta. Entrate dunque, caro signor Giovanni.
«In fede mia, disse il gioielliere irrigato dalla pioggia, pare che il diavolo non voglia ch'io ritorni a Beaucaire questa sera. Le più corte pazzie sono le migliori, mio caro Caderousse; mi avete offerto ospitalità, l'accetto, e vengo a dormire da voi. Caderousse balbettò qualche parola, asciugandosi il sudore che gli grondava dalla fronte.
«Carconta richiuse la porta a doppio giro di chiave, tosto che fu entrato il gioielliere.
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Capitolo 44. LA PIOGGIA DI SANGUE.
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«Il gioielliere entrando girò uno sguardo investigatore intorno a sè; ma nulla poteva fargli nascere sospetti, se non ne aveva, e nulla confermarglieli quando ne avesse avuti.
«Caderousse copriva sempre con ambo le mani i biglietti, e l'oro. Carconta sorrideva al suo ospite il più graziosamente che poteva. Ah! ah! disse il gioielliere, sembra che abbiate paura di non aver ricevuto il conto vostro: che ritornavate a contare il vostro tesoro prima della mia partenza?
«No, disse Caderousse, ma l'avvenimento che ce ne mette in possesso è così inatteso, che non vi possiamo ancora aggiustar fede, e quando non abbiamo la prova materiale sotto gli occhi, ci pare sempre di sognare. Il gioielliere sorrise. Avete viaggiatori nel vostro albergo? domandò egli. No, rispose Caderousse, non diamo da dormire; siamo troppo vicini alla città e nessuno vi si ferma.
«Allora vi procuro un grandissimo incomodo?
«Incomodarci voi! mio caro signore, disse con grazia Carconta, niente affatto; ve lo giuro. Vediamo, dove mi metterete? Nella camera in alto. Ma quella non è la vostra camera? Oh! non importa; abbiamo un secondo letto nella camera di fianco a questa. Caderousse guardò con meraviglia la moglie. Il gioielliere canterellò una piccola canzonetta mentre si riscaldava il dorso ad una fascina che Carconta aveva accesa al caminetto per riscaldare il suo ospite. In questo mentre ella portava sopra un angolo della tavola, su cui aveva messa una salvietta, i magri avanzi di un pranzo al quale unì due o tre uova fresche.
«Caderousse aveva nuovamente racchiusi i biglietti nel portafogli, l'oro nel sacchetto, ed il tutto nell'armadio. Egli passeggiava in lungo ed in largo, cupo e meditabondo, alzando a quando a quando la testa sul gioielliere, che stava fumando davanti al caminetto, e che a seconda che si asciugava da un lato, si voltava dall'altro. Ecco qua, disse Carconta mettendo una bottiglia sulla tavola, quando vorrete cenare, tutto è all'ordine. E voi? domandò Giovanni.
«Io non cenerò, rispose Caderousse. Abbiamo pranzato tardissimo, si affrettò a dire Carconta. Cenerò dunque solo? disse il gioielliere. Vi serviremo, disse Carconta con una premura, che non le era naturale, neppure cogli ospiti del suo paese. Di tempo in tempo Caderousse lanciava su lei degli sguardi rapidi come il baleno. L'uragano continuava. Sentite? sentite? disse Carconta; avete fatto molto bene, in fede mia, a ritornare. Ciò non impedisce che se il temporale diminuisce durante la mia cena, io ritorni a mettermi in via. Spira maestrale, disse Caderousse scuotendo la testa, avremo questo tempo fino a domani. E dicendo ciò, mandò un sospiro. In fede mia, disse il gioielliere mettendosi a tavola, tanto peggio per quelli che sono di fuori. Sì, soggiunse Carconta, essi passeranno una cattiva notte. Il gioielliere cominciò la cena, e la Carconta continuò ad avere per lui tutte quelle piccole premure di un'attiva albergatrice; essa d'ordinario così dispettosa e strana era divenuta il modello della pulitezza e della previsione. Se il gioielliere l'avesse conosciuta per lo innanzi, si sarebbe certamente meravigliato di un sì gran cangiamento, e ciò non avrebbe mancato di inspirargli qualche sospetto. In quanto a Caderousse, egli non diceva una parola; continuava la sua passeggiata, e sembrava perfino esitasse a guardare l'ospite. Quando la cena fu terminata Caderousse andò egli stesso ad aprire la porta. Credo che l'uragano si calmi, diss'egli. Ma nello stesso momento, come per dargli una mentita, un terribile scroscio di tuono fece tremare la casa, e l'impeto del vento pervenne a spegnere la lucerna. Caderousse richiuse la porta, e sua moglie accese una candela al fuoco che stava estinguendosi. Prendete, diss'ella al gioielliere, dovete essere stanco, ho messo delle lenzuola di bucato al letto, salite per riposarvi, e dormite bene. Giovanni si fermò ancora un momento per assicurarsi che il temporale non si calmava, e quando fu fatto certo che il tuono e la pioggia non facevano che aumentare, augurò la buona notte ai suoi albergatori, e salì la scala.
«Egli passava al di sopra della mia testa, e sentiva ciascuno scalino scricchiolare sotto i suoi passi.
«Carconta lo seguì con occhio avido, mentre che Caderousse gli voltò le spalle, e non guardò neppure da quella parte.
«Tutti questi particolari che mi sono poi ritornati in memoria dopo quel tempo, non mi fecero in allora alcuna impressione mentre avvenivano sotto i miei occhi, e non v'era nulla di straordinario in ciò che accadeva, ed eccettuata la storia del diamante che mi sembrava un poco inverosimile, tutto andava in regola. Così, essendo spossato dalla fatica, e contando di approfittare del primo riposo che la tempesta avrebbe accordato agli elementi, risolvetti di dormire lì alcune ore, e di allontanarmi nel mezzo della notte. Io sentiva nella camera superiore che anche il gioielliere faceva tutti i preparativi per passare la notte il meglio che potesse. Ben presto il letto gemè sotto il peso di lui: egli era andato a riposare. Sentiva i miei occhi chiudersi mio malgrado, e siccome non aveva concepito alcun sospetto, così non misi alcun ostacolo al mio sonno. Gettai un ultimo sguardo nell'interno della cucina. Caderousse era assiso di fianco ad una lunga tavola, sur una di quelle panche di legno, che negli alberghi dei villaggi tengono le veci di sedie. Egli mi voltava le spalle, sì che non potei vederne i lineamenti; ma fosse ancor stato nella situazione contraria, nulla avrei potuto vedere, poichè teneva il viso sepolto nelle mani.
«La Carconta lo guardò per qualche tempo, poi si strinse nelle spalle e andò a sedersi vicino a lui.
«In questo mentre la fiamma morente si appiccò ad un avanzo di legno ch'ella aveva dimenticato; una luce un poco più viva illuminò l'interno. Carconta teneva gli occhi fissi sul marito, e siccome questi rimaneva sempre nella stessa posizione, la vidi stendere verso di lui la scarna mano, e toccarlo in fronte. Caderousse fremette. Mi sembrò che la donna movesse le labbra, ma sia ch'ella parlasse troppo piano, sia che i miei sensi fossero già presi dal sonno, il rumore della sua parola non giunse fino a me. Io non ci vedeva neppur più, che come a traverso una nebbia, e con quella incertezza annunziatrice del sonno, nella quale si crede di cominciare a sognare. Finalmente i miei occhi si chiusero, e perdei la conoscenza di me stesso.
«Io era nel più profondo del mio sonno, quando fui svegliato da un colpo di pistola seguito da un grido terribile. Alcuni passi barcollanti rumoreggiarono sul piancito della camera, ed una massa inerte venne a cadere dalla scala precisamente sopra la mia testa.
«Io non era ancora ben padrone di me. Intesi dei gemiti, poi delle grida soffocate come quelle che accompagnano una lotta. Un ultimo grido, che terminò in un gemito prolungato, venne a togliermi del tutto dal mio letargo. Mi sollevai sopra un braccio, aprii gli occhi, che non videro niente nelle tenebre, e portai la mano alla fronte, sulla quale mi pareva che cadesse, dalle fenditure della scala, una pioggia tiepida ed abbondante. Il più profondo silenzio era succeduto a questo spaventoso rumore; intesi il passo di un uomo che camminava al di sopra; questi passi fecero scricchiolare la scala; l'uomo discese nella camera inferiore, si avvicinò al caminetto, ed accese una candela. Era Caderousse; egli aveva il viso pallido, e la camicia insanguinata. Accesa la candela risalì rapidamente la scala, e intesi di nuovo i suoi passi rapidi ed inquieti. Un momento dopo ritornò a discendere; teneva in una mano l'astuccio, e si assicurò che entro v'era ancora il diamante. Cercò un momento in quale delle sue saccocce doveva metterlo; quindi, senza dubbio, non ritenendo la saccoccia per un nascondiglio abbastanza sicuro, lo avvolse nel fazzoletto rosso, e se lo aggirò intorno al collo. Poi corse all'armadio, ne cavò i biglietti e l'oro e mise gli uni nelle tasche dei suoi calzoni, l'altro nella saccoccia del suo abito, prese due o tre camice, si slanciò verso la porta, e disparve nell'oscurità. Allora tutto venne per me chiaro e manifesto; mi figurai l'accaduto, come se fossi stato il vero reo. Mi sembrò sentire dei gemiti: il gioielliere poteva non essere ancora morto; forse poteva riparare, apportandogli soccorso, una parte di quel male, che non aveva fatto, ma che aveva lasciato fare. Appoggiai le spalle contro l'assito di quella specie di tamburo che mi separava dalla sala inferiore, l'assito cedè, ed io mi ritrovai in casa. Corsi a prendere la candela, e mi slanciai verso la scala; un corpo la sbarrava di traverso, era il cadavere della Carconta. Il colpo di pistola che aveva inteso era stato scaricato per lei, aveva la gola trapassata da parte a parte, ed oltre a questa doppia apertura che gettava a rivi, vomitava il sangue dalla bocca. Ella era morta del tutto. Scavalcai il suo corpo, e passai. La camera offriva l'aspetto del più spaventoso disordine. Due o tre mobili erano rovesciati; il lenzuolo al quale si era aggrappato il disgraziato gioielliere era steso per la camera; egli stesso giaceva per terra, colla testa appoggiata contro il muro, nuotando in un mare di sangue, che scaturiva da tre larghe ferite riportate sul petto. Nella quarta era rimasto un lungo coltello da cucina di cui non si vedeva che il manico. Inciampai nella seconda pistola, che non aveva preso fuoco, perchè forse la polvere era bagnata. Mi avvicinai al gioielliere; effettivamente egli non era morto; al rumore che feci, al movimento particolarmente del piancito, aprì gli occhi stravolti, giunse a fissarli un momento su me, agitò le labbra come se avesse voluto parlare, e spirò. Questo truce spettacolo mi aveva reso quasi insensato. Dal momento che non poteva più arrecare soccorso ad alcuno, io non provai che un solo bisogno, quello cioè di fuggire. Mi precipitai dalla scala, cacciandomi le mani nei capelli, e mandando un ruggito di terrore. Nella sala terrena vi erano 5, o 6 doganieri, e due o tre gendarmi. Un intero picchetto d'armati. S'impadronirono di me; io non tentai nemmeno di fare resistenza, non era più padrone dei miei sensi. Tentai parlare e non emisi che qualche grido inarticolato. Vidi che i doganieri ed i gendarmi mi mostravano a dito; volsi gli occhi su me stesso, e m'accorsi allora ch'era tutto pieno di sangue. Quella pioggia tiepida, che avevo sentito cadermi sopra dalle fenditure dei gradini della scala, era il sangue di Carconta. Mostrai col dito il luogo ov'era nascosto.
«Che vuoi dire? domandò un gendarme.
«Un doganiere andò a vedere.
«Vuol dire ch'egli è passato di là, rispose egli. E mostrò l'apertura per la quale effettivamente io era passato. Allora capii che venivo preso per l'assassino. Ricuperai la voce, e ritrovai la forza; mi sciolsi dalle mani dei due uomini che mi tenevano, gridando: Non sono stato io! non sono stato io!
«Due gendarmi mi presero di mira colla carabina.
«Se fai un movimento, mi dissero, sei morto.
«Ma, gridai, se vi ripeto che non sono stato io.
«Tu racconterai la tua storiella ai giudici di Nimes, risposero essi. Frattanto vieni con noi; e se abbiamo un buon consiglio a darti, si è di non fare resistenza. Questa non era la mia intenzione, io era spossato dalla sorpresa e dal terrore. Mi furono messe le manette, fui attaccato alla coda di un cavallo, e fui condotto a Nimes. Era seguito da un doganiere che mi aveva perduto di vista nelle vicinanze della casa, e pensando che avrei passata ivi tutta la notte andò ad avvisare i compagni, che giunsero in tempo per sentire di lontano il colpo di pistola, e per cogliere me, entrando, in mezzo a tante prove di reità, sì che capii benissimo quanto mi sarebbe costato a poter far conoscere la mia innocenza. Non aveva che un sol punto d'appoggio; e la mia prima domanda che feci al giudice d'istruzione fu una preghiera perchè fosse ricercato un certo abate Busoni, che in quel giorno si era fermato all'albergo del Ponte di Gard. Se Caderousse aveva inventata una storia, se quest'abate non esisteva, era evidentemente perduto, a meno che non fosse arrestato Caderousse, e confessasse tutto.
«Scorsero due mesi, durante i quali, debbo dirlo a lode dei miei giudici, furono fatte tutte le possibili ricerche per ritrovare quello che lor domandava. Aveva già perduta ogni speranza, Caderousse non era stato arrestato. Io era vicino ad essere giudicato nella prima seduta, allorchè li 8 settembre, cioè tre mesi e 5 giorni dopo l'avvenimento, l'abate Busoni, sul quale non sperava più, si presentò alle carceri, dicendo che sapeva che un prigioniero desiderava parlargli. Egli aveva saputo, diceva, la cosa a Marsiglia, e si affrettava a corrispondere al mio desiderio. Capirete con quale ardore lo ricevetti; gli raccontai tutto ciò di cui era stato testimonio, cominciai con esitanza la storia del diamante; contro ogni mia aspettativa, essa era vera punto per punto, e contro ogni mia aspettativa ancora egli aggiustò un'intera credenza a tutto ciò che gli dissi. Allora convinto dalla sua dolce carità, ravvisando in lui una profonda conoscenza dei costumi del mio paese, e pensando che la parola del perdono del solo delitto che aveva commesso in mia vita, poteva forse uscire dalle sua labbra tanto caritatevoli, gli raccontai, sotto il suggello di confessione, l'avventura d'Auteuil con tutti i suoi particolari. Ciò che aveva fatto per attraenza ottenne il medesimo resultato che se lo avessi fatto per secondo fine. La confessione di questo primo assassinio, che niente mi costringeva a confessare, gli provò ch'io non aveva commesso il secondo: egli mi lasciò, dicendomi di sperare e promettendomi di fare ciò che sarebbe stato in suo potere per convincere i giudici della mia innocenza.
«Ebbi di fatto la prova ch'egli si era occupato di me, quando vidi addolcirsi i trattamenti che riceveva nella mia prigione, e seppi che veniva differito il mio giudizio alle sedute che sarebbero venute dopo quelle che già si erano radunate. In quest'intervallo la Provvidenza volle che Caderousse fosse arrestato all'estero, e ricondotto in Francia. Egli confessò tutto, aggravando la moglie della premeditazione, e particolarmente della istigazione: e fu condannato alla galera in vita, ed io fui messo in libertà.
E fu allora, disse Monte-Cristo, che vi presentaste a me colla lettera dell'abate Busoni.
Sì, eccellenza, egli aveva preso per me un particolare interessamento. Il vostro stato di contrabbandiere vi perderà, mi diss'egli, se voi uscite di qui, lasciatelo.
«Ma, padre mio, gli chiesi, come volete che faccia a vivere e a far vivere la mia povera cognata?
«Uno dei miei penitenti, mi disse egli, mi ha in molta stima, e mi ha incaricato di trovargli un uomo di confidenza. Volete essere quest'uomo? vi dirigerò a lui.
«Oh! padre mio, gridai, quanta bontà!
«Ma mi giurate che non avrò mai a pentirmene?
«Stesi la mano per fare il mio giuramento.
«È inutile, diss'egli, conosco ed amo i Corsi: ecco la mia raccomandazione. E scrisse le poche linee ch'io vi portai, e per le quali Vostra Eccellenza ebbe la bontà di prendermi al suo servigio. Ora domando con orgoglio a Vostra Eccellenza: ha ella mai avuto a lamentarsi di me?
No, rispose il conte, e lo dico con piacere, siete un buon servitore, quantunque manchiate di confidenza.
Io signor conte!
Sì, voi. E come va: avete una cognata ed un figlio adottivo, e non mi avete mai parlato di loro?
Ahimè! eccellenza, questo è quanto mi rimane a dirvi, ed è la parte più trista della mia vita. Io partii per la Corsica: aveva fretta, come potete bene immaginarvi, d'andare a consolare quella ch'io chiamava mia sorella, ma quando giunsi a Rogliano, trovai la casa in lutto. Era accaduta una scena orribile, e di cui i vicini conservavano ancora memoria! La mia povera sorella, giusta quanto io le aveva consigliato, resistè alle pretensioni di Benedetto, che ad ogni momento voleva tutto il danaro di casa. Una mattina ei la minacciò, e poi disparve per tutto il giorno. Ella pianse, quella povera Assunta aveva pel miserabile una tenerezza materna. Giunse la sera, e lo aspettò senza andare in letto. Allorchè alle undici entrò con due dei suoi amici, compagni di tutte le sue follie, ella gli stese le braccia ma questi s'impossessarono di lei, ed uno dei tre, io temo che non sia stato quel diabolico fanciullo, l'uno dei tre gridò:
«Diamole la tortura, bisognerà bene allora che confessi ove tiene nascosto il suo danaro. Il vicino Wasilio per l'appunto era a Bastia, e sua moglie soltanto era rimasta in casa. Nessuno eccettuata lei, poteva vedere o sentire ciò che accadeva in casa mia. Due di loro tenevano ferma la povera Assunta, che non potendo credere alla possibilità di un simile eccesso, sorrideva a quelli che ne divenivano i carnefici, il terzo andò a barricare le porte e le finestre, indi ritornò, e tutti e tre riuniti, soffocando le grida che il terrore le strappava in faccia a questi preparativi che divenivano sempre più seri, avvicinarono i piedi di Assunta ad un braciere sul quale essi contavano per farle confessare dove era stato nascosto il piccolo tesoro; ma nella lotta il fuoco le si appiccò alle vesti: lasciarono allora la paziente per non essere bruciati anche essi. Fra le fiamme ella corse alla porta, ma era chiusa, si slanciò verso le finestre, ma erano barricate. Allora la vicina intese dei gridi orribili; era Assunta che chiamava soccorso. Ben presto la sua voce fu soffocata, e le grida divennero gemiti; la dimane, dopo una notte di terrore, e d'angoscia, quando la moglie di Wasilio si avventurò ad uscir di casa, e fare aprire la porta dal giudice, fu ritrovata la povera Assunta per metà bruciata, ma che respirava ancora; gli armadi sforzati, ed il piccolo tesoro sparito. Benedetto aveva lasciato Rogliano per non ritornarvi più, e da quel giorno non l'ho più nè veduto, nè ho inteso parlare di lui. Dopo queste triste notizie, venni da Vostra Eccellenza Io non poteva più parlarvi di Benedetto, perchè era sparito, nè di Assunta perchè era morta.
E che avete pensato di ciò? domandò Monte-Cristo.
Che questo era stato il castigo del delitto che io aveva commesso, rispose Bertuccio. Ah! questi Villefort, sono una razza maledetta!
Lo credo anch'io, mormorò il conte con accento lugubre.
Ed ora, n'è vero, riprese Bertuccio, Vostra Eccellenza comprenderà, che questa casa che d'allora non avevo più veduta, che questo giardino ove mi sono ritrovato d'improvviso, che questo luogo ove ho ammazzato un uomo, devono avermi procurato triste commozioni, delle quali avete voluto conoscere l'origine; poi perchè in fine non sono sicuro che davanti a me, là, ai miei piedi, Villefort non sia stato sepolto nella fossa ch'egli aveva scavata per suo figlio.
Infatto tutto è possibile, disse Monte-Cristo levandosi dal banco su cui era assiso; ed anche, soggiunse a bassa voce, che il procuratore del re non sia morto. L'abate Busoni ha fatto bene ad indirizzarvi a me. E voi parimente avete fatto bene a raccontarmi la vostra storia, perchè non avrò più cattivi pensieri a vostro riguardo. In quanto a codesto mal chiamato Benedetto, non avete mai cercato di sapere ciò che ne sia avvenuto?
Giammai. S'io avessi saputo ov'egli era, invece d'andare a lui, sarei fuggito come davanti ad un mostro. No, fortunatamente, non ne ho inteso mai parlare da chicchesia al mondo; e spero che sia morto.
Non lo sperate, Bertuccio, disse il conte; i cattivi non muoiono così, poichè sembra che Dio li prenda sotto la sua custodia per farne gli strumenti della sua giustizia.
Sia, disse Bertuccio. Tutto ciò però che io domando al cielo si è che non lo abbia mai a rivedere. Ora, continuò l'intendente abbassando la testa, voi sapete tutto, signor conte, siete il mio giudice quaggiù, non vorrete dirmi qualche parola di consolazione?
In fatto avete ragione, ed io posso dirvi ciò che vi direbbe l'abate Busoni. Quegli che avete colpito, meritava un castigo per ciò che aveva fatto a voi e fors'anche a qualcun altro. Benedetto, s'egli vive, servirà a qualche giustizia divina, poi a sua volta sarà anch'esso punito. In quanto a voi, non avete che un rimprovero a farvi: chiedetevi perchè, avendo salvato questo fanciullo dalla morte non lo avete reso a sua madre; là sta il delitto, Bertuccio.
Sì signore, là sta il mio delitto, ed il vero delitto, perchè in questo sono stato un vile. Una volta che avevo richiamato alla vita il fanciullo, non avevo più che una sola cosa da fare, voi lo diceste, era di farlo sapere a sua madre. Ma per conseguir ciò, mi necessitava fare delle ricerche, attirare l'attenzione, e forse scoprirmi; non volli morire, era attaccato alla vita pel sostentamento di mia sorella; per l'amore di sè stesso, innato in ciascuno, di rimaner sani e liberi nelle nostre vendette; quindi finalmente, era attaccato alla vita anche per l'amore stesso della vita. Oh! non sono un bravo, come lo era mio fratello! E Bertuccio si nascose il viso fra le mani. Monte-Cristo fissò su lui un lungo e indefinito sguardo, indi dopo un momento di silenzio reso ancora più solenne dall'ora e dal luogo. Per terminare degnamente questa conversazione che sarà l'ultima su tali avventure, Bertuccio, disse il conte, ritenete bene le mie parole, le ho spesso intese pronunciare dallo stesso abate Busoni. A tutti i mali vi sono due rimedii, il tempo ed il silenzio. Ora, Bertuccio, lasciatemi passeggiare un momento in questo giardino; ciò che porta a voi una emozione ripugnante, autore di questa orribile scena, sarà per me una sensazione quasi dolce, che darà un doppio prezzo a questa proprietà. Gli alberi non piacciono se non perchè danno ombra, e l'ombra stessa non piace se non perchè è piena di sogni e di visioni. Ecco che compro un giardino, credendo d'acquistare un semplice recinto circondato di muri, e d'improvviso esso si cambia in un giardino pieno di fantasmi non descritti nel contratto. Io amo i fantasmi, e non ho mai inteso dire che i morti abbiano in seimila anni, fatto tanto male, quanto ne fanno i vivi in un solo giorno. Rientrate dunque, Bertuccio, e andate a dormire in pace.
Bertuccio s'inchinò profondamente davanti al conte, e si allontanò mandando un sospiro.
Monte-Cristo rimase solo; e facendo quattro passi in avanti, mormorò: Qui, vicino a questa pianta la fossa in cui fu deposto il fanciullo; laggiù la piccola porta per cui si entrava nel giardino; in quest'angolo la scala segreta che conduce alla camera da letto. Credo di non aver bisogno di descrivere tutto ciò nel mio taccuino, perchè ecco qua, davanti ai miei occhi, intorno a me, sotto i miei piedi, il piano in rilievo; il piano vivente. Ed il conte dopo un ultimo giro in quel giardino andò a trovare la sua carrozza.
Bertuccio che lo vide astratto, s'assise presso il cocchiere. La carrozza riprese la strada di Parigi. La sera stessa, al suo ritorno nella casa dei Campi-Elisi, il conte di Monte-Cristo visitò tutta l'abitazione come avrebbe potuto fare hun uomo a cui essa fosse stata famigliare da molti anni; neppure una volta, sebbene andasse pel primo, aprì una porta per un'altra, o prese un corridore o una scala che non lo conducesse direttamente nel luogo ove aveva stabilito d'andare. Alì lo accompagnava in questa visita notturna. Il conte dette a Bertuccio molti ordini per l'abbellimento e la nuova distribuzione degli appartamenti; e cavando l'orologio disse all'attento moro: Sono le 11 e mezzo, Haydée non può tardare a giungere. Sono state avvertite le cameriere francesi?
Alì stese la mano verso l'appartamento destinato alla bella Greca (talmente isolato, che nascondendo la porta dietro la tappezzeria, la casa poteva essere visitata per intero, senza che alcuno avesse potuto sospettare esservi un salotto e due camere abitate), mostrò il numero tre colla mano sinistra, e su questa mano, messa a piatto, appoggiò la testa, e chiuse gli occhi a guisa di dormiente.
Ah! fece Monte-Cristo, abituato a questo linguaggio, sono tre che aspettano nella camera da letto, non è così?
Sì, fece Alì, agitando la testa d'alto in basso.
La signora sarà stanca questa sera, e senza dubbio vorrà dormire, continuò Monte-Cristo, che nessuno la faccia parlare; le cameriere francesi devono soltanto salutare la loro nuova padrona e ritirarsi; voi sorveglierete perchè la cameriera greca non abbia comunicazione colle cameriere francesi. Alì s'inchinò. Ben presto fu inteso chiamare il portinaro; il cancello s'aprì, una carrozza percorse il viale e si fermò davanti alla scalinata. Il conte discese; la portiera era già aperta, egli stese la mano ad una giovane avvolta in un manto di seta verde ricamato in oro che la copriva tutta, fin dalla testa. Allora, preceduti da Alì che portava una torcia col profumo di rose, la giovane fu condotta al suo appartamento, quindi il conte si ritirò nel padiglione che erasi riserbato.
Mezz'ora dopo mezza notte tutti i lumi erano spenti nella casa, sarebbesi potuto credere che tutti dormissero.
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Capitolo 45. IL CREDITO ILLIMITATO.
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La dimane verso le due dopo mezzo giorno, una carrozza calesse tirata da due magnifici cavalli inglesi, si fermò davanti alla porta di Monte-Cristo; un uomo vestito con un abito blu, con bottoni di seta dello stesso colore, un gilè bianco sormontato da una enorme catena d'oro, con pantaloni neri, acconciato con capelli talmente neri e che discendevano tanto in basso sulle sopracciglia, da dubitare che non fossero naturali, tanto erano poco in armonia colle rughe sottoposte che non giungevano a nascondere; un uomo finalmente di 50 a 55 anni, e che cercava di dimostrarne 40, cavò la testa del finestrino della carrozza, sullo sportello della quale era dipinta una corona di barone, e mandò il groom a dimandare al portinaro, se il conte di Monte-Cristo era in casa.
Mentre aspettava, quest'uomo osservava con un'attenzione così minuta, che quasi era impertinente, l'esterno della casa, quanto poteva distinguersi dal giardino, e la livrea di quei domestici che si potevano vedere andare e venire. L'occhio n'era vivace, ma piuttosto furbo che spiritoso. Le labbra erano così sottili che in vece di sporgere infuori si ripiegavano in dentro. Finalmente la larghezza e la protuberanza degli zigomi, segno infallibile d'astuzia, la depressione della fronte, il rigonfiamento dell'occipite che sorpassava un paio d'orecchie che non erano punto aristocratiche, contribuivano a dare per ciascun fisonomista un'indole ributtante alla fisonomia di questo personaggio, che molto si raccomandava agli occhi del volgo pei suoi magnifici cavalli, per l'enorme diamante che portava alla camicia, e pel nastro rosso che si estendeva da un capo all'altro della bottoniera dell'abito.
Il groom bussò all'invetriata del portinaro, domandando:
Non è qui che abita il conte di Monte-Cristo?
È qui che abita s. E., rispose il portinaro, ma... E consultò con uno sguardo Alì, che fece un segno negativo.
Ma? domandò il groom.
Sua Eccellenza non è visibile, rispose il portinaro.
In questo caso, ecco il biglietto di visita del mio padrone, il barone Danglars: voi lo consegnerete al conte di Monte-Cristo, e gli direte che andando alla Camera, il mio padrone è passato di qui per avere l'onore di vederlo.
Io non parlo a s. E., rispose il portinaro, però il cameriere farà l'ambasciata. Il groom ritornò alla carrozza.
Ebbene? domandò Danglars. Il ragazzo, abbastanza svergognato dalla lezione che aveva ricevuta, ripetè al padrone la risposta che gli aveva data il portinaro.
Oh! fece questi, è dunque un principe questo signore che viene detto eccellenza, e di cui il solo cameriere abbia il diritto di parlargli? Non importa, poichè ha un credito su me, bisogna bene che lo veda quando avrà bisogno di danaro. E Danglars si rigettò nel fondo della carrozza, gridando al cocchiere in modo che si sarebbe sentito dall'altra parte della strada: Alla Camera dei Deputati!
Fra una griglia del padiglione, Monte-Cristo, avvisato in tempo, aveva veduto il barone, e lo aveva osservato, coll'aiuto di un eccellente occhialino, con non minore attenzione di quella che Danglars stesso aveva mossa ad analizzare la casa, il giardino, e le livree. Davvero, diss'egli con un gesto di disgusto e facendo rientrare le lenti dell'occhialino nel loro manico d'avorio; Ah! davvero che quest'uomo è una laida creatura. Come mai, dalla prima volta che lo vedono, non riconoscono il serpente dalla fronte appiattita, l'avvoltoio dal cranio rotondeggiante, lo sparviere dal becco stracciante? Alì, gridò egli: indi battè un colpo sul campanello di rame. Alì comparve.
Chiamate Bertuccio, diss'egli.
Nello stesso momento entrò Bertuccio.
Vostra Eccellenza mi faceva chiamare? disse l'intendente.
Sì, signore, disse il conte. Avete veduti i cavalli che si sono fermati davanti alla mia porta?
Certamente, eccellenza; sono ancor molto belli.
E come accade dunque, disse Monte-Cristo aggrottando il sopracciglio, che mentre ho ordinato i due più bei cavalli che fossero a Parigi, vi siano ancora dei cavalli più belli dei miei, che non siano nelle mie scuderie? All'aggrottarsi delle sopracciglia, ed al tuono severo di quella voce, Alì abbassò la testa ed impallidì. Non è tua colpa, buon Alì, disse in arabo il conte con una dolcezza che non sarebbesi creduto poterla incontrare nè nella sua voce, nè sul suo viso, tu non t'intendi di cavalli inglesi. La serenità ricomparve sui lineamenti d'Alì. Signor conte, disse Bertuccio, i cavalli di cui mi parlate non erano da vendersi.
Monte-Cristo si strinse nelle spalle: Sappiate, signor intendente, diss'egli, che tutto è sempre da vendersi per chi sa fissare il prezzo.
Il signor Danglars li ha pagati 16 mila franchi signor conte.
Ebbene, bisognava offrirgliene 32 mila; egli è un banchiere, ed un banchiere non lascia mai sfuggirsi l'occasione di raddoppiare il suo capitale.
Il signor conte parla sul serio? domandò Bertuccio.
Monte-Cristo guardò l'intendente come un uomo meravigliato che si fosse ardito fargli una simile interrogazione.
Questa sera, diss'egli, ho una visita da restituire, voglio che quei due cavalli siano attaccati alla mia carrozza con finimenti nuovi. Bertuccio si ritirò salutando; vicino alla porta si fermò: A che ora, diss'egli, Vostra Eccellenza conta di fare la visita? Alle cinque, disse Monte-Cristo.
Farò osservare a Vostra Eccellenza che sono già le due, si arrischiò a dire l'intendente. Lo so, si contentò di rispondere Monte-Cristo. Poi rivolgendosi ad Alì. Fate passare tutti i cavalli davanti alla signora, diss'egli, e che ella scelga la pariglia che più le piace; e che mi faccia dire se vuole pranzar meco; in questo caso che sia apparecchiato nell'appartamento di lei. Andate, discendendo mandatemi il cameriere. Non appena uscito Alì, entrò il cameriere. Battistino, disse il conte, è ormai un anno che voi siete al mio servizio; questo è il tempo di esperimento che d'ordinario fisso alla mia servitù: son contento di voi. Battistino s'inchinò. Resta ora a sapersi se voi siete contento di me.
Oh! signor conte! si affrettò di dire Battistino.
Ascoltatemi fino alla fine, riprese il conte. Voi avete 1500 franchi l'anno di salario, vale a dire il soldo di un buono e bravo ufficiale che arrischia la sua vita tutti i giorni; avete una tavola che molti capi di ufficio, servitori disgraziati, infinitamente più occupati di voi, non potrebbero desiderare di meglio. Domestico, voi stesso avete dei domestici che hanno cura della vostra biancheria e dei vostri effetti. Oltre a 1500 franchi di paga, voi mi rubate negli acquisti del mio vestiario, circa altri 1500 franchi ogni anno.
Oh! eccellenza!
Io non me ne lamento, Battistino, questa è cosa naturale; però desidererei che la cosa si limitasse qui. Voi dunque non ritrovereste in alcun altro luogo un posto simile a quel che vi ha dato la vostra buona fortuna. Io non percuoto mai la mia servitù, non bestemmio mai, non mentisco mai, non vado mai in collera, perdono sempre uno sbaglio, mai però una negligenza od una dimenticanza. I miei ordini sono ordinariamente brevi, ma chiari e precisi; amo meglio di ripeterli due ed anco tre volte che vederli male interpretati. Sono abbastanza ricco per sapere tutto quel che voglio sapere, e sono curiosissimo, ve ne prevengo. Se io sapessi adunque che voi aveste parlato di me in bene od in male, che aveste fatti dei commenti sulle mie azioni, sorvegliata la mia condotta, uscireste sul momento da casa mia: io non avverto un servitore che una sola volta. Ora siete avvertito. Andate! Battistino s'inchinò e fece tre o quattro passi per ritirarsi. A proposito, riprese il conte, dimenticava di dirvi che ogni anno io metto a frutto un certo capitale sulla vita dei miei domestici. Quelli che licenzio dal mio servizio perdono necessariamente questa somma, che va in profitto di quelli che rimangono, e della quale andranno in possesso dopo la mia morte. È passato l'anno che siete al mio servizio, ed il vostro capitale è già incominciato; sappiatelo far continuare. Questo discorso, fatto davanti ad Alì che rimaneva impassibile, poichè non capiva una parola di francese, produsse su Battistino un effetto che sarà facile ad essere capito da quelli che hanno qualche poco studiata la fisiologia del domestico francese.
Cercherò di conformarmi su tutti punti alla volontà di Vostra Eccellenza, diss'egli, e per far meglio, seguirò l'esempio di Alì.
Oh! niente affatto, disse il conte con una freddezza di marmo. Alì ha molti difetti mescolati alle sue qualità; non vi modellate dunque su di lui, perchè egli è un'eccezione; egli non ha stipendio, non è un domestico, è uno schiavo, è il mio cane; se non facesse il suo dovere, non lo caccerei, ma lo ammazzerei. Battistino aprì due grandi occhi.
Voi ne dubitate? disse Monte-Cristo. E ripetè in arabo ad Alì le stesse parole che aveva dette in francese a Battistino. Alì ascoltò, sorrise, si avvicinò al padrone, mise un ginocchio a terra e gli baciò rispettosamente la mano.
Questo piccolo corollario alla lezione mise al colmo lo stupore di Battistino, cui il conte fece segno di ritirarsi, ed Alì lo seguì. Entrambi passarono nel suo gabinetto, e là si trattennero lungamente. Alle cinque il conte battè tre colpi sul campanello. Un colpo chiamava Alì, due colpi Battistino, tre colpi Bertuccio. L'intendente entrò.
I miei cavalli! disse Monte-Cristo.
Sono attaccati alla carrozza, eccellenza, rispose Bertuccio. Devo accompagnar Vostra Eccellenza?
No, soltanto il cocchiere, Battistino, ed Alì.
Il conte discese e vide attaccati alla sua carrozza i cavalli che nella mattina aveva ammirati alla carrozza di Danglars.
Passando vicino ad essi vi gettò un'occhiata:
Di fatto, sono belli, diss'egli, e voi avete fatto bene a comprarli, solo lo avete fatto un poco tardi.
Ho durato molta fatica ad averli, e sono costati un po' cari. Non per questo i cavalli sono meno belli; disse il conte stringendosi nelle spalle.
Se Vostra Eccellenza è soddisfatta, disse Bertuccio, tutto va bene; dove va Vostra Eccellenza?
Strada Chaussée-d'Antin dal barone Danglars.
Questa conversazione si faceva dall'alto della scalinata. Bertuccio fece un passo per discendere il primo scalino.
Aspettate signore, disse Monte-Cristo. Ho bisogno di una terra in Normandia sulla riva del mare, per esempio fra Havre e Boulogne. Vi do uno spazio vasto, come vedete. Bisognerebbe che in questo luogo vi fosse un piccolo porto, un piccolo seno, una piccola baia, ove potesse entrare ed uscire la mia corvetta, essa non pesca che 15 piedi d'acqua. Il bastimento sarà sempre in ordine per mettere alla vela, a qualunque ora del giorno o della notte mi piaccia di dargli il segnale. Voi v'informerete da tutti i notari di una proprietà che abbia le condizioni che vi ho dette; quando l'avrete trovata, andrete a visitarla, e se rimarrete contento la comprerete in vostro nome. La corvetta deve essere in viaggio per Fécamp, non è vero?
La stessa sera che noi abbiamo lasciato Marsiglia, io la vidi mettere alla vela. Ed il yacht? Il yacht ha ordine di star fermo alle Martigues. Va bene; voi corrisponderete di tanto in tanto coi due padroni che comandano affinchè essi non si addormentino. E pel battello a vapore?
Non è a Châlons? Sì. Gli stessi ordini che pei due bastimenti a vela. Bene! Subito che sarà comprata questa proprietà mi fisserete dei cambi di 10 in 10 leghe tanto sulla strada del nord, che su quella del mezzo giorno.
Vostra Eccellenza può fidarsi di me. Il conte fece un segno di soddisfazione, discese i gradini, e saltò nella carrozza, che trascinata al trotto dalla magnifica pariglia non si fermò che alla porta del banchiere. Danglars presiedeva una commissione nominata per una strada di ferro, allorchè vennero ad annunziargli la visita del conte di Monte-Cristo. La seduta del resto era quasi finita. Al nome del conte egli si alzò: Signori, diss'egli indirizzandosi ai suoi colleghi fra i quali v'erano molti onorevoli membri dell'una e dell'altra camera; perdonatemi se vi lascio così; ma immaginatevi che la casa Thomson e French di Roma m'indirizza un certo conte di Monte-Cristo aprendogli su di me un credito illimitato. Questo è lo scherzo più buffo che i miei corrispondenti all'estero si siano permessi verso di me. In fede mia, lo capirete bene, sono preso e trattenuto dalla più grande curiosità. Questa mattina sono passato da questo preteso conte; se fosse un vero conte, capirete bene, che non sarebbe così ricco: il signore non era visibile. Che ve ne pare? Queste maniere che si permette il nostro Monte-Cristo non sono esse proprie di qualche Altezza o di qualche bella donna? Del rimanente, la casa ai Campi-Elisi, che è sua, me ne sono informato, mi sembrò molto conveniente. Ma un credito illimitato, riprese Danglars ridendo col suo villano sorriso, rende molto esigente il banchiere sul quale viene aperto. Ho dunque fretta di vedere il nostro uomo. Mi credo mistificato. Ma quelli laggiù non sanno con chi hanno che fare: riderà bene chi riderà l'ultimo... Terminando queste parole, e dandogli un'enfasi che gli gonfiò le narici lasciò i suoi ospiti, e passò in un salone bianco e oro che faceva gran chiasso nella Chaussée-d'Antin. Là aveva ordinato che fosse introdotto il visitatore onde abbagliarlo di primo colpo. Il conte era in piedi, e stava considerando alcune copie dell'Albano e del Fattore vendute per originali al banchiere, e che, per quanto fossero copie, spiccavano molto sugli arabeschi di oro di tutti i colori che adornavano la volta. Al rumore che Danglars fece entrando, il conte si rivolse. Danglars fe' una leggiera inclinazione di testa, indicando colla mano al conte di sedersi in una seggiola di legno dorato, con cuscini di seta bianca broccata in oro.
Il conte si assise.
Ho l'onore di parlare al signor di Monte-Cristo?
Ed io, rispose il conte, al signor barone Danglars, cavaliere della legion di onore, membro della Camera dei Deputati? Monte-Cristo ridiceva tutti i titoli che aveva ritrovati sul biglietto da visita del barone. Danglars sentì la botta e si morse le labbra: Scusatemi, signore, diss'egli, di non avervi dato subito il titolo sotto il quale mi siete stato annunziato; ma voi lo sapete, noi viviamo sotto un governo popolare, ed io sono un rappresentante degl'interessi del popolo.
Di modo che, rispose Monte-Cristo, conservando l'abitudine di farvi chiamare barone, avete perduta quella di chiamare gli altri conte. Ah! non vi pongo nessun'idea, neppure per me, disse negligentemente Danglars; mi hanno fatto barone e cavaliere della legione d'onore pei servigi resi, ma... Ma voi avete abdicato ai titoli, come in altro tempo hanno fatto Montmorency e la Fayette? quest'è un bell'esempio da seguire, signore. Però non del tutto, riprese Danglars impacciato; pei domestici capirete...
Sì, voi siete barone per la servitù, e cittadino pei giornalisti, e pei vostri committenti. Queste sono gradazioni applicatissime al governo costituzionale. Capisco perfettamente.
Danglars si morse le labbra; egli vide che su quel terreno non era della forza di Monte-Cristo, cercò dunque di venire sopra un terreno che gli era più famigliare.
signor conte, diss'egli inchinandosi, ho ricevuto una lettera d'avviso dalla casa Thomson e French.
Ne sono contento, signor Barone. Permettetemi di trattarvi come la vostra servitù; è una cattiva abitudine presa nei paesi ove vi sono ancora dei baroni, precisamente perchè non se ne fanno più. Ne sono contento, diceva; non avrò bisogno di presentarmi io stesso, la qual cosa è sempre impacciante. Voi dunque avete ricevuto una lettera d'avviso?
Sì, rispose Danglars; ma vi confesso che non ne ho bene inteso il senso. Bah! Ed anzi aveva avuto l'onore di passare da voi per domandarvene la spiegazione.
Fatelo, signore, eccomi, io ascolto, e sono pronto a rispondervi. Questa lettera, rispose Danglars, credo d'averla meco. Si frugò per le tasche. Eccola, sì. Questa lettera apre al signor conte di Monte-Cristo un credito illimitato sulla mia casa.
Ebbene, signor barone, che vi trovate d'oscuro?
Niente, signore, fuorchè la parola illimitato...
Ebbene, questa parola non è forse francese? capirete che sono Anglo-alemanni che scrivono.
Oh! sia, signore, e dalla parte della sintassi non vi è niente da dire, ma non è così dal lato della contabilità.
È che la casa Thomson e French, chiese Monte-Cristo coll'aria più ingenua che avesse potuto assumere, non è a vostro avviso abbastanza sicura, signor barone? Diavolo! mi spiacerebbe, perchè ho depositati ad essi alcuni capitali!
Ah! perfettamente sicura, rispose Danglars con un sorriso quasi beffardo, ma la parola illimitato, in materia di finanza, è tanto vaga, che...
Che è illimitata, n'è vero? disse Monte-Cristo.
Precisamente questo voleva dire. Ora il vago è dubbio, ed il saggio dice, astienti dal dubbio.
Che è quanto dire, rispose Monte-Cristo, che se la casa Thomson e French è disposta a fare delle pazzie, la casa Danglars non è disposta a seguirne l'esempio.
Come ciò, signor conte.
Sì senza dubbio, Thomson e French fanno gli affari senza cifre; ma il signor Danglars ha un limite alle sue; è un uomo saggio, come le diceva poco fa.
Signore! rispose orgogliosamente il banchiere, nessuno ha ancora fatti i conti alla mia cassa.
Allora, rispose freddamente Monte-Cristo, sembra che sarò io che comincerò.
E chi vi ha detto questo? Le spiegazioni che voi mi chiedete, e che si rassomigliano molto all'esitazione.
Danglars si morse le labbra; era la seconda volta che veniva abbattuto da quest'uomo, e questa volta sopra un terreno ch'era il suo. La sua compitezza mordace non era che apparente e toccava quell'estremo che si accosta alla impertinenza. Monte-Cristo al contrario sorrideva colla buona grazia del mondo, e quando voleva, possedeva una cert'aria ingenua che gli dava molti vantaggi.
Finalmente, signore, disse Danglars dopo un momento di silenzio, cercherò di farmi intendere, pregandovi di fissare voi stesso la somma che contate riscuotere da me.
Ma, signore, rispose Monte-Cristo, risoluto a non perdere un pollice di terreno nella discussione, se ho chiesto un credito illimitato su voi, fu precisamente perchè non sapeva di qual somma poteva aver io bisogno. Il banchiere credè che finalmente fosse giunto il momento da prendere il sopravvento; si rovesciò sul suo seggio, e con un grossolano ed orgoglioso sorriso: Ah! signore non abbiate alcun timore nel desiderare, potrete convincervi che le cifre della casa Danglars, per quanto siano limitate, possono soddisfare alle più grandi esigenze, e potreste anche chiedermi un milione.
Sarebbe a dire? disse Monte-Cristo. Dico un milione, disse Danglars colla sostenutezza dello stolido.
E a che mi servirebbe un milione? disse il conte. Buon Dio! signore, se non mi fosse abbisognato che un milione, non avrei fatto aprire un credito su voi per una simile miseria. Un milione! ma ho sempre un milione nel mio portafogli, o nel mio scrigno da viaggio. E Monte-Cristo cavò dal piccolo taccuino, entro cui teneva i biglietti da visita, due boni di 500 mila franchi l'uno, pagabili dal tesoro al portatore. Bisognava accoppare, e non pungere un uomo come Danglars. Il colpo di mazza fece il suo effetto, il banchiere vacillò, ed ebbe la vertigine, spalancò su Monte-Cristo due occhi ebeti, la cui pupilla si dilatò spaventevolmente.
Vediamo, confessatemi, disse Monte-Cristo, che diffidate della casa Thomson e French? Mio Dio! La cosa è semplicissima. Io però ho preveduto il caso, e sebbene estraneo agli affari ho preso le mie cautele. Ecco dunque due altre lettere simili a quella che vi fu scritta; una è della casa Arstein e Eskeles di Vienna sopra il signor barone Rothschild, l'altra è della casa Baring di Londra sul signor Laffitte. Dite una parola, signore, ed io vi toglierò qualunque preoccupazione, presentandomi all'una o all'altra di queste due case. Era finita: Danglars fu vinto; egli aprì con un visibile tremore la lettera d'Alemagna e quella di Londra che gli venivano presentate sulla punta delle dita dal conte, verificò l'autenticità delle firme, tanto minuziosamente, che sarebbe stato un insulto per Monte-Cristo, se non avesse fatta la parte della confusione del banchiere.
Oh! signore, ecco tre firme che valgono bene dei milioni, disse Danglars alzandosi come per salutare la potenza dell'oro personificata nell'uomo che aveva davanti. Tre crediti illimitati sulle nostre tre prime case! Perdonatemi signor conte, ma mentre cesso di essere diffidente, mi sarà permesso d'essere meravigliato.
Oh non sarà già una casa come la vostra, quella che si maraviglia di ciò! disse Monte-Cristo con tutta la cortesia; così adunque mi manderete qualche poco di danaro, n'è vero?
Parlate, signor conte, sono ai vostri ordini.
Ebbene! ora che c'intendiamo, perchè già c'intendiamo, n'è vero?
Danglars fece un segno affermativo colla testa.
E non avrete più diffidenza? continuò Monte-Cristo.
Oh! non ne ho mai avuta, gridò il banchiere.
No, desideravate una prova; ecco tutto. Ebbene! ripetè il conte, ora che c'intendiamo, ora che non avete più alcuna diffidenza, fissiamo se volete, una somma generale pel primo anno, sei milioni, per esempio.
Sei milioni, sia! disse Danglars soffocato.
Se mi bisognerà di più, disse Monte-Cristo con trascuranza, metteremo di più, ma non conto di restare che un anno in Francia, e non credo d'oltrepassare questa somma... però vedremo... per cominciare, fatemi portare domani 300 mila franchi: sarò in casa fino a mezzo giorno, se non vi sarò, lascerò la ricevuta al mio intendente.
Il danaro sarà in casa vostra domattina alle dieci signor conte, rispose Danglars. Volete oro, argento, o biglietti di banca?
Metà oro, e metà biglietti se vi piace. Ed il conte si alzò. Debbo confessarvi una cosa, disse Danglars a sua volta; io credeva avere delle cognizioni esatte su tutte le belle fortune d'Europa, e ciò non pertanto la vostra, che mi sembra considerevole, mi era, ve lo confesso, del tutto sconosciuta, ella è recente?
No, signore, rispose Monte-Cristo, al contrario è di vecchia data. Era una specie di tesoro di famiglia che era proibito di toccare, e di cui gl'interessi andando ad accumularsi hanno triplicato il capitale: l'epoca fissata dal testatore è scaduta da pochi anni soltanto, e non è che da pochi anni che io ne uso; la vostra ignoranza su questo argomento è naturale; del rimanente voi la conoscerete meglio fra qualche tempo. Ed il conte accompagnò queste parole con uno di quei languidi sorrisi che facevano tanta paura a Franz d'Épinay.
Coi vostri gusti, e colle vostre intenzioni, signore, spiegherete nella nostra capitale un lusso che ci schiaccerà tutti, noi altri poveri piccoli milionari; frattanto, siccome mi sembrate dilettante, mentre quando sono entrato guardavate i miei quadri, vi domando il permesso di farvi vedere la mia galleria, tutti quadri antichi, tutti quadri di maestri, garantiti come tali: io non amo i moderni.
Avete ragione, perchè hanno in generale un gran difetto, quello cioè di non avere ancora avuto il tempo di diventare antichi.
Poi potrò mostrarvi qualche statua di Torvaldsen, di Bartolini, di Canova, tutti artisti stranieri, come ben sapete: io non stimo gli artisti francesi.
Voi avete diritto d'essere ingiusto con loro, signore, essi sono vostri compatriotti.
Ma tutto questo sarà per un altro giorno quando avremo fatta miglior conoscenza: per oggi mi contenterò se però mel permettete, di presentarvi alla signora Danglars: scusate la mia premura, ma un cliente come voi, fa quasi parte della famiglia. Monte-Cristo s'inchinò come per fargli comprendere che accettava l'onore che voleva fargli.
Danglars suonò, un lacchè, vestito con una livrea sontuosa, comparve.
La signora baronessa è in casa? domandò Danglars.
Sì, signor barone, rispose il lacchè. Sola?
No, la signora ha gente.
Non sarà indiscrezione il presentarvi presente qualcuno; è vero, signor conte? non siete in incognito?
No, riprese sorridendo Monte-Cristo, non mi riconosco questo diritto.
E chi è dalla signora? il signor Debray? domandò Danglars con una bonarietà che fece sorridere internamente Monte-Cristo, di già informato dei trasparenti segreti della casa del banchiere.
Il signor Debray, sì, signor barone, rispose il lacchè.
Danglars fece un segno colla testa.
Poi si volse verso Monte-Cristo. Il signor Luciano Debray è un nostro antico amico, segretario intimo del ministro dell'interno; in quanto a mia moglie, ella ha derogato sposandomi, perchè appartiene ad un'antica famiglia, era madamigella de Servieres, vedova in prime nozze del colonnello marchese de Nargonne.
Non ho ancora l'onore di conoscere la signora baronessa Danglars; ma ho di già incontrato il signor Debray.
Bah! disse Danglars e dove?
In casa del signor de Morcerf.
Ah! voi conoscete il piccolo visconte, disse Danglars.
Ci siamo trovati insieme a Roma al tempo del Carnevale.
Ah! sì, disse Danglars, ho sentito dire qualche cosa di un'avventura singolare con banditi o ladri fra certe rovine! egli fu salvato miracolosamente. Credo che abbia raccontato qualche cosa di simile a mia moglie ed a mia figlia al suo ritorno dall'Italia.
La signora baronessa aspetta questi signori, ritornò a dire il lacchè.
Vado avanti per indicarvi la strada, disse Danglars salutando.
Ed io vi seguo, soggiunse Monte-Cristo.
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Capitolo 46. LA PARIGLIA GRIGIO-POMELLATA.
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Il barone, seguito dal conte, traversò una lunga fila d'appartamenti notevoli per la pesante loro sontuosità, ed il loro fastoso cattivo gusto, e giunse fino al gabinetto della signora Danglars, piccola camera ottangolare parata di seta color rosa, ricoperta di mussola d'India; le seggiole erano di vecchio legno dorato coperte di vecchie stoffe: le sopraporte rappresentavano paesaggi del genere di Boucher: finalmente due piccoli medaglioni a pastello, in armonia col rimanente del mobilio, facevano di questa piccola camera, il solo locale della casa che avesse un qualche carattere: è vero ch'era sfuggita al piano generale stabilito fra Danglars ed il suo architetto, una delle più alte e più eminenti celebrità dell'impero, e la baronessa e Debray soli si riserbarono di decorarla. Così il signor Danglars, grande ammiratore dell'antico, al modo che lo intendeva il Direttorio, disprezzava moltissimo questo elegante piccolo ridotto, ove del resto non era ammesso senza farsi scusare la sua venuta conducendo qualcuno; non era dunque in realtà Danglars che presentava, era al contrario egli il presentato, e ch'era bene o male ricevuto, a seconda che la fisonomia del visitatore era aggradita o disaggradita dalla baronessa.
La signora Danglars, la cui bellezza poteva ancora essere citata ad onta dei suoi 36 anni, era al piano-forte, piccolo capo d'opera d'intarsiatura, nel mentre che Luciano Debray, seduto ad un tavolino da lavoro, sfogliava un album. Luciano aveva già avuto il tempo prima dell'arrivo di raccontare alla baronessa molte cose relative al conte. Si conosce già quanta impressione Monte-Cristo avesse fatta nei convitati alla colazione d'Alberto; impressione, che per quanto poco impressionabile, non erasi ancor cancellata in Debray.
La curiosità della signora Danglars eccitata dalle informazioni anche di Morcerf, e dalle recenti di Debray, era dunque al colmo. Perciò questo accomodamento al piano-forte, ed all'album, non era che una di quelle piccole furberie del mondo, per mezzo delle quali si velano le più forti preoccupazioni. La baronessa ricevette Danglars con un sorriso, cosa che per parte sua era molto comune; quanto al conte, egli ricevette, in cambio del suo saluto, una cerimoniosa, ma nello stesso tempo graziosa riverenza.
Luciano dal canto suo scambiò col conte un saluto di mezza conoscenza, e con Danglars un gesto d'intimità.
Signora baronessa, disse Danglars, permettetemi che io vi presenti il signor conte di Monte-Cristo, che mi viene indirizzato dai miei corrispondenti di Roma colle raccomandazioni più vive; non ho che una parola da dire per farlo subito diventare il favorito di tutte le nostre più belle dame; egli viene a Parigi coll'intenzione di restarvi un anno, e di spendervi sei milioni in questo solo anno; ciò promette una serie infinita di balli, di pranzi, di festini nei quali voglio sperare che il signor conte non vorrà dimenticarci, come certamente noi non lo dimenticheremo nelle nostre piccole feste. Quantunque la presentazione fosse composta di troppo grossolane lodi, in generale, è una cosa tanto rara che un uomo venga a Parigi per spendervi in un anno la fortuna di un principe, che la signora Danglars dette una occhiata al conte non priva d'interessamento.
E siete giunto? domandò la baronessa.
Da ieri mattina, signora. E venite, secondo la vostra abitudine a quanto mi è stato detto, di capo al mondo.
Da Cadice, questa volta, puramente e semplicemente da Cadice.
Ah! giungete in una trista stagione; Parigi nell'estate è detestabile; non vi sono più nè balli, nè riunioni, nè feste. L'opera italiana è a Londra, l'opera francese è da per tutto, fuorchè a Parigi; e in quanto al teatro francese, voi sapete che non è più in alcun luogo. Non ci resta dunque per distrarci che qualche disgraziata corsa al Campo di Marte, ed a Satory. Farete voi correre, signor conte?
Io, signora, farò tutto ciò che si fa a Parigi, rispose Monte-Cristo, se avrò la fortuna di ritrovare qualcuno che m'informi convenientemente delle abitudini francesi.
Siete dilettante di cavalli, signor conte?
Io ho passata una parte della mia vita in Oriente, e gli orientali, voi lo sapete, non stimano che due cose in questo mondo: la nobiltà dei cavalli, e la bellezza delle donne.
Ah! signor conte; avreste dovuto avere la galanteria di mettere le donne per le prime.
Vedete, signora, che io aveva ben ragione testè d'augurarmi un precettore che mi fosse di guida nelle abitudini francesi. In questo momento entrò la cameriera favorita della signora baronessa Danglars, ed avvicinandosi alla padrona le mormorò alcune parole all'orecchio. La signora Danglars impallidì. Impossibile! diss'ella. Eppure questa è l'esatta verità, signora, rispose la cameriera.
La signora Danglars si volse al marito:
E sarà vero signore? domandò la baronessa.
Che cosa? domandò Danglars visibilmente agitato.
Ciò che mi disse questa donzella?
E che cosa vi ha detto?
Che al momento che il mio cocchiere è andato per attaccare i miei cavalli alla mia carrozza, non li ha trovati in iscuderia; che significa ciò? io lo domando?
Signora, disse Danglars, ascoltatemi.
Oh! io vi ascolto, signore, perchè sono ben curiosa di sentire ciò che voi mi saprete dire: io farò questi signori giudici fra noi, e comincerò per dir loro come stanno le cose: signori; continuò la baronessa, il signor barone Danglars ha dieci cavalli in iscuderia; fra essi ve ne sono due che sono i miei grigi-pomellati. Ebbene! al momento in cui la signora Villefort mi chiede in prestito la mia carrozza, ed io la prometto a lei per domani al bosco, ecco che i due cavalli non si trovano più. Il signor Danglars avrà trovato a guadagnarvi sopra qualche migliaio di franchi. Oh! che razza villana, mio Dio! che è quella degli speculatori.
Signora, rispose Danglars, i cavalli erano troppo vivaci, essi avevano appena quattro anni, e mi facevano delle paure orribili per voi.
Eh! ben sapete, disse la baronessa, che da un mese ho al mio servizio il miglior cocchiere di Parigi, a meno che non lo abbiate venduto coi cavalli.
Amica cara, ve ne troverò degli uguali, ed anche dei più belli, se sarà possibile, ma che saranno cavalli docili e quieti che non ispireranno simili terrori.
La baronessa si strinse nelle spalle coll'aria del più profondo disprezzo. Danglars non fece mostra d'essersi accorto di questo gesto più che coniugale, e volgendosi a Monte-Cristo: In verità mi dispiace di non avervi conosciuto prima, signor conte, diss'egli; voi montate la vostra casa?
Sì, disse il conte.
Ve li avrei proposti; chè io li ho ceduti per niente, ma, come vi dissi, voleva disfarmene, sono cavalli da giovani.
Signore, disse il conte, io vi ringrazio; ne ho acquistati questa mattina due molto buoni, e non a caro prezzo. Anzi, guardate, signor Debray, voi siete conoscitore, io credo? Mentre che Debray si avvicinava alla finestra, Danglars si accostò a sua moglie. Immaginatevi, signora, diss'egli a bassa voce, sono venuti ad offrirmi un prezzo esorbitante di quei cavalli. Non so chi sia il pazzo sulla via di rovinarsi che mi ha inviato questa mattina il suo intendente, ma il fatto è che vi ho guadagnato 16 mila franchi Non mi rimproverate, io ne darò a voi 4 mila, e due mila ad Eugenia.
La signora Danglars lasciò cadere su Danglars uno sguardo terribile. Oh! mio Dio! gridò Debray.
Che cos'è? domandò la baronessa.
Ma non m'inganno certo, quelli sono i vostri cavalli, attaccati alla carrozza del conte.
I miei grigi-pomellati? gridò la signora Danglars.
E si slanciò verso la finestra: In fatto sono essi...
Danglars rimase stupefatto.
Possibile? disse Monte-Cristo, fingendo meraviglia.
È incredibile! mormorò il banchiere. La Baronessa disse due parole all'orecchio di Debray, che a sua volta si accostò al conte: La baronessa mi fa chiedere quanto ve li ha fatti pagare suo marito.
Non lo so bene, disse il conte, è una sorpresa che mi ha fatta il mio intendente, e credo che mi costi 30 mila franchi
Debray andò a riportare la risposta alla baronessa.
Danglars era così pallido, e così sconcertato che il conte fece mostra d'averne pietà: Vedete come sono ingrate le donne, diss'egli, questa previdenza per parte vostra non ha commosso per nulla la baronessa; ingrata non è la parola adatta, dovrei dire pazza; ma che volete farci? siamo sempre ciò che nuoce, per cui la più corta, credetemi, barone mio, è quella di lasciarle far sempre di testa loro; se almeno se la rompono, non hanno a prendersela che con sè stesse.
Danglars non rispose una parola: egli prevedeva prossima ad avvenire una scena disastrosa; le sopracciglia della baronessa eransi già aggrottate, e, come quelle di Giove Olimpico, presagivano un uragano. Debray che lo sentiva ingrossare, prese pretesto di un affare, e partì. Monte-Cristo che non voleva, col restar più lungamente, guastare la posizione di cui contava approfittarsi, salutò la signora Danglars e si ritirò, abbandonando il barone alla collera della moglie. Buono! pensò Monte-Cristo nel ritirarsi, sono pervenuto ove voleva giungere, ecco che tengo nelle mie mani la pace della famiglia, e che con un sol tratto vado a guadagnarmi il cuore del signore e della signora, quale felicità!... Ma in mezzo a tutto questo non sono stato presentato a madamigella Eugenia Danglars, che pure avrei desiderato molto di conoscere. Ma, soggiunse egli con quel sorriso suo particolare; eccoci a Parigi, ed abbiamo innanzi a noi il tempo... ciò sarà per il seguito.
Con queste riflessioni il conte montò in carrozza, e rientrò in casa sua. Due ore dopo la signora Danglars ricevette una graziosa lettera dal conte di Monte-Cristo, nella quale le diceva, che non volendo cominciare il suo ingresso nel mondo parigino facendo disperare una bella donna, la supplicava di riprendere i suoi cavalli. Essi avevano gli stessi finimenti che ella aveva veduti la mattina, soltanto in ciascuna rosetta che portavano sotto l'orecchia, il conte aveva fatto mettere un diamante.
Danglars ebbe pure una lettera. Il conte con essa gli chiedeva il permesso di condonare alla baronessa un capriccio da milionaria, e lo pregava di scusare il modo orientale con cui era accompagnato il rinvio dei cavalli.
La sera il conte partì per Auteuil, accompagnato da Alì. La dimane verso le tre, Alì fu chiamato da un tocco del campanello, ed entrò nel gabinetto del conte. Alì, diss'egli, tu mi hai spesso fatto capire la tua destrezza nel lanciare il laccio?
Alì fece segno di sì, e si raddrizzò con fierezza.
Bene!... così col laccio tu fermeresti un bove?
Alì fece segno colla testa di sì.
Una tigre? Alì fece il medesimo segno. Un leone?
Alì fece il gesto dell'uomo che lancia il laccio, ed imitò un ruggito strangolato. Bene! capisco, tu hai fatta la caccia del leone. Alì fece un segno orgoglioso colla testa.
Ma, arresteresti tu nella loro corsa due cavalli furibondi? Alì sorrise.
Ebbene ascolta, disse Monte-Cristo; in breve passerà di qui una carrozza trascinata da due cavalli grigi pomellati che avranno tolta la mano, gli stessi che io aveva ieri. Dovessi tu farti schiacciare, bisogna che fermi questa carrozza davanti alla mia porta.
Alì discese nella strada, e tracciò davanti alla porta una linea nella polve; quindi rientrò e mostrò la linea al conte che lo aveva seguito cogli occhi. Il conte gli battè dolcemente sulla spalla, era il suo modo di ringraziare Alì; poi il moro andò a fumare la pipa sul luogo in cui la strada formava angolo colla casa, nel mentre che Monte-Cristo si ritirava senza più occuparsi di niente. Frattanto, verso le 3, vale a dire nell'ora in cui Monte-Cristo aspettava la carrozza, si sarebbero potuti notare in lui i segni quasi impercettibili di una leggiera impazienza; egli passeggiava in una camera che guardava sulla strada, tendendo ad intervalli l'orecchio, e andando a quando a quando alla finestra da dove scorgeva Alì, che mandava sbuffate di fumo a regolari intervalli, come se il Nubiano si fosse soltanto occupato di questa importante operazione. D'improvviso s'intese un rotolar lontano ma che si avvicinava colla rapidità del fulmine, quindi comparve una carrozza, il cui cocchiere tentava inutilmente di trattenere i cavalli che si avanzavano furiosi, coi peli irti, e che si slanciavano con impeto insensato. In essa, una giovane signora ed un fanciullo di 7 a 8 anni, che tenevansi abbracciati, avevano perduto, per l'eccesso della paura, perfino la forza di mandare un grido. Sarebbe bastato un sasso sulla strada, o un tronco d'albero staccato, per tritolare la carrozza che già scricchiolava tenendo il mezzo della strada; sentivansi nella via le grida di terrore di coloro che la vedevano venire. In un baleno Alì depone la pipa, cava il laccio, lo lancia, avvolge con triplice giro le gambe davanti del cavallo di sinistra, si lascia trascinare per tre o quattro passi dalla violenza dell'impulso, ma dopo questi tre o quattro passi, il cavallo allacciato si abbatte, cade sul timone che spezza, e paralizza così gli sforzi che fa il cavallo rimasto in piedi per continuare la corsa; il cocchiere approfitta di questo momento di respiro per gettarsi giù dal suo seggio, ma già Alì ha afferrato colle sue dita di ferro il secondo cavallo, il quale nitrendo di dolore si stende convulsivamente vicino al suo compagno.
Per tutto ciò non necessitò che il tempo che occorre ad una palla per cogliere nel segno. Ciò non pertanto bastò perchè un uomo dalla casa avanti la quale accadeva questo accidente si slanciasse fuori accompagnato da molti servitori. Nel mentre che il cocchiere apre la portiera, quegli toglie dalla carrozza la dama che con una mano era aggrappata al cuscino, coll'altra stringeva al petto il figlio svenuto. Monte-Cristo li trasporta entrambi nel salone, e li deposita sur un canapè.
Non temete più niente, signora, le disse egli, voi siete salva. La donna ritornò in sè e per risposta gli presentò il figlio con uno sguardo più eloquente di tutte le preghiere. In fatto il fanciullo era sempre svenuto.
Sì, signora, capisco, disse il conte esaminando il fanciullo; ma state tranquilla, non gli è accaduto alcun male, la sola paura lo ha messo in questo stato.
Ah! signore, gridò la madre, non dite questo soltanto per tranquillarmi! Vedete come è pallido? figlio mio! figlio mio! mio Edoardo! rispondi dunque a tua madre. Ah! signore! mandate a cercare un medico, la mia fortuna è a chi mi restituisce il figlio! Monte-Cristo fece un gesto per calmare la madre desolata, ed aprendo un bauletto ne cavò una piccola bottiglia di cristallo di Boemia incrostata d'oro, contenente un liquore rosso come il sangue, e ne lasciò cadere una sola goccia sulle labbra del fanciullo, il quale quantunque sempre pallido, riaprì subito gli occhi. A questa vista la gioia della madre divenne quasi un delirio:
Ove son'io? gridò ella, e a chi devo tanta felicità dopo una prova sì crudele?
Voi siete, signora, rispose Monte-Cristo, in casa di un uomo felice di avervi potuto risparmiare un dispiacere.
Oh! maledetta curiosità! disse la dama; tutta Parigi parla di questi magnifici cavalli della signora Danglars, ed io ho avuta la follia di volerli sperimentare.
Come! gridò il conte con una sorpresa recitata stupendamente, questi cavalli sono quelli della baronessa Danglars?
Sì, signore, la conoscete voi?
La signora Danglars?.... ho questo onore, e la mia gioia è doppia nel vedervi salva dal pericolo che vi hanno fatto correre questi cavalli, mentre voi avreste potuto addebitarne me: io aveva acquistati questi cavalli dal barone, ma la baronessa mi parve talmente afflitta, che glieli rimandai ieri, pregandola a volerli accettare dalle mie mani.
Ma allora dunque siete il conte di Monte-Cristo di cui mi ha tanto parlato ieri Erminia?
Sì, signora, disse il conte.
Ed io, signore, Luigia di Villefort. Il conte la salutò come se questo cognome gli arrivasse del tutto nuovo.
Oh! quanto vi sarà riconoscente il signor de Villefort, riprese Luigia, perchè finalmente vi dovrà la vita di noi due, voi gli avete reso la moglie ed il figlio; certamente, senza il generoso vostro servitore, questo caro fanciullo ed io saremmo rimasti uccisi.
Pur troppo! signora; fremo ancora pensando al pericolo che avete corso.
Oh! spero che mi permetterete di compensare degnamente lo zelo di quest'uomo.
Signora, rispose Monte-Cristo, non mi guastate Alì ve ne prego, nè con elogi, nè con ricompense; non voglio che prenda queste abitudini. Alì è mio schiavo; salvandovi la vita ha servito me, ed è suo dovere il servirmi.
Ma egli ha arrischiata la sua vita! disse la signora de Villefort, alla quale questo tuono di padrone imponeva in un modo singolare.
Ed io ho salvata la sua, signora, rispose Monte-Cristo, per conseguenza essa mi appartiene. La signora de Villefort si tacque: forse rifletteva a quest'uomo, che dal primo momento faceva tanta impressione sugli spiriti. Durante questi momenti di silenzio, il conte potè considerare con suo comodo quel fanciullo, che la madre copriva di tanti baci. Egli era piccolo, gracile, bianco di pelle come i fanciulli rossi, ad onta che una foresta di capelli neri, ribelli ad ogni acconciatura, ne coprisse la fronte rotondeggiante, e cadendo sulle spalle ne contornasse il viso, e raddoppiasse la vivacità degli occhi pieni di furba malizia e di giovanile cattiveria; la bocca, appena ritornata vermiglia, era sottile nelle labbra, e larga nell'apertura: i lineamenti di questo fanciullo di otto anni, annunciavano un'età almeno di 12 anni. Il primo movimento fu di sciogliersi, con una rozza scossa, dalle braccia di sua madre, e di andare ad aprire il bauletto da dove il conte aveva tratta la boccetta d'elixir: quindi, senza domandare il permesso ad alcuno e giusta quanto sogliono fare i fanciulli avvezzi a soddisfare tutti i loro capricci, si mise a levare il turacciolo a tutte le ampolle: Non toccate queste, amico mio, disse prestamente il conte, alcuni di questi liquori sono pericolosi non solamente a beversi, ma ancora ad odorarsi. La signora de Villefort impallidì ed arrestò il braccio di suo figlio che ricondusse a sè; ma appena sedato il suo timore, gettò sul bauletto un corto ma espressivo sguardo, che il conte prese di volo. In questo momento entrò Alì. La signora de Villefort fece un movimento di gioia, e tirando più vicino a sè il fanciullo; Edoardo, gli disse, vedi, questo buon servitore? Egli è stato molto coraggioso, perchè ha esposto la sua vita per fermare i cavalli che ci trascinavano, e la carrozza ch'era vicina a fracassarsi, ringrazialo dunque, perchè, senza lui, a quest'ora forse saremmo morti. Il fanciullo allungò le labbra, e voltò sdegnosamente la testa: È troppo brutto, diss'egli. Il conte sorrise come se il fanciullo compiesse una delle sue speranze. Quanto alla signora de Villefort, sgridò il figlio tanto blandamente, che non avrebbe certamente dato nel genio di Giovan-Giacomo Rousseau, se il piccolo Edoardo si fosse chiamato Emilio.
Vedi tu, disse in arabo il conte ad Alì, questa signora prega suo figlio di ringraziarti per la vita che tu hai salvata ad entrambi, ed il fanciullo risponde che sei troppo brutto. Alì per un momento volse la testa intelligente, ed osservò il fanciullo apparentemente senza espressione, ma un semplice tremito della sua narice fece accorto Monte-Cristo, ch'era rimasto ferito nell'anima.
Signore, chiese la signora de Villefort alzandosi per ritirarsi, questa casa è la vostra abitazione continua?
No, signora, rispose il conte, è una specie di luogo di riposo, che ho acquistato: io abito all'entrata dei Campi-Elisi n. 30. Ma vedo che voi siete del tutto rimessa e che desiderate ritirarvi. Ho ordinato che siano attaccati alla mia carrozza quei medesimi cavalli; e Alì, quel servitore così brutto, diss'egli sorridendo al fanciullo, avrà l'onore di condurvi a casa, mentre che il vostro cocchiere resterà qui per fare accomodare la vettura. Così appena terminata questa piccola faccenda indispensabile, una delle mie pariglie lo ricondurrà direttamente dalla signora Danglars.
Ma, disse la signora de Villefort, non avrò mai il coraggio di ritornare con gli stessi cavalli.
Oh! vedrete, signora, che sotto la mano d'Alì diventeranno docili come agnelli.
In fatto Alì si era avvicinato ai cavalli, che a grande stento era riuscito a far ritornare in piedi. Egli teneva in mano una piccola spugna imbevuta d'aceto aromatico; ne strofinò le narici e le tempia ai cavalli, coperti di sudore e di schiuma, e quasi subito si misero a soffiare fortemente, e a fremere in tutte le loro membra per qualche secondo.
Quindi in mezzo ad una folla numerosa richiamata dall'avvenimento e dalla rottura della carrozza innanzi la casa, Alì fe' attaccare i cavalli al coupé del conte, riunì le redini, salì sul seggio, e, con grande stupore di tutti gli assistenti che avevano veduto questi cavalli slanciati come da un turbine, fu obbligato ad usare vigorosamente la frusta per farli partire, e anche non potè ottenere dai famosi grigio-pomellati, ora stupidi, petrificati, morti, che un trotto tanto mal sicuro e languido che abbisognò alla signora de Villefort, impiegare quasi due ore per giungere al sobborgo Sant'Onorato ove abitava. Appena giunta in casa, e calmate le prime emozioni di famiglia, ella scrisse subito il seguente biglietto alla signora Danglars.
«Cara Erminia.
«Sono stata miracolosamente salvata in un con mio figlio da quello stesso conte di Monte-Cristo, di cui ieri sera voi mi avete tanto parlato, e che era lungi dal credere che avrei veduto oggi. Ieri mi parlaste di lui con un entusiasmo tale ch'io non potei far a meno di scherzarne con tutto il mio piccolo spirito, ma oggi ritrovo questo entusiasmo molto al disotto dell'uomo che lo ispirava. I vostri cavalli avevano presa la mano a Ranelangh come se fossero stati invasi dalla frenesia, e noi probabilmente saremmo andati in pezzi, Edoardo ed io, contro il primo albero della strada, od il primo muro del villaggio, quando un arabo, un moro, uno della Nubia, un uomo nero infine, al servizio del conte, ha, dietro un suo cenno, io credo, fermato lo slancio dei cavalli col rischio di essere egli stesso ucciso, ed è proprio un miracolo che non lo sia stato. Allora il conte è accorso, e ci ha portati in casa sua, ed ha richiamato mio figlio alla vita. Nella sua carrozza fui ricondotta a casa; domani vi sarà rimandata la vostra. Ritroverete i vostri cavalli avviliti dopo questo accidente; sono divenuti come ebeti; si direbbe che non possono perdonare a sè stessi di essersi lasciati vincere da un uomo. Il conte mi ha incaricato di dirvi che due giorni di riposo sulla paglia, e l'orzo per solo nutrimento, si rimetteranno nello stesso stato florido, vale a dire spaventoso, come lo erano ieri.
«Addio! non vi ringrazio della mia passeggiata; e ciò non pertanto, quando vi rifletto, è un'ingratitudine il conservarvi rancore pel capriccio della vostra pariglia, poichè ad esso devo il piacere d'aver veduto il conte di Monte-Cristo, e l'illustre forestiero mi sembra, prescindendo dai milioni di cui può disporre, un problema sì curioso e così importante, che conto di studiarlo ad ogni costo, dovessi ancora rifare un'altra passeggiata al bosco coi vostri proprii cavalli.
«Edoardo ha sopportato l'avventura con un coraggio miracoloso. Egli è svenuto, ma non ha mandato un grido prima, nè versata una lagrima dopo. Direte ancora che il mio amore materno mi acceca, ma vi è un'anima di ferro in quel piccolo corpo così gracile e così delicato.
«La nostra cara Valentina dice molte cose alla vostra cara Eugenia; io vi abbraccio di tutto cuore.
Luigia de Villefort.
«P. s. Fatemi dunque trovare in casa vostra in qualunque modo col conte di Monte-Cristo, voglio assolutamente rivederlo. Del resto però, ho ottenuto dal signor de Villefort che gli faccia una visita; spero che gliela restituirà.»
Nella sera, l'avventura d'Auteuil formava l'argomento di tutte le conversazioni; Alberto la raccontava a sua madre, Château-Renaud nel Jockey-Club, Debray nella sala del ministro, Beauchamp stesso fece al conte la galanteria d'inserire nel suo giornale, sotto la rubrica dei Fatti diversi, un racconto di venti lunghe linee, che situò il nobile straniero come un eroe presso tutte le donne dell'aristocrazia.
Molte persone andarono a farsi inscrivere nell'anticamera della signora de Villefort, per avere poi il diritto di rinnovare la loro visita in tempo utile, e di sentire dalla bocca di lei tutti i particolari di questa pittoresca avventura.
In quanto al signor de Villefort, come lo aveva scritto Luigia, indossò un abito nero, guanti bianchi, e salì nella sua carrozza, che si fermò alla porta n. 30 all'entrata dei Campi-Elisi.
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Capitolo 47. IDEOLOGIA.
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Se il conte di Monte-Cristo avesse vissuto da lungo tempo nella società parigina avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la dimostrazione che gli faceva Villefort colla sua visita.
Ben veduto alla corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito o del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario, che liberale o conservatore; riputato abile da tutti, come si reputano generalmente abili tutte le persone che non hanno mai provati sinistri politici; odiato da molti ma caldamente protetto da certuni senza però essere amato da alcuno, il signor de Villefort teneva un alto posto nella magistratura, e si teneva a questa altezza come un Harlay, o come un Molè. Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia di primo letto dell'età appena di 18 anni, non era però uno di quei saloni severi di Parigi, in cui si osserva il culto delle tradizioni, e la religione dell'etichetta. La fredda cortesia, la fedeltà assoluta ai principii del governo, un disprezzo profondo delle teorie e dei teoretici, un odio grande alla ideologia, tali erano gli elementi della vita interna e pubblica professati dal signor de Villefort.
Egli non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le sue relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignità e rispetto, lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, che non solo era sempre blandito ma spesso ancora consultato; egli abitava una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la sua carica di procuratore del re, di cui si avvaleva meravigliosamente, e che avrebbe lasciata soltanto per esser fatto deputato, e per cambiare così la neutralità in opposizione.
In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le faceva in sua vece, cosa accettata in questa società, ove si teneva conto delle gravi e numerose occupazioni del magistrato, ciò che in realtà non era che un calcolo d'orgoglio, una quint'essenza d'aristocrazia, l'applicazione infine di quest'assioma: fa mostra di stimarti e sarai stimato, assioma le mille volte più utile nella nostra società di quello dei greci: conosci te da te stesso, sostituito ai nostri giorni dall'arte meno difficile e più vantaggiosa del conoscere gli altri. Pei suoi amici Villefort era un possente protettore; pei suoi nemici un avversario sordo, ma accanito; per gl'indifferenti la statua della legge fatta uomo: aspetto altero, fisonomia impassibile, sguardo fosco ed appannato, o insolentemente penetrante e scrutatore; tal era l'uomo di cui quattro rivoluzioni, abilmente ammassate l'una sull'altra, avevano da prima costruito, poscia cementato il piedistallo.
Il signor de Villefort aveva la riputazione d'essere l'uomo meno curioso e meno allegro della Francia. Egli dava un ballo tutti gli anni, ma non vi compariva che per un quarto d'ora, cioè 45 minuti di meno che non fa il re ai suoi; egli non si vedeva mai nè ai teatri, nè nei luoghi pubblici; qualche volta, ma raramente, faceva una partita di Whist, ma allora avevasi cura di scegliergli giuocatori degni di lui: qualche ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche duchessa primogenita.
Ecco qual era l'uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla porta del conte di Monte-Cristo. Il cameriere annunziò il signor de Villefort, al momento in cui il conte, chinato sopra una gran tavola, seguiva sur una carta geografica, un itinerario da Pietroburgo alla China.
Il procuratore del re entrò con quello stesso passo grave e misurato, con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso uomo, che noi abbiamo veduto sostituto a Marsiglia. La natura, consentanea ai suoi principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso che aveva dovuto seguire. Di snello egli era divenuto magro, di pallido giallo, gli occhi infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro appoggiati sull'orbita, sembravano ora far parte del viso; eccettuata la cravatta bianca tutto il rimanente del suo vestire era completamente nero; e questo color funebre non era interrotto che dalla striscia della fettuccia rossa che si mostrava impercettibilmente dall'occhiello del suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello. Per quanto Monte-Cristo fosse padrone di sè, esaminò con una visibile curiosità, rendendogli il saluto, il magistrato che, diffidente per abitudine, e poco credulo soprattutto alle maraviglie sociali, era più disposto di vedere nel nobile straniero, chiamato Monte-Cristo, un cavaliere d'industria che tentasse un nuovo teatro, o un malfattore in istato di rottura di bando, di quello che un principe dello stato romano, od un sultano delle Mille ed una notte.
Signore, disse Villefort, con quel tuono lamentevole che assumono i magistrati nei loro periodi oratori, e di cui non vogliono o non possono disfarsi nella conversazione; signore, il servigio segnalato che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno un dovere di ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e ad esprimervi tutta la mia riconoscenza. E nel pronunciare queste parole, l'occhio severo del magistrato nulla aveva perduto della sua abituale arroganza. Queste parole che aveva dette, le aveva articolate colla voce da procurator generale, con quella rigidità inflessibile di collo e di spalle, che faceva dire ai suoi adulatori, come noi lo ripetiamo, ch'egli era la statua vivente della legge.
Signore, disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, io sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua madre, perchè si dice che il sentimento di maternità sia il più possente com'è il più santo di tutti, e questa fortuna che mi sono procurata vi dispensava, signore, dal compiere un dovere di cui la esecuzione certamente m'onora, poichè so che il signor de Villefort non prodiga il favore che mi fa, ma che, per quanto ciò sia prezioso non ostante non vale per me la interna soddisfazione.
Villefort meravigliato di questa uscita cui non si aspettava, fremè come un soldato che sente il colpo che gli viene dato, ad onta dell'armatura di cui è coperto, ed una piega sdegnosa del suo labbro, indicò che da bel principio egli non riteneva il conte di Monte-Cristo per un gentiluomo bene educato. Girò gli occhi intorno a sè, come per riattaccare su qualche cosa la conversazione che era già caduta e che sembrava essersi infranta cadendo. Vide la carta che studiava Monte-Cristo quando egli entrò, e riprese:
Vi occupate di geografia, signore? Questo è un ricco studio, per voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete già veduti tanti paesi quanti ne sono incisi su quella carta.
Sì, signore, rispose il conte; io ho voluto fare sulla specie umana presa in massa ciò che voi fate ogni giorno sulle eccezioni, vale a dire uno studio fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe più facile discendere dal tutto al particolare, che dal particolare salire al tutto. È un assioma algebrico che vuole che si proceda dal conosciuto allo sconosciuto e non dallo sconosciuto al conosciuto... Ma sedetevi dunque, io ve ne supplico. E Monte-Cristo indicò colla mano al procuratore del Re una sedia, che questi dovette inoltrare da sè stesso, nel mentre ch'egli non ebbe che quella di lasciarsi ricadere sulla stessa, su cui era inginocchiato quando entrò il procuratore del Re; in questo modo il conte si ritrovò per metà voltato verso il suo visitatore avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato alla carta geografica che pel momento formava il soggetto della conversazione, la quale prendeva, come era accaduto da Morcerf e da Danglars, una piega del tutto analoga se non alla situazione, almeno al personaggio. Ah! voi filosofate, riprese Villefort dopo un momento di silenzio, durante il quale, come un atleta che incontra un forte avversario, aveva riunite le sue forze. Ebbene! signore, parola d'onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei un'occupazione men trista.
È vero, signore, rispose Monte-Cristo, e l'uomo è un laido bruco se si osserva col microscopio solare; ma voi avete detto, che io non ho niente da fare. Vediamo, credereste per caso di aver voi qualche cosa da fare? o, per parlare più chiaramente, signore, credete che ciò che fate possa chiamarsi qualche cosa? Lo stupore di Villefort raddoppiò a questo secondo colpo così brutalmente vibrato dal suo strano avversario; era gran tempo che il magistrato non si era sentito dire un paradosso di questa forza, o piuttosto, per parlare più rettamente, era la prima volta che lo sentiva.
Il procuratore del re si mise all'opera per rispondere.
Signore, diss'egli, voi siete straniero, e, lo dite voi stesso, io credo, una parte della vostra vita l'avete passata nei paesi orientali; non sapete dunque come la giustizia umana, speditiva in quelle contrade, ha presso noi un andamento prudente e misurato?
Sia, signore, sia, è il piede zoppo degli antichi. So tutto questo, perchè è particolarmente della giustizia di tutti i paesi che mi sono occupato, è la procedura criminale di tutte le nazioni che io ho paragonata colla giustizia naturale; e debbo dirlo, signore, è ancora la legge dei popoli primitivi, la legge del taglione che ho ritrovata la più conforme al bisogno e la più speditiva.
Se questa legge fosse adottata semplificherebbe molto i nostri codici, ed allora pel colpo che ne riceverebbero i nostri magistrati, come dicevate or ora, non avrebbero più gran cosa da fare.
Ciò accadrà forse nell'avvenire, disse Monte-Cristo; sapete che le invenzioni umane progrediscono dal composto al semplice, e che il semplice è sempre la perfezione.
Mentre si aspetta questo avvenire però, disse il magistrato, vi sono i nostri codici coi loro articoli contraddittorii tolti dai gallici costumi, dalle leggi romane, e dagli usi franchi; ora la conoscenza di tutte queste leggi, ne converrete, non si acquista che con lunghi lavori ed abbisogna un lungo studio per acquistare tale conoscenza, ed una grande possanza di testa perchè non si abbia a dimenticare, una volta acquistata.
Io sono del vostro parere, signore, ma tutto ciò che sapete in riguardo a questo codice francese, lo so io pure, ma non solamente riguardo a questo codice, ma a quello di tutte le nazioni: le leggi indiane, turche, giapponesi mi sono tanto famigliari quanto le leggi francesi; aveva dunque ragione di dire che relativamente (perchè tutto è relativo) a tutto ciò che ho fatto io, voi avete fatto ben poco, e che relativamente a quanto ho imparato io, voi avete ben molto da imparare.
Ma con quale scopo avete voi appreso tutto ciò? riprese Villefort meravigliato.
Monte-Cristo sorrise: Bene, signore, diss'egli; io vedo che ad onta della reputazione per la quale si ritiene un uomo superiore agli altri, voi vedete ogni cosa sotto il punto di vista materiale e volgare della società, cominciando dall'uomo e terminando all'uomo, cioè sotto il punto di vista più ristretto, più circoscritto che sia stato permesso all'umana intelligenza d'abbracciare.
Spiegatevi, disse Villefort sempre più maravigliato, non vi capisco... molto bene.
Dico, signore, che cogli occhi fissi sulla organizzazione sociale delle nazioni, voi non vedete che le molle della macchina, e non conoscete davanti a voi, e intorno a voi che i titolari dei posti, i cui diplomi sono stati firmati dai ministri o dal re, e che gli uomini che Iddio ha messo al di sopra dei titolati, dei ministri, e dei re, dando loro una missione da compiere e non un posto da occupare, io dico, che questi sfuggono alla vostra corta vista. Ciò è proprio dell'umana debolezza, e degli organi deboli ed incompleti. Tobia prendeva l'angiolo che doveva rendergli la vista per un giovine comune; le nazioni prendevano Attila, che doveva annientarle, per un conquistatore come tutti gli altri, e fu d'uopo che entrambi svelassero la loro missione celeste perchè gli uomini la conoscessero. Abbisognò che uno dicesse «io sono l'angelo del Signore» e l'altro «io sono il martello di Dio,» perchè la missione divina d'entrambi fosse rivelata.
Allora, disse Villefort con istupore sempre crescente, e credendo di parlare ad un pazzo o ad un ispirato, voi vi considerate come uno di questi esseri straordinari che avete nominato.
E perchè no? disse freddamente Monte-Cristo.
Perdonatemi, signore, riprese Villefort sbalordito, ma mi scuserete se, presentandomi a voi, non sapeva di presentarmi ad un uomo, il cui sapere ed il cui spirito sorpassavano di tanto il sapere e lo spirito ordinario ed abituale degli uomini. Non è usanza, fra noi infelici corrotti dall'incivilimento, che i gentiluomini possessori come voi di un'immensa fortuna, almeno a ciò che mi si assicura, notate bene che io non interrogo, ma ripeto soltanto ciò che ho inteso, non è usanza fra noi, diceva, che questi privilegiati dalle ricchezze perdano il loro tempo in ispeculazioni sociali, in astrazioni filosofiche, fatte tutt'al più per consolare quelli che la sorte ha diseredati dei beni della terra.
Eh! signore, riprese il conte, siete voi dunque giunto al posto eminente che occupate senza aver mai fatta, o incontrata qualche eccezione? e non esercitate mai il vostro sguardo, che pure avrebbe bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un sol colpo chi è caduto sotto di questo sguardo? Un magistrato non dovrebb'egli essere, non il migliore applicatore della legge, non il più furbo interprete delle oscurità della cabala, ma uno specchio d'acciaio per provare i cuori, una pietra di paragone per assaggiare l'oro che in ciascun'anima si trova sempre misto a più o meno lega?
Signore, disse Villefort, voi mi confondete, non ho mai inteso parlare come fate voi.
Egli è perchè siete sempre rimasto racchiuso fra il cerchio delle condizioni generali, perchè non avete mai osato innalzarvi con un batter d'ali nelle sfere superiori che sono popolate d'esseri invisibili ed eccezionali.
Ammettete dunque, signore, che vi sieno queste sfere, e che gli esseri eccezionali ed invisibili si mischino a noi?
E perchè no? vedete voi forse l'aria che respirate, e senza la quale non potreste vivere?
Allora non vediamo questi esseri di cui parlate?
Voi li potete vedere ogni qual volta quegli esseri si materializzano; voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, essi vi rispondono. Ah! disse Villefort sorridendo, vi confesso che vorrei essere avvisato quando uno di questi esseri si ritroverà meco in contatto. Voi siete stato servito a seconda del vostro desiderio, signore; poichè testè siete stato avvisato, ed ora pure vi avviso.
Così, voi stesso...
Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo; sino ad oggi nessun uomo si è ritrovato in una posizione simile alla mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favella. Il mio regno è grande come il mondo, perchè non sono nè italiano, nè francese, nè indiano, nè americano, nè spagnuolo: io sono cosmopolita. Nessuno può dire di avermi veduto nascere, Dio solo sa quale terra mi vedrà morire. Io adotto tutti i costumi, io parlo tutte le lingue; voi mi credete francese, non è vero, perchè parlo il francese colla stessa facilità e purezza di voi? Ebbene! Alì, il mio moro, mi crede Arabo; Bertuccio, il mio intendente, mi crede Romano; Haydée, la mia schiava, mi crede Greco. Dunque capirete, che non essendo di alcun paese, non domandando protezione ad alcun governo, non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non un solo scrupolo che arresta i potenti, non un solo ostacolo che paralizza i deboli, può nè arrestarmi nè paralizzarmi. Non ho che due avversarii, non dirò due vincitori, perchè li sottometto colla persistenza; la distanza ed il tempo. Il terzo, ed è il più terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi nella strada che percorro, e prima che abbia conseguito lo scopo a cui miro; tutto il resto, l'ho calcolato. Ciò che gli uomini chiamano capricci della fortuna, vale a dire la ruina, i cambiamenti, le eventualità, le ho tutte prevedute, e se qualcuna può colpirmi, nessuna può rovesciarmi. A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono, ecco perchè vi dico cose che voi non avete mai intese, neppure dalla bocca dei re, perchè i re hanno bisogno di voi, e gli altri uomini hanno paura di voi. Chi è quegli che non supponga, in una società ordinata tanto ridicolmente quanto la nostra: «forse un giorno posso aver che fare col procuratore del re»?
Ma voi stesso potete dir questo, perchè, dal momento che abitate la Francia, siete naturalmente sottoposto alle leggi francesi.
Lo so, signore, rispose Monte-Cristo, ma quando devo andare in un paese, comincio dallo studiare, con mezzi che mi sono particolari, tutti gli uomini dai quali posso avere qualche cosa da sperare o da temere, e giungo a conoscerli molto bene, forse meglio ancora di quello che non si conoscono da sè stessi. Ciò porta ad un resultato, che, il procuratore del re, qualunque egli fosse, con cui avessi da fare sarebbe certissimamente più impacciato di me.
Ciò vuol dire, riprese con esitanza Villefort, che la natura umana è debole, ed ogni uomo, secondo voi, ha commesso qualche... sbaglio. Sbaglio... o delitto, rispose negligentemente Monte-Cristo. E che voi solo fra gli uomini, che non riconosceste per fratelli, come avete detto voi stesso, riprese Villefort con voce leggermente alterata, e che voi solo siete perfetto.
Non perfetto, rispose il conte, impenetrabile, ecco tutto. Ma tronchiamo quest'argomento, signore; se la conversazione vi dispiace, molto più che voi non vi trovate maggiormente minacciato dalla mia doppia vista, di quello che io lo sia dalla vostra giustizia.
No! signore, disse vivamente Villefort, che senza dubbio temeva comparisse aver abbandonato il terreno; no! colla vostra brillante e quasi sublime conversazione mi avete innalzato al di sopra dei livelli ordinarii; noi non parliamo più, dissertiamo. Ora, voi sapete come i professori in cattedra, ed i filosofi nelle loro dispute, si dicono qualche volta delle crudeli verità. Fingiamo adunque di fare una disputa sociale e filosofica, vi dirò dunque, per quanto vi sembri duro: «Caro fratello voi sacrificate all'orgoglio; voi siete al di sopra degli altri, ma al di sopra di voi sta Dio!»
Al di sopra di tutti, signore, rispose Monte-Cristo con un accento così profondo che Villefort ne fremette involontariamente. Ho il mio orgoglio per gli uomini, serpenti sempre pronti a drizzarsi contro colui che li sorpassa di fronte, senza schiacciarli col piede; ma lo depongo davanti a Dio, che mi ha tolto dal niente per farmi quel che sono.
Allora, signor conte, vi ammiro, disse Villefort che per la prima volta, in questo strano dialogo, impiegava questa formula aristocratica collo straniero, che fino allora aveva soltanto chiamato signore. Sì, ve lo dico, se siete realmente forte, superiore, sano o impenetrabile, ciò che torna la stessa cosa, siate superbo, questa è la legge della dominazione. Ma voi pertanto avrete una qualche ambizione?
Ne ho avuta una, signore.
E quale?
Ho ambito di essere fatto strumento della Provvidenza.
Villefort guardò Monte-Cristo con somma meraviglia.
Signor conte, diss'egli, non avete voi parenti?
No, signore, son solo in questo mondo.
Tanto peggio!
Perchè? domandò Monte-Cristo. Perchè avreste potuto vedere uno spettacolo atto ad infrangere il vostro orgoglio. Non temete che la morte, diceste?
Non dico di temerla; dico ch'ella sola può arrestarmi.
E la vecchiaia?
La mia missione sarà compita prima che sia vecchio.
E la pazzia?
Poco ha mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l'assioma, non due volte nello stesso, non bis in idem: è un assioma criminale, e perciò della vostra sfera.
Signore, vi è ancora un'altra cosa da temersi oltre la morte, la vecchiaia, o la pazzia; vi è, per esempio, l'apoplessia, questo colpo di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il quale però tutto è finito; siete sempre voi, e ciò non ostante non siete più voi. Venite, se vi piace, a continuare questa conversazione, venite in casa mia, signor conte, un giorno che abbiate volontà d'incontrarvi in un avversario capace di comprendervi ed avido di confutarvi, e vi mostrerò mio padre, il signor Noirtier de Villefort, uno dei più focosi giacobini della rivoluzione francese, vale a dire la più brillante audacia messa al servizio della più vigorosa organizzazione; un uomo che, come voi, non aveva forse veduto tutti i regni della terra, ma aveva aiutato a rovesciarne uno dei più forti; un uomo finalmente che, come voi, pretendeva di essere un inviato da Dio, dall'Essere supremo, dalla Provvidenza. Ebbene! signore, la rottura di un vaso sanguigno in un lobo del cervello ha rovinato tutto questo; non in un giorno, non in un'ora, ma in un secondo. Il giorno prima il signor Noirtier, antico giacobino, antico senatore, antico carbonaro, rideva della ghigliottina, rideva del cannone, rideva del pugnale; il signor Noirtier che giuocava colle rivoluzioni, egli per cui la Francia non era che una vasta scacchiera della quale pedine, torri, cavalli e regina dovevano sacrificarsi perchè il re ricevesse scacco-matto, il signor Noirtier tanto temuto e temibile, era il giorno dopo quel povero Noirtier, vecchio immobile, abbandonato alla volontà dell'essere più debole della casa, vale a dire della sua nipote Valentina; infine un cadavere muto ed agghiacciato, che vive senza gioie, e spero, senza soffrire.
Ahimè! signore, questo spettacolo non è nuovo nè ai miei occhi, nè al mio pensiero, disse Monte-Cristo; sono alcun poco medico, e qui rammenterò che la Provvidenza si appalesa nei fatti che ci cadono sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate, dopo Seneca, hanno fatto in prosa ed in versi il ravvicinamento che avete fatto voi; ciò non pertanto capisco che le sofferenze di un padre possono operare grandi cangiamenti nello spirito del figlio; verrò, signore, poichè mi v'impegnate, verrò a contemplare, a profitto della mia umiltà, questo tristo spettacolo, che deve molto contristare la vostra casa.
Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un largo compenso. In faccia del vecchio che discende trascinandosi nella tomba, sorgono due figli che entrano nella vita; Valentina figlia della mia prima moglie Renata di Saint-Méran, ed Edoardo, quel fanciullo cui avete salvata la vita.
E che concludete da questo confronto, signore?
Concludo, rispose Villefort, che mio padre, travolto dalle passioni, ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono all'umana giustizia, ma che si attirano la giustizia di Dio!.... e che Dio non volendo punire che un solo, non ha percosso che lui solo.
Monte-Cristo col sorriso sulle labbra, mandò nel profondo del cuore un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse inteso. Addio, signore, riprese il magistrato che si era alzato da qualche tempo e parlava in piedi; io parto portando meco una memoria di voi piena di stima e che, spero, vi potrà essere più aggradita quando mi conoscerete meglio; poichè non sono un uomo leggero quanto può credersi. D'altra parte vi siete formato della signora de Villefort un'amica eterna. Il conte salutò, e si contentò di accompagnare Villefort soltanto fino alla porta del gabinetto, questi raggiunse la carrozza, preceduto da due lacchè, che, dietro un segno del loro padrone, si affrettarono di fargli aprire. Indi quando il procuratore del re fu disparso: Andiamo, disse Monte-Cristo, cavando a stento un sospiro dal petto oppresso; andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo veleno, ora che il cuore ne è pieno, andiamo a cercarne l'antidoto! E battè un colpo sul campanello sonoro. Salgo dalla signora, diss'egli ad Alì, che fra mezz'ora la carrozza sia pronta!
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Capitolo 48. HAYDÉE.
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Si ricorderanno i nostri lettori quali erano le recenti, o per meglio dire le antiche conoscenze del conte di Monte-Cristo, che abitavano in via Meslay: Massimiliano, Giulia, ed Emmanuele. La speranza di questa buona visita che voleva fare, quei pochi momenti che avrebbe passati, da questa luce di paradiso sdrucciolando nell'inferno in che si era volontariamente posto, avevano sparsa la più graziosa serenità sul viso del conte, dal momento che Villefort era partito, e che Alì, il quale era accorso al noto tocco, erasi ritirato sulla punta dei piedi. Era mezzo giorno, il conte si era riserbata un'ora per salire da Haydée.
La giovane greca era, come abbiamo detto, in un appartamento interamente separato da quello del conte, per intero ammobiliato all'uso orientale; vale a dire i pavimenti coperti di fitti tappeti di Turchia, stoffe di broccato cadevano lungo i muri, ed in ciascuna camera un largo divano girava intorno con pile di cuscini che si spostavano a volontà di quelli che se ne servivano. Haydée aveva tre donne francesi ed una greca. Le tre francesi stavano nella prima camera, pronte ad accorrere al suono di un piccolo campanello d'oro, e ad obbedire agli ordini della schiava greca, la quale sapeva abbastanza il francese per trasmettere la volontà della sua padrona alle tre cameriere, cui Monte-Cristo aveva raccomandato di avere per Haydée i riguardi che si sarebbero potuti avere per una regina. Ella era nella camera più remota del suo appartamento, cioè in una specie di gabinetto rotondo, che prendeva lume soltanto dall'alto, e la luce passava per cristalli colorati in rosa: seduta per terra sopra cuscini di seta blu broccata in argento, circondando la testa col braccio destro mollemente rotondeggiante, mentre che il sinistro teneva fisso alle labbra il tubo di corallo al quale era incassata la canna flessibile di una pipa turca, che non lasciava giungere alla bocca il vapore, se non dopo di essere stato profumato dall'acqua di benzoino a traverso la quale la sua dolce inspirazione lo sforzava di passare. Quanto al vestito era quello delle donne dell'Epiro, cioè, calzoni di seta bianca ricamati a fiori di rose, che lasciavano scoperti due piedi da fanciullo che si sarebber creduti di marmo di Paros, se non si fossero veduti agitare due piccoli zandali colla punta ricurva, orlati d'oro e di perle; una veste a lunghe righe blu e bianche, con larghe maniche aperte per le braccia con ricami d'argento, e bottoni di perle; finalmente una specie di corsaletto che si allacciava al di sotto del seno con tre bottoni di diamanti. Quanto alla parte inferiore del corsaletto, e superiore dei calzoni, essa era perduta in una di quelle cinture, a vivi colori e a larghe frange, che in oggi formano l'ambizione delle nostre eleganti parigine. La testa era acconciata con una piccola calotta d'oro, orlata di perle, inclinata sopra un lato, e al disotto della callotta, dalla parte su cui era inclinata, una bella rosa naturale color porpora, spiccava intrecciata a capelli così neri che sembravano blu.
In quanto alla bellezza del viso, era la bella greca in tutta la purezza del suo tipo, coi grandi occhi neri vellutati, la fronte di marmo, il naso dritto, le labbra di corallo, e i denti di perle. E su questo grazioso insieme, il fiore della gioventù era sparso con tutto il suo splendore e profumo.
Haydée poteva avere 19, o 20 anni.
Monte-Cristo chiamò la sua schiava greca, e fece domandare ad Haydée il permesso di entrare da lei. Per sola risposta, Haydée fece segno alla schiava di rimuovere la portiera. Monte-Cristo s'avanzò. Ella si sollevò sul gomito del braccio che teneva la pipa, e stendendo al conte la mano, lo accolse con un sorriso. Perchè, diss'ella nella lingua sonora delle figlie di Sparta e d'Atene, perchè mi fai tu domandare il permesso d'entrare da me? Non sei più il mio padrone? non son più la tua schiava?
Monte-Cristo sorrise a sua volta: Haydée, non sapete?...
Perchè non mi dici tu, come d'ordinario? interruppe la giovane greca; ho dunque commesso qualche mancanza? in questo caso bisogna punirmi, ma non dirmi voi.
Haydée, disse il conte, tu sai che siamo in Francia, e per conseguenza che sei libera?
Libera di far che? domandò la giovane.
Libera di lasciarmi. Di lasciarti!... e perchè dovrei lasciarti? Che so io?... vedremo gente...
Non voglio vedere nessuno. E se in mezzo ai bei giovani che incontrerai, qualcuno ti piacesse, non sarò tanto ingiusto... Non ho veduto altri, che mio padre e te.
Povera fanciulla, disse Monte-Cristo; ti ricordi di tuo padre, Haydée? La giovane sorrise: Egli è qua, è qua, diss'ella mettendo la mano sul cuore e sugli occhi.
Ora, Haydée, tu sai che sei libera, che sei padrona, regina; puoi conservare il tuo costume, o lasciarlo a tuo capriccio; resterai qui quanto vuoi restarvi, uscirai quando il vuoi; vi sarà sempre una carrozza attaccata per te; Alì e Myrtho t'accompagneranno ovunque, e saranno ai tuoi ordini. Soltanto di una sola cosa ti prego; conserva il segreto della tua nascita, non dire una parola del tuo passato; non pronunziare in alcuna occasione il nome dell'illustre tuo padre, nè quello della tua povera madre.
Te l'ho già detto, non voglio vedere nessuno.
Ascolta, Haydée, questa reclusione del tutto orientale forse sarà impossibile a Parigi; continua ad apprendere il genere di vita dei nostri paesi del Nord, come lo hai fatto a Roma, a Firenze, a Milano, e a Madrid; ciò ti servirà sempre, tanto se continui a vivere qui, come se ritorni in Oriente. La giovane alzò gli occhi sul conte, e rispose:
E che ritorniam forse in Oriente, n'è vero, mio signore?
Sì, disse Monte-Cristo. Ma credi tu che ti abituerai qui? Ebbene! che mi domandi, signore? Temo che tu non ti annoi.
No, signore, perchè quando sono sola ho grandi ricordi, rivedo immensi quadri, mi si presentano grandi orizzonti col Pindo e coll'Olimpo in lontananza. Poi ho nel cuore tre sentimenti coi quali uno non si annoia mai: la malinconia, l'amore, e la riconoscenza.
Sei una degna figlia dell'Epiro; Haydée, graziosa e poetica, si vede che discendi da quella famiglia di dee che è nata nel tuo paese. Sii dunque tranquilla.
Il conte disposto in tal modo alla visita che voleva fare a Morrel ed alla sua famiglia, partì mormorando alcuni versi di Pindaro.
Secondo i suoi ordini, la carrozza era preparata, vi salì, e questa come sempre, partì al galoppo.
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Capitolo 49. LA FAMIGLIA MORREL.
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In pochi minuti la carrozza giunse strada Meslay numero 7.
La casa era bianca, ridente, e preceduta da un cortile con due praticelli guerniti di belli fiori.
Nel portinaro che gli aprì la porta, il conte riconobbe il vecchio Coclite, ma come ognuno ricorderà, questi non aveva che un occhio, ed in nove anni quest'occhio era ancora considerevolmente indebolito. Coclite non riconobbe il conte. La carrozza, per fermarsi davanti l'entrata, doveva voltare onde evitare un piccolo getto d'acqua che cadeva in un bacino di rocce; magnificenza che aveva eccitata la gelosia del quartiere, e che era causa che questa casa venisse chiamata la piccola Versailles. È superfluo il dire che nel bacino guizzavano in quantità pesci gialli e rossi.
La casa eretta sopra le cucine e le cantine, aveva, oltre il piano terreno, due piani e le soffitte. I giovani l'avevano acquistata colle dipendenze, che consistevano in un laboratorio, in due padiglioni nel fondo del giardino, e nel giardino stesso. Emmanuele aveva veduto, a primo colpo d'occhio, che in questa disposizione di locali v'era una piccola speculazione da farsi: si era riservata la casa, la metà del giardino, e aveva tirata una linea, cioè, fabbricato un piccolo muro fra lui ed il laboratorio, che aveva dato in fitto in un coi padiglioni e la porzione rimasta di giardino; di modo che si trovava alloggiato per una somma molto modica, e tanto ben chiuso, quanto il più scrupoloso proprietario di una casa del sobborgo San-Germano. La sala da pranzo era di quercia, il salotto di mogano e di velluto blu, la camera da dormire di cedro e di damasco verde; vi era inoltre un gabinetto di studio per Emmanuele che nulla studiava, ed un salotto per musica per Giulia che non n'era dilettante. Il secondo piano per intero era dedicato a Massimiliano; egli aveva in quello una ripetizione esatta dell'appartamento della sorella, meno che la sala da pranzo convertita in sala di bigliardo, ove conduceva i suoi amici.
Sorvegliava da sè stesso il suo cavallo, e fumava il sigaro all'ingresso del giardino, quando la carrozza del conte si fermò alla porta.
Coclite aprì la porta, come abbiamo detto, e Battistino si slanciò dal sedile, chiedendo se il signor e la signora Herbault ed il signor Massimiliano Morrel erano visibili pel conte di Monte-Cristo.
Pel conte di Monte-Cristo! gridò Morrel gettando il sigaro, e slanciandosi avanti al visitatore; lo credo bene che siamo visibili per lui, ah! grazie, cento volte grazie, signor conte, di non avere dimenticata la vostra premessa. Ed il giovine officiale strinse così cordialmente la mano del conte, che questi non potè ingannarsi sulla franchezza della manifestazione, e vide bene ch'era stato aspettato con impazienza e ricevuto con premura. Venite, venite, disse Massimiliano, voglio servirvi d'introduttore; un uomo come voi siete, non deve essere annunziato da un domestico, mia sorella è in giardino a strappar le rose appassite; mio cognato legge i suoi giornali favoriti, la Presse ed il Débats a sei passi da lei lontano, perchè ovunque si ritrova la signora Herbault, si ritrova Emmanuele, e vice versa.
Il rumore dei passi fe' alzare la testa ad una giovane donna di 20 a 25 anni, abbigliata con una veste da camera di seta, e che sfogliava con una cura particolare un magnifico rosaio. Questa donna era la nostra piccola Giulia, divenuta, come le era stato predetto dal mandatario della casa Thomson e French, la moglie di Emmanuele Herbault. Vedendo uno straniero mandò un piccolo grido. Massimiliano si mise a ridere: Non ti scomodare, sorella mia, diss'egli, il signor conte è a Parigi da soli due o tre giorni, ma sa già che cosa è una censuaria del Marais, e se non lo sa tu glielo insegnerai.
Ah! signore, condurvi così, disse Giulia, è un tradimento di mio fratello che non ha per sua sorella la più piccola galanteria... Penelon!... Penelon!...
Un vecchio che zappava intorno ad un rosaio bianco del Bengala, piantò la zappa in terra e si avvicinò, col berretto in mano, dissimulando il meglio che poteva l'avanzo di sigaro che stava masticando, e che nascondeva nel fondo della guancia. Qualche capello bianco inargentava la sua fitta capellatura, nel mentre che il color bronzino e l'occhio ardito e vivo annunciavano un vecchio marinaro, imbrunito sotto il sole dell'equatore, e disseccato al soffio delle tempeste: Mi pare che mi abbiate chiamato, madamigella Giulia, diss'egli, eccomi. Penelon aveva conservato l'abitudine di chiamare la figlia del suo padrone madamigella Giulia, e non aveva mai potuto prendere quella di chiamarla signora Herbault. Penelon, disse Giulia, andate a prevenire Emmanuele della buona visita che abbiamo, mentre che Massimiliano condurrà il signore nel salotto. Indi volgendosi a Monte-Cristo: Il signore mi permetterà di fuggire un minuto, n'è vero? diss'ella. E senza aspettare il consenso del conte, si slanciò dietro un gruppo d'alberi, e rientrò in casa per un viale laterale. E che! mio caro Morrel, disse Monte-Cristo, m'avveggo bene con dispiacere ch'io faccio rivoluzione nella vostra famiglia.
Guardate, guardate, disse Massimiliano ridendo, vedete laggiù il marito, che, da sua parte, va a cambiare la veste da camera in un abito? Oh! è perchè voi siete conosciuto nella strada Meslay, voi eravate annunziato, vi prego di crederlo.
Mi sembra che abbiate qui una felice famiglia, disse il conte rispondendo al suo pensiero.
Oh! sì, ve ne garantisco, signor conte; che volete? nulla manca loro per essere felici, sono giovani, sono allegri, si amano, e, colle loro 25 mila lire di rendita, si figurano possedere le ricchezze di Rothschild.
È poco però 25 mila lire di rendita, disse Monte-Cristo con una dolcezza così soave che penetrò il cuore di Massimiliano, come avrebbe potuto farlo la voce di un tenero padre; ma non si fermeranno lì i nostri giovani, diverrano a loro volta milionari. Il vostro cognato è avvocato... medico?
Era negoziante, signor conte, ed aveva presa la ditta del mio padre. Il signor Morrel è morto lasciando 500 mila franchi di fondi; io ne aveva una metà, e mia sorella l'altra, perchè non eravamo che due figli. Suo marito, che l'aveva sposata senza avere altro patrimonio che la sua nobile probità, la sua intelligenza di prim'ordine, e la sua riputazione senza macchia, ha voluto possedere egual somma che sua moglie. Egli lavorò fin ch'ebbe accumulati 250 mila franchi; sei anni bastarono. Era, ve lo giuro signor conte, un commovente spettacolo il vedere questi due giovani sì laboriosi, sì uniti, destinati per la loro capacità alla più gran fortuna, e che, non avendo voluto fare alcun cambiamento nelle abitudini della casa paterna, hanno messo sei anni per accumulare ciò, che dei novatori avrebbero potuto fare in due o tre; così, Marsiglia risuona tuttora delle lodi che non ha potuto rifiutare a tanta abnegazione. Finalmente un giorno Emmanuele venne a ritrovare sua moglie che compiva di pagare le scadenze:
«Giulia, le diss'egli, ecco l'ultimo rollo di 100 franchi riscosso da Coclite, e che compie i 250 mila franchi che abbiamo fissato come limite del nostro guadagno. Sarai tu soddisfatta di questo poco di cui d'ora innanzi bisognerà che ci contentiamo? Ascolta, la casa ogni anno fa affari per un milione di franchi, e può produrre un utile di 40mila franchi; venderemo, se vogliamo, la clientela in un'ora per 300 mila franchi perchè ecco qui una lettera del signor Delaunay che ce li offre in cambio dei nostri fondi, ch'egli vuole riunire ai suoi. Pensa a ciò che credi che si debba fare. Amico mio, disse mia sorella, la ditta Morrel non può essere portata che da un Morrel. Salvare per sempre il nome di nostro padre da qualunque evento della fortuna, non vale più dei 300 mila franchi? Lo pensava anche io, disse Emmanuele; pure ho voluto sentire il tuo parere. Ebbene, amico mio, eccolo. Tutti i nostri incassi sono fatti, tutte le nostre obbligazioni pagate; possiamo tirare un rigo al disotto dei conti di questa quindicina, e chiudere il banco; facciamolo.
«Il che fu fatto nello stesso momento. Erano le tre; alle tre e un quarto un cliente si presentò per fare assicurare il tragitto di due bastimenti; era un guadagno sicuro di 15 mila franchi in contanti:
«Signore, gli disse Emmanuele, abbiate la bontà di volgervi per queste assicurazioni a qualcun altro dei nostri confratelli, per esempio al signor Delaunay, in quanto a noi, abbiamo lasciati gli affari.
«E da quanto tempo? domandò il cliente meravigliato.
«Da un quarto d'ora.
Ed ecco, o signore, continuò sorridendo Massimiliano, in qual modo mia sorella e mio cognato non hanno che 25 mila lire di rendita.
Massimiliano terminava appena questa narrazione, durante la quale il cuore del conte erasi sempre più dilatato, allorchè Emmanuele ricomparve restaurato di un abito e di un cappello. Egli salutò in modo da far conoscere che sapeva la visita, quindi, dopo aver fatto fare al conte il giro del piccolo recinto fiorito, lo condusse verso la casa. Il salotto era già imbalsamato dai fiori che stavano con gran stento contenuti in un immenso vaso del Giappone a maniche naturali. Giulia convenientemente vestita, ed elegantemente pettinata (aveva esauste tutte le sue forze in dieci minuti!), si presentò sull'ingresso per ricevere il conte. Si sentivano cinguettare gli uccelli di una vicina uccelliera; i rami di falso ebano, e dell'acacia rosea venivano coi loro grappoli di fiori ad ornare i panneggiamenti di velluto blu. Tutto respirava calma in questo grazioso piccolo ritiro; dal canto degli uccelli fino al sorriso dei padroni. Il conte, fin dal suo entrare nella casa, si era di già impregnato di questa felicità; perciò restava muto e astratto, dimenticando di esser guardato ed atteso per riprendere la conversazione interrotta dopo i primi complimenti. Egli s'accorse del suo silenzio che diveniva quasi inconveniente, e strappandosi con isforzo dalla sua astrazione: Signora, diss'egli finalmente, perdonatemi, una emozione che deve maravigliare voi, assuefatta a questa pace ed a questa felicità; ma per me è cosa tanto nuova la soddisfazione sul viso umano, che non mi stanco di contemplare voi e vostro marito.
Siamo di fatto molto felici, signore, replicò Giulia; ma abbiamo sofferto tanto lungamente, che ben poche persone hanno conquistata la loro felicità ad un sì caro prezzo.
La curiosità si dipinse sui lineamenti del conte.
Oh! questa è una storia di famiglia, come vi diceva l'altro giorno Château-Renaud, riprese Massimiliano; per voi, signor conte, assuefatto a vedere illustri infortunii, e splendide gioie, vi sarebbe poco interessamento in questo quadro familiare. Tuttavolta abbiamo, come diceva Giulia, sofferti vivi dolori, quantunque circoscritti in questo piccolo quadro.
E Dio versò su voi, come versa su tutti, la consolazione sulle disgrazie? domandò Monte-Cristo.
Sì, signor conte, lo possiamo dire, perchè ha fatto per noi, ciò che potrebbe fare pei suoi eletti; ci ha inviato uno dei suoi angeli. Le guance del conte divennero rosse, ed ei tossì per avere un mezzo di dissimulare la sua emozione, portando alla bocca il fazzoletto. Coloro che nacquero in una culla di porpora e che non hanno mai desiderato cosa alcuna, disse Emmanuele, non sanno ciò che sia il bene della vita; nello stesso modo che non conoscono il valore di un cielo puro e sereno coloro che non hanno mai messa la loro vita in balia di quattro assi gettati sopra un mare in furore.
Monte-Cristo si alzò, e senza risponder nulla, poichè al tremolio della sua voce avrebbero forse riconosciuta l'emozione da cui egli era agitato, si mise a percorrere il salotto passo passo.
La nostra magnificenza vi farà sorridere? disse Massimiliano che seguiva cogli occhi Monte-Cristo.
No, no, rispose Monte-Cristo molto pallido, e comprimendosi con una mano i battiti del cuore, nel mentre coll'altra mostrava al giovine una campana di cristallo, sotto la quale una borsa di seta stava preziosamente stesa sopra un cuscino di velluto nero; domando soltanto a che serve questa borsa che da una parte mi sembra che contenga una carta, e dall'altra un bel diamante.
Massimiliano assumendo un'aria grave rispose:
Questo, signor conte, è il più prezioso dei nostri tesori di famiglia.
In fatti questo diamante è molto bello, replicò il conte.
Oh! mio fratello non vi parla già del prezzo della pietra quantunque sia stimata 100 mila franchi egli vuole solamente dirvi che gli oggetti che racchiude questa borsa son le reliquie di quell'angelo di cui vi parlavamo or'ora.
Ecco ciò che non saprei capire, e che ciò non ostante non debbo domandare, signora, replicò Monte-Cristo inchinandosi; perdonatemi, io non voleva essere indiscreto.
Indiscreto, dite voi? Oh! quanto al contrario ci rendete contenti, signor conte, offrendoci un'occasione di trattenerci su questo argomento! se noi nascondessimo come un segreto la bell'azione che ci ricorda questa borsa, non la terremmo così esposta alla vista di tutti. Oh! vorressimo poterla pubblicare in tutto l'universo, perchè un fremito del nostro sconosciuto benefattore ci svelasse la sua presenza.
Davvero? fece Monte-Cristo con voce soffocata.
Signore, disse Massimiliano sollevando la campana di cristallo e baciando divotamente la borsa di seta, questa ha toccato la mano di un uomo pel quale mio padre è stato salvato dalla morte, dalla rovina, e dall'infamia; di un uomo mercè il quale, noi poveri ragazzi, destinati alla miseria ed alle lagrime, possiamo sentire oggi le persone esaltarsi per la nostra felicità. Questa lettera (e Massimiliano cavò il biglietto dalla borsa e lo presentò al conte) questa lettera fu scritta da lui, un giorno in cui mio padre aveva presa una risoluzione molto disperata, e questo diamante fu dato in dote a mia sorella da questo generoso sconosciuto.
Monte-Cristo aprì la lettera e la lesse con un'indefinibile espressione di felicità; era il biglietto che i nostri lettori conoscono, diretto a Giulia, e firmato Sindbad il marinaro.
Sconosciuto, diceste? per tal modo l'uomo che vi ha reso questo servigio vi è rimasto ignoto?
Sì, signore, non abbiamo mai avuta la fortuna di stringergli la mano! non fu però per nostra mancanza di non aver chiesto a Dio questa grazia, riprese Massimiliano; ma in tutto questo affare vi fu una così misteriosa direzione che non siamo ancora giunti a comprender niente: il tutto fu guidato da una mano invisibile, potente come quella di un mago.
Oh! disse Giulia, non ho ancora perduta del tutto la speranza di poter un giorno giungere a baciare quella mano, come ora bacio questa borsa che fu da essa toccata. Sono quattr'anni, Penelon era a Trieste: Penelon, signor conte, è quel bravo marinaro che avete veduto colla zappa alla mano, e che da secondo-mastro è diventato giardiniere, Penelon era dunque a Trieste, vide sullo scalo un inglese che stava per imbarcarsi sopra un yacht, e riconobbe in lui quello che venne da mio padre il 5 giugno 1829, e che mi scrisse questo biglietto il 5 settembre. Era bene lo stesso, a quanto egli assicura; ma non osò di parlargli.
Un inglese! fece Monte-Cristo astratto, e che si trovava impacciato ad ogni sguardo di Giulia.
Sì, riprese Massimiliano, un inglese che si presentò da noi come mandatario della casa Thomson e French di Roma. Ecco perchè allorquando l'altro giorno diceste da Morcerf che Thomson e French erano i vostri banchieri, mi avete veduto esultare. In nome del cielo, signore, quanto vi abbiamo detto accadde nel 1829; avete conosciuto questo inglese?
Ma non mi avete detto pure che la casa Thomson e French ha costantemente negato di avervi reso questo servigio? Sì.
Allora, quest'inglese non potrebbe essere un uomo che riconoscente verso vostro padre di qualche buona azione che forse aveva anch'egli dimenticata, avesse preso questo pretesto per rendergli un servizio?
Tutto è supponibile in simile congiuntura, anche un miracolo.
Come si chiamava? domandò Monte-Cristo.
Non ha lasciato altro nome, rispose Giulia guardando il conte con una profonda attenzione, che quello che ha firmato in calce a questo biglietto: Sindbad il marinaro.
Evidentemente questo non è un nome ma un soprannome. Quindi, poichè Giulia lo guardava più attentamente ancora, e sembrava cogliere a volo qualche rassomiglianza alle note della sua voce. Vediamo continuò egli, non è un uomo della mia persona, forse è un poco più grande, un poco più magro, imprigionato in un'alta cravatta, abbandonato in un abito stretto, e sempre con la matita alla mano. Oh! ma dunque lo conoscete? gridò Giulia cogli occhi scintillanti di gioia. No, disse Monte-Cristo. Ho conosciuto un lord Wilmore che spargeva in tal modo tratti di generosità. Senza farsi conoscere? Era un uomo bizzarro che non credeva alla riconoscenza. Oh! mio Dio! gridò Giulia con un sublime accento e giungendo le mani, e a che cosa credeva dunque il disgraziato?
Egli non vi credeva, almeno al tempo in cui l'ho conosciuto, disse Monte-Cristo, al quale questa voce dal fondo dell'anima aveva agitato fin l'ultima fibra, ma da quel tempo forse avrà avuto qualche prova che la riconoscenza esiste.
E voi conoscete quest'uomo? chiese Emmanuele.
Oh! se lo conoscete, gridò Giulia, dite, dite, potete guidarci a lui, mostrarcelo, dirci dov'è? Dite dunque, Massimiliano, dite dunque, Emmanuele, se lo ritrovassimo bisognerebbe bene che egli credesse alla memoria del cuore.
Monte-Cristo sentì due lagrime cadergli dagli occhi, fece ancora qualche passo nel salotto.
In nome del cielo, signore, disse Massimiliano, se sapete qualche cosa di quest'uomo, diteci ciò che sapete.
Ahimè! disse Monte-Cristo comprimendo l'emozione della sua voce, se il vostro benefattore, è lord Wilmore, temo che non lo ritroverete mai. Io l'ho lasciato due o tre anni fa a Palermo; ed egli partiva per paesi tanto favolosi, che dubito che non ritorni più.
Ah! signore, siete crudele, gridò Giulia con spavento. E le lagrime discesero dagli occhi della giovine sposa.
Signora, disse con gravità Monte-Cristo divorando collo sguardo le due perle liquide che scorrevano sulla guancia di Giulia, se lord Wilmore avesse veduto ciò che vedo io qui, egli amerebbe ancora la vita, perchè le lagrime che voi versate lo rappacificherebbero col genere umano. E stese la mano a Giulia che gli presentò la sua, trascinata com'era dallo sguardo e dall'accento del conte.
Ma questo lord Wilmore, diss'ella, riattaccandosi ad un'ultima speranza, aveva un paese, una famiglia, dei parenti, infine era conosciuto? e non potressimo?...
Oh! non cercate niente, signora, disse il conte, non fabbricate dolci chimere sopra queste parole che io mi sono lasciato sfuggire. No, lord Wilmore probabilmente non è l'uomo che cercate, egli era mio amico, conosceva tutti i suoi segreti, e non mi ha raccontato mai niente di tutto ciò.
Non vi ha mai detto niente di tutto ciò? gridò Giulia.
Niente.
Mai una parola che avesse potuto farvi supporre?
Giammai. Ciò non ostante lo avete nominato subito. Ah! sapete... in simili casi, si suppone.
Ah! sorella mia, sorella mia, disse Massimiliano venendo in soccorso al conte, il signore ha ragione. Ricordati ciò che ci diceva spesso il nostro buon padre: Non è un inglese che ci ha procurata questa fortuna.
Monte-Cristo rabbrividì: Vostro padre diceva, signor Morrel?... riprese vivamente il conte.
Mio padre, signore, vedeva in quest'azione un miracolo. Mio padre credeva ad un benefattore uscito per noi dalla tomba. Oh! qual commovente superstizione, signore, era questa; e, mentre io stesso non vi credeva, era ben lontano dal voler distruggere questa credenza nel suo nobile cuore! Così, quante mai volte vi pensava egli, pronunciando a bassa voce un nome, un nome di un amico molto caro, un nome di un amico perduto! E quando fu vicino a morte, quando l'approssimarsi dell'eternità ebbe dato al suo spirito qualche cosa della chiaroveggenza della tomba, questo pensiero, che fino allora non era che un dubbio, divenne una convinzione: e le ultime parole che pronunziò morendo furono queste: «Massimiliano, egli era Edmondo Dantès!».
Il pallore del conte, che da qualche minuto andava crescendo, divenne spaventoso a queste parole. Tutto il sangue venne ad affluirgli al cuore, egli non poteva parlare, cavò l'orologio come se avesse dimenticata l'ora, prese il cappello, e fece alla signora Herbault un complimento momentaneo ed impacciato, e stringendo la mano ad Emmanuele e Massimiliano: Signora, diss'egli: permettetemi di venire qualche volta a presentarvi i miei doveri. Io amo la vostra casa, e vi sono riconoscente della vostra accoglienza; è la prima volta da molt'anni che è passato il tempo senza accorgermene. Ed uscì a passi precipitati.
Che uomo singolare è questo conte, disse Emmanuele.
Sì, disse Massimiliano, ma sono sicuro che ha un cuore eccellente, e certamente amante.
Ed a me, disse Giulia, la sua voce ha toccato il cuore, e due o tre volte mi è sembrato che non fosse la prima volta che la sentiva.
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Capitolo 50. PIRAMO E TISBE.
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A due terzi del sobborgo Sant'Onorato, dietro una bella casa fra le notevoli abitazioni di questo quartiere si estende un vasto giardino di cui i marroni fronzuti sorpassano le enormi muraglie, alte come bastioni, e che lasciano al giunger della primavera cadere i loro fiori color bianco e rosa in due vasi di pietra scannellata, posti parallelamente sopra due pilastri quadrangolari, nei quali era incassato un cancello di ferro dei tempi di Luigi Tredicesimo.
Questo grandioso ingresso è condannato, ad onta dei magnifici giranei che vegetano nei due vasi, e che librano al vento le loro foglie marmorizzate ed i loro fiori di porpora dall'epoca in cui i proprietarii del casamento, e ciò da gran tempo, si sono ristretti a dividere la casa dal cortile piantato d'alberi che mette al sobborgo, dal giardino che chiude questo cancello, che altra volta metteva in un magnifico parco di frutti annesso alla proprietà. Ma da che il demone della speculazione tirò una linea, cioè una strada all'estremità di questo parco, e da che la strada prese un nome e anche prima d'esistere mercè una placca di vetro imbrunito, si pensò a vender questo parco per fabbricar sulla strada e far concorrenza a questa grande arteria di Parigi, che chiamasi sobborgo Sant'Onorato.
In materia di speculazioni però l'uomo propone e il danaro dispone: la strada battezzata morì in fasce, il comprator del parco dopo averlo interamente pagato, non potè trovare a rivenderlo per la somma che voleva; ed in aspettativa di un innalzamento di prezzo che da un giorno all'altro poteva rivalerlo delle perdite passate, e del suo capitale, si contentò d'appigionare questo recinto ad ortolani per 300 franchi annui. Era questo un danaro impiegato al mezzo per cento il che non è caro pei tempi che corrono; essendovi persone che lo impiegano al 30, e nondimeno lo trovano impiegato male. Intanto il cancello che altre volte metteva sul parco, è condannato, e la ruggine ne rode i gangheri: ma v'è ancor peggio, perchè gl'ignobili sguardi degli ortolani non avessero a lordare l'interno del recinto aristocratico, un tavolato fu applicato alle sbarre fino all'altezza di sei piedi. Vero è che le assi non son tanto ben connesse da non potervisi introdurre uno sguardo furtivo, ma questa casa ha costumi severi e non teme le indiscrezioni.
In quest'orto invece di cavoli o carote, di piselli o meloni, vegeta un alto trifoglio, che fa fede che ancor si pensa a questo luogo abbandonato. Una piccola porta bassa che apresi sulla strada in quistione dà ingresso a questo terreno circondato da mura, che i pigionali hanno abbandonato per cagione della sua sterilità, e che da otto giorni in vece di fruttare un mezzo per cento come per lo passato non frutta più niente affatto.
Dalla parte del casamento i marroni di cui abbiamo parlato coronavano la muraglia, ciò però non impediva che altre piante di lusso stendessero i loro rami fioriti fra quelli avidi di aria. In un angolo ove il fogliame era talmente fitto che la luce appena poteva penetrarvi alcun poco, un largo banco di pietra ed alcune seggiole da giardino indicavano esser quello un luogo favorito, o di ritirata di qualcuno degli abitatori della casa situata a cento passi di distanza, e che appena si poteva scorgere fra i recinti di verdura che l'avviluppavano: finalmente la scelta di questo asilo misterioso era giustificata ad un tempo dall'assenza del sole, dalla continua freschezza anche nei giorni della più bruciante estate, dal cinguettio degli uccelli, e dall'allontanamento dalla casa e dalla strada, cioè dagli affari e dal rumore.
Verso la sera di una di quelle più calde giornate che la primavera possa accordare agli abitanti di Parigi v'era su questo banco di pietra un libro, un ombrellino, un cestello da lavoro, ed un fazzoletto di battista, di cui era cominciata l'orlatura, e non lungi da questo banco, vicino al cancello in piedi davanti all'assito, coll'occhio applicato ad una di quelle fenditure, che lasciavano vedere l'esterno, una giovinetta che fissava lo sguardo nel terreno deserto che noi conosciamo. Quasi nello stesso momento la piccola porta di quel terreno aprivasi senza far rumore e un giovine grande vigoroso vestito con una blouse di tela greggia, con un berretto di velluto nero, ma di cui i baffi, la barba, ed i capelli estremamente acconciati erano alcun poco in opposizione con questo vestito popolare, dopo un rapido sguardo girato intorno a sè per assicurarsi se era da alcuno spiato, passando da quella porta che richiudevasi dietro a lui, si diresse con passo precipitato verso il cancello. Alla vista di quegli che aspettava, probabilmente forse non in quel costume, la giovinetta dette addietro. Siccome a traverso la fessura della piccola porta il giovine con quello sguardo che non è proprio che degli amanti, aveva già veduto ondeggiare una veste bianca ed una larga cintura blu, si slanciò verso il recinto ed applicando la bocca ad una apertura:
Non abbiate paura, Valentina, sono io.
La giovinetta si ravvicinò: Oh! perchè dunque siete venuto così tardi quest'oggi? Sapete che quanto prima si va a pranzo, e che mi ha fatto d'uopo di molta politica e prontezza per ispacciarmi di mia matrigna che mi sorveglia, della cameriera che mi spioneggia, e di mio fratello che mi tormenta, per venire a lavorare qui a quest'orlatura, che ho ben paura non sarà finita per ora? Quando poi vi sarete scusato sul vostro ritardo, mi direte che significa questo nuovo costume che avete adottato, e che è stato quasi cagione che non vi abbia riconosciuto.
Cara Valentina, voi siete troppo al di sopra del mio amore, perchè io osi parlarvene, e ciò non ostante tutte le volte che vi vedo, ho bisogno di dirvi che vi adoro perchè l'eco delle mie proprie parole mi accarezzi dolcemente il cuore, quando non vi vedo più. Ora vi ringrazio della vostra sgridata, essa è del tutto lusinghiera, perchè mi prova, non oso dire che mi aspettavate, ma che pensavate a me. Volevate sapere la causa del mio ritardo, ed il motivo del mio travestimento; ve lo dirò, e spero che vorrete scusarmi: ho fatto l'elezione di uno stato.
Di uno stato!... che volete mai dire Massimiliano? E siamo dunque così felici perchè possiate parlare scherzando delle cose che ci riguardano?
Oh! il cielo me ne guardi, disse il giovine, di scherzare con ciò che è la mia vita! ma stanco di essere un uomo che corre i campi e che scala le mura, seriamente spaventato dall'idea che mi faceste nascere l'altra sera che vostro padre un giorno o l'altro mi avrebbe fatto giudicare come un ladro, cosa che metterebbe a cimento l'onore di tutto l'esercito francese, non meno spaventato dalla possibilità che qualcuno si meravigli di vedermi continuamente ronzare intorno a questo terreno, ove non c'è la più piccola cittadella da assediare, o il più piccolo blockhaus da difendere, così da capitano dei spahis, mi sono fatto ortolano, ed ho adottato il vestiario della mia nuova professione.
Buono quale follia!
Ella è al contrario la cosa più saggia, che abbia fatto in vita mia, perchè essa ci garantisce ogni sicurezza; io sono stato a ritrovare il proprietario di questo recinto, la scritta coll'antico fittaiuolo era finita ed io l'ho preso di nuovo in fitto. Tutto questo trifoglio che vedete è mio, Valentina, nulla può impedirmi d'ora innanzi di far fabbricare una capanna fra questo fieno, e di vivere a venti passi lontano da voi. Oh! io non posso contenere la mia gioia e la mia fortuna. Concepite, Valentina che si possa giungere a pagare tutto questo? È impossibile, n'è vero? Eppure tutta questa felicità, tutta questa fortuna, tutta questa gioia, per le quali avrei dato dieci anni della mia vita, mi costano, indovinate un poco?... 500 franchi l'anno pagabili per trimestre. Per tal modo d'ora innanzi non vi è più nulla da temere. Io sono qui in casa mia, posso mettere delle scale contro il mio muro e guardarvi per di sopra, ed ho il dritto, senza che una qualche pattuglia venga a disturbarmi, di dirvi che vi amo, fino a tanto che la vostra fierezza non si adonti di sentirsi dire questa parola dalla bocca di un povero giornaliero vestito con la blouse e coperto con un berretto. Valentina mandò un piccolo grido di gioia, poi d'un subito: Ahimè! Massimiliano, diss'ella tristamente, e come se una gelosa nube fosse d'improvviso venuta a velare i raggi del sole che illuminava il suo cuore; ora noi saremo troppo liberi, la nostra felicità ci farà tentare Dio; abuseremo della nostra sicurezza, e questa ci perderà.
Potete voi dir questo, amica mia, a me, che da quando vi conobbi, ogni giorno vi do prove che ho subordinati i miei pensieri e la mia vita alla vostra vita ed ai vostri pensieri? Chi vi ha ispirato confidenza in me? il mio onore n'è vero? Quando mi avete detto che un vago istinto v'assicurava che correvate un gran pericolo, io ho messo i miei affetti ai vostri ordini, senza chiedervi altra ricompensa che la felicità di servirvi. Da quel tempo vi ho io dato con una parola, con un gesto, il motivo di pentirvi di avermi distinto fra quelli che avrebbero dato la loro vita per voi? Voi mi avete detto, povera fanciulla, che eravate stata fidanzata al signor d'Épinay, che vostro padre aveva stabilito questo matrimonio, vale a dire ch'esso era certo, perchè tutto ciò che vuole il signor de Villefort accade infallibilmente. Ebbene io sono rimasto fra le ombre aspettando tutto, non dalla mia volontà, non dalla vostra, ma dagli avvenimenti, dalla provvidenza, da Dio, e frattanto voi mi amate, voi avete avuto pietà di me, Valentina, me lo avete detto; ed io vi ringrazio di questa dolce parola, che vi prego di ripetermi di tempo in tempo, e che mi farà dimenticare tutto.
Ed ecco ciò che vi ha dato ardimento, Massimiliano, ecco ciò che rende la mia vita dolce ad un tempo ed infelice al punto, che spesso domando a me stessa, se sia meglio per me il dispiacere che mi causava altre volte il rigore di mia matrigna e la sua cieca preferenza per suo figlio, o la felicità piena di pericoli che provo nel vedervi.
Di pericoli! gridò Massimiliano; potete dire una parola sì aspra e sì ingiusta! avete mai veduto uno schiavo più sottomesso di me? Voi mi avete permesso di dirigervi qualche volta la parola, Valentina, ma mi avete proibito di seguirvi, ed io ho ubbidito. Da che ho ritrovato il mezzo di penetrare in questo recinto, di parlare con voi a traverso questa porta, di essere sì vicino a voi senza vedervi, ditelo, ho io mai domandato di toccare l'estremità del vostro vestito a traverso questo cancello? ho io mai fatto un passo per superare queste mura, ridicolo ostacolo per la mia forza e la mia giovinezza? Mai un rimprovero sul vostro rigore, mai un desiderio espresso chiaramente: sono stato ligio alla mia parola, come un cavaliere dei tempi antichi, confessatelo almeno, perchè io non vi abbia a credere ingiusta.
È vero, disse Valentina passando fra due assi l'apice di uno de' suoi diti affilati, sul quale Massimiliano posò le labbra, è vero, voi siete, un onesto amico. Ma finalmente non avete operato che col sentimento del vostro interesse, mio caro Massimiliano; ben sapevate che nel giorno in cui lo schiavo fosse divenuto esigente, avrebbe tutto perduto. Voi avete promesso l'amicizia di un fratello a me, che non ho amici, che sono dimenticata dal padre, perseguitata dalla matrigna, che non ho per consolazione che un vecchio immobile, muto, agghiacciato, la cui mano non può stringere la mia, il cui occhio soltanto può parlarmi, di cui il cuore batte senza dubbio per me di un residuo di calore. Derisione amara della sorte che fu nemica a me, vittima di tutti coloro che sono più forti di me, e che mi danno un cadavere per appoggio, e per amico. Oh! veramente Massimiliano, ve lo ripeto, son ben infelice, e voi avete ragione di amarmi per me e non per voi.
Valentina, disse il giovine con una profonda emozione, non dirò che amo soltanto voi a questo mondo, perchè amo ancora mia sorella e mio cognato, ma per loro provo un amore dolce e tranquillo, che non rassomiglia in nulla a quello con cui amo voi: quando penso a voi il sangue mi bolle, il petto si gonfia, il cuore irrompe, ma questa forza, quest'ardore, questa potenza sovrumana io l'impegnerò ad amar voi soltanto fino al giorno che mi direte d'impiegarli per servirvi. Il signor Franz d'Épinay starà assente ancora un anno, si dice; in un anno quante eventualità favorevoli possono accadere! Dunque speriamo sempre; è cosa tanto buona, tanto dolce lo sperare! Ma aspettando, voi Valentina, voi che mi rimproverate il mio egoismo che cosa siete stata per me? la bella e fredda statua della Venere pudica. In contraccambio di questo affetto, di questa obbedienza, di questa riserva, che mi avete voi promesso? nulla; che mi avete voi accordato? ben poca cosa. Voi mi parlate del signor d'Épinay, vostro fidanzato, e sospirate all'idea d'essere un giorno sua. Vediamo, Valentina, è forse soltanto questo quello che avete nell'anima? Che? io v'impegno la mia vita, vi do tutto me stesso, vi consacro fino al più insignificante battito del mio cuore, e quando sono tutto vostro, quando vi dico in segreto che morrò se vi perdo, voi non vi spaventate alla sola idea di dover divenire di un altro. Oh! Valentina, Valentina! se io fossi ciò che voi siete! se io mi sapessi amato, come voi siete sicura che io vi amo, io già avrei passato la mano fra le sbarre di questo cancello, ed avrei stretta quella del povero Massimiliano, dicendogli: «A voi, a voi solo, Massimiliano, in questo mondo e nell'altro.»
Valentina non rispose, ma il giovine l'intese sospirare e piangere.
La reazione fu sollecita su Massimiliano: Oh gridò egli, Valentina, Valentina! dimenticate le mie parole, se in esse vi è qualche cosa che possa offendervi!
No, diss'ella, voi avete ragione: ma non vedete che io sono una povera creatura abbandonata in una casa straniera; e la cui volontà è stata annullata da dieci anni, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto dalla volontà di ferro dei padroni che gravitano su di me? Nessuno sa quello che io soffro, ed io non l'ho detto ad altri che a voi. In apparenza, ed agli occhi di tutto il mondo, tutti sono buoni con me, tutti affettuosi, ed in realtà tutti mi sono nemici. Il mondo dice: «Il signor de Villefort è troppo grave e troppo severo per essere molto tenero con sua figlia, ma ella ha avuto almeno la felicità di ritrovare nella signora de Villefort una seconda madre.» Ebbene il mondo s'inganna, mio padre m'abbandona con indifferenza, e mia matrigna mi odia con un accanimento tanto più terribile, in quanto che è velato da un eterno sorriso.
Odiarvi! Valentina! e come mai può farsi?
Ahimè, amico mio, sono forzata a confessarvi che quest'odio per me, viene da un sentimento quasi naturale. Ella adora suo figlio, mio fratello Edoardo. Ebbene?
Ebbene! mi sembra strano immischiare a quel che dicevamo una quistione di denaro; ebbene! amico mio credo almeno che il mio odio venga di là. Siccome ella non ha beni di sua parte, ed io sono già ricca anche dal solo lato di mia madre, fortuna che mi verrà un giorno raddoppiata da quella del signor e della signora di Saint-Méran, che deve ricadere su me, ebbene! credo ch'ella sia invidiosa. Oh! mio Dio! se io potessi regalarle la metà di questa fortuna e ritrovarmi presso il signor de Villefort come una figlia nella casa di suo padre, lo farei in questo medesimo punto.
Povera Valentina!
Sì, mi sento incatenata, e nello stesso tempo sono così debole, che mi sembra che questi ceppi mi sostengano, ed ho paura a romperli. D'altra parte mio padre non è quel tal uomo di cui si possano infrangere impunemente gli ordini; egli è possente contro di me, e lo sarebbe ancora contro di voi, lo sarebbe contro il re stesso coperto come egli è da un irreprensibile passato, e da una posizione quasi inattaccabile. Oh! Massimiliano, ve lo giuro, non combatto perchè temo d'infranger voi al pari di me in questa lotta.
Ma finalmente, Valentina, riprese Massimiliano, perchè disperarvi così, e vedere l'avvenire sempre tetro?
Oh! amico mio, perchè lo giudico dal passato.
Ciò nonostante vediamo, se io non sia un partito illustre sotto il punto di vista della nobiltà, però sono unito per più di un motivo alla società nella quale vivete; il tempo in cui vi erano due Francie nella Francia, più non v'è; le più elevate famiglie della monarchia si sono fuse in quelle dell'impero; l'aristocrazia della lancia ha sposato la nobiltà del cannone. Ebbene! io appartengo a quest'ultima; ho una bella carriera innanzi a me nell'esercito, ho una fortuna limitata; la memoria infine di mio padre è onorata nel nostro paese, come quella di uno dei più onesti negozianti che abbiano mai esistito. Dico nel nostro paese, Valentina, perchè voi siete quasi di Marsiglia.
Non mi parlate di Marsiglia, Massimiliano, questa sola parola mi ricorda la mia buona madre, quell'angelo che fu compianto da tutti, e che, dopo di avere vegliato sulla sua figlia durante il breve soggiorno in questa terra, veglia ancora su lei, almeno lo spero, dall'alto del suo soggiorno nel cielo. Oh! se la mia povera madre vivesse! Massimiliano, non avrei più nulla a temere; le direi che vi amo, ed ella ci proteggerebbe.
Ahimè, Valentina, disse Massimiliano, s'ella vivesse, io certamente non vi conoscerei, perchè voi lo avete detto, s'ella vivesse voi sareste felice, e Valentina felice mi avrebbe guardato con isdegno dall'alto della sua grandezza.
Ah! amico mio, gridò Valentina, questa volta siete voi l'ingiusto... ma ditemi... Che volete che vi dica? riprese Massimiliano, vedendo ch'essa esitava.
Ditemi, continuò la giovinetta, in Marsiglia nei tempi passati vi fu mai qualche cagione di dissensioni fra la vostra famiglia e mio padre?
No, che io sappia, rispose Massimiliano, se non è che vostro padre era un parteggiano zelante dei Borboni, ed il mio un uomo affezionato all'imperatore. Ciò è, a quanto presumo, la sola causa di cattiva intelligenza fra loro. Ma perchè mi fate questa domanda, Valentina?
Ve lo dirò, riprese la giovinetta, perchè voi dovete sapere tutto. Ebbene era il giorno in cui fu pubblicata nei giornali la vostra nomina di ufficiale della legione d'onore. Noi eravamo tutti nella camera di mio nonno, il signor Noirtier, e di più vi era ancora il signor Danglars, quel banchiere i cui cavalli per poco non hanno ucciso mia madre e mio fratello. Io leggeva ad alta voce il giornale a mio nonno, mentre gli altri signori discorrevano fra di loro sul probabile matrimonio fra il signor de Morcerf, e la signorina Danglars, allorquando, come diceva, io giunsi al paragrafo che vi concerneva; io era ben felice... ma altrettanto tremante di dover pronunciare ad alta voce il vostro nome, e lo avrei fors'anche omesso, senza il timore che fosse stato male interpretato il mio silenzio; io dunque riunii tutto il mio coraggio e lessi.
Cara Valentina!
Ebbene tosto che risuonò il vostro nome, mio padre volse la testa, io era così persuasa, vedete come sono folle! che tutti sarebbero stati colpiti da questo nome come da un fulmine, che credetti di vedere fremere mio padre, ed anche il signor Danglars, quantunque però sia sicura che fu una mia illusione.
«Morrel! disse mio padre, fermatevi, ed aggrottò il sopracciglio. Sarebbe mai uno di quei Morrel di Marsiglia, uno di quegli arrabbiati bonapartisti che ci hanno procurato tanto male nel 1815?
«Sì, rispose il signor Danglars, credo anzi che sia il figlio dell'antico armatore.
Davvero, disse Massimiliano, e che rispose vostro padre?
Una cosa orribile che non ho il coraggio di ridirvi.
Dite pure, riprese sorridendo Massimiliano.
«Il loro imperatore, continuò egli con uno sguardo truce, sapeva mettere tutti questi fanatici al loro posto, ei li chiamava carne da cannone, ed era il solo nome che meritassero. Vedo però con gioia che il nuovo governo rimette in vigore questo salutare principio. Se per questo soltanto vuol conservare l'Algeria, farei le mie felicitazioni al governo, quantunque ci costi un poco troppo cara».
Difatto questa è una politica un po' brutale, disse Massimiliano, ma non arrossite, amica mia, di ciò che può aver detto il signor de Villefort; mio padre non la cedeva al vostro su questo argomento, e ripeteva continuamente: «perchè dunque l'imperatore che fa tante belle cose, non fa un reggimento di giudici ed avvocati, e non li manda sempre al primo fuoco?» Lo vedete, amica cara, che i partiti si corrispondono pel pittoresco della espressione, e per la dolcezza del pensiero. Ma il signor Danglars che ha detto di questa uscita del procuratore del re?
Oh! egli si mise a ridere di quel sorriso sardonico che gli è particolare, e che io trovo feroce; poi si alzarono, e momenti dopo partirono. M'accorsi allora soltanto che il mio buon nonno era molto agitato. Bisogna che sappiate, Massimiliano, che io sola indovino le agitazioni di questo povero paralitico, e d'altra parte già dubitavo che la conversazione, che aveva avuto luogo, dovesse averlo molto agitato, perchè non usando più alcun riguardo nel parlare, presente questo povero vecchio, avevano detto male dell'imperatore, e a quanto sembrami, egli deve essere stato fanatico dell'imperatore.
E di fatto è uno dei nomi più conosciuti dell'impero; è stato senatore ed ha preso parte, come saprete, a tutte le cospirazioni bonapartiste che hanno avuto luogo sotto la restaurazione.
Sì, sento qualche volta dire a bassa voce alcune cose consimili, che mi sembrano strane; il nonno bonapartista, il padre regio, che volete che ne capisca?...
«Io mi voltai dunque verso di lui, egli m'indicò collo sguardo il giornale. Che avete mio nonno? gli diss'io, siete contento? Egli fece segno di sì. Di ciò che ha detto mio padre? chiesi io. Fece segno di no. Di ciò che ha detto il signor Danglars? Fece ancora segno di no.
«È dunque perchè il signor Morrel (non osai dire Massimiliano), ha avuto la nomina di ufficiale della legione d'onore.? Fe' segno di sì. Lo credereste, Massimiliano? Era contento perchè eravate stato nominato ufficiale della legion d'onore, egli che non vi conosce; questa è forse una follia da sua parte, perchè dicono che ritorna fanciullo, ma l'amo ancora di più per questo sì.
La cosa è bizzarra, pensò Massimiliano; vostro padre mi odierebbe dunque, mentre vostro nonno al contrario... oh! quale stranezza son questi amori e questi odii di partito!
Zitto, gridò d'improvviso Valentina, nascondetevi, salvatevi, vien gente. Massimiliano corse ad una zappa, e si mise a zappare il trifoglio senza pietà. Madamigella, madamigella, gridò una voce dietro gli alberi, la signora de Villefort vi cerca, e vi chiama da per tutto. Vi è una visita in salotto. Una visita! disse Valentina agitata, e chi è che ci fa questa visita? Un gran signore, un principe a quanto dicono, il conte di Monte-Cristo.
Vengo, disse ad alta voce Valentina. Questa parola fece tremare dall'altra parte del cancello, colui al quale la parola vengo di Valentina serviva di addio.
Oh! disse a sè stesso Massimiliano appoggiandosi pensieroso alla zappa, come mai il conte di Monte-Cristo conosce il signor de Villefort?...
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Capitolo 51. TOSSICOLOGIA.
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Era realmente il conte di Monte-Cristo che entrava dalla signora de Villefort, colla intenzione di restituirle la visita che il procuratore del re gli aveva fatta, ed a questo nome tutta la casa, come lo si può ben figurare, s'era messa in emozione. La signora de Villefort, che non era sola nel salotto, quando fu annunziato il conte, fece subito chiamare suo figlio, perchè rinnovasse i ringraziamenti al conte, ed Edoardo, che da due giorni non aveva cessato di sentir parlare di questo gran personaggio, accorse in fretta, non per ubbidire a sua madre, non per ringraziare il conte, ma per fare qualche osservazione, e così pronunciare uno di quei lazzi che facevano dire a sua madre: oh! che cattivo fanciullo; ma bisogna pure che gli perdoni; ha tanto spirito!
Dopo i primi complimenti d'uso, il conte domandò del signor de Villefort: Mio marito è andato a pranzo dal signor cancelliere, rispose la giovane sposa; è partito sono pochi momenti, e sarà bene dispiaciuto, ne son sicura, di essere stato privato della fortuna di vedervi. Gli altri due visitatori che avevano preceduto il conte nel salotto, e che lo divoravano cogli occhi, si ritirarono dopo quel tempo conveniente che esige l'educazione e la curiosità. A proposito, che fa dunque tua sorella Valentina? domandò la signora de Villefort ad Edoardo; ch'ella sia prevenuta affinchè abbia l'onore di presentarla al signor conte.
Avete una figlia, signora? domandò il conte; ma ella deve essere una bambina.
È la figlia del signor de Villefort, replicò la giovane sposa; una figlia del primo matrimonio; una bella giovinetta.
Ma malinconica, interruppe il giovine Edoardo, strappando per farsene un pennacchio al cappello una penna di una magnifica ara, che gridava pel dolore nella gabbia dorata. La signora de Villefort si limitò a dire. Quieto, Edoardo!
Poi soggiunse. Questo giovine stordito ha quasi ragione, e ripete ora ciò che ha sentito dire da me molte volte con dolore; perchè madamigella de Villefort, per quanto facciano per distrarla, è di un'indole trista, di un umore taciturno, che spesso nuoce all'effetto della sua bellezza. Ma ella non viene, Edoardo vedete dunque perchè.
Perchè la cercano dove non è. Dove la cercano?
Dal nonno Noirtier. E credete che non sia là?
No, no, no, no, no, non v'è, rispose Edoardo.
E dov'è, se lo sapete, ditelo.
Ella è sotto il gran marronaio, continuò il cattivo ragazzo offrendo, non ostante le grida di sua madre, delle mosche ancora vive al pappagallo che sembrava molto ghiotto di un tal selvaggiume. La signora de Villefort stese la mano per suonare, e per indicare alla cameriera ove stava Valentina quando ella stessa entrò. Difatti sembrava trista, e guardandola attentamente si sarebbero potute scorgere nei suoi occhi le tracce delle lagrime. Valentina, che per la rapidità del racconto, abbiamo presentato ai nostri lettori senza farla conoscere, era un'alta e snella figura, di 19 anni, coi capelli castagni chiari, la persona languida, e marcata di quella squisita distinzione che qualificava sua madre; le sue mani bianche ed affilate, il collo d'avorio, le guance ombrate di fuggevoli colori, le davano, a primo aspetto l'aria di quelle belle inglesi, che con molta poesia sono state paragonate nelle loro mosse a dei cigni che si specchino. Ella entrò dunque, e vedendo vicino a sua madre lo straniero di cui aveva tanto inteso parlare, salutò, senza alcuna smorfia di giovinetta, e senza abbassare gli occhi, con una grazia che raddoppiò l'attenzione del conte, il quale si alzò.
Madamigella de Villefort, mia figliastra, disse la signora de Villefort a Monte-Cristo inchinandosi sul sofà, e mostrando colla mano Valentina.
Ed il signor di Monte-Cristo, re della China, imperatore della Cochinchina, disse il ragazzo impertinente lanciando uno sguardo alla sorella.
Questa volta la signora de Villefort impallidì, e quasi si adirò contro questo flagello domestico che rispondeva al nome di Edoardo: ma il conte al contrario sorrise e parve guardasse il fanciullo con compiacenza, il che portò al colmo la gioia e l'entusiasmo della madre. Ma signora, riprese il conte riannodando la conversazione, e guardando ora la signora de Villefort, ed ora Valentina, è egli possibile che io abbia avuto l'onore di veder voi e madamigella in qualche altro luogo? Or ora di già vi pensava, e quando entrò madamigella, la sua vista è stata un chiarore di più gettato sur una confusa rimembranza; perdonatemi questa parola.
Non è probabile signore; madamigella de Villefort ama poco la società, e noi usciamo raramente.
Ma non è in società che ho veduto tanto madamigella che voi, come pure questo grazioso folletto. La società parigina d'altra parte mi è affatto sconosciuta, perchè, credo di avere avuto l'onore di dirvelo, sono a Parigi da pochi giorni. No, se permettete che mi ricordi... aspettate... Il conte appoggiò la mano alla fronte come per concentrare le idee. No, all'estero... è... non so bene. Ma mi sembra che questo ricordo sia collegato con un bel sole, e con una specie di festa religiosa... Madamigella teneva dei fiori in mano, il fanciullo correva dietro un bel pavone in un giardino, e voi signora eravate sotto un pergolato di foglie... aiutatemi dunque, signora; forse quanto vi dico non vi fa risovvenire di qualche cosa?
No in verità, rispose la signora de Villefort; eppure mi sembra che se vi avessi incontrato in qualche luogo, il ricordo di voi mi sarebbe rimasto in memoria. Il signor conte ci avrà forse vedute in Italia, disse timidamente Valentina.
Di fatto in Italia... siete stata in Italia, madamigella?
La signora ed io ci fummo saranno circa due anni; i medici temevano pel mio petto, e mi avevano raccomandata l'aria di Napoli. Passammo per Bologna, Perugia, e Roma.
Ah! è vero madamigella, gridò Monte-Cristo, come se questa piccola indicazione gli fosse bastata per fissare tutte le sue rimembranze. Fu a Perugia, il giorno di una festa, nell'osteria della locanda della Posta, ove la combinazione ci riunì, voi, madamigella, vostro figlio ed io.
Mi ricordo perfettamente di Perugia, della locanda della Posta, della festa di cui mi parlate, disse la signora de Villefort, ma ho un bell'interrogare i miei ricordi, ed ho onta della mia poca memoria; io non mi sovvengo di avere avuto l'onore di vedervi.
È singolare, neppure io, disse Valentina alzando i suoi begli occhi sul conte di Monte-Cristo.
Ah! me ne ricordo, disse Edoardo.
Vi aiuterò, signora, riprese il conte. La giornata era calda, aspettavate dei cavalli che non venivano a cagione della solennità. Madamigella si allontanò nel fondo del giardino, vostro figlio disparve correndo dietro al pavone.
E lo raggiunsi, mamma, tu sai, disse Edoardo, che anzi gli strappai tre penne dalla coda.
Voi signora, vi fermaste sotto il pergolato di viti; non vi ricordate più che mentre eravate assisa sur un banco di pietra, e mentre, come vi diceva, madamigella de Villefort e vostro figlio erano assenti, di aver parlato lungamente con qualcuno?
Sì, da vero sì, disse la giovane sposa arrossendo; me ne sovvengo; con un uomo avviluppato in un lungo mantello di lana... con un medico, credo.
Precisamente signora; quest'uomo era io; abitava da 15 giorni in quell'albergo ove aveva guarito il mio cameriere dalla febbre, ed il mio locandiere dalla itterizia; di modo che era creduto un gran dottore. Noi parlammo lungamente, signora, di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella famosa acqua-tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservavano ancora il segreto a Perugia?
Ah! è vero, disse vivamente la signora de Villefort, con una certa inquietudine, me ne ricordo.
Non so più che mi diceste in particolare, signora, riprese il conte con una perfetta tranquillità, ma mi sovvengo benissimo, che dividendo voi pure l'errore generale, che si era sparso sul conto mio, mi consultaste sulla salute di madamigella de Villefort.
Ma però, signore, voi eravate realmente medico poichè guariste degl'infermi.
Molière o Beaumarchais vi risponderebbero, signora, che appunto perchè non era medico, non ho potuto guarire i miei malati; ma essi si sono guariti da sè. Mi limiterò a dirvi, che ho studiato molto profondamente la chimica, le scienze naturali, ma soltanto come dilettante.... capite.
In questo momento suonarono le sei. Sono le sei, disse la signora de Villefort visibilmente agitata; Valentina non andate a vedere se vostro nonno è all'ordine per pranzare? Valentina si alzò, e salutando il conte, uscì dalla camera senza pronunciare una parola. Oh! mio Dio! signora, sarebbe mai per colpa mia che licenziate madamigella? disse il conte quando fu partita Valentina.
No, da vero, rispose vivacemente la giovane sposa; ma questa è l'ora nella quale facciamo fare al signor Noirtier il suo tristo pasto, che sostiene la sua anche più trista esistenza. Sapete signore, in quale deplorabile stato è il padre di mio marito?
Sì, signora, il signor de Villefort me ne ha parlato; credo una paralisi?
Pur troppo! sì, nel povero vecchio vi è completa assenza di movimenti, l'anima sola veglia in quella macchina umana, ed anche pallida e tremante come una lampada vicina ad estinguersi... Ma perdono, signore, di trattenervi sui nostri domestici infortuni, io vi ho interrotto al momento che dicevate di essere un abile chimico.
Oh! io non diceva questo, signora, rispose il conte con un sorriso, bene diversamente ho studiato la chimica, perchè risoluto a vivere particolarmente in Oriente ho voluto seguire l'esempio del re Mitridate.
Mitridates rex Ponticus, disse lo stordito ragazzo stracciando dei profili in un magnifico album; quello che faceva colazione tutte le mattine con una tazza di veleno col fior di latte.
Edoardo! cattivo ragazzo! gridò la signora de Villefort strappando il libro mutilato dalle mani del figlio, siete insopportabile, andate a raggiungere vostra sorella Valentina presso il nonno.
L'album, disse Edoardo. Come, l'album?
Sì, lo voglio... Perchè avete stracciato i disegni?
Perchè ciò mi diverte. Andatevene; andate!
Non me ne andrò, se prima non mi si dà l'album, disse il fanciullo ponendosi in una gran seggiola.
Prendete e lasciateci tranquilli, disse la signora de Villefort. E dette l'album ad Edoardo che partì accompagnato da sua madre. Il conte seguì cogli occhi la signora de Villefort. Vediamo s'ella chiude la porta dietro a lui mormorò egli. La signora de Villefort chiuse la porta con la più gran cura dietro al fanciullo, il conte fece mostra di non accorgersene. Indi gettando un ultimo sguardo intorno e sè la giovane sposa si mise a sedere sulla poltrona.
Permettetemi di farvi osservare, signora, disse il conte con quella bonarietà che gli conosciamo, esser voi un poco severa con questo grazioso folletto.
È ben necessario, signore, replicò la signora de Villefort con un vero tuono di madre.
Egli recitava il suo Cornelius Nepos, parlando del re Mitridate, disse il conte, e voi lo avete interrotto in una citazione, che prova, che il suo precettore non ha perduto il tempo con lui, e che vostro figlio è molto avanti per la sua età.
Il fatto è, signor conte, riprese la madre dolcemente lusingata, ch'egli ha una grande facilità, e che impara tutto ciò che vuole; non ha che un difetto, ed è di avere troppa forza di volontà, ma a proposito di ciò ch'egli diceva, credete forse che Mitridate usasse queste cautele e che esse fossero efficaci?
Lo credo tanto bene, signora, che io che vi parlo ne ho usato per non essere avvelenato a Napoli, a Palermo, a Livorno, vale a dire in tre occasioni nelle quali senza queste cautele vi avrei potuto lasciare la vita.
Ed il mezzo è riuscito? Perfettamente.
Sì, è vero, mi ricordo che voi mi avete già detto qualche cosa di somigliante a Perugia.
Veramente! fece il conte con una sorpresa mirabilmente simulata, io non me ne rammento.
Io vi domandai se i veleni operavano egualmente colla stessa energia sugli uomini del Nord, che su quelli del mezzogiorno, e voi mi rispondeste, anzi che i temperamenti freddi e linfatici dei settentrionali non presentano la stessa attitudine che la ricca ed energica natura delle persone del mezzogiorno.
È vero, disse Monte-Cristo, ho veduto dei Russi divorare senza essere incomodati sostanze vegetabili che avrebbero ucciso infallibilmente un Napoletano ed un Arabo.
Per tal modo credete voi che il risultato sarebbe più sicuro fra noi che in Oriente, e in mezzo alle nostre nebbie ed alle nostre piogge un uomo si potrebbe più facilmente che in regioni calde, abituare a questo lento e progressivo assorbimento del veleno?
Certamente, ben inteso però che non si fosse premunito di antidoto che contro il veleno a cui si fosse assuefatto.
Oh! capisco; ed in qual modo ve ne abituereste voi, per esempio; ovvero in qual modo ve ne siete già abituato?
Supponete che sappiate già prima di qual veleno si voglia usare contro di voi; supponete che sia della brucnina....
La brucnina si cava dalla falsa angustura, io credo, disse la signora de Villefort.
Precisamente signora, disse Monte-Cristo; ma veggo bene che mi resta poco ad insegnarvi, abbiatene le mie congratulazioni; simili erudizioni sono rare nelle donne.
Oh! ve lo confesso signore, io ho il più vivo trasporto per le scienze occulte, che parlano all'immaginazione a guisa di una poesia, e si risolvono in cifre come una equazione algebrica; ma continuate, vi prego; ciò che mi dite m'importa al più alto punto.
Ebbene, riprese Monte-Cristo, supponete che questo veleno sia la brucnina, per esempio, e che ne prendiate un millesimo di grammo il primo giorno, due il secondo ecc. Ebbene! in capo a 10 giorni ne prenderete un centigrammo, in capo a venti giorni aumentando di un altro milligrammo, ne prenderete tre centigrammi, vale a dire una dose che supporterete senz'alcuno inconveniente, e che sarebbe pericolosissima per un'altra persona che non avesse prese le stesse cautele di voi; finalmente in capo ad un mese, bevendo dell'acqua nello stesso bicchiere, voi ammazzerete una persona che beve di quest'acqua, nello stesso tempo che voi senz'accorgervi che da un piccolo mal essere, che v'era una sostanza velenosa mescolata a quell'acqua.
Voi non conoscete altri contravveleni?
Non ne conosco altri.
Aveva spesso letta e riletta questa storia di Mitridate, disse la signora de Villefort, e l'aveva creduta una favola.
No signora, contro il solito delle storie, questa è una verità; ma ciò che mi dite signora, ciò che mi domandate non è il risultato di una domanda capricciosa, da poichè sono già due anni che mi avete fatte le stesse interrogazioni, ed ora mi dite che la storia di Mitridate vi preoccupa da molto tempo.
È vero, signore, i due studi favoriti della mia gioventù, sono stati la botanica e la mineralogia, e quando poi ho saputo che l'uso di questi semplici spiegava spesso tutta la storia dei popoli, e tutta la vita degl'individui d'Oriente, nello stesso modo con cui i fiori spiegano tutt'i loro pensieri amorosi; mi è dispiaciuto di non essere un uomo per non poter diventare un Flamel, un Fontana od un Cabanis.
Tanto più signora, riprese Monte-Cristo, che gli orientali non si limitano, come Mitridate, a servirsi dei veleni, come una corazza, ma se ne servono eziandio come pugnali; la scienza nelle loro mani diventa non solo un'arme difensiva, ma anche offensiva, l'una serve loro contro le sofferenze fisiche, l'altra contro i loro nemici; coll'oppio, colla bella donna, coll'hatchis si procurano sogni di felicità che il cielo ha realmente negati; con la falsa angustura, col legno di brionia, col lauro ceraso addormentano quelli che vorrebbero svegliarli. Non vi è una fra le donne egiziane, turche, o greche, che qui chiamate buone donne, e che non sappia in fatto di chimica di che farvi stupire un medico.
Davvero! disse la signora de Villefort, di cui gli occhi brillavano di uno strano fuoco a questa conversazione.
Eh! mio Dio sì, signora. I drammi segreti d'Oriente si annodano e si sciolgono così, dalla pianta che fa amare fino a quella che fa morire; dalla bevanda che vi rapisce in estasi, fino a quella che può far discendere un uomo nella sepoltura. Vi sono tante gradazioni di ogni genere, quanti sono i capricci e le bizzarrie dell'umana natura, fisica, e morale, e dirò di più, l'arte di queste chimiche sa adattare ammirabilmente il rimedio ed i mali ai propri bisogni d'amore, e ai propri desideri di vendetta.
Ma, signore, riprese la giovane sposa, queste società orientali in mezzo alle quali avete passato gran parte della vostra esistenza sono dunque fantastiche come i racconti che ci vengono da questi bei paesi? Un uomo dunque può esservi ucciso impunemente? È dunque una realtà la Bagdad o la Bassora del signor Galand? I sultani e i visir che reggono queste società, e che costituiscono ciò che si chiamerebbe in Francia il governo sono dunque nel serio tanti Harun-al-Rascid e tanti Giaffar, che non solo perdonano ad un avvelenatore, ma lo fanno ancora primo ministro, se questo delitto è stato ingegnoso; e che in questo caso ne fanno stampare la storia in lettere d'oro per divertirsene nelle loro ore di noia?
No, signora, il fantastico non v'è più, neppure in Oriente; vi sono laggiù pure mascherati con altri nomi e nascosti sotto altri costumi, dei commissari di polizia, dei giudici d'istruzione, dei procuratori del re, e degli esperti. Vi s'impicca, vi si taglia la testa, vi s'impala molto aggradevolmente; ma i delinquenti, da esperti frodatori, hanno saputo illudere la giustizia umana ed assicurare il successo delle loro imprese con abili combinazioni. Presso noi un imbecille ossesso dal demonio dell'odio e della cupidigia che ha un nemico da distruggere o un gran parente da annichilire, va da uno speziale, gli dà un nome falso, che tanto più facilmente fa scoprire il suo vero, e compra cinque o sei grammi d'arsenico; s'egli è molto furbo, va da cinque o sei speziali, e non è che cinque o sei volte conosciuto meglio; poi quando possiede il suo specifico, amministra al nemico, o al gran parente, una dose d'arsenico che farebbe crepare un elefante od un rinoceronte, e che senza rima, nè ragione fa mandare alla sua vittima urli tali da mettere tutto il quartiere sossopra. Allora giunge un nuvolo di messi di polizia e di gendarmi; si manda a cercare un medico, che apre il morto, e ne raccoglie nello stomaco e negl'intestini l'arsenico a cucchiaiate; il giorno dopo cento giornali raccontano il fatto col nome della vittima e dell'uccisore. Fin dalla stessa sera lo speziale, o gli speziali, viene o vengono a dire «sono io che ho venduto l'arsenico al signore» e piuttosto che non riconoscere il compratore ne riconoscerebbero venti; allora il goffo reo è preso, imprigionato, interrogato, confrontato, confuso, condannato e ghigliottinato; o se è una donna di qualche entità, viene imprigionata a vita. Ecco, signora, il modo con cui i nostri settentrionali intendono la chimica. Desrues però la intendeva meglio, debbo confessarlo.
Che volete, signore, non tutti hanno i segreti dei Medici! o dei Borgia! disse la giovane sposa ridendo.
Ora, disse il conte stringendosi nelle spalle, volete che vi dica qual è la causa di tutte queste inezie? si è che sui vostri teatri, a quanto ho potuto giudicarne io stesso dalla lettura delle opere che vi si rappresentano, si vede sempre qualcuno inghiottire il contenuto di un'ampolla, mordere la legatura di un anello, e cadere intirizzito cadavere, 5 minuti dopo cala il sipario, gli spettatori si disperdono, s'ignorano le conseguenze dell'omicidio, non si vede mai nè il commissario di polizia colla sciarpa, nè il caporale coi suoi quattr'uomini, e ciò autorizza i cervelli meschini a credere che le cose finiscano così. Ma uscite un po' dalla Francia, andate ad Aleppo o al Cairo, e vedrete passeggiare per le strade persone tutte fresche e color di rosa, delle quali il diavolo zoppo, se vi toccasse col suo mantello, potrebbe dirvi, «Questo signore è avvelenato da tre settimane e sarà morto fra un mese».
Ma allora, disse la signora de Villefort, hanno dunque ritrovato il segreto di questa famosa acqua-tofana, che in Perugia mi si diceva perduto.
Eh! signora, e che forse fra gli uomini si perde qualche cosa? Le arti si spostano e fanno il giro del mondo, le cose cambiano di nome, ecco tutto, l'uomo volgare s'inganna, ma è sempre lo stesso resultato, il veleno. Ciascun veleno opera particolarmente sur un tale o tal'altro organo, l'uno sullo stomaco, l'altro sul cervello, l'altro infine sugl'intestini. Ebbene, il veleno determina una tosse, questa un'infiammazione di petto o qualunque altra malattia iscritta nel libro della scienza, cosa però che non le impedisce di essere del tutto mortale, e che quand'anche non lo fosse lo diverrebbe mercè i rimedi che gli sarebbero somministrati da ingenui medici, che in generale sono cattivi chimici, e che volteranno in favore o contro la malattia come vi piacerà; ed ecco un uomo ucciso con arte, e con tutte le regole, nel quale la giustizia non ha che ridire, come diceva un orribile chimico, mio amico, l'eccellente Adelmonte di Taormina in Sicilia che aveva molto studiato i fenomeni nazionali.
È spaventoso, ma ammirabile, disse la giovane sposa immobile per l'attenzione; lo confesso, credeva che tutte queste storie fossero invenzioni del medio evo.
Sì, senza dubbio, ma che si sono anche meglio perfezionate a' giorni nostri. A che volete dunque che servano i tempi, gl'incoraggiamenti, le medaglie, le croci, i premi Monthyon, se non per condurre la società alla sua più grande perfezione? Ora l'uomo non sarà perfetto, che quando saprà cercare e distruggere, dunque la metà del cammino è fatta.
Di modo che, riprese la signora de Villefort, ritornando invariabilmente al suo scopo, i veleni dei Medici, dei Borgia, dei Renati, dei Ruggieri, e più tardi probabilmente del barone di Trenk, di cui ha tanto abusato l'odierno dramma ed il romanzo...
Erano oggetti d'arte, signora, non altro, riprese il conte, credete che il vero sapiente s'indirizzi bonariamente allo stesso individuo? No, davvero. La scienza ama il recondito, i giri di forza, l'ideale, se ciò si può dire. Così a mo' d'esempio, questo eccellente Adelmonte di cui vi parlava or ora ha fatto su questo rapporto delle eccellenti esperienze: ve ne citerò una sola. Aveva un bellissimo giardino pieno di legumi, di fiori, e di frutti. Egli sceglieva il più umile di tutti questi legumi, per esempio, un cavolo. Per tre giorni lo innaffiava con una soluzione di arsenico; il terzo giorno il cavolo cadeva malato ed appassiva; era il momento di tagliarlo; per tutti sembrava maturo e conservava la normale apparenza; per Adelmonte solo era avvelenato. Allora egli portava il cavolo a casa, e prendeva un coniglio (Adelmonte aveva una collezione di conigli, di gatti, di porcellini d'India, che in nulla cedeva alla collezione di legumi, di fiori e di frutti), prendeva dunque un coniglio e gli faceva mangiare una foglia di cavolo; il coniglio moriva. Quale sarebbe il giudice d'istruzione che potrebbe trovare a ridire su ciò? e qual procuratore del re ha mai sognato di stabilire una requisitoria contro Magendie o Flourens sul conto dei conigli, dei porcellini d'India e dei gatti che hanno ucciso? Nessuno, ecco dunque un coniglio morto senza che la giustizia se ne inquieti. Morto il coniglio Adelmonte lo faceva sventrare dalla sua cuoca e gettar gl'intestini sopra un letamaio. Su questo un pollo va a beccare gl'intestini, cade malato a sua volta e muore la dimane. Mentre che si dibatte nelle convulsioni dell'agonia passa un avvoltoio (vi sono molti avvoltoi nel paese di Adelmonte), piomba sul cadavere, lo porta sur una roccia e pranza. Tre giorni dopo il povero avvoltoio, che dopo questo pasto si è trovato costantemente indisposto, si sente preso da un capogiro nel più alto del suo volo, rotola per l'aria e viene a cadere di piombo in un vostro vivaio di pesci; voi sapete che il luccio, l'anguilla, la morena mangiano golosamente, essi mordono l'avvoltoio. Ebbene supponete che la dimane venga servito alla vostra tavola, uno di questi lucci, una di queste anguille, una di queste morene, avvelenata alla quarta generazione, il vostro convitato che lo sarà alla quinta, morrà in capo ad otto o dieci giorni di dolori d'intestini, di male al cuore, di ascesso al piloro. Verrà fatta l'autopsia, e i medici diranno: l'individuo è morto di un tumore al fegato o di una febbre tifoida.
Ma, disse la signora de Villefort, tutte queste particolarità che voi collegate le une alle altre possono essere rotte dal più piccolo accidente; l'avvoltoio può non passare in tempo, o cadere a cento passi dal vivaio.
Ma ecco dove sta precisamente l'arte. Per essere un gran chimico in Oriente, bisogna saper prendere l'occasione; e vi si giunge.
La signora de Villefort era astratta:
Ma, diss'ella, l'arsenico è indelebile; in qualunque modo venga assorbito si trova sempre nel corpo umano, dal momento che vi sia stato introdotto in quantità sufficiente per dare la morte.
Bene, gridò Monte-Cristo, bene! ecco precisamente ciò che dissi al buono Adelmonte. Egli ristette, sorrise e mi rispose con un proverbio siciliano, che credo pure sia egualmente un proverbio francese, «figlio mio il mondo non fu fatto in un giorno, ma in sette, ritornate domenica». La domenica successiva vi andai, invece di avere innaffiato il suo cavolo colla dissoluzione di arsenicale, lo aveva innaffiato con una dissoluzione di sali a base di stricnina strichnon colubrina come dicono gli scienziati. Questa volta il cavolo non aveva l'aspetto malato, per cui il coniglio non ne diffidava, e cinque minuti dopo era morto. Il pollo lo mangiò, ed il giorno dopo esso era morto. Allora noi facemmo da avvoltoi, prendemmo il pollo che venne aperto. Questa volta tutti i sintomi particolari erano spariti, e non restavano che i sintomi generali. Nessuna indicazione sugli organi, esasperazione soltanto del sistema nervoso, e traccia di congestione cerebrale, nient'altro, il pollo non era stato avvelenato, era morto d'apoplessia. È un caso raro nei polli, lo so, ma comunissimo nell'uomo.
La signora de Villefort sembrava sempre più astratta:
È una fortuna, diss'ella, che tali sostanze non possono essere preparate che dai chimici, perchè in verità una metà del mondo avvelenerebbe l'altra.
Da chimici, e da quelli che si occupano di chimica, rispose negligentemente Monte-Cristo.
E poi, disse la signora de Villefort strappandosi da sè stessa e con forza dai suoi pensieri, per quanto più sapientemente preparato, il delitto è sempre un delitto; e se sfugge alle umane investigazioni non isfugge però allo sguardo di Dio. Gli orientali sono più coraggiosi di noi nei casi di coscienza, perchè hanno soppresso l'inferno; ecco tutto.
Eh! signora, questo è un pensiero che deve naturalmente nascere in un'anima onesta come la vostra, ma che i sofismi sradicano ben presto nei perversi. La vita dell'uomo scorre facendo tali cose, e la sua intelligenza si stanca a segnarle. Voi troverete ben poche persone che vadano bestialmente a piantare un coltello nel cuore del loro simile, o a ministrar loro una dose d'arsenico, come quella di cui vi parlava or ora. Questa è veramente una eccentricità ed una bestialità. Per giungere a ciò bisogna che il sangue si riscaldi a 36 gradi, che il polso batta a 86 pulsazioni, e che l'anima esca dai limiti ordinari. Ma se come si usa in filologia, si passa dalla parola al sinonimo mitigato, voi fate una semplice eliminazione, invece di commettere un'ignobile assassinio, se allontanate puramente e semplicemente dal vostro sentiero colui che vi dà incomodo, e ciò senza scossa, senza violenza, senza l'apparecchio di quelle sofferenze che, diventando un supplizio, fanno della vostra vittima un martire, e di chi opera un carnefice in tutta l'estensione del termine; se non vi è nè sangue, nè urli, nè contorsioni, nè soprattutto la pericolosa momentaneità del compimento, allora voi sfuggite ai colpi della legge umana che vi dice «Non disturbate la società» Ecco come procedono e riescono le genti d'Oriente, persone gravi e flemmatiche, che s'inquietano poco sulla questione del tempo nelle combinazioni di una certa importanza.
Resta la coscienza, disse la signora de Villefort con voce commossa soffocando un sospiro. Monte-Cristo voleva continuare, ma essa lo interruppe come per cambiar discorso: Tutto mi conduce a stimarvi, diss'ella, per un gran chimico; e quell'elixir che avete fatto prendere a mio figlio, e che lo ha richiamato sì tosto alla vita...
Oh! non ve ne fidate, la interruppe Monte-Cristo. Una goccia di quell'elixir bastò per richiamare vostro figlio alla vita mentre stava per morire, ma tre gocce gli avrebbero spinto il sangue ai polmoni, in modo da procurargli forti palpitazioni di cuore, sei gocce gli avrebbero sospesa la respirazione, e lo avrebbero posto in una sincope molto più grave di quella in cui si ritrovava, dieci lo avrebbero fulminato. Sapete, signora, in qual modo lo allontanai prestamente da quelle ampolle che egli aveva l'imprudenza di toccare?
È dunque un veleno terribile?
Oh! mio Dio! no, bisogna da prima ammettere questo, che la parola veleno non v'è, quindi in medicina si servono dei veleni più violenti, che divengono, pel modo con cui sono ministrati, i rimedi più salutari.
Che cosa è dunque allora?
È una sapiente preparazione del mio amico, l'eccellente Adelmonte, e di cui mi ha insegnato a servirmi.
Oh! disse la signora de Villefort, questo dev'essere un eccellente antispasmodico.
Sovrano rimedio, signora, lo avete veduto, rispose il conte, ed io ne faccio uso frequentemente, con tutta la prudenza possibile ben inteso, soggiunse egli ridendo.
Lo credo, in quanto a me, sì nervosa e sì facile a svenirmi avrei bisogno di un dottore Adelmonte per inventarmi dei mezzi di farmi respirare liberamente, e per tranquillarmi sul timore che provo di morire un bel giorno soffocata. Frattanto, siccome è difficile di ritrovar ciò in Francia, e che il vostro amico non sarà disposto a fare per me un viaggio a Parigi, io faccio uso degli antispasmodici del signor Planch, e la sua menta e le gocce di Hoffman occupano un gran posto in casa mia. Osservate, ecco le pastiglie che mi faccio fare espressamente; sono a dose doppia.
Monte-Cristo aprì la scatola di madreperla che gli presentava la giovane sposa, ed odorò le pastiglie come un'intelligente, capace di apprezzare questa preparazione.
Esse sono squisite, diss'egli, ma sottomesse alla necessità della deglutizione che spesse volte è una funzione impossibile a farsi da una persona svenuta. Amo meglio il mio specifico.
Ma certamente io pure lo preferirei, particolarmente dopo gli effetti che ne ho veduti: senza dubbio sarà un segreto, nè son tanto indiscreta da domandarvelo.
Ma io sono abbastanza galante per offrirvelo.
Oh! signore.
Soltanto ricordatevi d'una cosa, ed è che a piccola dose è un rimedio, ad alta dose è un veleno. Una goccia rende la vita, come lo avete veduto, cinque o sei ammazzerebbero infallibilmente ed in un modo tanto più terribile, che disciolte in un bicchier di vino non ne altererebbero momentaneamente il gusto... mi cheto perchè sembrerebbe che avessi l'aria di consigliarvi. Le sei e mezzo erano suonate, fu annunziato un amico della signora de Villefort che veniva a pranzo da lei. Se io avessi l'onore di avervi già veduto per la terza o quarta volta, invece d'essere la seconda, avrei pure l'onore d'essere vostr'amica, invece di avere soltanto la fortuna d'esservi obbligata; insisterei perchè rimaneste a pranzo, e non mi lascerei abbattere da un primo rifiuto.
Mille grazie, signora, rispose Monte-Cristo, io ho un impegno al quale non posso mancare. Ho promesso di condurre a teatro una principessa greca mia amica, che non è ancora stata all'Opera, e conta su di me per andarvi.
Andate dunque, ma non dimenticate la mia ricetta.
E come mai, signora, per far ciò bisognerebbe dimenticare l'ora di conversazione che ho passato con voi, il che è affatto impossibile. Monte-Cristo salutò e partì.
La signora de Villefort rimase astratta.
Ecco un uomo strano, diss'ella, e che mi ha l'aspetto di chiamarsi Adelmonte per nome di battesimo.
In quanto a Monte-Cristo il risultato aveva sorpassato la sua aspettativa. Andiamo, diss'egli partendo, ecco una buona terra; sono convinto che il seme che vi si lascia cadere non abortisce.
Il giorno dopo fedele alla sua promessa inviò la ricetta.
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Capitolo 52. ROBERTO IL DIAVOLO.
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La scusa dell'opera era tanto migliore ad addursi in quanto che in quella sera vi era solennità per l'accademia reale di musica. Lavasseur, dopo una lunga indisposizione, si riproduceva rappresentando la parte di Bertram, e come accade sempre, l'opera del maestro di moda aveva chiamata la più brillante società di Parigi. Morcerf, come la maggior parte dei giovani ricchi, aveva il suo posto fisso in orchestra, più dieci palchi di persone di sua conoscenza cui poteva dimandare un posto, senza calcolare quello al quale aveva diritto nel palco dei lions. Château-Renaud aveva il posto vicino al suo. Beauchamp, nella qualità di giornalista, aveva posto da per tutto. Quella sera Luciano Debray riteneva a sua disposizione il palco del ministro, e lo aveva offerto al conte di Morcerf, il quale dietro il rifiuto di Mercedès, lo aveva inviato a Danglars, facendogli dire che quella sera avrebbe probabilmente fatto una visita alla baronessa ed a sua figlia, se queste signore avessero accettato il palco che lor proponeva. Queste dame eransi ben guardate dal rifiutare. Nessuno è più ingordo di un palco che non costa niente, quanto un milionario. In quanto a Danglars aveva dichiarato che i suoi principi politici, e la qualità di deputato dell'opposizione, non gli permettevano di andare nel palco del ministro.
In conseguenza la baronessa aveva scritto a Luciano di venirla a prendere, dappoichè non poteva andare all'Opera sola con Eugenia. Infatto se le due dame vi fossero andate sole, sarebbesi ciò ritrovato di cattivo gusto; mentre che nulla v'era a ridire, se madamigella Danglars, andava all'Opera con sua madre... bisogna pure prendere il mondo come è fatto. Il sipario si alzò, come d'ordinario, col teatro quasi vuoto. Questa è ancora una delle abitudini della società elegante parigina, che va allo spettacolo quando è già cominciato; e ne risulta che, per gli spettatori già arrivati, il primo atto passa senza esser guardato ed ascoltato, ma nel vedere gli spettatori che giungono a non ascoltare altro che il rumore delle porte e quello delle conversazioni.
Guarda! disse d'improvviso Alberto, vedendo aprirsi un palco laterale del prim'ordine, la contessa G***.
E chi è questa contessa G***? domandò Château-Renaud.
Oh! per bacco, barone, ecco una domanda che non vi perdono; chiedete chi è la contessa G***?
Oh! è vero, disse Château-Renaud, non è quella graziosa veneziana?
Precisamente. In questo momento la contessa G*** s'accorse d'Alberto, e scambiò con lui un saluto accompagnato da un sorriso. La conoscete, disse Château-Renaud?
Sì, fece Alberto, le fui presentato a Roma da Franz.
Vorreste rendermi a Parigi lo stesso favore?
Ben volentieri.
Zitti, gridò il pubblico. I due giovani continuarono la loro conversazione, senza sembrare di menomamente inquietarsi del desiderio che manifestava la platea di sentire la musica.
Ella era alle corse del Campo di Marte, disse Château-Renaud.
Di fatto oggi vi erano le corse, eravate impegnato?
Oh! per una miseria, 50 luigi. Chi ha vinto?
Nautilus, io scommetteva per lui.
Ma vi erano tre corse?
Sì, vi era il premio del Jockey-Club, una coppa d'oro. Anzi è accaduto una cosa bizzarra. E quale?
Zitti dunque, gridò il pubblico.
Hanno vinto questa corsa un cavallo ed un jockey del tutto sconosciuti. Come?
Oh! mio Dio, sì; nessuno aveva fatta attenzione ad un cavallo inscritto sotto il nome di Vampa, e ad un jockey iscritto sotto il nome Job, quando d'un subito si è veduto inoltrarsi un ammirabile sauro, ed un jockey grosso come un pugno; sono stati costretti di caricarlo di 20 libbre di piombo in saccoccia, cosa che non gli ha impedito di giungere alla meta tre lunghezze di cavallo prima d'Ariel e Barbaro che correvano con lui.
E non si è saputo a chi apparteneva il cavallo ed il jockey? No.
Diceste che il cavallo era iscritto sotto il nome di...
Vampa.
Ne so più di voi, so a chi apparteneva il cavallo.
Silenzio dunque, gridò per la terza volta la platea.
Questa volta gli urli erano sì grandi, che i due giovani si accorsero finalmente ch'erano ad essi indirizzati dal pubblico. Si volsero un momento, cercando in questa folla chi si rendesse garante di ciò che essi consideravano come un'insolenza; ma nessuno reiterò l'invito, ed essi si volsero verso la scena.
In questo mentre si apriva il palco del ministero, e la signora Danglars con la figlia e Luciano Debray prendevano i loro posti. Ah! ah! disse Château-Renaud, ecco delle persone di vostra conoscenza, visconte; che diavolo guardate a dritta? siete cercato da quest'altra parte.
Alberto si volse ed i suoi occhi s'incontrarono in quelli della baronessa Danglars, che gli fece un piccolo saluto col ventaglio. In quanto a madamigella Eugenia, fu molto se i suoi occhi si abbassarono fino all'orchestra. In verità, mio caro, disse Château-Renaud, non capisco, prescindendo dalla cattiva alleanza che non credo sia ciò che vi preoccupi molto, quel che potete avere contro madamigella Danglars; e pure in verità è una bellissima giovane.
Bellissima certamente, disse Alberto, ma vi confesso che in fatto di bellezza, amerei meglio qualche cosa di più dolce, di più soave, infine di più femminino.
Ecco i giovani che non si contentano mai, disse Château-Renaud, che nella sua qualità di uomo di 30 anni assumeva un'aria paterna. E come, mio caro, vi si ritrova una fidanzata costruita sul modello di Diana cacciatrice, e non siete contento!
Ebbene! precisamente l'avrei desiderata piuttosto del genere della Venere di Milo, o di Capua. Questa Diana cacciatrice, sempre in mezzo alle sue ninfe, mi spaventa un poco; ho paura che mi tratti come Atteone. Di fatto un colpo d'occhio che si fosse dato sulla giovane, poteva quasi spiegare il sentimento che aveva esposto Morcerf. Eugenia Danglars era bella, ma, come lo aveva detto Alberto, di una bellezza un poco sostenuta, i capelli erano di un bel nero, ma nel loro ondeggiamento naturale si rinveniva qualche cosa di restio alla mano che voleva impor loro la sua volontà; gli occhi, neri come i capelli, sottoposti a magnifiche sopracciglia, che non avevano che un difetto, quello cioè di aggrottarsi qualche volta, erano particolarmente notevoli per una espressione di fermezza ch'erasi meravigliati di ritrovare in una donna; il naso aveva quelle proporzioni esatte che un bravo scultore darebbe alla statua di Giunone, soltanto la bocca era un po' grande, ma guarnita di bei denti che facevano risaltare le labbra il cui carminio troppo vivo risaltava sul pallore del viso; finalmente un nero neo posto all'angolo della bocca e più largo di quello che ordinariamente sono questi capricci della natura, compiva di dare a questa fisonomia un'indole risoluta, ciò che spaventava alcun poco Morcerf. Del rimanente tutto il restante della persona di Eugenia corrispondeva a questa testa che abbiamo procurato di descrivere. Essa era, come l'aveva detto Château-Renaud, la Diana cacciatrice, ma con qualche cosa di più fermo e di più maschio nella sua bellezza. In quanto all'educazione che aveva ricevuta, se vi era un rimprovero a farsi era che sembrava in alcuni punti, come nella sua fisonomia più propria dell'altro sesso. Difatto parlava due o tre lingue, disegnava facilmente, faceva versi e componeva musica, era soprattutto appassionata per quest'ultima arte, che studiava con una delle amiche del conservatorio, giovanetta senza beni di fortuna, ma che a quanto veniva assicurato aveva tutte le disposizioni possibili per divenire una eccellente cantante; si diceva che un gran compositore portava a questa giovanetta un interessamento quasi paterno, e la faceva studiare nella speranza che un giorno avrebbe fatto una gran fortuna con la sua voce. La possibilità che Luisa d'Armilly (era il nome della giovane virtuosa) potesse un giorno andare sul teatro, faceva sì che madamigella Danglars, quantunque la ricevesse in casa, non si facesse vedere con essa in pubblico. Del resto senz'avere nella casa del banchiere il posto indipendente di un'amica, Luisa godeva di una posizione superiore a quella delle istitutrici ordinarie.
Qualche secondo dopo l'ingresso della signora Danglars nel palco, era calato il sipario, ed in grazia di quella facoltà data dalla lunghezza degl'intermezzi fra un atto e l'altro, viene lasciato tutto il comodo di andare a passeggiare nella scala o di fare delle visite per una mezz'ora; i posti dell'orchestra si erano quasi del tutto vuotati.
Morcerf e Château-Renaud erano usciti pei primi. Per un momento la signora Danglars credette che questa sollecitudine di Alberto avesse per iscopo di farle i suoi complimenti, e si era inclinata all'orecchio della figlia per annunziarle questa visita; ma colei erasi contentata di scuotere la testa, sorridendo, e nello stesso tempo, come per provare quanto era fondata la negativa d'Eugenia, Morcerf comparve nel palco di fianco del prim'ordine: era quello della contessa G***.
Ah! eccovi qui, signor viaggiatore, disse questa stendendogli la mano con tutta la cordialità di un'antica conoscenza, è un bel tratto di amabilità per voi di avermi riconosciuta, e soprattutto d'avermi accordata la preferenza della prima visita.
Credetemi, signora, che se avessi conosciuto prima il vostro arrivo in Parigi, ed avessi saputo il vostro indirizzo, non avrei aspettato così tardi. Ma vogliate permettermi di presentarvi il signor barone de Château-Renaud, mio amico, uno dei pochi galantuomini che rimangano ancora alla Francia, e dal quale ho saputo che voi eravate alle corse del Campo di Marte. Château-Renaud salutò.
Ah! voi eravate alle corse, signore, disse con vivacità la contessa. Sì signora. Ebbene, riprese la contessa G***, sapreste dirmi di chi era il cavallo che ha vinto il premio del Jockey-Club? No signora, e poco fa faceva la stessa interrogazione ad Alberto. Vi avete molta premura signora contessa, domandò Alberto. A che?
A conoscere il padrone del cavallo. Infinitamente... immaginatevi... ma sapreste, visconte, chi egli sia?
Signora, sembra che voleste contare una storia; avete detto immaginatevi...
Ebbene! immaginatevi che quel grazioso cavallo sauro e quel bello e piccolo Jockey dalla casacca color di rosa, mi avevano a prima vista inspirata una così vera simpatia che io faceva voti per l'uno e per l'altro, come precisamente se avessi scommesso per loro la metà dei miei beni; per cui quando essi giunsero alla meta, sorpassando gli altri corridori di tre lunghezze di cavallo, ne fui così contenta, che mi misi a battere le mani come una pazza. Figuratevi il mio stupore allorchè rientrando in casa, ho incontrato per le scale il piccolo Jockey color di rosa; credetti che il vincitore della corsa abitasse per caso nella stessa casa, ove sono, quando aprendo la porta del mio salotto, la prima cosa che vidi, fu la coppa d'oro che formava il premio guadagnato dal cavallo e Jockey sconosciuti. Nella coppa v'era un pezzetto di carta sul quale erano scritte queste parole: «Alla contessa G***, Lord Ruthwen.»
È precisamente lui, disse Morcerf.
Come è precisamente lui, chi volete dire?
Voglio dire che è lord Ruthwen in persona.
Quale lord Ruthwen? Il mostro, il vampiro, quello del teatro Argentina. Davvero, gridò la contessa egli è dunque qui? Precisamente. E voi lo vedete, lo ricevete, andate da lui. Egli è mio amico intimo, ed anche il signor di Château-Renaud ha l'onore di conoscerlo.
Ma che cosa può farvi credere che sia il vincitore?
Il suo cavallo inscritto sotto il nome di Vampa.
Ebbene avanti. Non vi ricordate il nome di quel famoso bandito che mi fece prigioniero? Ah! è vero.
E dalle mani del quale, il conte mi cavò miracolosamente? È un fatto.
Egli si chiamava Vampa, vedete bene che è lui.
Ma perchè ha inviata questa coppa a me?
Primieramente signora contessa, perchè gli aveva parlato molto di voi, come potete ben crederlo, secondo perchè sarà rimasto soddisfatto di aver qui ritrovato una compatriotta, e contento dell'interessamento che questa compatriotta prendeva per lui.
Spero bene che non gli avrete mai raccontate le pazzie che si sono dette sul conto suo? In fede mia non lo giurerei, e questo modo d'offrirvi la coppa sotto il nome di lord Ruthwen.... Ma è orribile, l'avrà con me mortalmente! Il suo procedere è quello di un nemico?
No, lo confesso. Ebbene! Dunque egli è a Parigi?
Sì. E che sensazione ha fatta? Se ne è parlato otto giorni, disse Alberto, poi è succeduta l'incoronazione della Regina d'Inghilterra, ed il rubamento dei diamanti di madamigella Mars, e non si è più parlato che di questo.
Mio caro, disse Château-Renaud, si vede bene che il conte è vostro amico, e lo trattate come tale. Non credete signora contessa a ciò che vi dice Alberto, in tutta Parigi non si fa altro discorso che del conte di Monte-Cristo. Egli ha cominciato a regalare alla signora Danglars un paio di cavalli che gli sono costati 30 mila franchi, poi ha salvato la vita alla signora de Villefort, poi ha guadagnato, a quanto sembra, il premio della corsa del Jockey-Club. Io sostengo al contrario, qualunque sia l'opinione di Morcerf, che in questo momento tutti si occupano ancora del conte, e che non si occuperanno per un buon mese ancora che di lui, molto più se continua a fare delle eccentricità, le quali del resto sembrano la sua buona maniera di vivere.
È possibile, disse Morcerf, ma frattanto chi ha dunque ripreso il palco dallo ambasciatore di Russia?
Qual è? disse la contessa. Quello fra l'intercolonio del prim'ordine; mi sembra rimesso a nuovo del tutto.
È vero, disse Château-Renaud; non v'era alcuno durante il primo atto? Dove? In quel palco.
No, riprese la contessa, non vi ho veduto alcuno; così, continuò, ritornando alla prima conversazione, credete che il vostro conte di Monte-Cristo, sia stato quello che ha guadagnato il premio? Ne son sicuro.
E che mi ha inviato la coppa? Senz'alcun dubbio.
Ma io non lo conosco, ed ho volontà di rimandargliela.
Oh! non lo fate, ve ne manderebbe un'altra tagliata in un qualche zaffiro, o scavata in un qualche rubino. Questi sono i suoi modi di operare; che volete, bisogna prenderlo com'è. In questo mentre s'intesero i campanelli che avvisavano che il secondo atto stava per cominciare. Alberto si alzò per andare a prendere il suo posto.
Vi rivedrò? domandò la contessa.
Nell'intermezzo degli atti se lo permettete, verrò a sentire se posso esservi utile in qualche cosa a Parigi.
Signori, disse la contessa, il sabbato la sera sto in casa per ricevere gli amici, strada di Rivoli n. 22. Entrambi siete avvisati. I due giovani salutarono ed uscirono.
Rientrando in platea videro tutti in piedi con gli occhi fissi sopra un sol punto del teatro, i loro sguardi seguirono quelli della direzione generale, e si fermarono sul palco che prima apparteneva all'ambasciatore di Russia. Vi era entrato un uomo vestito di nero di 35 a 40 anni, con una donna che portava un costume orientale. La donna era della più gran bellezza, ed il vestito di tale ricchezza che tutti gli occhi, come si disse, si erano rivolti su lei.
Ah! disse Alberto, è Monte-Cristo e la sua greca.
In fatti erano il conte ed Haydée. In meno di un momento la giovane greca era l'oggetto dell'attenzione non solo della platea, ma di tutto il teatro; le donne sporgevansi dai palchi per vedere risplendere al chiarore dei lumi quella cascata di diamanti. Il secondo atto passò in mezzo a quel sordo rumore che nelle riunioni ammassate indica un grande avvenimento. Nessuno pensò a gridare silenzio. Questa donna così bella, così giovane, così raggiante, era il più bello spettacolo che si potesse vedere. Questa volta un segno della signora Danglars indicò chiaramente ad Alberto che la baronessa desiderava avere da lui visita, finito l'atto.
Morcerf era di troppo buon gusto per non farsi aspettare, quando gli veniva chiaramente indicato ch'era aspettato. L'atto finì, ed ei si affrettò di salire al palco sul proscenio.
Salutò le due dame e stese la mano a Debray. La baronessa lo accolse con un grazioso sorriso ed Eugenia colla sua freddezza abituale. In fede mia, mio caro, disse Debray, voi vedete un uomo al suo termine, e che vi chiama in aiuto per sollevarlo. Ecco qui, la signora che mi ammazza di interrogazioni sul conte, e che vuole ch'io sappia di dov'è, di dove viene, ove va: in fede mia non sono Cagliostro, e per togliermi d'impaccio, ho detto: «Domandate tutto ciò a Morcerf, egli conosce sulla punta delle dita il suo Monte-Cristo»; allora vi hanno fatto segno.
Non è incredibile, disse la baronessa, che quando si ha un mezzo milione di fondi segreti a sua disposizione, non si sia meglio istruiti di lui?
Signora, disse Luciano, vi prego di credere che se avessi mezzo milione a mia disposizione, lo impiegherei in tutt'altro, che nel prendere informazioni su Monte-Cristo, che ai miei occhi non ha altro merito, se non quello di essere due volte ricco più di un nababbo: ma ho ceduta la parola a Morcerf; accomodatevi con lui, in ciò non ho più nulla a fare.
Un nababbo non mi avrebbe al certo mandato a regalare un paio di cavalli di 30 mila franchi con quattro diamanti da cinque mila franchi l'uno.
Oh! disse ridendo Morcerf, i diamanti sono la sua manìa. Io credo che, a guisa di Potemkin, ne abbia sempre in saccoccia, e che ne semini lungo la strada, come il piccolo Poucet faceva dei sassolini.
Ne avrà trovata qualche miniera, disse la signora; sapete che ha un credito illimitato sul barone?
Nol sapeva, ma dev'esser così, rispose Alberto.
E che ha avvisato il signor Danglars che conta di stare a Parigi un anno e di spendervi sei milioni?
Questi è lo schach di Persia che viaggia in incognito.
E quella donna, signor Luciano, disse Eugenia, avete osservato quanto è bella?
In verità madamigella, non conosco che voi per far giustizia alle persone del vostro sesso. Luciano si accostò all'occhio l'occhialino: Graziosa! diss'egli.
Ed il signor de Morcerf sa chi sia quella signora?
Madamigella, disse Alberto, rispondo a questa quasi diretta interpellazione; ne so presso a poco, come di tutto ciò che riguarda il personaggio misterioso di cui si parla. Quella signora è una greca.
Ciò si conosce facilmente dal vestito, e non mi dite con ciò nulla di più di quello che a quest'ora sa tutto il teatro.
Sono mortificato, disse Morcerf, di essere un cicerone tanto ignorante; ma debbo confessarvi che le mie cognizioni si limitano a ciò solo. So di più ch'ella è amante di musica, perchè un giorno che feci colazione dal conte, intesi il suono di una guzla che certamente veniva da lei.
Il vostro conte riceve? domandò la signora Danglars.
In un modo assai splendido, ve lo giuro.
Bisogna che io obblighi il signor Danglars ad offrirgli un pranzo, un ballo, affinchè ce lo restituisca.
Come! andreste da lui, disse Debray ridendo.
E perchè no? con mio marito!
Ma questo misterioso conte è celibe.
Vedete che non è vero, disse ridendo la baronessa mostrando la bella greca.
Quella donna è una schiava, a quanto ci ha detto: ve ne ricordate, alla vostra colazione, Morcerf.
Converrete mio caro Luciano, disse la baronessa, ch'ella ha piuttosto l'aspetto di qualche principessa.
Delle mille e una notte.
Non dico delle mille e una notte; ma che cosa forma la principessa, caro mio? i diamanti; ed essa ne è ricoperta.
Ella ne ha anche troppi, disse Eugenia; sarebbe ancor più bella senza; perchè il collo ed i polsi, che sono di forme bellissime, avrebbero maggior spicco.
Oh! l'artista, sentite, disse la signora Danglars, come è entusiasta.
Amo tutto ciò che è bello, disse Eugenia.
Ma che ne dite del conte, mi sembra che non ci sia male.
Il conte, disse Eugenia, come se non avesse ancora pensato a guardarlo; il conte è molto pallido.
Di questo pallore precisamente, disse Morcerf, noi studiamo conoscere la causa.
La contessa G*** pretende, voi lo sapete, che sia un vampiro.
È dunque di ritorno la contessa? domandò la baronessa.
Nel palco di fianco, diss'Eugenia, quasi in faccia al nostro, quella donna con quei bei capelli biondi, è lei.
Ah! disse la signora Danglars. Sapete ciò che dovreste fare Morcerf?
Ordinate signora.
Dovreste andare a fare una visita al vostro conte di Monte-Cristo e condurcelo.
Perchè farne? diss'Eugenia.
Per parlare con lui, non sei tu curiosa di vederlo?
Niente affatto. Strana fanciulla, mormorò la baronessa. Oh! disse Morcerf, probabilmente verrà da sè. Osservate, vi ha veduta, signora, e vi saluta. La baronessa rese il saluto al conte accompagnandolo con un grazioso sorriso. Andiamo, disse Morcerf, io mi sacrifico, vi lascio per andare a vedere se ci è modo di parlargli.
Andate nel palco, la cosa è semplicissima.
Ma io non sono stato presentato. A chi?
Alla bella greca. Ma diceste essere una schiava?
Sì, ma voi pretendete che sia una principessa... Spero che quando mi vedrà uscire, uscirà anch'egli.
È possibile, andate. Vado. Morcerf salutò ed uscì. Effettivamente al momento che passava davanti al palco del conte, la porta si aprì: il conte disse alcune parole in arabo ad Alì, che stava nel corridore, e prese il braccio di Morcerf: Alì chiuse la porta, e si tenne in piedi davanti ad essa; nel corridoio v'era una riunione di gente avanti al moro. In verità, disse Monte-Cristo, il vostro Parigi è una strana città, ed i vostri Parigini una popolazione singolare. Si direbbe che questa è la prima volta che vedano un moro; guardate come si affollano intorno a questo povero Alì, che non sa che voglia dir questo. Vi dico però che un Parigino può andare a Tunisi, a Costantinopoli, a Bagdad, al Cairo e non gli faranno cerchio intorno.
Ciò è perchè i vostri orientali sono persone sensate, e non guardano, che ciò che merita la pena d'essere guardato: ma credetemi, Alì non gode di questa popolarità se non perchè vi appartiene, ed in questo momento voi siete l'uomo di moda.
Davvero! E chi mi ha procurato questo favore?
Per bacco voi stesso, voi regalate delle pariglie da migliaia di luigi, salvate la vita alle mogli dei procuratori del re; fate correre sotto il nome del maggiore Black dei cavalli di puro sangue, e dei jockey grossi come formiche; finalmente vincete delle coppe d'oro, e le mandate in regalo a delle belle donne.
E chi diavolo vi ha raccontato tutte queste fole?
Per bacco! la prima la signora Danglars, che muore dalla volontà di vedervi nel suo palco, o piuttosto di farvici vedere, la seconda il giornale di Beauchamp; e la terza la mia propria immaginazione. Perchè nominaste il vostro cavallo Vampa se volevate conservare l'incognito?
Ah! è vero! disse il conte, fu un'imprudenza. Ma ditemi dunque, il conte di Morcerf non viene qualche volta all'Opera? L'ho cercato dappertutto cogli occhi, ma non l'ho scorto da nessuna parte.
Egli verrà questa sera. E dove? Nel palco della baronessa, credo. Quella graziosa giovane che è con lei è sua figlia? Sì. Ve ne faccio i miei rallegramenti.
Morcerf sorrise: Parleremo di ciò in altro momento, e con particolarità, disse egli. Che ne dite della musica?
Di quale musica? Ma... di quella che avete intesa.
Dico che è bellissima per musica composta da un compositore umano, e cantata da uccelli bipedi, e senza penne come diceva Diogene. Quando voglio sentire della musica quale non è stata mai sentita da orecchio umano dormo.
Ebbene! qui siete situato a meraviglia; dormite, dormite, l'Opera non è stata inventata per altro scopo.
No, in verità la vostra orchestra fa troppo rumore, perchè io possa dormire del sonno di cui vi parlo, mi abbisogna calma, silenzio, ed una certa preparazione...
Ah! il famoso hatchis.
Precisamente, visconte, quando vorrete sentire della musica venite a cena da me.
Ma ne ho già inteso venendovi a fare colazione, disse Morcerf.
A Roma? Sì. Ah! sarà stata la guzla di Haydée. Sì la povera esiliata si diverte qualche volta a suonare delle arie del suo paese. Morcerf non insistè più; dalla sua parte il conte si tacque. In questo momento suonarono i campanelli. Voi mi scuserete? disse il conte riprendendo la via del suo palco. Come dunque! Fate mille complimenti alla Contessa G*** per parte del suo vampiro.
Ed alla baronessa?
Le direte che avrò l'onore, se mi permette, di andarle a protestare i miei omaggi nella serata.
Il terz'atto cominciò. Durante lo stesso il conte de Morcerf venne come aveva promesso a raggiungere la signora Danglars.
Il conte non era uno di quegli uomini che fanno rivoluzione in un teatro; per cui nessuno s'accorse del suo arrivo, meno quelli nel palco dei quali venne a prendere posto. Ciò non ostante Monte-Cristo lo vide, ed un leggero sorriso gli sfiorò le labbra. In quanto ad Haydée nulla vide finchè il sipario rimase alzato; come tutte le nature primitive ella adorava tutto ciò che parla all'orecchio ed agli occhi.
Il terzo atto passò come d'ordinario. Le madamigelle Noblet, Julia, e Leroux eseguirono i loro soliti intermezzi; il principe di Granata fu sfidato da Roberto-Mario; finalmente questo maestoso re che voi sapete, fece il giro della scena, per mostrare il suo manto di velluto, tenendo sua figlia per mano, poi calò il sipario, e la platea sgorgò nella sala e nei corridori. Il conte uscì dal palco ed un momento dopo fu veduto in quello della baronessa Danglars, la quale non potè contenere un leggero grido di sorpresa misto a gioia:
Ah! venite dunque, signor conte, gridò ella, perchè in verità ho sommo desiderio di unire i miei ringraziamenti verbali a quelli che vi ho già scritti.
Oh! signora, vi ricordate ancora di questa miseria, io l'aveva già dimenticata.
Sì!, ma ciò che non si dimentica, signor conte si è che il giorno seguente salvaste la mia buon'amica, la signora de Villefort dal pericolo che le facevano correre i miei cavalli.
Questa volta pure io non merito i vostri ringraziamenti. Alì, il mio moro ebbe la fortuna di rendere alla signora de Villefort questo importante servigio.
Ma fu pure Alì, domandò il conte di Morcerf, che salvò mio figlio dalle mani dei banditi romani?
No, signor conte, disse Monte-Cristo stringendo la mano che gli stendeva il generale, questa volta accetto i ringraziamenti, per conto mio, ma voi me li avete già fatti, li ho ricevuti, ed in verità sono felice di ritrovarvi tanto riconoscente. Fatemi dunque l'onore, vi prego, signora baronessa, di presentarmi a madamigella vostra figlia.
Oh! voi siete già presentato, almeno di nome, perchè sono due o tre giorni che non si parla che di voi; Eugenia, continuò la baronessa voltandosi verso sua figlia, il signor conte di Monte-Cristo. Il conte s'inchinò, madamigella Danglars fece un leggero movimento con la testa:
Voi siete in palco con una bellissima signora, signor conte, diss'Eugenia, è vostra figlia?
No, madamigella, disse Monte-Cristo maravigliato da questa estrema ingenuità, o da questa sorprendente destrezza! è una povera greca di cui io sono il tutore.
Come si chiama?... Haydée, rispose Monte-Cristo.
Una greca, mormorò il conte di Morcerf.
Sì, conte, disse la signora Danglars, e ditemi se alla corte d'Alì-Tebelen, ove avete servito gloriosamente, avete mai veduto un costume così ammirabile, quanto è quello che abbiamo innanzi agli occhi.
Ah! disse Monte-Cristo, voi avete servito a Giannina?
Sono stato generale istruttore delle soldatesche del Pascià, rispose Morcerf, e la mia piccola fortuna, non lo nascondo, mi viene dalla liberalità di questo illustre capo albanese.
Guardate dunque, insistè la signora Danglars.
E dove? balbettò Morcerf. Osservate, disse Monte-Cristo. E circondando il conte col braccio, sporse con lui fuori del palco. In questo momento Haydée che cercava cogli occhi il conte scoperse la sua pallida testa vicino a quella di Morcerf che teneva abbracciato. Questa vista produsse sulla giovanetta l'effetto della testa di Medusa; fece un movimento colla testa in avanti, come per divorarli entrambi collo sguardo; poi quasi subito si gettò in addietro, mandando un debole grido, che fu però inteso dalle persone che le erano vicine, e da Alì che aperse subito la porta.
Osservate! disse Eugenia, che accade alla vostra pupilla, signor conte? si direbbe che si senta male.
Sembra, disse il conte, ma non vi spaventate, madamigella Haydée è molto nervosa, per conseguenza molto sensibile agli odori; un profumo che le sia antipatico basta per farla svenire; ma, soggiunse il conte, cavando una boccettina di saccoccia, ho qui il rimedio. E dopo avere salutato la baronessa e la figlia, collo stesso e solo saluto strinse nuovamente la mano a Morcerf e a Debray, ed uscì dal palco della signora Danglars. Quando rientrò nel suo, Haydée era ancora molto pallida; appena gli strinse la mano, Monte-Cristo s'accorse essere fredda ad un tempo ed umida.
E con chi dunque parlavi, signore? domandò Haydée.
Col conte di Morcerf, rispose Monte-Cristo, che è stato al servizio del tuo illustre padre, e che confessa di dovergli la sua fortuna.
Ah! miserabile, egli lo vendè ai Turchi; e questa fortuna fu il premio del suo tradimento. Tu dunque non sapevi questo, mio caro signore?
Aveva sentito dire qualche parola su questo proposito in Epiro, disse Monte-Cristo, ma ne ignoro i particolari; vieni, figlia mia, tu me li racconterai, devono essere curiosi.
Oh! sì vieni, vieni; mi sembra che morrei se dovessi stare più lungamente in faccia di quest'uomo.
Ed Haydée s'alzò prestamente, s'inviluppò nella sua burnous di cachemire bianco, orlata di perle e di corallo ed uscì al momento in cui si alzava il sipario pel quarto atto.
Guardate se quest'uomo fa nulla di quel che fanno gli altri! disse la contessa G*** ad Alberto ch'era ritornato da lei, ascolta attentamente il terzo atto del Roberto, e se ne va al momento che sta per cominciare il quarto.
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Capitolo 53. ALTO E BASSO DEI FONDI.
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Qualche giorno dopo questo incontro Alberto di Morcerf andò a far visita al conte di Monte-Cristo nella sua casa ai Campi-Elisi, che aveva già preso quell'aspetto di palazzo, che il conte mercè le sue immense ricchezze sapeva imprimere alle sue abitazioni anche più passaggiere. Egli veniva a rinnovargli i ringraziamenti della signora Danglars che aveva già ricevuti in una lettera firmata baronessa Danglars, nata Erminia di Servieux. Alberto era accompagnato da Luciano Debray, il quale unì alle parole dell'amico qualche complimento, non al certo ufficiale, ma di cui il conte mercè il suo fino colpo d'occhio non poteva non sospettar la sorgente. Gli sembrò perfino che Luciano venisse a visitarlo mosso da un doppio sentimento di curiosità, di cui la metà emanasse dalla strada Chaussée-d'Antin; di fatto poteva supporre, senza timore di sbagliarsi, che la signora Danglars non potendo coi suoi propri occhi ispezionare lo appartamento di un uomo che regalava cavalli da 30 mila franchi ed andava all'Opera con una greca che portava il valore di un milione in diamanti, aveva incaricato gli occhi per i quali era solita vedere, di darle su ciò qualche informazione; ma il conte non parve sospettare la minima correlazione fra la visita di Luciano e la curiosità della baronessa.
Voi siete in rapporto quasi continuo col barone Danglars? domandò ad Alberto.
Sì, signor conte, sapete ciò che vi ho detto.
Dunque resta sempre fermo?
Oggi più che mai, disse Luciano, è affar concluso.
E giudicando senza dubbio che questa parola mista alla conversazione gli desse il diritto di restarne estraneo, si pose la lente legata in tartaruga all'occhio, e col pomo del bastoncino in bocca, fe' il giro della camera esaminando e le armi ed i quadri.
Ah! disse Monte-Cristo, ma a quanto mi diceste, non avrei creduto ad una così sollecita soluzione.
Che volete? le cose camminano da sè; quando voi non pensate a loro, esse pensano a voi, e quando vi volgete, siete meravigliato del viaggio che hanno fatto. Mio padre ed il signor Danglars hanno servito insieme in Ispagna, mio padre nell'esercito, Danglars nelle forniture. In questo modo mio padre, rovinato dalle rivoluzioni, e Danglars che non aveva mai avuto patrimonio, gettarono le prime fondamenta, mio padre della sua fortuna politico-militare che è bella, Danglars della sua politico-commerciale che è ammirabile.
Sì, infatto, disse Monte-Cristo, credo che nella visita che gli ho fatta, il signor Danglars mi abbia parlato di ciò, e continuò dando uno sguardo al lato dov'era Luciano che stava sfogliando un album, è bella madamigella Eugenia?... perchè io credo di ricordarmi ch'ella si chiami Eugenia.
Molto bella, o piuttosto molto avvenente, disse Alberto, ma di una bellezza che non apprezzo; sono un indegno.
Ne parlate già come se foste suo marito.
Oh! fece Alberto, dando anch'egli uno sguardo a ciò che faceva Luciano.
Sapete, disse Monte-Cristo abbassando la voce, che non mi sembrate molto entusiasmato per questo matrimonio?
Madamigella Danglars è troppo ricca per me, e ciò mi spaventa, disse Morcerf.
Baie! disse Monte-Cristo, questa poi è una bella ragione? E non siete ricco voi pure?
Mio padre ha qualche cosa... circa 50 mila lire di rendita, e maritandomi me ne cederà forse 10 o 12.
La cosa è alquanto modesta, particolarmente a Parigi; ma in questo mondo il tutto non sta nelle ricchezze, e non è piccola cosa l'avere un nome ed un'alta posizione in società. Il vostro nome è celebre, la vostra posizione magnifica, e poi il conte di Morcerf è un soldato, ed è cosa ricercata la integerrimità di Baiardo, e la povertà di Duguesclin collegate insieme, il disinteresse è il più bel raggio di sole al quale possa balenare una nobile spada. Al contrario trovo questo matrimonio convenientissimo, voi nobiliterete la signora Danglars, ella vi arricchirà!
Alberto scosse la testa e rimase pensieroso.
Vi sono ancora altre cose, diss'egli.
Vi confesso, che non giungo a comprendere tanta ripugnanza per una giovinetta ricca e bella.
Oh! mio Dio! questa ripugnanza, se pur vi è, non viene tutta per parte mia.
Ma da qual parte dunque? perchè mi diceste che vostro padre desiderava questo matrimonio.
Per parte di mia madre, che ha un occhio prudente e sicuro. Ebbene ella non sorride a quest'unione, ha una certa non so quale prevenzione contro i Danglars.
Oh! disse il conte con un tuono di voce un po' caricato, ciò si capisce; la signora contessa di Morcerf che è la stessa distinzione, aristocrazia, e delicatezza personificata, esita alquanto a toccare una mano ordinaria, callosa e brutale.
Non so se di fatto sia così, disse Alberto, ma quel che so si è, che mi sembra che questo matrimonio, se si effettua, la renderà infelice. Vi doveva già essere un congresso di famiglia sei settimane or sono per parlare di affari, ma sono stato affetto talmente forte dall'emicrania.
Vera! disse il conte sorridendo.
Oh! sì, vera; la paura senza fallo... e la riunione fu aggiornata a due mesi. Non v'è nulla che solleciti, come capite, non ho ancora 21 anno, ed Eugenia non ne ha che 17, ma i due mesi compiono nella settimana ventura. Bisognerà sottoporvisi. Non potete immaginare, mio caro conte, come io sia impacciato. Ah! quanto siete felice voi che siete libero!
Ebbene! restate libero voi pure; vi domando un poco chi ve lo impedisce?
Oh! questo sarebbe un troppo crudele disinganno per mio padre, se non isposassi madamigella Danglars.
Sposatela dunque, disse il conte con una particolare stretta di spalle.
Sì, disse Morcerf, ma questo per mia madre non sarà un disinganno ma un dolore.
Ed allora non la sposate, disse il conte.
Vedrò, proverò, mi consiglierete, n'è vero? se vi è possibile, mi torrete da quest'impaccio. Oh! per non procurare un dispiacere alla mia ottima madre credo che mi disgusterei anche il padre.
Monte-Cristo si voltò, egli era commosso:
Che! diss'egli a Debray ch'era seduto in una profonda seggiola in un angolo del salotto, tenendo con una mano il lapis, coll'altra un portafogli, e che fate dunque là? fate uno schizzo nel genere di Poussin?
Io, rispose tranquillamente, sì davvero uno schizzo! amo molto la pittura per questo! Ma questa volta faccio all'opposto, scrivo dei numeri. Dei numeri!
Sì, calcolo, e ciò riguarda voi indirettamente, visconte, calcolo ciò che la casa Danglars ha dovuto guadagnare sull'ultima alzata dei fondi di Haïti: da 206 i fondi sono saliti fino a 409 in tre giorni ed il prudente banchiere ne aveva acquistati molti a 206. Deve averci guadagnato 300 mila lire.
Non è il suo più bel colpo, disse Morcerf; non ha guadagnato un milione in quest'anno coi boni di Spagna?
Ascoltate, mio caro, disse Luciano, qui vi è il signor conte di Monte-Cristo che vi dirà come dicono gl'italiani, Denaro e santità, Metà della metà ed è ancora molto: per tal modo quando mi si raccontano simili storie, mi stringo nelle spalle.
Ma voi parlate d'Haïti? disse Monte-Cristo.
Oh! Haïti è un'altra cosa, Haïti è il giuoco dell'écarté pel traffico usurario dei biglietti del commercio francese, si può amare la rollina, prediligere il Whist, affollarsi al boston, ma poi ognuno si stancherà sempre di tutti questi giuochi e si tornerà all'écarté che è un capo d'opera. Così il signor Danglars ieri ha venduto a 405 e si è intascato 300 mila franchi Se avesse aspettato fin oggi i fondi ricadevano a 205 ed invece di guadagnare 300 mila franchi ne avrebbe perduto 20 o 25 mila.
E per qual motivo i fondi sonosi riabbassati da 409 a 205? vi chiedo scusa, ma sono molto addietro nella conoscenza di quest'intrighi di borsa.
Perchè, rispose ridendo Alberto, le notizie si succedono, ma non si rassomigliano.
Ah! diavolo, fece il conte, il signor Danglars arrischia di guadagnare e di perdere 300 mila franchi in un giorno? Egli è dunque enormemente ricco. Non è lui, gridò con vivacità Luciano, è la signora Danglars. Ella è veramente intrepida!
Ma voi, Luciano, che siete ragionevole e che conoscete la instabilità delle notizie, poichè ne siete alla sorgente, dovreste impedirlo, disse con un sorriso Morcerf. Come potrò farlo io, se suo marito non ci riesce? domandò Luciano; voi conoscete l'indole della baronessa, nessuno ha influenza su lei, ed ella non fa che ciò che vuole.
Oh! s'io fossi al vostro posto, disse Alberto.
Ebbene?
La guarirei; questo sarebbe un buon servizio da rendersi al suo futuro genero. E in qual modo?
Oh! è ben facile; le darei una buona lezione.
Una lezione?
Sì, la vostra posiziono come segretario del ministro vi dà una grande autorità per le notizie, voi non aprite la bocca che i sensali di cambi non stenografizzino subito le vostre parole; fatele perdere un centinaio di migliaia di franchi per volta, e ciò la renderà prudente.
Non capisco, balbettò Luciano.
Eppure la cosa è chiara, rispose il giovine con un'ingenuità senz'affettazione, un bel mattino annunciatele qualche cosa d'inaudito, una notizia telegrafica che voi solo possiate sapere; ciò farà salire i fondi, ella giuocherà il suo colpo di borsa, e perderà certamente, quando la dimane Beauchamp scriverà nel suo giornale: «È falso che persone bene informate abbiano saputo la tale notizia, essa è del tutto inesatta.»
Luciano si mise a ridere sull'estremità delle labbra. Monte-Cristo sebbene apparentemente indifferente non aveva perduto una parola di questo discorso, ed il suo sguardo penetrante aveva perfino preteso di scoprire un segreto nell'impaccio del segretario intimo; da quest'impaccio, ch'era pienamente sfuggito ad Alberto, risultò che la visita fu abbreviata da Luciano, poichè non si sentiva più a suo agio. Il conte accompagnandolo alla porta gli disse alcune parole a voce bassa, alle quali rispose: Ben volentieri, accetto.
Il conte ritornò dopo al giovine Morcerf.
Non credete voi, riflettendovi bene, di avere avuto torto di parlar così di vostra suocera in presenza di Debray?
Conte, disse Morcerf, ve ne prego, non date alla baronessa questo nome prima del tempo.
Da vero adunque, e senz'esagerazione, la contessa è contraria a tal punto a questo matrimonio?
A tal punto che viene raramente dalla mia famiglia, e mia madre, credo non sia stata più di una o due volte in sua vita a far visita alla signora Danglars.
Allora, disse il conte, eccomi incoraggiato a parlarvi apertamente. Il signor Danglars è il mio banchiere, il signor de Villefort mi ha ricolmato di gentilezze in ringraziamento della fortunata combinazione che mi ha messo al caso di potergli rendere un servizio. Indovino sotto tutto ciò un buon numero di pranzi e di festini. Ora per non sembrare d'intracciar tutto a bella posta, ed anche per prendere l'iniziativa se così vi piace, ho ideato di riunire nel mio casino di campagna d'Auteuil il signor e la signora Danglars, il signor e la signora di Villefort. Se v'invito a questo pranzo unitamente al conte ed alla contessa di Morcerf, non avrebbe questo l'apparenza di un convegno matrimoniale, o almeno la contessa di Morcerf, non volterà la cosa in tal modo, particolarmente se il barone Danglars mi fa l'onore di condurvi sua figlia? Allora vostra madre mi prenderà in orrore ed io nol voglio menomamente. Al contrario ho tutta la premura, e ditelo a lei ogni qualvolta se ne presenti l'occasione, di conservarmi il meglio che sia possibile nel suo spirito.
In fede mia, disse Morcerf, vi ringrazio della franchezza che adoperate meco ed accetto l'esclusione che mi proponete. Mi dite che desiderate di conservarvi il meglio che sia possibile nel cuore di mia madre, vi assicuro che vi siete già a meraviglia.
Lo credete? disse Monte-Cristo con interessamento.
Oh! ne sono sicuro; quando l'altro giorno ci lasciaste, abbiamo parlato buona pezza di voi. Ma ritorniamo a ciò che dicevamo. Se mia madre potesse sapere, ed arrischierò a dirglielo, questo riguardo che le usate son certo che ve ne sarebbe grata, sebben mio padre dal canto suo ne sarebbe furioso.
Il conte si mise a ridere. Ebbene, eccovi avvisato. Ma vi rifletto, non solo vostro padre sarà furioso; il signor e la signora Danglars mi considereranno come uomo di cattivi modi. Sanno che fra noi passa una certa intimità, che anzi siete la mia più antica conoscenza parigina, e non ritrovandovi alla mia villa, mi chiederanno perchè non vi abbia invitato. Pensate almeno a munirvi di un impegno anteriore che abbia qualche apparenza di probabilità, e di cui mi darete avviso con un bigliettino. Ben sapete che i banchieri non riconoscono valide che le cose scritte.
Farò anche meglio, disse Alberto, mia madre suole andare a respirare l'aria del mare; in che giorno è fissato il vostro pranzo? Per sabato.
Oggi è martedì, va bene, domani sera partiamo, dopo domani mattina saremo a Tréport. Sapete, signor conte, che siete un cortese amico per mettere così le persone fuor di ogni intrigo? Io? in verità mi stimate più di quel che valgo, desidero farvi cosa grata, ecco tutto.
In che giorno avete mandati gl'inviti? Oggi stesso.
Bene, corro dal signor Danglars, gli annunzio che domani mia madre ed io lasciamo Parigi. Non vi ho veduto, e per conseguenza non so nulla del vostro pranzo.
Pazzo che siete, ed il signor Debray che vi ha veduto da me?
Ah! è giusto. Al contrario io vi ho veduto e vi ho invitato qui senza cerimonie; e voi mi avete risposto candidamente che non potevate essere mio convitato, perché domani partivate per Tréport. Va bene; ciò è concluso, ma verrete a visitare mia madre prima di domani?
Prima di domani è difficile. Poi verrei a disturbare i vostri preparativi di partenza.
Dunque fate ancor meglio, voi non eravate che un uomo grazioso, diventereste un uomo adorabile.
E che debbo fare per giungere a questa sublimità?
Oggi siete libero come l'aria, venite a pranzo con me. Noi saremo in piccola brigata: voi, mia madre ed io. Avete appena veduto mia madre, così la conoscerete da vicino. È una donna molto notevole, e mi spiace solo che non ve ne sia una uguale con vent'anni di meno, poichè vi assicuro che vi sarebbe presto una contessa ed una viscontessa Morcerf. Quanto a mio padre non lo troverete in casa, egli fa parte di una commissione, e pranza dal gran referendario. Venite, parleremo di viaggi; voi che avete veduto il mondo intero ci racconterete le vostre avventure, ci direte la storia di quella bella greca che dite essere vostra schiava, e che trattate come una principessa. Andiamo, accettate, mia madre ve ne saprà grado.
Mille grazie, disse il conte; l'invito non può essere più bello, e mi spiace vivamente di non poterlo accettare. Non sono libero come credete, al contrario ho un convegno importantissimo.
Ah! state in guardia, mi avete insegnato in qual modo, in fatto di pranzi uno può disimpegnarsi da un invito disaggradevole. Mi abbisogna una prova. Fortunatamente non sono un banchiere come Danglars, ma vi prevengo che sono incredulo quanto lui.
Ed io vi do subito la prova, disse il conte; e suonò.
Hum! fece Morcerf ecco già due volte che ricusate di pranzare con mia madre. Questa è una risoluzione stabilita.
Monte-Cristo rabbrividì:
Ah! non lo credete, eppure, ecco la mia pruova.
Battistino entrò e si fermò sulla porta aspettando.
Io non era stato prevenuto della vostra visita, n'è vero?
Diamine, siete un uomo tanto straordinario, che non ne risponderei.
Non poteva almeno immaginare che mi avreste invitato a pranzo?
Oh! in quanto a ciò; è probabile.
Ebbene! Ascoltate; Battistino, che vi ho detto questa mattina quando vi ho chiamato nel mio gabinetto di studio?
Di far chiudere la porta del palazzo appena suonate le cinque, disse il cameriere. E poi?
Oh! signor conte... disse Alberto.
No, no voglio assolutamente tormi quella riputazione d'uomo misterioso che mi avete fatta, mio caro visconte, è troppo difficile di rappresentare sempre la parte di Manfredi. Voglio vivere in una casa di cristallo... E poi, continuate Battistino.
E poi di non ricevere che il signor maggiore Bartolommeo Cavalcanti e suo figlio.
Capite, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti; un uomo della più antica nobiltà d'Italia, e di cui Dante si è preso la pena d'essere l'Hozier; vi ricordate, o non vi ricordate, nel Decimo canto dell'Inferno; di più, un grazioso giovine della vostra età circa, e vostro stesso titolo, e che fa il suo primo ingresso nel mondo parigino coi milioni di suo padre. Il maggiore questa sera mi conduce suo figlio Andrea, il contino, come noi diciamo in Italia; egli me lo affida; lo presenterò se ha qualche merito, voi mi aiuterete, n'è vero?
Senza dubbio. Il maggiore Cavalcanti è dunque un vostro antico amico? chiese Alberto.
Niente affatto: è un degno signore molto educato, modesto, e discreto, come se ne trovano una quantità in Italia fra i discendenti decaduti delle antiche famiglie. L'ho veduto più volte tanto a Bologna, che a Firenze e Lucca, e mi ha avvisato del suo arrivo. Le conoscenze di viaggio sono esigenti; ovunque reclamano quell'amicizia che loro si è dimostrata una volta per caso; come se l'uomo incivilito, che sa vivere un'ora senza curarsi di sapere con chi, non avesse sempre i suoi riservati pensieri! Questo buon maggiore ritorna a rivedere Parigi che non vide che di passaggio sotto l'impero, quando andò a gelare a Mosca. Gli darò un buon pranzo, mi lascerà suo figlio, gli prometterò di sorvegliarlo, ma gli lascerò fare tutte quelle follie che gli piacerà di fare, e saremo pari.
A meraviglia, m'accorgo che siete un prezioso mentore. Addio dunque, ritorneremo domenica. A proposito, ho ricevuto notizie di Franz.
Ah! davvero? disse Monte-Cristo; il soggiorno d'Italia gli piace sempre?
Credo di sì; però vi desidera. Dice che eravate il sole di Roma, e che senza di voi vi fa buio; non so se giunge fino a dire che vi piova.
Si è dunque ricreduto sul conto mio?
Al contrario persiste a credervi un essere fantastico in primo grado; ecco perchè vi desidera.
Grazioso giovinotto, disse Monte-Cristo, e pel quale ho sentito una viva simpatia fin dalla prima sera in cui lo vidi cercare una cena qualunque, ed in cui volle accettare la mia. Egli è, credo, il figlio del generale d'Épinay?
Precisamente. Lo stesso che fu così miserabilmente assassinato nel 1815? Dai bonapartisti. È vero, in fede mia io l'amo! Non vi è anche per lui qualche disegno di matrimonio? Sì, deve sposare la figlia del signor de Villefort. Davvero? Come io devo sposare quella del barone Danglars; riprese Alberto sorridendo.
Voi ridete?
Sì. Perchè ridete?
Rido, perchè mi sembra di vedere da quel lato tanta simpatia nel matrimonio, quanta ne vedo da un altro lato fra madamigella Danglars e me. Ma veramente, mio caro conte, parliamo delle donne, come le donne degli uomini, questo è imperdonabile. Alberto si alzò.
Volete andarvene?
La domanda è buona, sono due ore che vi assedio, e voi avete la gentilezza di chiedermi se voglio andarmene? In verità, conte, siete l'uomo più gentile della terra! La vostra servitù com'è educata! Battistino particolarmente. Non ho mai potuto averne uno simile. I miei sembrano tutti modellarsi su quelli del teatro francese, che precisamente perchè non hanno che una parola da dire, vengono sempre a dirla sulla scala. Se mai aveste a disfarvi di Battistino vi prego darmi la preferenza.
Resta stabilito, visconte.
Ma qui non è tutto, aspettate, fate i miei complimenti al vostro discreto Lucchese Cavalcante dei Cavalcanti; e se per caso avesse intenzione di dar moglie a suo figlio, trovategli una donna molto ricca, molto nobile almeno dal lato di sua madre, e baronessa dal lato di suo padre, io vi aiuterò a trovarla.
Oh! oh! rispose Monte-Cristo, da vero, siamo a questi termini?
Sì. In fede mia non bisogna giurare su niente.
Ah! conte, gridò Morcerf, qual servizio mi rendereste! E come io vi amerei cento volte di più ancora, se mercè vostra potessi restare celibe, altri dieci anni almeno!
Tutto è possibile, rispose con gravità Monte-Cristo.
E prendendo congedo da Alberto rientrò nel suo gabinetto, e battè tre colpi sul campanello. Bertuccio comparve. Bertuccio, sapete che sabato ho ricevimento nel mio casino d'Auteuil.
Bertuccio ebbe un leggero fremito: Bene, signore.
Ho bisogno di voi, continuò il conte, perchè tutto sia disposto convenientemente. Quella casa è bella, o per lo meno può diventare bella.
Per far ciò bisognerebbe cambiar tutto, signor conte, ogni cosa è invecchiata.
Cambiate dunque tutto, ad eccezione di una camera sola, della camera da letto di damasco rosso. Anzi, la lascerete assolutamente come si trova. Bertuccio s'inchinò.
Non toccherete niente neppure nel giardino; ma del cortile per esempio fatene tutto ciò che volete, gradirò anzi assaissimo se sarà ridotto in modo da non essere più conosciuto.
Farò il possibile perchè il signor conte rimanga contento; sarei più tranquillo però se volesse dirmi le sue intenzioni sul pranzo.
In verità, disse il conte, da che siamo a Parigi vi trovo sconcertato e tremante; dunque non mi conoscete più?
Ma infine Vostra Eccellenza potrebbe dirmi chi riceve?
Non so ancora niente, e voi pure non avete bisogno di saperlo. Lucullo pranza da Lucullo; ecco tutto.
Bertuccio s'inchinò e partì.
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Capitolo 54. IL MAGGIORE CAVALCANTI.
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Nè il conte, nè Battistino avevano mentito annunciando a Morcerf questa visita del maggiore Lucchese, che serviva a Monte-Cristo di pretesto per rifiutare il pranzo ch'eragli stato offerto. Battevano le sette, e già da due ore Bertuccio, giusta l'ordine ricevuto, era partito per Auteuil, quando una carrozza di piazza si fermò al cancello, e fuggì vergognosa subito dopo aver deposto a terra un uomo di circa 50 anni, vestito con uno di quei soprabiti verdi con alamari neri, la cui specie sembra non potersi estinguere in Europa. Larghe brache di panno blu, stivali abbastanza puliti, sebbene la vernice fosse incerta, e le suola un po' troppo grosse, guanti di daino, un cappello che per la forma si accostava a quello di un gendarme, un colletto nero con un orlo bianco, che se non fosse stato portato di piena volontà del proprietario, sarebbesi potuto credere uno di quei cerchi di ferro a cui si attaccano pel collo i malfattori alla berlina; tal era il pittoresco abbigliamento della persona che picchiò al cancello domandando se all'entrata dei Campi-Elisi n. 30 abitasse il conte di Monte-Cristo, e che dietro la risposta affermativa del portinaro, entrò, richiuse la porta, e si diresse alla scalinata. La testa piccola e ad angoli di quest'uomo, i capelli grigi, i fitti baffi lo fecero riconoscere da Battistino che aveva gli esatti connotati del visitatore da lui aspettato nel vestibolo. Per tal modo appena pronunciato il suo nome in faccia all'intelligente servitore, Monte-Cristo era già avvisato del suo arrivo. Lo straniero fu introdotto nella sala più semplicemente messa. Il conte ivi lo aspettava, e gli andò incontro sorridendo: Ah! caro signore, siate il benvenuto; io vi aspettava.
Davvero, disse il Lucchese, Vostra Eccellenza mi aspettava?
Sì, ero stato avvisato per oggi del vostro arrivo alle 7.
Del mio arrivo? Cosicchè eravate prevenuto?
Perfettamente. Oh! tanto meglio! Temeva, lo confesso, che avessero dimenticata questa piccola cautela.
Quale? Quella di prevenirvi. Oh! no!
Ma siete sicuro di non ingannarvi? Ne son sicuro.
Ma veramente Vostra Eccellenza aspettava me alle sette?
Veramente voi. D'altra parte verifichiamo.
Oh! se mi aspettavate, non vale la pena....
No, no, disse Monte-Cristo.
Il Lucchese parve alquanto commuoversi.
Vediamo, non siete il marchese Bartolommeo Cavalcanti?
Bartolommeo Cavalcanti, sta bene.
E maggiore al servizio dell'Austria?
Io era dunque maggiore? domandò timidamente il vecchio soldato.
Sì, disse Monte-Cristo, eravate maggiore; questo è il nome che si dà in Francia al grado che avevate in Italia.
Buono, disse il Lucchese, non domando meglio, capite...
D'altra parte non venite qui di vostra spontanea elezione, riprese Monte-Cristo Oh! sì certamente.
Voi mi siete stato indirizzato da qualcuno. Sì.
Dall'eccellente abate Busoni. Da lui precisamente! gridò tutto contento il Lucchese.
Ed avete una lettera?
Eccola.
Per bacco, vedete bene che tutto corrisponde. Datemela dunque. E Monte-Cristo prese la lettera che aprì e lesse.
Il maggiore guardava il conte con occhi spalancati e meravigliati che si portavano con curiosità in giro sopra ciascun oggetto della camera, ma che ritornavano invariabilmente sul suo scrigno.
È ben lui... questo caro Busoni «il maggior Cavalcanti, un degno patrizio Lucchese, discendente dal Cavalcanti di Firenze, continuò Monte-Cristo leggendo a voce alta, e che gode una fortuna di mezzo milione di rendita.» Mezzo milione, salute! mio caro Cavalcanti.
Vi è un mezzo milione? domandò il Lucchese.
In tutte le lettere; e dev'essere così, l'abate Busoni è l'uomo che conosce meglio di tutti le più grandi fortune di Europa.
Eh? vada per un mezzo milione, disse il Lucchese, ma parola di onore non credeva che andasse tant'alto.
Perchè avete un'intendente che vi ruba; che volete, caro signor Cavalcanti, bisogna adattarsi.
Voi m'illuminate, disse il Lucchese con gravità, lo metterò alla porta.
Monte-Cristo continuò a leggere: «E al quale non manca che una cosa per essere felice.»
Oh! sì una sola cosa, disse il Lucchese con un sospiro.
«Di ritrovare un figlio adorato, rapito nella sua prima gioventù, o da nemici della sua famiglia o da zingari.»
All'età di 5 anni, signore, disse il Lucchese con un profondo sospiro ed alzando gli occhi al cielo.
Povero padre! disse Monte-Cristo. «Io gli rendo la speranza, gli rendo la vita, signor conte, annunziandogli che questo figlio, che da 15 anni cerca invano, voi potete farglielo ritrovare.»
Il Lucchese guardò Monte-Cristo con una indefinibile espressione d'inquietudine.
Lo posso, rispose Monte-Cristo.
Il maggiore riprese coraggio.
Ah! ah! la lettera è dunque vera fino alla fine?
Avreste potuto dubitarne?
No, mai! E come lo potevo? ad un uomo grave ricoperto di un rispettabile carattere non sarebbe permessa una simile celia: ma voi non avete letto tutto, eccellenza!
Ah! è vero, disse Monte-Cristo, v'è un post-scriptum.
«Per non procurare al maggior Cavalcanti l'impaccio di spostare dei fondi dal suo banchiere gli mando una tratta di 2,000 franchi per le spese del viaggio e gli apro credito su voi per 48 mila franchi che rimanete a darmi.»
Il maggiore seguiva cogli occhi questo post-scriptum con una visibile ansietà. Bene, si contentò di dire il conte.
Ha detto bene, mormorò il Lucchese? E così, signore? riprese egli.
E così? domandò Monte-Cristo.
Il post-scriptum è accettato da voi collo stesso favore come tutto il resto della lettera?
Certamente. Ho conti con l'abate Busoni; non so se sieno precisamente 48 mila lire che ancora resto a dargli; ma in caso non guasteremo i nostri affari per qualche biglietto di banca. E che! voi dunque attaccate una grande importanza a questo post-scriptum, caro signor Cavalcanti?
Vi confesserò, disse il Lucchese, che pieno di fiducia nella firma dell'abate Busoni, non mi sono provveduto di altri fondi; di modo che se mi mancasse questa risorsa, mi troverei molto impacciato a Parigi.
È possibile che un uomo come voi possa mai trovarsi impacciato in alcun luogo? disse Monte-Cristo; via dunque!
Diavolo, non conoscendo alcuno, disse il Lucchese.
Ma siete conosciuto. Sì son conosciuto di modo che...
Terminate, caro signor Cavalcanti. Di modo che mi pagherete questi 48 mila franchi Alla vostra prima domanda.
Il maggiore girava gli occhi stralunati. Ma sedetevi dunque, disse Monte-Cristo, da vero che non so più quel che mi faccio... è un quarto d'ora che vi tengo qui in piedi...
Non ci fate attenzione. Il maggiore avanzò una seggiola e vi si assise. Ora, disse il conte, volete prendere qualche cosa? un bicchiere di Xeres, di Porto, d'Alicante?
D'Alicante, poichè lo volete, è il mio vino prediletto.
Ne ho dell'eccellente. E con un biscotto, n'è vero?
Con un biscotto poichè mi forzate.
Monte-Cristo suonò, Battistino comparve, il conte s'avvicinò a lui. Ebbene?... domandò a voce bassa.
Il giovine è di là, rispose il cameriere collo stesso tuono.
Buono! dove lo avete fatto passare? Nel salotto blu come ordinò Vostra Eccellenza A meraviglia, portate del vino d'Alicante e dei biscotti. Battistino uscì.
In verità, disse il Lucchese, vi do un incomodo che mi riempie di confusione.
Che dite mai?
Battistino rientrò coi bicchieri, il vino ed i biscotti.
Il conte riempì un bicchiere, e versò nell'altro soltanto alcune gocce del liquido rubino che conteneva la bottiglia tutta ricoperta di tela di ragno, e di tutti quegli altri segni che indicano la vecchiaia del vino, molto più sicuramente che non fanno le rughe sulla fronte dell'uomo.
Il maggiore non s'ingannò nella scelta, prese il bicchiere pieno ed il biscotto. Il conte ordinò a Battistino di depositare la sotto coppa alla portata della mano del suo ospite, che cominciò dal gustare l'Alicante colla estremità delle labbra, facendo una boccaccia di soddisfazione ed introdusse delicatamente il biscotto nel bicchiere.
Così signore, disse Monte-Cristo, voi abitate Lucca, siete ricco, siete nobile, godete della stima universale, possedete tutto ciò che può formare un uomo felice?
Tutto, eccellenza, disse il maggiore inghiottendo il suo biscotto, assolutamente tutto.
E non manca che una cosa per fare la vostra felicità?
Una sola, disse il Lucchese.
Di ritrovar vostro figlio?
Ah! fece il maggiore prendendo un secondo biscotto, ma anche questo mi mancava. Il degno Lucchese alzò gli occhi al cielo e tentò uno sforzo per sospirare.
Ora vediamo, signor Cavalcanti, che cosa è questo figlio che tanto deplorate; perchè mi fu detto, che siete rimasto lungamente celibe.
Lo credevano signore, disse il maggiore, ed io stesso...
Sì, riprese il conte, e voi stesso avete accreditata questa voce. Un peccato di gioventù che volevate nascondere agli occhi di tutti.
Il Lucchese si ricompose, prese le maniere più placide e più degne nello stesso tempo, ed abbassando modestamente gli occhi, sia per assicurare la sua condotta, sia per aiutare la sua immaginazione guardando di sott'occhio il conte il cui sorriso a fior di labbra annunziava sempre la stessa benevola curiosità. Sì signore, voleva nascondere questo fallo agli occhi di tutti.
Non per voi.
Oh! per me no certamente, disse il maggiore con un sorriso scuotendo la testa.
Ma per sua madre, replicò il conte.
Per sua madre! gridò il Lucchese, prendendo il terzo biscotto; per la sua povera madre.
Bevete dunque caro signore, disse Monte-Cristo versando al Lucchese un secondo bicchiere d'Alicante; l'emozione vi soffoca.
Per la sua povera madre! mormorò il Lucchese, provando se la forza della volontà avesse il potere di operare sulla glandula lagrimale, affine d'inumidire con una falsa lagrima l'angolo dell'occhio.
Che apparteneva ad una delle prime famiglie d'Italia?
Patrizia di Fiesole, signor conte! E si chiamava?
Desiderate saperne il nome?
È inutile che me lo diciate, lo so.
Il signor conte sa tutto, disse il Lucchese inchinandosi.
Oliva Corsinari, n'è vero? Oliva Corsinari!
Marchesa? Marchesa!
Ed avete finito collo sposarla, ad onta degli ostacoli di famiglia.
Mio Dio, sì, ho finito in tal modo.
E portate le vostre carte in regola?
Quali carte? domandò il Lucchese.
L'atto di matrimonio con Oliva Corsinari, e l'atto di nascita di vostro figlio?
La fede di nascita di mio figlio?
Sì, l'atto di nascita di Andrea Cavalcanti; vostro figlio, non si chiama egli Andrea?
Credo di sì, disse il Lucchese. Come! voi lo credete?
Diavolo, non oso affermarlo, è tanto tempo che l'ho perduto. È giusto, disse Monte-Cristo. Avete dunque tutte queste carte? Signore, con dispiacere debbo annunciarvi che non essendo stato prevenuto di munirmi di questi atti non ho curato di prenderli meco. Ah! diavolo, fece Monte-Cristo. Erano dunque assolutamente necessarii?
Indispensabili. Il Lucchese si grattò la fronte.
Ah! per bacco, diss'egli, indispensabili.
Senza dubbio, se qui venissero mossi dei dubbi sulla legalità del vostro matrimonio, sulla legittimità di vostro figlio.
È giusto, disse il Lucchese, potrebbero insorgere dubbii.
Sarebbe tormentoso per questo giovine.
Sarebbe fatale.
Ciò potrebbe mandargli a monte qualche magnifico matrimonio. Oh! peccato! In Francia, lo saprete, vi è molto rigore, in Francia vi è il matrimonio civile, e per maritarsi civilmente vi vogliono le fedi d'identità.
Ecco la disgrazia; non ho queste carte.
Fortunatamente le ho io, disse Monte-Cristo.
Voi? Sì. Le avete? Le ho.
Ah! disse il Lucchese, che vedendo lo scopo del suo viaggio fallire per la mancanza di queste carte, temeva che questa dimenticanza non facesse insorgere qualche difficoltà sull'argomento delle 48 mila lire; ah! per esempio, ecco una fortuna. Sì, riprese egli, perchè non ci avrei pensato.
Per bacco, credo bene, non si può sempre pensare a tutto. Ma fortunatamente l'abate Busoni vi ha pensato in vece vostra.
Guardate un po' quanto è amabile questo caro abate!
È un uomo pieno di cautele.
È un uomo ammirabile! disse il Lucchese, ve le ha egli inviate? Eccole qui... Il Lucchese congiunse le mani in segno di ammirazione.
Voi avete sposato Oliva Corsinari a Monte Catini; ecco il certificato.
Sì, da vero eccolo, disse il maggiore, guardandolo con meraviglia.
Ed ecco la fede di nascita di Andrea Cavalcanti rilasciata a Seravezza.
Tutto è in regola, disse il maggiore.
Allora, prendete queste carte, delle quali non so che farne, le darete a vostro figlio che le custodirà con cura.
Lo credo bene... s'egli le perdesse...
Ebbene! s'egli le perdesse? domandò Monte-Cristo.
Ebbene! riprese il Lucchese, sarebbe obbligato di scrivere laggiù, e vi sarebbero delle grandi difficoltà a procurarsene delle altre.
In fatto sarebbe difficilissimo, disse Monte-Cristo.
Quas'impossibile, rispose il Lucchese.
Son ben contento che comprendiate il valore di queste carte.
Vale a dire le riguardo impagabili.
Ora, quanto alla madre del giovine...
Quanto alla madre del giovine... ripetè il maggiore con inquietudine.
In quanto alla Marchesa Corsinari.
Mio Dio, disse il Lucchese sotto i passi del quale sembravano nascere le difficoltà; si avrà forse bisogno di lei?
No signore, rispose Monte-Cristo, d'altra parte non ha ella...
Sia così, sia così, disse il maggiore ella ha...
Pagato il suo tributo alla natura.
Ahimè! sì, disse vivamente il Lucchese.
Seppi, riprese il conte, ch'era morta da dieci anni.
Ed io ne piango ancora la morte, disse il maggiore cavando di saccoccia un fazzoletto a quadretti ed asciugandosi alternativamente ora l'orlo dell'occhio destro, ora quello dell'occhio sinistro.
Che volete farci, disse Monte-Cristo, noi tutti siamo mortali. Ora capirete mio caro ch'è inutile che si sappia in Francia che voi siete stato diviso da vostro figlio per 15 anni. Tutte queste storie di zingari che rapiscono i ragazzi, non hanno credito presso di noi. Voi lo avete inviato per la sua educazione in un collegio di provincia, e volete ch'egli la compisca in mezzo al gran mondo di Parigi. Ecco perchè avete lasciato Viareggio ove abitate dopo la morte di vostra moglie. Ciò basterà.
Lo credete? Certamente. Va benissimo allora.
Se mai venisse scoperta qualche cosa di questa separazione.
Ah! sì, e che dovrei dire allora? Che un precettore infedele, venduto ai nemici della vostra famiglia...
Ai Corsinari? Certamente... ha rapito questo figliuolo, perchè si estinguesse il vostro nome. È giusto perchè è figlio unico... Bene, ora che tutto è combinato, che le vostre rimembranze essendo state rinnovate, non vi tradiranno, avrete certamente indovinato che vi ho preparato una sorpresa? Aggradevole? domandò il Lucchese.
Ah! disse Monte-Cristo, ben m'avveggo che non si può ingannare l'occhio più di quel che non si possa ingannare il cuore di un padre. Hum! fece il maggiore. Vi è stata fatta qualche rivelazione indiscreta, o avete indovinato ch'egli è là. Chi è là? Il vostro figlio, il vostro Andrea.
L'ho indovinato, rispose il Lucchese colla più gran flemma del mondo, così egli è qui?
In questa stessa casa, disse Monte-Cristo, il cameriere poco fa mi ha avvisato del suo arrivo.
Ah! benissimo, benissimo! disse il maggiore allacciandosi gli alamari della sua polacca. Mio caro signore, disse Monte-Cristo, concepisco tutta la vostra emozione, e bisogna accordarvi un po' di tempo per rimettervi, voglio pure disporre il giovine a questo incontro tanto desiderato, giacchè presumo che non sia meno impaziente di voi.
Lo credo, disse Cavalcanti. Ebbene, fra un quarto d'ora saremo qui. Voi dunque me lo conducete? portate la bontà fino al punto di presentarmelo voi stesso?
No, non voglio pormi fra il padre ed il figlio, sarete soli, ma state tranquillo, nel caso che la voce del sangue rimanesse muta, non potrete ingannarvi; egli entrerà da questa porta. È un bel giovinetto biondo, forse anche un po' troppo biondo, con modi tutti che prevengono in suo favore, vedrete.
A proposito, disse il maggiore, sapete che non ho portato meco che i due mila franchi che mi ha fatto passare il buon abate Busoni. Su questi ho levato le spese di viaggio... e...
Ed avete bisogno di denaro, è troppo giusto. Prendete, ecco qui un conto pari, otto biglietti di mille franchi; or ve ne devo altri 40 mila. Vostra Eccellenza vuole che le faccia la ricevuta? disse il marchese facendo scivolare i biglietti nella saccoccia interna della polacca. Perchè farne? disse il conte.
Ma per darvene discarico nel conto dell'abate Busoni.
Ebbene, mi farete una ricevuta generale quando vi sborserò gli ultimi 40 mila franchi; fra galantuomini sono inutili queste cautele.
Ah! sì è vero, disse il maggiore; fra galantuomini...
Mi permetterete una piccola raccomandazione, n'è vero?
E come mai, la domando. Non sarebbe mal fatto, se lasciate questa polacca. Davvero, disse il maggiore guardando con una certa compiacenza il suo soprabito.
Sì, questa a Viareggio si porta ancora, ma è già gran tempo che questo vestito per quanto sia elegante, è passato di moda a Parigi. Mi rincresce, disse il Lucchese.
Ma se vi ci siete affezionato, potrete rimetterla al ritorno.
Ma intanto che metterò? Ciò che troverete nei vostri bauli. Come nei miei bauli? Non ho portato meco che il porta mantello. Con voi lo credo; e perchè avreste dovuto impacciarvi? D'altra parte un vecchio militare desidera marciare con un piccolo fardello. Ecco precisamente perchè...
Ma voi siete un uomo pieno di cautele, e perciò avete mandato avanti i vostri bauli. Sono giunti ieri all'albergo dei Principi, strada Richelieu, ove avete fatto fissare il vostro alloggio.
Allora in questi bauli?...
Presumo che avrete avuta la cautela di farvi racchiudere dal vostro cameriere tutto ciò che vi poteva abbisognare, abiti da città, abiti d'uniforme. Nelle grandi congiunture vestirete l'uniforme, il che fa sempre bene. Non dimenticate poi le decorazioni. In Francia se ne beffano ancora, ma le portano sempre.
Benissimo, benissimo, benissimo, disse il maggiore passando da uno stordimento in un altro.
Ed ora che il vostro cuore si è rafforzato contro le sensazioni troppo vive, preparatevi, mio caro Cavalcanti, a rivedere il vostro Andrea.
E facendo un grazioso saluto al Lucchese rapito in estasi, Monte-Cristo disparve dietro la portiera.
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Capitolo 55. ANDREA CAVALCANTI.
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Il conte di Monte-Cristo entrò nel salotto vicino, che Battistino aveva indicato col nome di salotto blu, e dov'era stato preceduto da un giovine di portamento disinvolto vestito con sufficiente eleganza, che mezz'ora prima era stato gettato alla porta del palazzo da un cabriolet di piazza.
Battistino non aveva penato a riconoscerlo; era realmente quel giovine alto coi capelli biondi, colla tinta vermiglia sopra una candidissima pelle, come gli era stato contradistinto dal padrone. Il giovine era negligentemente steso sur un sofà percuotendosi lo stivale con un sottile bastoncino a pomo d'oro; scorgendo Monte-Cristo si alzò prestamente. Il signore è il conte di Monte–Cristo?
Sì signore, rispose questi, e credo di aver l'onore di parlare al signor conte Andrea Cavalcanti.
Il conte Andrea Cavalcanti, riprese il giovine accompagnando queste parole con un saluto di disinvoltura.
Dovete avere una lettera che vi accredita meco?
Non ve ne parlavo per cagione della firma che mi è sembrata strana. Sindbad il marinaro, non è così?
Precisamente, or siccome non ho mai conosciuto altro Sindbad il marinaro che quello delle mille e una notte...
Ebbene! egli è uno dei suoi discendenti, uno dei miei amici, molto ricco, un inglese, qualche cosa più che stravagante, quasi pazzo, il cui vero nome è Lord Wilmore.
Ah! ecco ciò che mi spiega ogni cosa, disse Andrea, allora tutto va a meraviglia. Egli è quello stesso inglese che conobbi... a... sì; benissimo, signor conte, vi son servo.
Se ciò che avete l'onore di dirmi è vero, spero che vorrete favorirmi dei particolari sulla vostra famiglia.
Volentieri, rispose il giovine con una volubilità che provava la sicurezza della sua memoria. Io sono, come diceste, il conte Andrea Cavalcanti, figlio del maggiore Bartolommeo, discendente dai Cavalcanti iscritti al libro d'oro di Firenze. La nostra famiglia quantunque ancora ricca, poichè mio padre gode di mezzo milione di rendita, ha provato moltissimi infortuni, ed io stesso, signore, all'età di 5 anni sono stato rapito da un aio infedele, di modo che da 19 anni non ho più riveduto l'autore dei miei giorni. Dacchè ho l'età della ragione, dacchè sono libero e padrone di me, lo cerco, ma inutilmente. Finalmente questa lettera del nostro amico Sindbad mi annunzia, ch'egli è a Parigi, e mi permette d'indirizzarmi a voi per averne notizia.
In verità, signore, tutto ciò che mi raccontate è molto importante, disse il conte che guardava con una tetra soddisfazione questa fisonomia disinvolta, marcata di una beltà simile a quella dell'angelo cattivo; ed avete fatto benissimo a conformarvi in tutto e per tutto all'invito del buon amico Sindbad, perchè vostro padre in fatto è qui e vi cerca.
Il conte fin dal suo entrare nel salotto non aveva perduto di vista il giovine, ne aveva ammirato la sicurezza dello sguardo e della voce, ma a queste parole tanto naturali, vostro padre è qui e vi cerca, il giovine Andrea fece uno sbalzo gridando: Mio padre! mio padre qui?
Senza dubbio, rispose Monte-Cristo, vostro padre il maggiore Bartolommeo Cavalcanti. L'impressione di terrore sparsa sui tratti del giovine si cancellò quasi subito.
Ah! sì è vero, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti. E voi dite, signor conte, ch'egli è qui, questo caro padre?
Sì, signore, aggiungerò ancora che l'ho lasciato in questo punto; la storia che mi ha raccontata di questo prediletto figlio altra volta perduto, mi ha molto commosso, in verità, i suoi dolori, i timori, le speranze su tal soggetto formerebbero un poema commovente. Finalmente un giorno ricevette notizie che gli annunziavano che i rapitori di suo figlio offrivano di renderlo o d'indicare ove egli era mercè una forte somma. Ma niuna cosa ritenne questo buon padre, la somma fu inviata alle frontiere del Piemonte unitamente ad un passaporto regolare per l'Italia. Voi eravate nel mezzogiorno della Francia, credo?
Sì signore, rispose Andrea con impaccio; era nel mezzogiorno della Francia.
Una vettura doveva aspettarvi a Nizza?
Precisamente così, signore, essa mi condusse da Nizza a Genova, da Genova a Torino, da Torino a Chambery, da Chambery a Pont-de Beauvoisin, e di lì a Parigi.
A meraviglia, sperava sempre rincontrarvi in cammino, poichè questa era la strada che faceva egli stesso, ecco perchè il vostro itinerario era stato in tal modo tracciato.
Ma, disse Andrea, se questo caro padre mi avesse incontrato temo che non mi avrebbe riconosciuto; sono qualche poco cangiato da che l'ho perduto di vista.
Oh! la voce del sangue, disse Monte-Cristo.
Ah! sì è vero, riprese il giovine, io non pensava alla voce del sangue!
Ora, riprese Monte-Cristo, una sola cosa agita il marchese Cavalcanti, ed è ciò che avete fatto durante la vostra lontananza, ed il modo col quale siete stato trattato dai vostri persecutori; è il desiderio di sapere se hanno avuto per la vostra nascita i riguardi che le si dovevano, finalmente se per le sofferenze morali alle quali siete stato esposto, sofferenze cento volte peggiori delle fisiche, le vostre facoltà di cui siete stato dotato largamente dalla natura abbian sofferto qualche indebolimento, e se voi stesso credete poter rispondere e sostenere nella società il rango che vi appartiene.
Signore, balbettò il giovine stordito, spero che nessun falso rapporto...
Intesi parlare di voi per la prima volta dal mio amico Wilmore, il filantropo. Seppi che vi aveva ritrovato in una posizione molto dolorosa, però non so quale, non avendogli fatta alcun'interrogazione, essendo poco curioso. Le vostre disgrazie lo hanno interessato, dunque voi eravate in istato di potere inspirare interessamento. Mi disse che voleva rendervi nel mondo la posizione che avevate perduta, che cercava vostro padre, e che lo avrebbe ritrovato, a quanto sembra poichè è di là: finalmente mi ha prevenuto ieri del vostro arrivo, dandomi ancora alcune istruzioni relative alle vostre ricchezze: ecco tutto; so che questo mio buon amico Wilmore è un originale, ma nello stesso tempo siccome è un uomo sicuro, ricco quanto una miniera d'oro, e che per conseguenza può soddisfare le sue originalità senza ch'esse lo rovinino, ho promesso di seguire le sue istruzioni. Ora, signore, non vi offendete della mia domanda; siccome sarò obbligato di farvi un poco da padre, desidererei sapere se le disgrazie che vi sono accadute, disgrazie indipendenti dalla vostra volontà, e che non diminuiscono in alcun modo la stima che vi porto, vi abbiano reso estraneo alquanto a questo mondo nel quale le vostre ricchezze vi chiamano a fare una così buona figura.
Signore, rispose il giovine riprendendo il suo contegno sicuro, a seconda che il conte parlava, rassicuratevi su questo punto: i rapitori che mi hanno allontanato da mio padre, e che senza dubbio avevano per iscopo di rendermi a lui più tardi, come hanno fatto, hanno calcolato che per cavare un buon partito da me, bisognava lasciarmi tutto il mio valore personale, ed anzi aumentarlo ancora, se era possibile: ho dunque ricevuto una buona educazione e sono stato trattato dai miei rapitori, nello stesso modo circa con cui nell'Asia minore erano trattati gli schiavi dai loro maestri che erano o grammatici, o medici, o filosofi, per venderli ad un più caro prezzo nel mercato di Roma.
Monte-Cristo sorrise con soddisfazione; egli non aveva sperato tanto dal signor Andrea Cavalcanti, a quanto sembrava.
D'altra parte, riprese il giovine, se vi fosse qualche difetto nella mia educazione o piuttosto nelle abitudini di società, si avrà, suppongo, l'indulgenza di scusarmi in considerazione delle disgrazie che hanno accompagnato la mia nascita, e perseguitata la mia gioventù.
Ebbene! disse Monte-Cristo negligentemente; farete ciò che vorrete, conte, perchè voi siete il padrone, e ciò spetta a voi; ma non direi un motto di tutte queste avventure; la vostra storia è un romanzo, ed il mondo che adora i romanzi chiusi fra due copertine di carta gialla, diffida stranamente di quelli che vede legati in carta velina vivente, fossero puranche dorati come potete esserlo voi. Ecco la difficoltà che mi permetterò di farvi notare; tosto che avrete raccontata a qualcuno la vostra commovente storia essa verrà del tutto snaturata nella società. Non sarete più un giovine ritrovato, ma un giovine perduto. Sarete obbligato di prendere la posizione di Antony, ed il tempo degli Antony è un poco passato. Forse avreste un incontro di curiosità, ma tutti non amano farsi centro di osservazioni, argomento di commentarii, ciò forse vi stancherebbe ancor troppo.
Credo che abbiate ragione, signor conte, disse il giovine impallidendo suo malgrado sotto l'influenza dello sguardo di Monte-Cristo, questo è un grande inconveniente.
Oh! non bisogna però esagerarselo, disse Monte-Cristo, perchè allora per evitare un errore si cadrebbe in una follia. No, non si tratta che di stabilire un disegno di condotta, e per un uomo intelligente come voi, esso è tanto più facile ad adottarsi in quanto che è conforme ai vostri interessi; bisognerà combattere con testimonianze ed onorevoli amicizie tutto ciò che può avere di oscuro la vostra vita passata.
Andrea perdè visibilmente il coraggio.
Mi offrirò volentieri per voi come garante, disse Monte-Cristo, ma in me è un'abitudine morale di dubitare sempre dei miei migliori amici, ed un bisogno di cercare di far dubitare gli altri; per tal modo io rappresenterei una parte fuori del mio carattere come dicono i tragici, e mi esporrei a farmi fischiare, il che è inutile.
Pure, signor conte, disse Andrea con audacia, in riguardo a Lord Wilmore che mi ha raccomandato a voi...
Sì, certamente, rispose Monte-Cristo; ma Lord Wilmore non mi ha lasciato ignorare, caro signor Andrea, che avete avuto una gioventù alquanto procellosa... Oh! disse il conte vedendo il movimento che faceva Andrea, non vi domando delle confessioni, d'altra parte perchè non aveste ad aver bisogno di alcuno, fu fatto venire da Lucca il signor marchese Cavalcanti vostro padre.
Ah! voi mi tranquillate signore; l'ho lasciato da sì lungo tempo che non avevo più di lui alcuna rimembranza.
E poi sapete che le molte ricchezze fanno chiudere un occhio sopra varie cose.
Mio padre è dunque realmente ricco, signore?
Milionario... 500 mila lire di rendita.
Allora, domandò il giovine con ansietà, mi troverò ben presto in una posizione... aggradevole?
Delle più aggradevoli, mio caro signore, vi assegna 50 mila lire di rendita per ogni anno durante il tempo che resterete a Parigi.
Ma... in questo caso vi resterò sempre?
Oh! chi può rispondere delle congiunture, mio caro signore? l'uomo propone ed Iddio dispone.
Andrea mandò un sospiro: Ma finalmente per tutto il tempo che resterò a Parigi e... che nessuna occasione mi sforzerà di abbandonare; questo danaro di cui mi parlavate poco fa mi sarà assicurato?
Oh! perfettamente.
Da mio padre? domandò Andrea con inquietudine.
Sì, ma garantito da Lord Wilmore, che ha sulla domanda di vostro padre aperto un credito di 5 mila franchi il mese presso il signor Danglars, uno dei più sicuri banchieri di Parigi.
E mio padre conta di restare lungamente a Parigi?
Soltanto qualche giorno, rispose Monte-Cristo, il suo servizio non gli permette di assentarsi più di due o tre settimane. Oh! che caro padre! disse Andrea visibilmente incantato per questa pronta partenza.
Per cui, soggiunse Monte-Cristo facendo sembiante d'ingannarsi sull'accento di queste parole, per cui non voglio ritardare più oltre di un solo momento la vostra riunione. Siete preparato ad abbracciare questo degno signor Cavalcanti?
Spero che non ne dubiterete. Ebbene, entrate dunque nel salotto, mio giovine amico e vi troverete vostro padre che vi aspetta. Andrea fece un profondo saluto al conte ed entrò nel salotto. Il conte lo seguì con lo sguardo ed avendolo veduto sparire, spinse una molla corrispondente ad un quadro che scostandosi dal muro lasciava penetrare la vista nell'interno del salotto, per mezzo d'una fessura maestrevolmente disposta. Andrea chiuse la porta dietro a sè, e si avanzò verso il maggiore, che si alzò appena inteso il rumore dei passi che si avvicinavano.
Ah! signore e caro padre, disse Andrea ad alta voce, ed in modo che il conte lo sentisse al di là della porta chiusa, siete veramente voi?
Buon giorno, caro figlio, disse con gravità il maggiore.
Dopo tanti anni di separazione, ripetè Andrea, continuando a guardare dal lato della porta, quale fortuna di rivederci!
Difatto la separazione è stata lunga.
E non ci abbracciamo signore? riprese Andrea.
Come vi piace, figlio mio, soggiunse il maggiore.
E i due uomini si abbracciarono al modo degli attori del teatro francese, cioè situando la testa al disopra delle spalle.
Eccoci dunque riuniti, disse Andrea. Eccoci riuniti, ripetè il maggiore. Per non più separarci?
Sia; però credo, mio caro figlio, che ora considerate la Francia come la vostra seconda patria.
Il fatto è che sarei disperato se dovessi lasciar Parigi.
Ed io, capirete, non saprei vivere fuori di Lucca; ritornerò dunque in Italia appena il potrò.
Ma, caro padre, prima di partire mi consegnerete, n'è vero, le carte con le quali contestar possa la mia nascita?
Senza dubbio, son venuto espressamente per questo ed ho già molto sofferto per ritrovarvi, da non farlo una seconda volta; ciò occuperebbe il restante dei miei giorni.
E le carte? Eccole. Andrea afferrò avidamente la fede di matrimonio di suo padre e quella della sua nascita, e le percorse con una rapidità ed abitudine che dinotavano un colpo d'occhio esercitato, ed un vivo interessamento; appena terminato, un'indefinibile gioia gli brillò sulla fronte, e guardando il maggiore con uno strano sorriso:
E che! diss'egli in buon toscano, non vi son più galere in Italia?
Il maggiore si raddrizzò: E perchè? diss'egli.
Perchè vi si fabbricano impunemente certificati simili; per la metà di questo, caro padre, in Francia vi manderebbero a respirare per cinque anni l'aria di Tolone.
Come sarebbe a dire? sclamò il Lucchese sforzandosi d'assumere un tuono maestoso.
Mio caro signor Cavalcanti, disse Andrea stringendo il braccio al maggiore, quanto vi pagano per essere mio padre...
Il maggiore volea parlare; ma Andrea soggiunse abbassando la voce: Zitto, sarò il primo a darvi l'esempio di confidenza, a me danno 50 mila franchi l'anno per esser vostro figlio; per conseguenza capirete bene, che non sarò mai disposto a negare che voi siete mio padre.
Il maggiore guardò con inquietudine a sè dintorno.
Eh! state pur tranquillo, siamo soli, disse Andrea; e d'altra parte noi parliamo in italiano.
Ebbene! ripetè il Lucchese, a me danno 50 mila franchi per una sola volta. signor Cavalcanti, credete ai racconti delle fate? Prima non vi credeva, ma adesso bisogna che vi creda. Avete dunque avuto delle prove? Il maggiore cavò dal taschino un pugno di monete d'oro: Palpabili, come vedete. Credete dunque, ch'io possa aggiustar fede alle promesse fatte? Lo credo.
E questo brav'uomo del conte le manterrà?
Sicuramente, ma capirete che per giungere allo scopo, bisogna che noi rappresentiamo bene la parte impostane.
In qual modo dunque? Io di tenero padre. Ed io di figlio rispettoso, dapoicchè essi desiderano che io discenda da voi? Chi essi? Diavolo nol so, quelli che vi hanno scritto, non avete ricevuta una lettera?
Da un certo abate Busoni.
Che non conoscete?
Che non ho mai veduto. Che diceva questa lettera?
Voi al certo non mi tradirete?
Me ne guarderei bene; abbiamo eguali interessi.
Allora tenete; ed il maggiore presentò la lettera al giovine. Andrea lesse a voce bassa:
«Voi siete povero, un'infelice vecchiaia vi attende; volete diventare, se non ricco, almeno indipendente? Partite sul momento per Parigi, per reclamare dal conte di Monte-Cristo, Campi-Elisi n. 30, il figlio che avete avuto con la marchesa Corsinari, e che vi fu rapito nell'età di 5 anni.
«Egli chiamasi Andrea Cavalcanti. Perchè non abbiate alcun dubbio sulle intenzioni che il sottoscritto ha di rendersi a voi vantaggioso, troverete qui unite:
«1. Un bono di 2400 lire toscane pagabili dal signor Gozzi in Firenze.
«2. Una lettera di presentazione pel signor di Monte-Cristo sul quale vi apro un credito della somma di 48 mila franchi
«Siate dal conte li 26 maggio alle sette p. m.»
Abate Busoni.
È questa. Come? è questa? che intendete dire? domandò il maggiore. Dico che ne ho ricevuta una presso a poco come questa. Voi? Sì, io. Dall'abate Busoni? No. Da chi dunque? Da un inglese, da un certo Wilmore, che prende il nome di Sindbad il marinaro...
E che voi non conoscete più che io l'abate Busoni?
È un fatto, ma sono più avanti di voi.
L'avete veduto? Sì una volta. E dove?
Ecco ciò che precisamente non posso dirvi, voi ne sapreste quanto me, e ciò è inutile.
E quella lettera vi diceva? Leggete:
«Voi siete povero, e non avete che un avvenire miserabile; volete avere un nome, esser libero, esser ricco?»
Per bacco! fece il giovine librandosi sui talloni, come se una simile interrogazione gli fosse stata fatta veramente in quel punto.
«Prendete la carrozza di posta che troverete già allestita uscendo da Nizza per la porta di Genova. Passate per Torino, Chambery, e Pont-de-Voisin, e recatevi a Parigi. Presentatevi al signor conte di Monte-Cristo, entrate dai Campi-Elisi il 26 maggio alle 7 p. m. e domandategli di vostro padre. Voi siete figlio del marchese Bartolommeo Cavalcanti, e della marchesa Oliva Corsinari, come l'attestano le carte che vi saran rimesse dal marchese, e che vi permetteranno di potervi presentare con questo nome nella società di Parigi. In quanto al vostro rango, una rendita di 50 mila lire l'anno vi metterà in istato di poterlo sostenere. Unito alla presente troverete un bono di 5 mila lire pagabili dal signor Ferrea di Nizza, ed una lettera di presentazione sul conte di Monte-Cristo, incaricato da me di provvedere ai vostri bisogni.»
Sindbad il marinaro.
Hum! fece il maggiore, benissimo! avete veduto il conte?
L'ho lasciato or ora. Ed egli ha ratificato?...
Tutto.
Ne capite qualche cosa? No in fede mia.
In questa faccenda v'è certamente un merlotto.
In ogni caso non sarem, nè io, nè voi.
No certamente. Ebbene allora...
Poco c'importa, n'è vero?... Precisamente, ciò voleva dire anch'io, andiamo fino alla fine e sempre uniti.
Vedrete che son degno di giuocare alla vostra partita.
Non ne ho dubitato neppur un momento, caro padre.
Voi mi fate onore, caro figlio.
Monte-Cristo scelse questo momento per entrar nel salotto. Sentendo il rumore dei suoi passi, i due uomini si gettarono nelle braccia l'uno dell'altro, il conte li trovò abbracciati: Ebbene, marchese, disse egli, sembra che abbiate trovato un figlio a seconda del vostro cuore.
Ah! conte, la gioia mi soffoca.
E voi? Ah! signore, la felicità mi opprime.
Padre fortunato, figlio avventuroso, sclamò Monte-Cristo.
Una sola cosa mi rattrista, disse il maggiore, la necessità di dover così presto lasciar Parigi.
Non partirete prima che vi abbia presentato a qualche amico.
Sono agli ordini del signor conte.
Or via, giovinotto, confessatevi. A chi?
A vostro padre, ditegli qualche cosa sullo stato delle vostre finanze. Ah! diavolo disse Andrea, voi toccate la corda sensibile... Capite, maggiore, disse Monte-Cristo.
Senza dubbio. Egli dice che ha bisogno di danaro.
E che volete che ci faccia io? Che gliene diate, per bacco! Io? Sì, voi! Monte-Cristo si pose fra loro:
Prendete, disse ad Andrea, lasciandogli scorrer tra le mani dei biglietti di banca. E che cos'è? La risposta di vostro padre; non gli avete fatto capire che avevate bisogno di danaro? Ebbene?
Ebbene, ed egli m'incarica di rimettervi questi.
In conto delle mie rendite?
No, per le spese d'istallazione.
Oh! caro padre! Silenzio, disse Monte-Cristo; vedete bene ch'egli non vuole che vi dica che vengano da lui.
Apprezzo questa delicatezza, disse Andrea nascondendo i biglietti nella saccoccia del calzone.
Sta bene, disse Monte-Cristo, ora andate!
E quando avrem l'onore di rivedere il signor conte? domandò il maggiore.
Sabato, se vi piace; avrò parecchie persone a pranzo nella mia casa d'Auteuil, strada Fontana n. 28, fra esse il signor Danglars, vostro banchiere; vi presenterò a lui, bisogna ben che faccia la conoscenza di entrambi per isborsarvi il vostro danaro.
In gran tenuta? domandò a mezza voce il maggiore.
Sì! uniforme, decorazioni, e calzoni corti.
Ed io? domandò Andrea.
Oh! voi con gran semplicità: calzoni neri, stivali verniciati, gilè bianco, abito nero o blu; andate da Blin, o Véronique per abbigliarvi; se non ne sapete gl'indirizzi, Battistino ve li darà, se prendete cavalli servitevi da Devedeux, e se comprate un phaéton andate da Baptiste.
A che ora potrem presentarci? Alle sei e mezzo.
Sta bene, disse il maggiore portando la mano al cappello.
I due Cavalcanti salutarono il conte e partirono.
Il conte si avvicinò alla finestra e li vide che attraversavano il cortile, tenendosi sotto il braccio: In verità, diss'egli, ecco due gran miserabili! peccato che non siano veramente padre e figlio. Dopo un momento di cupa riflessione: Andiamo dai Morrel, credo che il disprezzo mi accori ancor più dell'odio.
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Capitolo 56. IL RECINTO A TRIFOGLIO.
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È d'uopo che i nostri lettori ci permettano di ricondurli a quel recinto che confina coll'abitazione del signor de Villefort, e dietro il cancello investito dai marroni troveremo delle persone di nostra conoscenza. Questa volta Massimiliano era giunto il primo: era egli che teneva l'occhio volto all'assito cercando nel fondo del giardino un'ombra fra gli alberi ed attendendo il calpestio d'uno stivaletto di seta sulla sabbia dei viali. Finalmente il tanto desiderato calpestio si fe' sentire, ma invece di una furon due le ombre che si avvicinarono. Il ritardo era causato dalla visita della signora Danglars e di Eugenia, ch'erasi prolungata oltre l'ora in cui Valentina era attesa. Allora per non mancare al suo ritrovo la giovinetta aveva proposto a madamigella Danglars una passeggiata nel giardino, volendo far vedere a Massimiliano non esser da lei causato il ritardo, pel quale certamente ella soffriva. Il giovine capì tutto con quella rapidità d'induzione propria degli amanti, ed il suo cuore ne fu sollevato. D'altra parte senza giungere a portata di voce, Valentina diresse la sua passeggiata in modo che Massimiliano potesse vederla passare e ripassare; e ad ogni giro uno sguardo celato alla compagna, ma vibrato dalla parte del cancello, e dal giovine raccolto, gli diceva: «Abbiate pazienza, vedete che non è mia colpa.» Massimiliano infatti acquistava pazienza, ammirando il contrasto che vi era fra quelle due giovanette, tra la bionda dagli occhi languidi e dal corpo leggermente inclinato come un bel salice; e la bruna dagli occhi vivi e dal corpo ritto come un pioppo: non è necessario il dirlo, in questo contrasto tutto il vantaggio stava dal lato di Valentina, almeno nel cuor del giovine.
Dopo mezz'ora di passeggiata le due giovanette s'allontanarono; Massimiliano capì esser giunto il termine della visita della signora Danglars. Infatto un momento dopo comparve Valentina sola. Per timore che qualche indiscreto sguardo non ne seguisse il ritorno, ella veniva pian piano; ed invece di avanzarsi direttamente verso il cancello, andò ad assidersi sur un banco, dopo aver senz'affettazione esaminato ogni gruppo d'albero ed internato lo sguardo nel fondo di tutti i viali; prese queste cautele corse al cancello. Buon giorno Valentina, disse una voce Buon giorno Massimiliano, vi ho fatto attendere, ma ne avete veduto la causa.
Ho veduto Madamigella Danglars, non vi credeva in sì stretta amicizia con lei.
E chi vi ha detto che siam strette amiche?
Nessuno, ma ho potuto scorgerlo dal modo come vi tenevate pel braccio, e come parlavate, si sarebber dette due compagne di conservatorio che si facevan le lor confidenze.
Sì, è vero, infatto, disse Valentina, ella mi confessava la sua avversione al matrimonio col signor de Morcerf; ed io la mia infelicità in isposare il signor d'Épinay. Cara la mia Valentina! Sapete, amico mio, avete scorta quest'apparenza di abbandono fra me ed Eugenia, perchè parlando dell'uomo che non amava, pensavo a quello che amo.
Quanto siete buona, mia Valentina, avete in voi stessa una cosa che Eugenia non avrà mai: l'attrattiva indefinibile che per la donna è ciò che il profumo è pel fiore, il sapore pel frutto, che non è tutto in un fiore d'esser bello, in un frutto d'esser buono. L'amor vostro vi fa vedere così la cosa.
No, Valentina, ve lo giuro; sentite; poco fa io vi guardava entrambe, e sul mio onore rendendo giustizia alla bellezza di Eugenia non poteva comprendere come un uomo si possa innamorar di lei. Egli è perchè io stava là, e la mia presenza vi rendeva ingiusto. No, ma ditemi... una domanda di semplice curiosità, che emana da certe idee che mi son fatto di madamigella Danglars. Oh! queste idee saran certamente ingiuste sebbene io non sappia quali sieno; quando giudicate noi povere donne, non ci dobbiamo aspettare indulgenza. Ma siete poi ben giuste quando vi giudicate l'un l'altra fra di voi. Egli è perchè nei nostri giudizii vi son quasi sempre mischiate le passioni.
È forse perchè Eugenia ama qualche altro, che ella teme il matrimonio col signor de Morcerf? Massimiliano, vi ho già detto che non sono la sua intima amica. Oh! mio Dio, senza essere amiche intime le giovinette si fan delle confidenze... convenite meco, che voi le avete fatta qualche interrogazione su quest'argomento... vi veggo sorridere... sentiamo, che cosa vi ha detto?
Mi ha detto che non amava alcuno, disse Valentina, che aveva in orrore il matrimonio, che la sua maggiore gioia sarebbe di menare una vita libera ed indipendente, e che quasi desiderava che suo padre perdesse la sua fortuna per divenire artista come la sua amica Luigia d'Armilly.
Ah! vedete dunque... Ebbene, ciò che cosa prova? domandò Valentina. Nulla, rispose sorridendo Massimiliano. Allora, disse Valentina, perchè ora voi sorridete?
Ah! vedete bene che anche voi guardate, proseguì Massimiliano. Volete che mi allontani? No, no, torniamo a noi. Sì è vero, perchè abbiamo appena dieci minuti da stare insieme. Dio mio! gridò costernato Massimiliano.
Sì, avete ragione, disse malinconicamente Valentina, avete in me una povera amica, quale esistenza è la vostra, avete tanto ben fatto per essere felice! credetemi, io mel rimprovero amaramente.
Ebbene, che v'importa Valentina se anche in tal guisa io mi trovo felice?
Grazie, sperate per entrambi, Massimiliano, ciò mi rende per metà felice. E che cosa dunque vi accade ancora, o Valentina, che dovete ora lasciarmi sì presto? Non so; la signora di Villefort m'ha fatto dire dovermi fare una comunicazione dalla quale ella dice, dipende metà della mia fortuna. Eh! mio Dio! ch'essi se la prendan tutta, son ricca abbastanza, ma almeno dopo averla presa, mi lascino tranquilla e libera.
Ma non temete voi che questa comunicazione sia qualche notizia intorno il vostro matrimonio?
Nol credo...
Però ascoltatemi Valentina, ma non vi spaventate.
Credete tranquillarmi, dicendomi ciò, Massimiliano?
Perdono; avete ragione, sono un uomo brutale; ebbene voleva dirvi che giorni sono ho incontrato il signor de Morcerf.
Ebbene?
Il signor Franz è suo amico, come voi ben sapete.
Sì, ebbene?
Ebbene egli ha ricevuto da Franz una lettera con cui lo avvisa del suo vicino ritorno.
Valentina impallidì, ed appoggiò la testa contro il cancello:
Ah! mio Dio, diss'ella, sarà presto! Ma no, una tale comunicazione non mi verrebbe dalla signora de Villefort.
Perchè?
Perchè... nol so... ma sembrami che la signora de Villefort, senza opporvisi francamente, non abbia simpatia per questo matrimonio.
Va bene, Valentina, dovrò finire per adorare la signora de Villefort.
Oh! non v'affrettate, Massimiliano, disse Valentina con amaro sorriso.
Alla fin fine, se le è antipatico questo matrimonio, non fosse altro che per romperlo, ella forse darebbe ascolto a qualche altra proposta.
Nol credete, la signora de Villefort non respinge i mariti, ma il matrimonio.
Come? il matrimonio? se tanto detesta il matrimonio perchè si è maritata? Voi non mi capite, Massimiliano; quando un anno fa le parlai di ritirarmi in un convento, ad onta delle osservazioni ch'ella si era creduta in dovere di farmi, aveva adottata la mia proposizione con gioia; ed a sua istigazione, mio padre vi aveva acconsentito, ne son sicura, non vi fu che il povero nonno che mi trattenne; non potete figurarvi quanta espressione vi sia negli occhi di questo povero vecchio, che non ama che me sola al mondo, e che (Dio mi perdoni se dico una bestemmia) in questo mondo non è amato che da me sola; se sapeste quando apprese la mia risoluzione, in qual modo mi ha guardato, quanti rimproveri vi erano in quegli sguardi, quanta disperazione in quelle lagrime che scorrevano senza lamenti e senza sospiri su quelle guance immobili: ah! Massimiliano, io provai alcun che come di rimorso, e mi sono gettata ai suoi piedi gridando: Perdono! perdono! padre mio, faranno di me ciò che vorranno, ma io non vi lascerò mai. Allora alzò gli occhi al cielo. Massimiliano, io posso soffrire molto; questo sguardo del mio buon vecchio nonno mi ha ricompensato di tutto ciò che soffrirò.
Cara Valentina, voi siete un angelo, ed io non so come abbia potuto meritare (sciabolando a dritta e a sinistra dei Beduini, a meno che Dio non abbia preso in considerazione ch'essi sono infedeli) che voi vi riveliate a me. Ma finalmente vediamo Valentina, quale dunque può essere la premura così forte della signora de Villefort, perchè non abbiate a maritarvi?
Non avete inteso ciò che vi diceva poco fa, che cioè, io sono ricca, Massimiliano, troppo ricca? io ho dal lato di mia madre quasi cinquanta mila lire di rendita, mio nonno e mia nonna, il marchese e la marchesa di Saint-Méran, devono lasciarmene altrettanto; il signor Noirtier ha egualmente l'intenzione di farmi sua unica erede. Ne risulta adunque, comparativamente a me, che mio fratello Edoardo che non aspetta dal lato di sua madre alcuna ricchezza, è povero. Ora la signora de Villefort ama questo fanciullo all'adorazione, e se io fossi entrata in un monastero, tutt'i miei beni concentrati sopra mio padre che erediterebbe dal marchese, dalla marchesa, e da me, sarebbero venuti a suo figlio.
Questa cupidità in una donna giovane e bella è molto strana!
Notate però che tutto ciò non è per essa, Massimiliano, ma per suo figlio, e ciò che voi le rimproverate come un difetto, sotto il punto di vista dell'amor materno è quasi una virtù.
Ma vediamo, Valentina, disse Morrel, se voi rilascereste una porzione di questi beni a questo figlio.
Ma quale sarà il mezzo di fare una simile proposizione, disse Valentina, e particolarmente con una donna che continuamente ha sulla bocca la parola disinteressamento?
Valentina, mi permettete voi di parlare di questo affare con un amico?
Valentina fremette: Ad un amico? diss'ella, mio Dio, Massimiliano, un fremito mi percorre le membra, nel sentirvi parlar così! ad un amico, e chi è dunque questo amico?
Ascoltate, Valentina, avete mai sentito per qualcuno una di quelle simpatie irresistibili che fanno sì, che vedendo ancora una persona per la prima volta, voi credete conoscerla da lungo tempo, e vi domandate dove e quando l'avete veduta: e tanto che non potendo ricordarvi nè il luogo, nè il tempo, giungete a credere, che ciò fu in un mondo anteriore al nostro, e che questa simpatia non sia che una rimembranza che si risvegli? Sì. Ebbene! ecco ciò che io ho provato la prima volta che ho veduto quest'uomo straordinario.
Un uomo straordinario? Sì.
Che voi conoscete da lungo tempo allora?
Da otto o dieci giorni.
E chiamate vostro amico un uomo che conoscete da soli otto giorni? Oh! Massimiliano, vi credeva molto più avaro di questo bel nome di amico.
Voi in logica avete ragione, Valentina, ma dite ciò che volete, niuna cosa mi farà retrocedere su questo sentimento istintivo. Credo che quest'uomo sarà immischiato a tutto ciò che mi accadrà di bene nell'avvenire, che perfino il suo sguardo profondo sembra conoscere e la sua mano possente dirigere.
È dunque un indovino? disse sorridendo Valentina.
In fede mia, son tentato a credere che spesso indovini.... particolarmente il bene.
Oh! disse Valentina tristamente, fatemi conoscere quest'uomo, che io sappia da costui, se sarò amata abbastanza per esser ricompensata di tutto ciò che ho sofferto.
Pover'amica! ma voi lo conoscete. Io? Sì. È quegli che ha salvato la vita a vostra matrigna ed a suo figlio.
Il conte di Monte-Cristo? Egli stesso.
Oh! gridò Valentina, egli non può mai essere mio amico, lo è troppo di mia matrigna.
Il conte amico di vostra matrigna? Valentina, il mio istinto mi avrebbe ingannato a questo punto? son sicuro che voi vi sbagliate.
Oh! se sapeste Massimiliano, non è più Edoardo che regna nella casa, ma il conte ricercato dalla signora de Villefort, che vede in lui il riassunto delle umane conoscenze, ammirato, intendete? ammirato da mio padre, che dice di non aver mai inteso formolare con maggiore eloquenza le idee più sublimi, idolatrato da Edoardo che ad onta della sua paura pe' grandi occhi neri del conte, corre da lui tosto che lo vede giungere e gli apre la mano, ove ritrova sempre qualche scherzo ammirabile: il signor di Monte-Cristo quando è dalla signora de Villefort, è come fosse in casa sua.
Ebbene! cara Valentina, se le cose sono così, come dite, dovete di già risentire o risentirete ben presto gli effetti della sua presenza. Egli incontra Alberto de Morcerf in Italia, e ciò per sottrarlo dalle mani dei briganti, vede la signora Danglars, e ciò per farle un regalo da re; vostra matrigna e vostro fratello passano davanti alla sua porta, e ciò perchè il suo moro salvi loro la vita. Quest'uomo ha evidentemente ricevuto il potere di avere influenza sugli avvenimenti, sugli uomini, e sulle cose. Non ho mai veduto gusti più semplici collegati ad una più alta magnificenza. Il suo sorriso è sì dolce quando me lo indirizza, che io dimentico come gli altri trovino il suo sorriso amaro: oh! ditemi, Valentina, vi ha egli sorriso in tal modo? Se lo ha fatto, sarete felice.
No, disse la giovinetta, egli mi guarda appena, o piuttosto se passo per caso, volge lo sguardo altrove. Oh! Non è generoso, non ha quello sguardo profondo che legge nell'interno dei cuori, e che voi gli supponete a torto; poichè se avesse avuto questo sguardo, avrebbe veduto che io sono l'infelice, perchè se fosse generoso, vedendomi sola e trista nel mezzo di questa famiglia, mi avrebbe protetta con quella influenza ch'egli esercita; e poichè rappresenta, a quanto pretendete, la parte di sole, avrebbe riscaldato il mio cuore ad uno dei suoi raggi. Voi dite che vi ama, Massimiliano; che ne sapete? gli uomini fanno sempre viso grazioso ad un ufficiale alto 5 piedi ed 8 pollici come voi; che ha lunghi baffi, ed una gran sciabola, ma credono di potere schiacciare senza timore una povera giovinetta che piange.
Ah! Valentina, v'ingannate, ve lo giuro!
Se fosse altrimenti, se mi trattasse diplomaticamente, cioè come un uomo che vuole in un modo o nell'altro paoneggiare la famiglia, mi avrebbe, non fosse stato che una sola volta, onorata di quel sorriso che voi tanto mi vantate, ma no, mi ha veduta disgraziata, capisce che non posso essergli buona a niente, e non fa attenzione a me. Chi sa invece per fare la corte a mio padre, alla signora de Villefort, a mio fratello, che non mi perseguiti tanto, quando sarà in suo potere di farlo? vediamo francamente, Massimiliano, io non sono una donna che si debba disprezzare così senza ragione; voi me lo avete detto... Ah! perdonate, continuò la giovinetta vedendo la impressione che producevano le sue parole su Massimiliano, sono cattiva, e vi dico su quest'uomo cose che non sapeva neppure di avere in cuore. Ascoltate, non nego che quest'influenza di cui mi parlate, vi sia, e che egli non la eserciti anche su me; ma s'egli la esercita, è in un modo nocivo e corruttore, come lo vedete, dei vostri buoni pensieri.
Sta bene, Valentina, disse Morrel con un sospiro, non ne parliamo più, non gli dirò niente.
Ahimè! amico mio, disse Valentina, io vi affliggo, lo vedo; oh! ma finalmente non chiedo di meglio che di esser convinta, dite che ha dunque fatto per voi questo conte di Monte-Cristo?
Voi mi mettete in un grande impaccio domandandomi ciò che ha fatto il conte per me; niente d'ostensibile, lo so bene. Vi ho già detto che la mia affezione per lui è tutta d'istinto, e che nulla ha di ragionato. Il sole mi ha forse fatto qualche cosa? no; egli mi riscalda e colla sua luce io vedo, ecco tutto. Il tale o tal altro profumo ha fatto qualche cosa per me? no, il suo odore ricrea aggradevolmente uno dei miei sensi, non ho altra cosa a dire quando mi si domanda perchè io vanti quel tale profumo. La mia amicizia per lui è strana, com'è la sua per me. Una voce segreta m'avverte che vi è qualche cosa più di un semplice caso in quest'amicizia impreveduta e reciproca, trovo della correlazione perfino nei suoi più segreti pensieri, fra le mie azioni ed i miei pensieri. Voi forse riderete di me, Valentina, ma da che conosco quest'uomo mi è venuta l'assurda idea, che tutto ciò che mi accade di bene provenga da lui; ciò non ostante ho vissuto trent'anni senza aver mai avuto bisogno di questo protettore, n'è vero? non importa, sentite un esempio. Egli mi ha invitato a pranzo per sabato, questa è una cosa naturale al punto in cui siamo? ebbene! che ho saputo dopo? che vostro padre è invitato a questo pranzo, che vostra madre vi verrà. M'incontrerò con essi, e chi sa ciò che potrà risultare per l'avvenire da questo incontro? ecco delle particolarità semplicissime in apparenza; ciò non ostante vi scorgo dentro qualche cosa che mi sorprende, vi pongo una strana confidenza. Mi dico che il conte, quest'uomo singolare che indovina tutto, ha voluto farmi ritrovare col signor e colla signora de Villefort, e qualche volta cerco, ve lo giuro, di leggere nei suoi occhi se ha indovinato il mio amore.
Mio buon amico, disse Valentina, se non sentissi da voi che ragionamenti simili, vi prenderei per un visionario: ed avrei una vera paura, pel vostro buon senso. Non è forse un puro caso quest'incontro? In verità rifletteteci dunque. Mio padre che non esce mai è stato dieci volte sul punto di negare questo invito alla signora de Villefort, la quale al contrario arde dal desiderio di vedere in sua casa questo straordinario nababbo, ed a gran stento ella ottenne che l'avrebbe accompagnata. No, no, credetemi, per voi Massimiliano, non ho altri a cui chiedere soccorso, che a mio nonno, un cadavere; altr'appoggio che in mia madre, un'ombra...
Sento che avete ragione, Valentina, e che la logica sta dalla vostra parte, disse Massimiliano, ma la vostra dolce voce, sempre così possente in me oggi non mi convince.
E la vostra ancor meno, disse Valentina, e vi confesso che se non avete altro esempio da citarmi...
Ne ho uno, disse Massimiliano esitando, ma in vero, Valentina, m'è forza confessarlo, è ancor più assurdo del primo.
Tanto peggio, disse sorridendo Valentina.
Eppur, continuò Morrel, non è meno concludente per me, uomo tutto d'ispirazione e di sentimento, e che ho qualche volta in dieci anni che servo, dovuto la vita ad uno di quei lampi interni, che vi dicono di fare un movimento innanzi o indietro, perchè la palla che vi deve uccidere, vi passi d'accanto.
Caro Massimiliano, perchè non fare onore alle preghiere in questa deviazione delle palle? quando siete in Africa, non prego più Dio per me, nè per mia madre, ma sol per voi.
Sì, dacchè vi conosco, disse sorridendo Morrel, ma prima che vi conoscessi, Valentina.
Vediamo, non volete essermi debitore di cos'alcuna, cattivo, tornate dunque a questo esempio che voi stesso confessate assurdo.
Ebbene! guardate fra gli assi, ed osservate laggiù a quell'albero il nuovo cavallo col quale son venuto.
Oh! che bestia ammirabile! perchè non lo avete condotto vicino al cancello? gli avrei parlato, ed egli mi avrebbe intesa.
Infatto come lo vedete, è un animale di gran prezzo, disse Massimiliano; voi sapete che la mia fortuna è limitata, e che io altro non sono, come si dice, che un uomo ragionevole. Ebbene! avevo veduto da un mercante di cavalli questo magnifico Médéah, così lo chiamo, ne chiesi il prezzo, mi fu risposto 4500 franchi, dovetti astenermi, come ben lo capirete, dal trovarlo tanto bello, e partii col cuore molto grosso, perchè il cavallo mi aveva guardato teneramente, mi aveva accarezzato con la testa, ed aveva corvettato sotto di me nel modo più elegante e grazioso. La stessa sera aveva in mia casa alcuni amici, il signor Château-Renaud, il signor Debray, e 5 o sei altri cattivi soggetti, che avete la fortuna di non conoscere neppur di nome. Ho proposta una partita di bouillotte; non giuoco mai perchè non sono abbastanza ricco da poter perdere, nè abbastanza povero per desiderare di vincere; io era in casa mia, e non altro avevo a fare che far prendere un mazzo di carte, e così feci. Quando ci mettemmo al tavolino, giunse il signor di Monte-Cristo, si giuocò ed io vinsi, oso appena confessarvelo, Valentina, guadagnai 5 mila franchi Noi ci lasciammo a mezza notte; io non potei più contenermi, presi un cabriolet, e mi feci condurre dal mercante di cavalli. Palpitante suonai, egli venne ad aprirmi, e dovette prendermi per pazzo; io mi slanciai dall'altra parte della porta appena aperta; entrai in iscuderia, guardai alla rastrelliera. Oh! fortuna! Médéah rodeva il fieno; prendo una sella, gliela metto sul dorso, gli pongo le redini; poi depositando i 4500 franchi fra le mani del mercante stupefatto, ritorno, o piuttosto passo la notte a passeggiare nei Campi-Elisi. Ebbene! ho veduto il lume alla finestra del conte: e mi è perfino sembrato di scorgere l'ombra dietro la tenda. Or Valentina, giurerei, che il conte ha saputo che desideravo questo cavallo, e che ha espressamente perduto per farmelo guadagnare.
Mio caro Massimiliano, disse Valentina, siete troppo fantastico... non mi amerete lungamente: un uomo sì poetico non saprebbe fissarsi a suo piacere in una passione monotona come la nostra, ma sentite... mi chiamano...
Oh! Valentina, disse Massimiliano per la piccola fessura dell'assito...
Avevamo detto, Massimiliano, che saremmo stati l'una per l'altro due voci, due ombre!
Come vi piacerà, Valentina.
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Capitolo 57. IL signor NOIRTIER DE VILLEFORT.
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Ecco ciò che accadde nella casa del procuratore del re dopo la partenza della signora Danglars e di sua figlia durante la conversazione che abbiamo riferita. Il signor de Villefort era entrato nella camera di suo padre, seguito dalla signora de Villefort; in quanto a Valentina noi sappiamo dov'era.
Entrambi dopo aver salutato il vecchio e congedato Barrois, antico domestico, che era al loro servizio da 25 anni, avevano preso posto ai suoi lati. Il signor Noirtier assiso in una gran poltrona a carrucole, dove veniva posto la mattina, e dove era levato la sera, seduto davanti ad uno specchio che riflettendo tutto l'appartamento gli permetteva di vedere, senza fare alcun movimento, divenuto impossibile, chi entrava nella sua camera, chi ne usciva, e tutto ciò che si faceva intorno a lui; il signor Noirtier immobile come un cadavere guardava con occhi intelligenti e vivi i suoi figli, la cui cerimoniosa riverenza gli annunciava qualche dimostrazione ufficiale ed inattesa. La vista e l'udito erano i due soli sensi, che a guisa di due scintille animavano questa materia umana di già per tre quarti apparecchiata per la tomba: ed anche di questi due sensi un solo poteva rilevare all'esterno la vita interna che animava la statua; e lo sguardo che denunziava questa vita interna era paragonabile ad una di quelle luci lontane che, durante la notte, avvisano il viaggiatore perduto in un deserto che vi è ancora un essere esistente che veglia in quel silenzio ed in quella oscurità.
Così nell'occhio nero del vecchio Noirtier sormontato da un sopracciglio pur nero, mentre che la capigliatura, ch'egli portava lunga e pendente sulle spalle, era bianca; in quest'occhio, come accade in ciascun organo dell'uomo, esercitato a spese degli altri organi, si erano concentrate tutta l'attività, tutta la destrezza, tutta la forza, tutta l'intelligenza, sparse altra volta in questo corpo ed in questo spirito. Certamente mancavano il gesto del braccio, il suono della voce e l'attitudine del corpo; ma quell'occhio possente suppliva a tutto, egli comandava cogli occhi, ringraziava cogli occhi; era un cadavere cogli occhi vivi, e niente poteva essere qualche volta più spaventoso di questo viso di marmo, nell'atto del quale si accendeva una collera o rispondeva una gioia. Tre persone soltanto sapevano comprendere il linguaggio di questo povero paralitico. Villefort, Valentina, ed il vecchio domestico di cui abbiamo già parlato. Ma siccome Villefort non vedeva suo padre che rare volte, e per così dire solo quando non ne poteva far di meno; siccome quando lo vedeva, non cercava di compiacerlo comprendendolo; tutta la felicità del vecchio era riposta nella sua nipote Valentina la quale era giunta a forza di affezione, di amore, e di pazienza a comprendere con lo sguardo tutti i pensieri di Noirtier. A questo linguaggio muto o inintelligibile per tutt'altri, ella rispondeva con tutta la sua voce, tutta la sua fisonomia, tutta la sua anima, di modo che si stabilivano dei dialoghi animati fra questa giovinetta e questa pretesa argilla quasi ritornata polvere, e che ciò non ostante era ancora un uomo di un immenso sapere, di un'inaudita penetrazione, e di una volontà così possente quanto può essere l'anima racchiusa in una materia che poco si presta.
Valentina aveva dunque risoluto lo strano problema di capire il pensiero del vecchio, per fargli comprendere il suo, e mercè questo studio era ben raro che per le cose ordinarie della vita, ella non indovinasse con precisione il desiderio di quest'anima vivente, o di questo cadavere per metà insensibile.
Quanto al domestico, siccome serviva il padrone da 25 anni come abbiamo detto, egli conosceva tanto bene tutte le abitudini di lui ch'era ben difficile che Noirtier avesse bisogno di domandare qualche cosa; Villefort per conseguenza non aveva bisogno dei soccorsi nè dell'uno, nè dell'altro, per intavolare con suo padre la strana conversazione che veniva ad incominciare. Egli stesso, lo dicemmo, conosceva perfettamente il vocabolario del vecchio, e se non se ne serviva più spesso, era per noia o per indifferenza. Egli dunque lasciò discendere Valentina in giardino, allontanò Barrois, e dopo aver preso posto alla destra di suo padre, mentre che la signora de Villefort sedeva alla sinistra di lui:
Signore, disse, non vi maravigliate che Valentina non sia salita con noi, e che io abbia allontanato Barrois, perchè la conferenza che siamo per avere è una di quelle che non può essere fatta, nè davanti ad una giovinetta, nè davanti ad un domestico; la signora de Villefort ed io abbiamo una comunicazione a farvi.
Il viso di Noirtier restò impassibile durante questo preambolo, mentre che al contrario l'occhio di Villefort sembrava scrutinare fino nel più profondo del cuore del vecchio.
Questa comunicazione, continuò il procuratore del re col suo tuono ghiacciato, e che sembrava non ammettere mai contestazioni, siamo sicuri, la signora de Villefort ed io, che vi farà piacere.
L'occhio del vecchio continuò a restare immobile, ascoltava e niente più.
Signore, riprese Villefort, noi maritiamo Valentina.
Una figura di cera non sarebbe a questa notizia rimasta più fredda di quel che fece la figura del vecchio.
Il matrimonio avrà luogo fra tre mesi, riprese Villefort.
La signora de Villefort prese a sua volta la parola e si affrettò di aggiungere:
Abbiamo pensato che questa notizia avrebbe dell'interessamento per voi, signore, d'altra parte Valentina parve sempre attirar tutta la vostra attenzione, non ci rimane dunque altro a dirvi, se non che il nome del giovine che le vien destinato; egli è uno dei più onorevoli partiti, ai quali possa aspirare Valentina; vi sono ricchezze, un bel nome, e delle garanzie sicure di felicità nella condotta e nei gusti di colui che le destiniamo, ed il cui nome non dev'esservi sconosciuto: si tratta del signor Franz de Quesnel, barone d'Épinay.
Villefort durante il piccolo discorso di sua moglie attaccava sul vecchio uno sguardo più attento che mai. Allorchè la signora de Villefort pronunziò il nome di Franz, l'occhio di Noirtier, che suo figlio conosceva tanto bene, fremette; e le pupille dilatandosi come fossero state due labbra al momento di dire una parola, lasciarono travedere un baleno.
Il procuratore del Re, che sapeva gli antichi rapporti di inimicizia politica tra suo padre ed il padre di Franz, capì questo fuoco e quest'agitazione, ma ciò non ostante lo lasciò passare come non veduto, e riattaccando la parola ove sua moglie l'aveva lasciata:
Signore, diss'egli, è importante, lo capite bene, essendo così vicina a compiere i 19 anni, che Valentina sia finalmente stabilita. Non ostante non vi abbiamo dimenticato nelle trattative, e ci siamo assicurati prima che il marito di Valentina accetterebbe di vivere se non con noi, la qual cosa incomoderebbe forse le loro private faccende domestiche, almeno che voi, che siete il prediletto di Valentina, e che per vostra parte sembrate portarle un'affezione uguale, viviate con loro, dimodochè non perderete alcuna delle vostre abitudini, ed avrete soltanto due figli che vi sorveglieranno invece di una sola.
Il lampo dello sguardo di Noirtier divenne sanguigno... certamente passava qualche cosa di spaventoso nell'animo di questo vecchio. Certamente il grido del dolore o della collera gli saliva alla gola, e non potendo scoppiare lo soffocavano, perchè il viso divenne color di porpora e le labbra livide.
Villefort aprì tranquillamente una finestra, dicendo:
Fa troppo caldo qui, e questo calore fa male al signor Noirtier. Poi ritornò, ma senza sedersi.
Questo matrimonio, soggiunse la signora de Villefort, piace al signor d'Épinay ed alla sua famiglia, la quale d'altra parte non si compone che di uno zio e di una zia, sua madre morì nel darlo alla luce; suo padre essendo stato assassinato morì nel 1815, cioè quando il fanciullo aveva due anni appena, egli ora non dipende che dalla sua volontà.
Assassinio misterioso, disse Villefort, di cui gli autori sono rimasti sconosciuti, quantunque il sospetto si era sparso senza urtare sulla testa di molte persone.
Noirtier fece un tale sforzo che le labbra si contrassero come per sorridere.
Ora, continuò Villefort, i veri colpevoli, quelli che sanno di aver commesso il delitto, quelli su i quali può discendere la giustizia degli uomini durante la loro vita, e la giustizia di Dio dopo la loro morte, sarebbero ben felici di essere nel nostro posto, e di avere una figlia da offrire al signor Franz d'Épinay per ispegnere fino nell'apparenza questo sospetto.
Noirtier si era placato con una di quelle forze che non sarebbesi potuto aspettare da questa organizzazione quasi scomposta. Sì, comprendo, rispose egli con uno sguardo a Villefort, e questo sguardo esprimeva ancora lo sdegno profondo e la collera intelligente. Villefort dal suo lato, rispose a questo sguardo, nel quale aveva letto ciò che contenevasi, con una leggera stretta di spalle.
Indi fece segno a sua moglie di alzarsi.
Ora signore, disse la signora de Villefort, aggradite il nostro rispetto. Permettete che Edoardo venga a presentarvi i suoi ossequi? Erasi convenuto che il vecchio esprimeva la sua approvazione chiudendo gli occhi, ed il suo rifiuto socchiudendoli a più riprese, e quando li alzava al cielo era segno che aveva qualche desiderio da esprimere. Quando chiedeva di Valentina serrava l'occhio dritto; se domandava di Barrois chiudeva l'occhio sinistro. Alla proposizione della signora de Villefort socchiuse vivamente gli occhi.
Questa riconoscendo l'evidente rifiuto si morse le labbra:
Vi manderò dunque Valentina, disse allora.
Sì, fece il vecchio chiudendo gli occhi con vivacità.
I signori de Villefort salutarono il vecchio ed uscirono ordinando che si chiamasse Valentina, di già avvisata che avrebbe avuto qualche cosa da fare nella giornata presso il signor Noirtier. Quando uscirono entrava Valentina ancor tutta color di rosa per la emozione provata. Non le fu bisogno che di uno sguardo per capire come soffriva il nonno e quante cose avrebbe avuto a dirle.
Oh! buon papà, gridò ella, e che cosa ti è dunque accaduto. Ti hanno afflitto, n'è vero, tu sei in collera.
Sì, fece egli chiudendo gli occhi.
Contro chi dunque? Contro mio padre?... no, contro la signora di Villefort?... no, contro di me? Il vecchio fece segno di sì. Contro di me? riprese Valentina maravigliata.
Il vecchio rinnovò il segno affermativo. E che cosa ti ho dunque fatto, caro e buon papà? gridò Valentina.
Non vi fu alcuna risposta, ella continuò: Io non ti ho veduto nella giornata, ti hanno dunque riportata qualche cosa sul conto mio.
Sì; disse lo sguardo del vecchio con vivacità.
Vediamo dunque. Mio Dio! ti giuro, buon padre... ah!... il signor e la signora de Villefort escono di qui, n'è vero?
Sì. Ed essi ti han detto queste cose che ti dispiacciono? Vuoi che io vada a domandarle a loro, per avere il mezzo di scusarmi teco?
No, no, fece lo sguardo.
Ma tu mi spaventi, che ti han potuto dire?
Ed ella cercava. Oh! l'ho indovinato, disse abbassando la voce ed avvicinandosi al vecchio. Ti hanno forse parlato del mio matrimonio?
Sì, replicò lo sguardo corrucciato.
Capisco, tu l'hai meco pel mio silenzio. Oh! vedi, fu perchè mi avevano raccomandato di non dirti niente, perchè nulla mi avevano detto, e che soltanto aveva strappato di soppiatto qualche parola per indiscretezza, ecco perchè sono stata così riservata teco. Perdonami buon papà Noirtier.
Ritornato fisso ed immobile lo sguardo sembrava rispondere, non è soltanto il tuo silenzio che mi affligge.
Che cosa è dunque? domandò la giovinetta, credi forse che io possa abbandonarti, buon padre, e che il mio matrimonio mi renda smemorata?
No, disse il vecchio.
Allora ti hanno detto, che il signor d'Épinay acconsentiva che dimorassimo insieme. Sì. Allora perchè sei in collera? Gli occhi del vecchio assunsero un'espressione d'infinita dolcezza. Sì, capisco; disse Valentina, perchè mi ami. Il vecchio fece segno di sì. E temi ch'io sia disgraziata? Sì. Tu non ami il signor Franz?
Gli occhi ripeterono tre o quattro volte: No, no, no.
Ma sei molto afflitto buon padre? Ebbene, ascolta, disse Valentina mettendosi in ginocchio davanti a Noirtier e passandogli le braccia intorno al collo, io pure sono molto afflitta, poichè io pure non amo il signor Franz d'Épinay.
Un baleno di gioia passò avanti gli occhi del nonno.
Quando volli ritirarmi in convento, ti ricordi di essere stato tanto in collera meco? Una lagrima inumidì l'arida palpebra del vecchio. Ebbene, continuò Valentina, lo faceva per isfuggire questo matrimonio che è la mia disperazione. Il respiro di Noirtier divenne anelante.
Allora questo matrimonio ti fa gran dispiacere, buon padre. Oh! mio Dio! se tu potessi aiutarmi, se noi due potessimo rompere il loro disegno. Ma sei senza forza contro essi, tu che hai uno spirito così vivo, e una volontà così ferma; ma quando si tratta di lottare sei tanto debole, ed anzi più debole, che non sono io. Ohimè! Saresti stato per me un protettore possente nei giorni della tua forza e della tua salute, ma ora non puoi fare altro che capirmi, e rallegrarti, o affliggerti meco; questa è l'ultima fortuna che Iddio ha voluto lasciarmi insieme con le altre.
A queste parole vi fu negli occhi di Noirtier una tale espressione di malizia e di profondità che la giovinetta credè leggervi queste parole: T'inganni, posso ancor molto per te. Puoi qualche cosa per me, caro e buon papà? tradusse Valentina. Sì. Noirtier alzò gli occhi al cielo. Questo era il segnale convenuto fra lui e Valentina, quando aveva bisogno di qualche cosa.
Che vuoi, caro padre, vediamo? Valentina cercò un momento nel suo spirito, espresse ad alta voce i suoi pensieri a seconda che essi si presentavano, e vedendo che a tutto quello che poteva dire, il vecchio rispondeva costantemente di no:
Andiamo, fec'ella, ricorriamo ad altri mezzi giacchè sono così stupida! Allora recitò una dopo l'altra tutte le lettere dell'alfabeto, dall'a fino alla n, mentre che il suo sorriso interrogava l'occhio del paralitico, alla lettera n Noirtier fece segno di sì. Ah! disse Valentina la cosa dunque che desiderate comincia dalla lettera n, ebbene vediamo ciò che si deve aggiungere alla lettera n. Na, ne, ni, no... Sì, sì, sì, fece il vecchio Ah! è no. Sì. Valentina andò a cercare un dizionario che posò sul leggio davanti a Noirtier; ella l'apri e quando ebbe veduti gli occhi del vecchio fissarsi su i fogli, il suo dito scorse rapidamente le colonne dell'alto al basso. L'esercizio (da sei anni Noirtier era caduto nel tristo stato in cui si ritrovava), le aveva rese le prove così facili, ed indovinava così presto il pensiero del vecchio, come egli stesso lo avrebbe potuto cercare in un dizionario.
Alla parola notaro Noirtier le fece segno di fermarsi.
Notaro, diss'ella, vuoi un notaro, buon papà?
Il vecchio fece segno che desiderava effettivamente un notaro.
Bisogna dunque mandare a cercare un notaro? domandò Valentina. Sì, fece il paralitico. Mio padre deve saperlo? Sì. Hai fretta di avere questo notaro?
Sì. Allora vado per fartelo cercare sul momento, caro padre. È forse questo tutto ciò che vuoi? Sì.
Valentina corse al campanello e chiamò un domestico per far venire il signor e la signora de Villefort in camera del nonno.
Sei tu contento, disse Valentina? Sì, lo credo bene! non è molto facile a trovar ciò. E la giovinetta sorrise al vecchio come lo avrebbe fatto ad un fanciullo.
Il signor de Villefort rientrò condotto da Barrois.
Che volete, signore? domandò al paralitico.
Mio nonno disse Valentina, domanda un notaro.
A questa strana e soprattutto inattesa domanda il signor de Villefort scambiò uno sguardo col paralitico.
Sì, fece quest'ultimo con una fermezza che indicava, che con l'aiuto di Valentina, e del servitore che già sapeva ciò che desiderava, era pronto a sostenere la lotta.
Voi domandate il notaro? ripetè Villefort. Sì.
Per che farne? Noirtier non rispondeva.
Ma perchè avete bisogno di notaro? domandò Villefort.
Ma finalmente, disse Barrois pronto ad insistere con quella perseveranza abituale ai vecchi domestici, se il signore vuole un notaro, è perchè apparentemente ne ha bisogno. Così lo vado a cercar subito.
Barrois non conosceva altro padrone che Noirtier, e non ammetteva che la sua volontà fosse contestata menomamente.
Sì, voglio un notaro, fece il vecchio chiudendo gli occhi con un aria di sfida, e come se avesse detto, vediamo un poco se vi sarà qualcuno che osi opporsi a ciò che voglio.
Vi sarà un notaro, poichè ne volete assolutamente uno signore, ma mi scuserò con lui, e scuserò voi stesso perchè la scena sarà molto ridicola.
Non importa, disse Barrois, vado subito a cercarlo.
Ed il vecchio uscì trionfante.
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Capitolo 58. IL TESTAMENTO.
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Al momento in cui Barrois uscì, Noirtier guardò Valentina con quell'interessamento malizioso, che annunzia in un tempo tante cose. La giovinetta capì quello sguardo, e lo capì anche Villefort, perchè la sua fronte si oscurò ed il sopracciglio si aggrottò. Prese una sedia e si stabilì nella camera del paralitico per aspettare. Noirtier lo guardava fare con la più perfetta indifferenza, ma coll'angolo dell'occhio aveva già ordinato a Valentina di non inquietarsi e di restare ella pure. Tre quarti d'ora dopo rientrò il domestico col notaro. Signore, disse Villefort dopo i primi saluti, voi siete stato chiamato dal signor Noirtier de Villefort che qui vedete; una paralisi generale gli ha tolto l'uso delle membra e della voce, e noi soltanto ed a gran stento giungiamo ad afferrare qualche brano dei suoi pensieri.
Noirtier fece coll'occhio una chiamata a Valentina, chiamata talmente seria ed imperativa ch'ella rispose sul momento: Io, signore, capisco tutto ciò che vuol dire mio nonno.
È vero, soggiunse Barrois, tutto, assolutamente tutto come io lo diceva al signore venendo qua.
Permettete, signore, e voi pure madamigella, disse il notaro indirizzandosi a Villefort ed a Valentina; questo è uno di quei casi in cui il pubblico ufficiale non può procedere inconsideratamente senza assumere una responsabilità pericolosa. La prima necessità, perchè l'atto sia valevole è che il notaro sia ben convinto che sia fedelmente interpretata la volontà di quello che l'ha dettata. Ora io non posso essere sicuro dell'approvazione o della disapprovazione di un cliente che non parla, e siccome l'oggetto dei suoi desideri e delle sue ripugnanze non può essermi provato chiaramente, atteso il suo mutismo, il mio ministero, oltre di essere inutile sarebbe esercitato illegalmente.
Il notaro fece un passo per ritirarsi. Un impercettibile sorriso di trionfo si disegnò sulle labbra del procuratore del Re. Da sua parte Noirtier guardò Valentina, con tale una espressione di dolore ch'ella si pose davanti al notaro:
Signore, diss'ella, il linguaggio ch'io parlo con mio nonno, è un linguaggio che si può imparare facilmente, e come lo comprendo io, sono in istato di poterlo in pochi minuti far comprendere egualmente a voi. Che vi abbisogna, per giungere alla perfetta edificazione della vostra coscienza?
Ciò che è necessario, affinchè i nostri atti sieno valevoli, Madamigella, rispose il notaro, è la certezza dell'approvazione. Si può far testamento malato di corpo, ma bisogna sempre farlo sano di spirito.
Ebbene! signore, con due segni voi acquisterete la certezza che mio nonno ha sempre goduto fin qui la pienezza delle sue facoltà intellettuali. Il signor Noirtier, privato della voce, privato dei movimenti, chiude gli occhi quando vuol dire di sì, e batte le palpebre a più riprese quando vuol dire di no. Voi ora ne sapete abbastanza per parlare col signor Noirtier, provatevici. Lo sguardo che il vecchio vibrò a Valentina era sì pieno di tenerezza e di riconoscenza che fu capito dallo stesso notaro.
Voi avete inteso e compreso ciò che ha detto vostra nipote, signore? domandò il notaro. Noirtier chiuse dolcemente gli occhi e dopo un momento li riaprì.
Ed approvate ciò che ha detto, cioè che i segni da lei indicati sono quelli col mezzo dei quali fate comprendere i vostri pensieri?
Sì, fece ancora il vecchio.
Siete voi che mi avete fatto chiamare? Sì.
Per fare il vostro testamento? Sì.
E non volete che mi ritiri senza averlo fatto?
Il paralitico battè fortemente le palpebre degli occhi a più riprese. Ebbene, signore, lo capite ora? domandò la giovinetta, e la vostra coscienza potrà stare tranquilla?
Ma prima che il notaro avesse potuto rispondere il signor de Villefort lo tirò in disparte. Signore, credete che un uomo possa impunemente sopportare un colpo fisico così terribile quanto quello che ha provato il signor Noirtier de Villefort, senza che il morale non abbia gravemente a risentirsene?
Non è precisamente ciò che m'inquieta, ma domando in qual modo giungeremo ad indovinare i pensieri per provocare le risposte.
Non vedete dunque ch'è impossibile?
Valentina ed il vecchio intesero questo dialogo. Noirtier fermò il suo sguardo così fiero, e così risoluto su Valentina, che questo sguardo esigeva evidentemente una risposta.
Signore, diss'ella, non v'inquietate per questo; per quanto sia difficile, o piuttosto per quanto vi sembri difficile, di scoprire il pensiero di mio nonno, ve lo rivelerò in modo da togliervi ogni dubbio su questo argomento; sono già sei anni ch'io sono presso il signor Noirtier; che vi dica egli stesso, se in sei anni un solo dei pensieri è rimasto sepolto nel suo cuore per non avermelo potuto far comprendere.
No, fece il vecchio.
Proviamo dunque, disse il notaro; accettate voi madamigella per vostra interprete? Il paralitico fece segno di sì.
Bene vediamo: signore, che desiderate da me, e quale atto è quello che volete che io faccia? Valentina articolò tutte le lettere dell'alfabeto fino alla lettera T.
A questa lettera l'eloquente occhio di Noirtier la fermò. È la lettera T che il signore domanda, la cosa è visibile. Aspettate, disse Valentina; poi voltandosi da suo nonno: ta... te.... Il vecchio la fermò alla seconda di queste sillabe. Allora Valentina prese il dizionario e sotto gli occhi dell'attento notaro sfogliò le pagine.
Testamento indicò il suo dito fermato dal colpo d'occhio di Noirtier.
Testamento, gridò il notaro, la cosa è visibile, il signore vuol fare testamento.
Sì, fece Noirtier a più riprese.
Ecco ciò che può dirsi veramente maraviglioso, signore, disse il notaro a Villefort stupefatto, convenitene.
In fatto, replicò egli, questo testamento sarà ancora più maraviglioso: poichè ritengo che gli articoli non si potranno estendere sulla carta parola per parola senza l'intelligente aspirazione di mia figlia. Ora Valentina sarà forse una parte troppo interessata a questo testamento per essere interprete conveniente delle oscure volontà del signor Noirtier de Villefort?
No, no, no, fece il paralitico.
Come, disse il signor de Villefort, Valentina non è interessata nel vostro testamento?
No, fece Noirtier.
Signore, disse il notaro incantato di questa prova, promettendosi di raccontare in società i particolari di questo pittoresco episodio; signore, nulla mi sembra or più facile di quel che poco fa riguardava come impossibile; e questo testamento sarà semplicemente un testamento mistico, vale a dire preveduto e permesso dalla legge, purchè sia letto alla presenza di sette testimoni, approvato dal testatore avanti ad essi, e chiuso dal notaro sempre alla loro presenza. In quanto al tempo, durerà appena poco più degli ordinari testamenti. Da prima vi sono le formole consuete, che sono di rubrica, e sono sempre le stesse; in quanto ai particolari saranno somministrati dallo stato medesimo degli affari del testatore, e da voi che avendoli amministrati li conoscerete. D'altra parte perchè quest'atto non possa essere attaccato, noi vi daremo la più completa autenticità, uno dei miei confratelli mi servirà d'aiutante, e contro l'uso assisterà alla dettatura. Siete soddisfatto, signore? continuò il notaro volgendosi al vecchio.
Sì, rispose Noirtier contento di essere capito.
E che farà? chiedeva a sè stesso Villefort, cui l'alta sua posizione imponeva tutta la riserva, e che d'altra parte non poteva indovinare a quale scopo tendesse suo padre.
Si volse dunque per mandare a cercare il secondo notaro indicato dal primo; ma Barrois che aveva tutto inteso, e indovinato il desiderio del padrone, era già partito.
Allora il procuratore del Re fece dire a sua moglie di salire. In capo ad un quarto d'ora tutta la famiglia era riunita nella camera del paralitico, ed il secondo notaro era giunto. In poche parole i due ufficiali ministeriali si ritrovarono d'accordo. Fu letta a Noirtier una formula di testamento vago, insignificante, quindi per cominciare la investigazione per così dire, della sua intelligenza, il primo notaro gli disse: Quando si fa testamento, signore, è in favore di qualcuno, o a pregiudizio di qualche altro.
Sì, fece Noirtier.
Avete qualche idea sulla cifra della vostra fortuna?
Sì. Vi nominerò alcune cifre che saliranno progressivamente; mi fermerete quando sarò giunto a quella che credete possa essere il vostro ammontare. Sì.
In questo interrogatorio vi era una specie di solennità; d'altra parte la lotta dell'intelligenza contro la materia non poteva mai essere stata più visibile, e se questo non era uno spettacolo sublime, come vedremo, per lo meno era curioso. Fu fatto cerchio intorno a Noirtier, il secondo notaro era assiso ad un tavolo pronto a scrivere; il primo notaro stava in piedi davanti a lui e lo interrogava.
La vostra fortuna sorpassa i 300 mila franchi? domandò.
Noirtier fece segno di sì. Possedete 400 mila franchi? domandò il notaro. Noirtier restò immobile. 500 mila?...
La stessa immobilità. 600 mila?... 700 mila?... 800 mila?... 900 mila? Noirtier fece segno di sì.
Dunque possedete 900 mila franchi? Sì.
In immobili? domandò il notaro. Noirtier fece segno di no. In iscrizioni di rendite? Noirtier fece segno di sì.
Queste iscrizioni sono nelle vostre mani?
Un colpo d'occhio diretto a Barrois fece uscire il vecchio servitore, che ritornò un momento dopo con una piccola cassetta.
Permettete che si apra la cassetta? domandò il notaro.
Noirtier fece segno di sì. Fu aperta la cassetta e si ritrovarono le iscrizioni sul Gran Libro per 900 mila franchi
Il primo notaro passò una dopo l'altra ciascuna iscrizione al suo collega: il conto era quello annunziato da Noirtier.
In realtà è così, diss'egli; ciò dimostra evidentemente che la sua intelligenza è in tutta la forza ed estensione; indi ritornando al paralitico: Dunque, voi possedete 900 mila franchi di capitali, che nel modo con cui sono situati devono produrvi circa 40 mila lire di rendita?
Sì, fece Noirtier.
A chi desiderate lasciare questa fortuna?
Oh! disse la signora de Villefort, su ciò non cade dubbio, il signor Noirtier ama unicamente sua nipote, madamigella Valentina de Villefort: ella ne ha avuto tutta la cura per sei anni; colla sua assiduità ha saputo procurarsi l'affezione di suo nonno, e direi quasi la sua riconoscenza; è dunque giusto che raccolga il premio della sua affezione.
L'occhio di Noirtier sfavillò un baleno, come per far conoscere che non si lasciava facilmente ingannare dal falso assenso dato dalla signora de Villefort alle intenzioni che in lui supponeva. È dunque a madamigella de Villefort che lasciate 900 mila franchi? domandò il notaro, che credeva di non aver più altro da fare che registrare questa clausola, ma che però voleva essere ben sicuro dell'assenso di Noirtier, e far constare questo assenso da tutt'i testimoni di questa straordinaria scena. Valentina aveva fatto un passo addietro e piangeva ad occhi bassi. Il vecchio la guardò un momento coll'espressione della più profonda tenerezza; poi voltandosi verso il notaro, socchiuse gli occhi nel modo più significativo.
No? disse il notaro, come, non costituite vostra erede universale madamigella de Villefort?
Noirtier fece di no.
Voi non vi sbagliate? gridò il notaro meravigliato, dite effettivamente di no?
No! ripetè Noirtier, no! Valentina rialzò la lesta; ella era stupefatta, non dell'essere diseredata, ma di aver eccitato quel sentimento che d'ordinario detta simili atti.
Ma Noirtier la guardava con un'espressione di tenerezza così profonda ch'ella gridò: Oh! buon padre, non mi togliete che le vostre ricchezze, ma mi lasciate sempre il cuore?
Oh! sì, sì certamente, dissero gli occhi del paralitico chiudendosi con una espressione alla quale non poteva ingannarsi.
Grazie, grazie, mormorò la giovinetta.
Frattanto questo rifiuto aveva fatto nascere nel cuore della signora de Villefort una inattesa speranza; e si avvicinò al vecchio: Allora dunque a vostro nipote Edoardo de Villefort lasciate la vostra fortuna? domandò la madre.
Gli occhi di Noirtier si chiusero in un modo che esprimeva quasi l'odio.
No, fece il notaro, allora sarà a vostro figlio qui presente?
No, replicò il vecchio.
I due notari, si guardarono stupefatti; Villefort e sua moglie arrossirono l'uno per l'onta, l'altra pel dispetto.
Ma che vi abbiamo dunque fatto, padre? disse Valentina, voi dunque non ci amate più?
Lo sguardo del vecchio passò rapidamente sul figlio, sulla nuora, e si fermò su Valentina con una espressione di profonda tenerezza: Ebbene! diss'ella, se tu mi ami, nonno mio, cerca di collegare questo amore con ciò che stai facendo in questo momento. Tu mi conosci, sai che non ho mai pensato alle tue ricchezze, d'altra parte dicono che sia ricca dal lato di mia madre, fors'anco troppo ricca; spiegati dunque.
Noirtier fissò l'ardente suo sguardo sulla mano di Valentina: La mia mano? Sì, fece Noirtier.
La sua mano, ripeterono tutti gli assistenti.
Ah! signore, vedete bene che tutto è inutile, e che il mio povero padre è pazzo, disse Villefort.
Oh! gridò d'improvviso Valentina, ora capisco; il mio matrimonio, nonno, n'è vero?
Sì, sì, sì, ripetè tre volte il paralitico vibrando un baleno ogni volta che si rialzavano le sue palpebre.
Tu sei in collera pel mio matrimonio, n'è vero? Sì.
Ma ciò è assurdo, disse Villefort.
Perdono, signore, disse il notaro, tutto ciò al contrario è molto ragionato, e mi sembra che si colleghi perfettamente a quanto si sta facendo.
Tu non vuoi ch'io sposi il signor Franz d'Épinay?
No, non voglio, espresse l'occhio del vecchio.
E diseredate vostra nipote, disse il notaro, perchè fa un matrimonio che non è di vostro genio?
Sì, rispose Noirtier. Di modo che senza di questo matrimonio sarebbe vostra erede? Sì. Un profondo silenzio si sparse allora in quelli che circondavano il vecchio. I due notari si consultavano. Valentina con le mani incrociate, guardava suo nonno con un sorriso riconoscente. Villefort si mordeva le sottili sue labbra: la signora de Villefort non poteva reprimere un sentimento di gioia, che suo malgrado le si spandeva sul viso. Ma, disse finalmente Villefort rompendo pel primo questo silenzio, mi sembra che io sia il solo giudice delle convenienze che stanno in favore di questa unione, il solo padrone della mano di mia figlia; voglio che sposi il signor Franz d'Épinay, e lo sposerà. Valentina cadde piangendo sopra una sedia. Signore, disse il notaro indirizzandosi al vecchio, che contate di fare dei vostri capitali nel caso che madamigella Valentina sposi il signor Franz?
Il vecchio rimase immobile. Ciò non pertanto volete disporne? Sì, fece Noirtier. In favore di qualcuno della vostra famiglia? No. In favore dei poveri allora? Sì.
Ma, disse il notaro, sapete che la legge si oppone che vengano interamente spogliati i vostri figli?
Sì. Dunque non disponete che della parte che la legge vi autorizza a distrarre. Noirtier restò immobile.
Continuate a voler disporre di tutto? Sì. Ma dopo la vostra morte verrà attaccato il vostro testamento.
No. Mio padre mi conosce, disse Villefort, sa che la sua volontà sarà sacra per me; d'altra parte comprende che nella mia posizione, non posso muovere lite contro i poveri.
L'occhio di Noirtier espresse il trionfo.
Che risolvete, signore? domandò il notaro a Villefort.
Niente! questa è una risoluzione presa nello spirito di mio padre, ed io so che mio padre non cambia le sue risoluzioni. Dunque mi rassegno. Questi 900 mila franchi usciranno dalla famiglia per arricchir gli ospedali; ma non cederò al capriccio del vecchio, ed oprerò a seconda della mia coscienza. E Villefort si ritirò colla moglie lasciando suo padre libero di testare come più gli aggradiva. Nello stesso giorno fu fatto il testamento, furono ritrovati i testimoni, fu approvato dal vecchio, chiuso alla loro presenza e deposto presso Descamps il notaro della famiglia.
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Capitolo 59. IL TELEGRAFO.
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I coniugi Villefort rientrando nel loro appartamento, seppero che il conte di Monte-Cristo essendo venuto a far loro una visita era stato introdotto nel salotto ove li aspettava. La signora de Villefort troppo commossa per essere in istato di potere sì tosto entrare, passò per la sua camera da letto, mentre che il procuratore del Re più padrone di sè stesso si avanzò direttamente verso il salotto. Ma per quanto sapesse dominare le sue sensazioni, per quanto cercasse ricomporre il viso, Villefort non potè allontanare tanto bene la nube dalla sua fronte, che al conte, il cui sorriso brillava raggiante, non dinotasse quell'aria tetra e cogitabonda.
Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo dopo i primi complimenti; che avete dunque signor de Villefort? sono forse giunto in un momento in cui stavate sostenendo qualche accusa un poco troppo capitale?
Villefort tentò di ridere: No, signor conte, disse, qui non vi è altra vittima fuori di me, sono io che perdo la causa, ed il caso, l'ostinazione, la pazzia han vibrata la sentenza.
Che intendete di dire? domandò Monte-Cristo con un interessamento benissimo dissimulato. Vi è forse accaduto in realtà qualche grave disgrazia?
Oh! signor conte, disse Villefort con una calma piena d'amarezza; ciò non vale neppur la pena di parlarne; quasi niente, una semplice perdita di denaro.
In fatto, rispose Monte-Cristo, una perdita di danari è poca cosa per chi goda una fortuna come la vostra, ed uno spirito filosofico ed elevato come il vostro.
Per cui, rispose Villefort, non è la perdita del danaro che m'inquieta, quantunque 900 mila franchi possono ben valere un dispiacere, ma mi risento particolarmente di questa disposizione della sorte, del caso, della fatalità, non so come nominare la potenza che dirige il colpo che mi percuote, che rovescia le mie speranze di fortuna, e distrugge quasi l'avvenire di mia figlia, pel capriccio di un vecchio ricaduto nella infanzia.
Eh! mio Dio! ma che cosa è dunque? gridò il conte, 900 mila franchi avete detto? ma in verità questa somma merita, che se ne affligga anche un filosofo. E chi vi procura questo dispiacere?
Mio padre di cui vi ho parlato.
Il signor Noirtier? Davvero? Non mi diceste che era colpito interamente dalla paralisi, e che tutte le sue facoltà erano annichilite?
Sì, le sue facoltà fisiche, perchè non può nè muoversi nè parlare, con tutto ciò però pensa, vuole, opera come vedete. L'ho lasciato da cinque minuti ed in questo momento è occupato a dettare un testamento a due notari.
Ma allora dunque ha parlato?
Fa di più, si fa capire.
Ed in che modo?
Per mezzo dello sguardo, i suoi occhi hanno continuato a vivere, e come vedete essi uccidono.
Amico, disse la signora de Villefort, che entrava in quel punto, forse voi esagerate la vostra situazione.
Signora... disse il conte inchinandosi.
La signora de Villefort lo salutò col più grazioso sorriso.
Ma che cosa dunque mi racconta il signor de Villefort? domandò Monte-Cristo, e quale disgrazia incomprensibile?...
Incomprensibile, questa per l'appunto è la vera parola; riprese il procuratore del Re alzando le spalle, un capriccio da vecchio.
E non vi è modo di farlo smettere dalla sua risoluzione?
Vi sarebbe, disse la signora de Villefort, e dipende anzi da mio marito, che questo testamento, invece di essere fatto a danno di Valentina, sia fatto in favore di lei.
Il conte accorgendosi che i due sposi cominciavano a parlarsi con parabole, assunse l'apparenza dell'uomo distratto, e guardò colla più profonda attenzione, e colla più manifesta approvazione Edoardo che versava dell'inchiostro nei beveratoi degli uccelli. Mia cara, disse Villefort rispondendo a sua moglie, sapete che amo poco l'assumere il tuono patriarcale in casa mia, e che non ho mai creduto che i destini dell'universo dipendessero da un mio movimento di capo. Ciò non pertanto è necessario che le mie risoluzioni vengano rispettate in casa mia, e che la follia di un vecchio ed il capriccio di una fanciulla non rovescino un disegno stabilito nel mio spirito da molti anni. Il barone d'Épinay era mio amico, lo sapete, ed una alleanza con suo figlio era conveniente.
Credete, disse la signora de Villefort, che Valentina sia d'accordo con lui?... in fatto... ella è sempre stata contraria a questo matrimonio, e non sarei maravigliata che tutto ciò che abbiamo veduto ed inteso, non sia che l'esecuzione di un disegno concertato fra loro.
Signora, disse Villefort, non si rinunzia così, credetemi, ad una fortuna di 900 mila franchi
Ella rinunciava ancora al mondo, signore, poichè un anno fa voleva entrare in un monastero.
Ebbene, io vi dico che questo matrimonio deve farsi.
Ad onta della volontà di vostro padre? disse la signora de Villefort toccando così un'altra corda, ciò è ben grave!
Monte-Cristo faceva sembiante di non ascoltare, e non perdeva neppure una parola di ciò che dicevano.
N'importa, riprese Villefort, e posso dire che ho sempre rispettato mio padre, perchè al sentimento naturale della discendenza si univa in me la conoscenza della sua superiorità morale, perchè infine un padre è sempre sacro per due titoli, sacro come nostro autore, sacro come nostro padrone; ma oggi devo rinunziare a riconoscere una intelligenza in un vecchio che, per una semplice memoria di odio contro il padre, perseguita il figlio in tal modo; sarebbe dunque ridicolo in me conformare la mia condotta ai suoi capricci: continuerò ad avere il più gran rispetto pel signor Noirtier; soffrirò senza lamentarmene la punizione pecuniaria che m'infligge; ma resterò irremovibile nella mia volontà ed il mondo giudicherà da qual lato sia la vera ragione. In conseguenza, mariterò mia figlia al barone Franz d'Épinay, perchè questo matrimonio è, a mio avviso, buono ed onorevole, e perchè in fine voglio maritare mia figlia a chi più mi piace.
E che! disse il conte, del quale il procuratore del Re aveva costantemente sollecitata l'approvazione collo sguardo; e che! il signor Noirtier disereda madamigella Valentina perchè sta per isposare il barone Franz d'Épinay?
Eh! mio Dio! sì o signore; ecco la ragione, disse Villefort stringendosi nelle spalle.
La ragione visibile, almeno, soggiunse la signora de Villefort.
La vera ragione, credetemi, io conosco mio padre.
E come si capisce? rispose la giovane sposa. In che il signor d'Épinay può dispiacer più di un altro al signor Noirtier?
In fatto, disse il conte, io ho conosciuto il signor Franz d'Épinay; il figlio del generale Quesnel, n'è vero, fatto barone d'Épinay dal re Luigi Diciottesimo?
Precisamente, rispose Villefort.
Ebbene! ma egli è un giovine grazioso, mi sembra.
Per cui non è che un pretesto, ne sono certa, disse la signora de Villefort; i vecchi sono tiranni nelle loro affezioni: il signor Noirtier non vuole che sua nipote si mariti.
Ma, disse Monte-Cristo, non conoscete la causa di quest'odio?
Eh! mio Dio! chi può saperla?...
Forse qualche antipatia politica...
Di fatto mio padre ed il padre d'Épinay hanno vissuto nei tempi burrascosi, dei quali non ho veduto che gli ultimi giorni, disse Villefort.
Vostro padre non era bonapartista? domandò Monte-Cristo. Mi sembra ricordarmi che mi avete detto qualche cosa su ciò.
Mio padre prima d'ogni altra cosa è stato Giacobino, trasportato dalla emozione fuori dai confini della prudenza, e la toga da senatore che Napoleone gli aveva gettata sulle spalle, non faceva che mascherare l'uomo vecchio, senza averlo cambiato. Quando mio padre cospirava, non era per l'imperatore, era contro i Borboni, perchè egli non ha mai combattuto per le utopie non realizzabili, ma per le cose possibili, ed ha applicato alla riuscita di queste cose possibili le terribili teorie di Montaigne che non indietreggiava davanti a qualunque ostacolo.
Ebbene! disse Monte-Cristo, il signor Noirtier ed il signor d'Épinay si saranno incontrati sul campo della politica, il signor d'Épinay, quantunque avesse servito sotto Napoleone, avrebbe forse conservato nel fondo del cuore qualche sentimento realista? e non è lo stesso che fu assassinato uscendo da un club napoleonico, ov'era stato attirato nella speranza di ritrovarvi un fratello?
Villefort guardò il conte quasi con terrore.
M'inganno forse? domandò Monte-Cristo.
No, signore, disse la signora de Villefort, anzi è precisamente così; ed appunto per quanto avete detto, e per vedere estinti questi odii antichi, il signor de Villefort aveva avuta l'idea di fare amare i figli dei padri che si erano odiati.
Idea sublime! idea piena di carità, ed alla quale tutto il mondo deve applaudire. In fatto, sarà bello il sentire madamigella Noirtier de Villefort chiamarsi la signora Franz d'Épinay.
Villefort rabbrividì, e guardò Monte-Cristo come se avesse voluto leggere nel fondo del cuore con quale intenzione avesse pronunciate queste parole. Ma il conte conservò il benevolo sorriso impresso sulle sue labbra, ed ancor questa volta, ad onta della penetrazione del suo sguardo, il procuratore del Re non vide al di là dell'epidermide...
Perciò, riprese Villefort, quantunque sia una gran disgrazia per Valentina di perdere le ricchezze di suo nonno, penso che il matrimonio non verrà meno per questo; io non credo che il signor d'Épinay indietreggi in faccia di questo scacco pecuniario; vedrà che io valgo forse più della somma, io che la sacrifico al desiderio di mantenere la mia parola. Calcolerà inoltre che Valentina è ricca anche coi soli beni di sua madre amministrati dal signor e dalla signora di Saint-Méran, suoi avi materni che la prediligono con tutta la tenerezza.
E che meritano bene di essere amati al modo che Valentina ha fatto col signor Noirtier, disse la signora de Villefort; d'altra parte essi verranno a Parigi fra un mese al più, e Valentina, sarà dispensata dal seppellirsi come ha fatto fin qui presso il signor Noirtier. Il conte ascoltava con compiacenza la voce discordante di questi amor-propri feriti, e di questi interessi falliti. Ma mi sembra, disse dopo un momento di silenzio, e vi chiedo prima perdono di ciò che sono per dirvi; mi sembra che se il signor Noirtier disereda madamigella de Villefort, colpevole di volersi maritare con un giovine di cui egli detesta il padre, non ha lo stesso da rimproverare a questo caro Edoardo.
N'è vero, gridò la signora de Villefort con una intonazione impossibile a descriversi, che questa è una odiosa ingiustizia? Questo povero Edoardo è nipote del signor Noirtier egualmente che Valentina, e ciò non ostante se Valentina non avesse dovuto sposare il signor Franz, il signor Noirtier le lasciava tutti i suoi beni; e per sopra più, Edoardo porta il nome della famiglia, e ciò non impedirebbe, quando anche Valentina venisse diseredata dal nonno, che ella fosse sempre tre volte più ricca di lui.
Lanciato questo colpo, il conte ascoltò, ma non parlò più.
Basta, riprese Villefort, basta, signor conte, cessiamo, vi prego, d'intrattenerci di queste miserie di famiglia; sì è vero, la mia fortuna andrà ad ingrossare le rendite dei poveri, che in oggi sono i veri ricchi. Sì, mio padre mi avrà privato di una legittima speranza e senza una ragione; ma io avrò operato da uomo di sentimento, da uomo di cuore. Il signor d'Épinay al quale avevo promesso la rendita di questa somma, la riceverà, dovessi ancora impormi le più crudeli privazioni.
Però, riprese la signora de Villefort, ritornando alla sola idea che mormorava senza posa in suo cuore, sarebbe forse stato meglio il confidare questa disavventura al signor d'Épinay, e ch'egli stesso ritirasse la sua parola.
Oh! sarebbe una gran disgrazia! gridò Villefort.
Una gran disgrazia? ripetè Monte-Cristo.
Senza dubbio, riprese Villefort raddolcendosi; un matrimonio fallito, anche per causa d'interesse, è sempre sfavorevole per una giovanetta; poi, antiche voci ch'io voleva estinguere, riprenderebbero consistenza. Ma no, non sarà niente; il signor d'Épinay, se è un onest'uomo, si ritroverà ancor più impegnato dopo che Valentina è stata diseredata, di quel che lo era prima, altrimenti egli oprerebbe col semplice scopo dell'avarizia; no, questo è impossibile.
Io la penso come il signor de Villefort, disse Monte-Cristo fissando lo sguardo sopra la signora de Villefort; e se io fossi abbastanza fra il numero dei suoi amici, per permettermi di dargli un consiglio, lo inviterei, (poichè il signor d'Épinay sarà in breve di ritorno per quanto almeno mi è stato detto) ad annodare l'affare così strettamente, che non si possa più sciogliere; impegnerei finalmente una partita, la cui riuscita dev'essere tanto onorevole pel signor de Villefort.
Quest'ultimo si alzò, trasportato da una gioia visibile, mentre che sua moglie impallidiva leggermente.
Bene, diss'egli, ecco ciò ch'io domandava, ed io mi prevarrò dell'opinione di un consigliere come siete voi, disse stendendo la mano a Monte-Cristo. Per tal modo adunque, che tutti qui considerino quel che oggi è accaduto come non avvenuto; nulla v'è di cambiato nei miei disegni.
Signore, disse il conte, il mondo, per quanto sia ingiusto, vi saprà grado della vostra risoluzione; i vostri amici ne saranno orgogliosi; ed il signor d'Épinay, dovesse ancora sposare madamigella Valentina senza dote, ciò che non potrà essere, sarà superbo di potere entrare in una famiglia ove si sa innalzarsi all'altezza di simili sacrifici per mantenere la parola data. Dicendo queste parole il conte s'era alzato e si disponeva a partire.
Voi ci lasciate, signor conte? disse la signora de Villefort.
Vi sono costretto, signora, io veniva soltanto a rammentarvi la vostra promessa per sabato.
Temevate che la dimenticassimo?
Siete troppo buona, ma il signor de Villefort ha occupazioni sì gravi, e qualche volta sì urgenti...
Mio marito ha data la sua parola, signore, disse la giovane sposa; ed avete veduto che la mantiene quand'anche vi è da perdere tutto, a più forte ragione quando vi è tutto da guadagnare.
La riunione ha luogo alla vostra casa dei Campi-Elisi?
No disse Monte-Cristo, e ciò renderà il vostro sacrificio anche più meritorio, è in campagna.
In campagna? Sì. E dov'è? vicino a Parigi?
Alle porte, ad una mezza lega dalla barriera, ad Auteuil.
Ad Auteuil! gridò Villefort. Ah! è vero, la signora mi disse che abitavate ad Auteuil, poichè nella vostra casa la trasportarono. E in qual posizione d'Auteuil?
Strada della Fontana.
Strada della Fontana! riprese Villefort con voce strangolata; ed a qual numero? Al numero 28.
Ma fu dunque venduta a voi la casa del signor di Saint-Méran?
Del signor di Saint-Méran? domandò Monte-Cristo. Questa casa apparteneva dunque al signor di Saint-Méran?
Sì, rispose la signora de Villefort; e credereste una cosa?
Quale? Voi trovate bella questa casa, n'è vero?
Graziosa.
Ebbene! mio marito non ha voluto mai abitarla.
Oh! riprese Monte-Cristo, questa in verità è una prevenzione di cui non mi saprei render conto.
Non mi piace Auteuil, signore, rispose il procuratore del Re facendo uno sforzo sopra sè stesso.
Ma non sarò tanto disgraziato, spero, disse con inquietudine Monte-Cristo, perchè quest'antipatia mi privi del bene di ricevervi?
No, credetemi farò tutto ciò che potrò, balbettò Villefort.
Oh! rispose Monte-Cristo, non ammetto scuse. Sabato alle sei vi aspetto, e se non verrete, crederò che so io? che su questa casa disabitata graviti da vent'anni qualche lugubre tradizione, qualche sanguinosa leggenda.
Vi verrò, signor conte, disse vivamente Villefort.
Grazie, disse Monte-Cristo. Ora bisogna che mi permettiate di prendere congedo da voi.
In fatto avevate detto di essere costretto a lasciarci, signor conte, disse la signora de Villefort, e voi ci dicevate, voler fare ancora qualche cosa, quando siete stato interrotto per passare ad un'altra idea.
In verità signora, disse Monte-Cristo, non so se oserò di dirvi ove vado. Bah! dite pure.
Io vado, da vero allocco che sono, a visitare una cosa che spesso mi ha tenuto distratto per delle ore intere.
Quale?
Un telegrafo: ecco la parola lanciata.
Un telegrafo? ripetè la signora de Villefort.
Eh! mio Dio, sì, un telegrafo. Ho veduto qualche volta in capo di una strada sopra un poggio, un giorno di bel sole, innalzarsi queste braccia nere e snodate, simili alle zampe di una immensa coleoptra, e ciò non fu mai senza emozione, ve lo giuro, perchè pensava che questi segni bizzarri fendendo l'aria con precisione, e portando a trecento leghe la volontà sconosciuta di un uomo assiso ad una tavola ad un altr'uomo assiso all'estremità della linea davanti ad un'altra tavola, si disegnavano o sul grigio della nuvola, o sull'azzurro dei cieli per la sola forza del volere di questo capo possente. Allora io credeva ai geni, alle silfidi, ai folletti, infine a tutti i poteri occulti, e rideva. Ora, non mi era mai venuta la volontà di vedere da vicino questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre, perchè temeva di ritrovare sotto le loro ali di pietra il piccolo genio umano, ben saputo, bene imburrato di scienza, di cabala, o di cancelleria. Ma ecco che un bel mattino intesi che il motore di ciascun telegrafo era un povero diavolo d'impiegato a 1200 franchi l'anno, occupato tutto il giorno a guardare, non il cielo come l'astronomo, non l'acqua come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vòto; ma invece l'insetto dal ventre bianco e dalle zampe nere, suo corrispondente, situato 4, o 5 leghe lontano da lui. Allora mi son sentito prendere da un desiderio curioso di vedere da vicino questa crisalide vivente, e di assistere alla commedia che dal fondo della sua buccia ella dà all'altra crisalide tirandogli uno dopo gli altri alcuni capi della cordicella.
E voi volete andare là? Sì, vi vado.
A qual telegrafo? a quello del ministero dell'Interno, o a quello dell'osservatorio?
Oh! no, troverei là delle persone che vorrebbero costringermi ad imparare delle cose che desidero ignorare, e che mi spiegherebbero contro mia voglia un mistero che essi non conoscono. Diavolo, voglio conservare quelle illusioni che ho sugl'insetti; è ben molto che abbia perduto quelle che avevo sugli uomini. Non andrò dunque, nè al telegrafo del ministero dell'Interno, nè a quello dell'osservatorio. Ciò che mi abbisogna, è il telegrafo in piena campagna per ritrovarvi il solo buon uomo petrificato nella sua torre.
Siete un singolar gran signore, disse Villefort.
Qual linea mi consigliate di studiare?
Quella che in oggi è la più occupata.
Bene! quella di Spagna dunque?
Precisamente. Volete una lettera del ministero perchè vi facciano delle spiegazioni?...
Ma no, disse Monte-Cristo, poichè vi dico che al contrario io non ci voglio capir niente. Dal momento in cui capissi qualche cosa, non vi sarebbe più telegrafo, non vi sarebbe più che un segno del signor Duchâtel, o del signor Montalivet trasmessi al prefetto di Baiona, travestiti in due parole greche: téle, graphéin. È la bestia dalle zampe nere, la parola misteriosa che io voglio conservare in tutta la sua purezza ed in tutta la mia venerazione.
Andate dunque, perchè fra due ore sarà notte, e voi allora non vedreste più niente.
Diavolo! voi mi spaventate! qual è il più vicino?
Sulla strada di Baiona?
Sì, sia sulla strada di Baiona!
È quello di Chàtillon.
E dopo quello di Chàtillon?
Quello della torre Montlhéry, io credo.
Grazie! a rivederci! sabato io vi racconterò le mie impressioni.
Alla porta il conte s'incontrò coi due notari che avevano diseredata Valentina, e che si ritiravano incantati di aver fatto un atto che avrebbe certamente procurato loro un grande onore.
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Capitolo 60. MEZZO DI LIBERARE UN GIARDINIERE DAI GHIRI CHE GLI MANGIANO LE PESCHE.
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Non nella stessa sera come aveva detto, ma la dimane mattina, il conte di Monte-Cristo uscì dalla barriera d'Enfer, prese la strada di Orléans, oltrepassò il villaggio di Linas senza fermarsi al telegrafo, che, precisamente al momento in cui il conte passava, faceva muovere le sue lunghe braccia scarne, e raggiunse la torre di Montlhéry situata come ognun sa, sul punto più elevato della pianura che porta questo nome. A piè della collina il conte discese di carrozza, e per un piccolo sentiero circolare, largo da 15 a 20 pollici, cominciò a salire la montagna; giunto alla sommità si trovò fermato da una siepe sulla quale alcune frutta verdi erano succedute ai fiori color di rosa e bianchi.
Monte-Cristo cercò la porta del piccolo recinto, e non istette molto a trovarla. Era un piccolo cancello di legno che girava su gangheri di giunco, e si chiudeva con un chiodo ed una funicella. In un momento il conte fu al caso di conoscere il meccanismo, e la porta fu aperta. Si trovò allora in un piccolo giardino di circa 20 piedi di lunghezza, 12 di larghezza, limitato da una parte dalla siepe nella quale era unito il meccanismo ingegnoso che abbiam descritto sotto nome di cancello, e dall'altra dalla vecchia torre tutta ricoperta di ellera, e disseminata di garofani ed altri fiori. Non si sarebbe detto, vedendola così guernita e fiorita (come una bisavola cui i piccoli nipoti augurino il giorno della sua festa) che essa potesse raccontare dei drammi assai terribili, se aggiungesse una voce alle orecchie minaccevoli che un vecchio proverbio attribuisce alle muraglie.
Si percorreva questo giardino lungo un piccolo viale ricoperto di sabbia rossa, sul quale sporgevano, con un tuono che avrebbe rallegrato l'occhio di Delacroix, nostro Rubens moderno, un contorno di bue grasso, vecchio di molti anni. Questo viale aveva la forma di un 8, e girava innalzandosi, in modo da poter fare una passeggiata di 60 piedi in un giardino lungo 20. Giammai Flora, la ridente e fresca dea dei giardinieri latini, non era stata onorata da un culto così minuzioso, e così puro quanto quello che le veniva reso in questo piccolo recinto.
Infatto dei 25 rosai che componevano il giardino, non una foglia portava la traccia della mosca, non un piccolo stelo di grancigna verde che isterilisce e consuma le piante che crescono a lei vicino. Non mancava umidità a questo giardino, la terra nera come la mota e l'opacità del fogliame degli alberi lo dicevano abbastanza; d'altra parte l'umidità artificiale avrebbe prontamente supplito alla naturale, mercè il foro pieno d'acqua scavato in un angolo del giardino, e nel quale stazionavano sopra un panno verde una rana ed un rospo che, per l'incompatibilità senza dubbio dei loro umori si voltavano sempre, e si mantenevano ai due punti opposti del circolo coi loro dorsi voltati l'un contro l'altro.
Non un'erba nei viali, non una pianta parassita vicino alle piante; una piccola donnicciuola pulisce, e monda con minor cura il suo girannio, il cactus, e gli altri fiori della sua giardiniera di porcellana di quel che non faceva il padrone fino allora invisibile del piccolo recinto.
Monte-Cristo si fermò dopo aver chiusa la porta aggrappando la cordicella al chiodo, e con uno sguardo abbracciò tutta la proprietà: Sembra, diss'egli, che l'uomo del telegrafo abbia dei giardinieri ad anno, o ch'egli si abbandoni appassionatamente all'agricoltura.
D'improvviso inciampò in qualche cosa nascosta dietro una carriola ripiena di foglie: questo qualche cosa si raddrizzò lasciando sfuggire un'esclamazione che dipingeva la sua meraviglia, e Monte-Cristo si trovò in faccia di un uomo di circa 50 anni che raccoglieva delle fragole cui situava sopra foglie di viti. Vi erano circa 12 foglie, e quasi altrettante fragole. Il buon uomo nel rialzarsi, per poco non lasciò cadere le fragole, le foglie, ed il piatto.
Fate la vostra raccolta, disse Monte-Cristo.
Perdono, rispose il buon uomo portando la mano alla berretta, non sono lassù, è vero, ma ne sono disceso in questo medesimo punto.
Non voglio incomodarvi per niente, raccogliete le vostre fragole se pur ve ne rimangono ancora.
Me ne rimangono ancora 10, disse l'uomo, perchè eccone qui 11, e ne aveva 21, 5 di più dell'anno scorso. Ma non è da meravigliarsi; quest'anno la primavera è stata calda, e ciò che abbisogna alle fragole, è il calore. Ecco perchè, invece di 16 che ne ebbi l'anno passato, in quest'anno ne ho, guardate, 12 di già raccolte, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.... ah! mio Dio! me ne mancano due, e v'erano ancor ieri, io ve le ho contate, ne sono sicuro... il figlio della madre Simona me le avrà rubate; io l'ho visto ronzare questa mattina. Ah! piccolo birbo di ladro di recinti, non sa dunque a che lo può condurre questo?
Infatto, è grave, ma voi farete la parte della gioventù del delinquente, e della sua ghiottoneria.
Certamente, disse il giardiniere; ciò non ostante non è cosa meno disaggradevole. Ma ancora una volta perdono, signore: è forse un mio superiore che ho fatto in tal modo aspettare? ed intanto esaminava con un sguardo timoroso il conte ed il suo abito blu.
Tranquillatevi, amico mio, disse il conte con quel sorriso ch'egli faceva a seconda della sua volontà tanto terribile e tanto benevolo, e che questa volta non esprimeva se non che la benevolenza: io non sono un vostro superiore che viene a fare una ispezione, ma un semplice viaggiatore condotto dalla curiosità, e che già comincia a rimproverarsi la sua visita, vedendo che vi fa perdere il vostro tempo.
Oh! il mio tempo non è caro, replicò il buon uomo con un sorriso di malinconia. Però è il tempo del governo, e non dovrei perderlo, ma ho ricevuto il segnale che mi annunziava di poter riposare un'ora, gettò uno sguardo sulla meridiana solare (perchè vi era tutto nel recinto della torre di Montlhéry, anche una meridiana solare) e voi lo vedete ho ancora dieci minuti di avanzo, poi le mie fragole erano mature, e un giorno di più... d'altra parte, lo credereste, signore, i ghiri le mangiano!
In fede mia, no, non l'avrei creduto, rispose gravemente Monte-Cristo; sono cattivi vicini, signore, i ghiri, per noi che non li mangiamo morti nel miele, come facevano i romani.
Ah! i romani li mangiavano? disse il giardiniere.
Io lessi ciò in Petronio, disse il conte.
Davvero non devono esser buoni, quantunque si dica: grasso come un ghiro. E non è maraviglioso, signore, che i ghiri siano grassi, atteso che dormono tutta la santa giornata, e non si svegliano che per rosicare tutta la notte. Osservate, l'anno passato aveva 4 albicocche, essi ne hanno consumato una; avevo una pesca, una sola, è vero che è un frutto raro; ebbene! l'hanno divorato per metà dalla parte del muro; una pesca superba, eccellente: non ne aveva mai mangiati dei migliori.
Voi l'avete mangiata? domandò Monte-Cristo.
Cioè la metà che restava, capirete bene; era squisita. Ah peccato! quei signori non scelgono il peggior boccone. Fanno come il figlio della madre Simona, egli non ha scelto le più cattive fragole! Ma quest'anno non andrà così, siate tranquillo, ciò non accadrà più, dovessi, quando i frutti sono per maturare, passare tutta la notte in sentinella.
Monte-Cristo ne aveva veduto abbastanza. Ciascun uomo ha la sua passione che lo rode internamente nel fondo del cuore, come ciascun frutto ha il suo verme; quello dell'uomo del telegrafo era l'orticoltura. Egli si mise a raccogliere le foglie di vite che nascondevano i grappoli al sole, ed in questo modo si conquistò il cuore del giardiniere.
Il signore è venuto per vedere il telegrafo? diss'egli.
Sì, se però non è proibito dai regolamenti.
Oh! non è proibito affatto, disse il giardiniere, atteso che non vi è niente di pericoloso, poichè nessuno sa, nè può sapere ciò che diciamo.
Mi è stato detto infatto, riprese il conte, che voi ripetete i segnali senza capirli voi stessi.
Certamente, e sono ben contento che sia così.
Perchè siete contento che sia così?
Perchè, in questo modo, non ho alcuna responsabilità, sono una macchina, e nient'altro, e purchè faccia le mie funzioni, non mi si domanda di più.
Diavolo! fece Monte-Cristo in sè stesso, sarei forse caduto per caso sopra un uomo senza ambizione, per bacco! sarebbe una disgrazia.
Signore, disse il giardiniere guardando la meridiana, i dieci minuti sono vicini a spirare, ed io ritorno al mio posto. Avete piacere a salir meco?
Vi seguo. Monte-Cristo entrò infatto nella torre divisa in tre piani; il piano terreno contava alcuni istromenti d'agricoltura, come zappe, rastrelliere, innaffiatoi attaccati al muro; e questo era tutto il mobilio. Il secondo era l'abitazione ordinaria, o piuttosto notturna dell'impiegato; conteneva alcuni poveri utensili d'uso, un letto, una tavola, due sedie, una fontana di pietra bigia, più alcune erbe secche attaccate al soffitto, e che il conte riconobbe per piselli da sementi, fagiolini di Spagna, dei quali il buon uomo conservava i grani nella sua scodella di cocco. Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste sementi, con quella cura che potrebbe fare il botanico del Giardino delle Piante.
Vi vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore? domandò Monte-Cristo.
Lo studio non è lungo, ma il soprannumerariato.
E quanto si riceve di paga? Mille franchi, signore.
Non è gran cosa. No, ma come vedete si ha l'alloggio. Monte-Cristo guardò la camera:
Purchè non si mettano pretensioni nell'alloggio.
Passarono al terzo piano; era la camera del telegrafo. Monte-Cristo guardò attorno attorno le due maniglie di ferro che servono a mettere in moto la macchina:
Ciò è molto importante, diss'egli, ma alla lunga questa è una vita che deve sembrare un po' insipida.
Sì, nel principio occasiona dei torcicolli per guardare, ma in capo ad un anno o due vi ci assuefacciamo; poi abbiamo le nostre ore di ricreazione, e i nostri giorni di congedo.
I vostri giorni di congedo? Sì. E quali?
Quelli in cui fa nebbia. Ah! è giusto.
Per me, quelli sono i miei giorni di festa; in quei giorni scendo nel giardino, e pianto, taglio, accomodo, lego, insomma il tempo passa.
Da quanto tempo siete qui?
Da dieci anni, e 5 di soprannumerario che fanno 15.
Quanti anni avete?... 55 anni.
Quanto tempo di servizio vi bisogna per aver la pensione? Oh! signore, 25 anni.
E quant'è questa pensione? Cento scudi.
Povera umanità! mormorò Monte-Cristo.
Come dite, signore?... domandò l'impiegato.
Dico che tutto ciò è importante. Che cosa?
Tutto ciò che mi mostrate... e non capite assolutamente niente dei vostri segni?
Assolutamente niente. Voi non avete mai provato a capirli? Mai; per che farne? Ciò non ostante vi sono dei segnali che s'indirizzano a voi particolarmente?
Senza dubbio. Questi li capirete?
Sì, sono sempre gli stessi. E dicono?...
Niente di nuovo... o voi avete un'ora... o a dimani.
Queste sono cose assolutamente indifferenti... Ma guardate, non vedete il vostro corrispondente che si mette in movimento? Ah! è vero, grazie, signore.
E che vi dice? è qualche cosa che capite?
Sì, mi domanda se sono in ordine. E voi gli rispondete?
Coi medesimi segnali, che nello stesso tempo che avvisano al mio corrispondente di destra che io sono in ordine, invitano pure il corrispondente di sinistra a tenersi anche egli preparato.
È molto ingegnoso, disse il conte. Starete a vedere, riprese con orgoglio il buon uomo, fra 5 minuti parlerà.
Allora io ho 5 minuti, disse Monte-Cristo, è più del tempo che mi abbisogna. Mio caro signore, disse egli, mi permettete di farvi una dimanda?
Dite Amate molto l'agricoltura? Con passione.
E sareste felice, se invece di avere una terrazza di 20 piedi, aveste un recinto di due iugeri?
Signore, ne farei un paradiso terrestre. Coi vostri mille franchi vivete male? Molto male, ma infine vivo. Sì, ma non avete che un miserabile giardino. Ah! è vero, il giardino non è grande. Ed anche, tale quale è, è popolato da ghiri che divorano tutto. Questo è il mio flagello.
Ditemi se aveste la disgrazia di voltare la testa quando il corrispondente di destra è in movimento? Io non lo vedrei. Allora che vi accadrebbe? Che non potrei ripetere i segnali. E dopo?... Mi accadrebbe che non avendoli ripetuti per negligenza sarei messo in multa. Di quanto? Di cento franchi Il decimo della vostra rendita. Ah!... fece l'impiegato. Ciò vi è mai accaduto? disse Monte-Cristo. Una sola volta, che potava un rosaio.
Bene; ora se vi avvisaste di cambiare un segnale, o di trasmetterne un altro? Allora è diverso, sarei licenziato, e perderei la pensione. Di 500 franchi? Cento scudi, sì, signore: così capirete bene che non lo farò mai.
Neppure per 15 anni della vostra paga? Vediamo, ciò merita riflessione, eh? Per 15 mila franchi? Signore, voi volete tentarmi Precisamente! 15 mila franchi Signore, lasciatemi guardare il mio corrispondente di destra!
Al contrario; non lo guardate, ma invece guardate qui.
Che cosa è questo? Come! non conoscete questi piccoli pezzi di carta? Biglietti di banca!
Quadrati; e sono 15. E per chi sono?
Per voi. Per me! gridò l'impiegato soffocato.
Oh! mio Dio! sì, vostri in piena proprietà.
Ecco il corrispondente di destra che si muove.
Lasciatelo muovere.
Mi avete distratto, e sono già in multa.
Questa vi costerà 100 franchi vedete bene che ora avete tutta la premura di prendere i 15 biglietti di banca.
Signore, il mio corrispondente di dritta s'impazienta e raddoppia i segnali. Lasciatelo fare e prendete.
Il conte mise l'involto nelle mani dell'impiegato.
Ora, ciò non è tutto, coi vostri 15 mila franchi non vivreste.
Avrò sempre il mio posto.
No, lo perderete; perchè ora farete un altro segno diverso da quello del vostro corrispondente.
Ah! signore, che mi proponete? Una fanciullaggine.
Signore, a meno che non vi sia costretto...
E conto bene di costringervi effettivamente. E Monte-Cristo cavò di saccoccia un altro mazzetto di biglietti. Ecco altri dieci mila franchi coi 15, che avete in saccoccia faranno 25 mila. Con 5 mila franchi comprerete una piccola casetta e due iugeri di terra, con gli altri 20 mila, vi farete una rendita di mille franchi
Un giardino di due iugeri? E mille franchi di rendita.
Mio Dio! mio Dio!
Ma prendete dunque! E Monte-Cristo mise per forza i dieci biglietti nella mano dell'impiegato.
Ma che devo io fare? Niente di difficile. Ma pure?
Ripetere i segni che qui vedete. Monte-Cristo cavò di saccoccia una carta su cui erano bene disegnati tre segnali coi numeri che indicavano l'ordine col quale dovevano essere fatti. E questo non sarà lungo, come vedete. Sì, ma..
Ciò è pel raccolto che avrete di pesche, e del resto...
Il pensiero del raccolto la vinse; rosso per la febbre, e sudando a grosse gocce, il buon uomo seguì l'uno dopo l'altro i tre segnali dati dal conte, ad onta delle spaventose dislocazioni del corrispondente di destra che, non comprendendo niente di questo cambiamento, cominciava a credere che l'uomo delle pesche fosse divenuto pazzo. In quanto al corrispondente di sinistra, ripetè coscienziosamente i medesimi segnali, che furono raccolti definitivamente dal ministero dell'Interno. Ora eccovi ricco, disse Monte-Cristo.
Sì, rispose l'impiegato, ma a qual prezzo?
Ascoltate, amico mio, disse Monte-Cristo; non voglio che abbiate rimorsi, credetemi dunque, non avete fatto torto ad alcuno, ed avete servito a giustissimi disegni.
L'impiegato guardava i biglietti di banca, li contava, li palpava; ora era pallido, ora rosso; finalmente si precipitò nella sua camera per bere un bicchier d'acqua, ma non ebbe forza di giungere fino alla fontana, e svenne in mezzo ai fagiuoli secchi. Cinque minuti dopo che la notizia telegrafica giunse al ministero, Debray fece attaccare i cavalli al suo coupé e corse all'abitazione di Danglars:
Vostro marito ha delle polizze del prestito spagnuolo? diss'egli alla baronessa.
Lo credo bene! ne ha per sei milioni.
Ch'egli le venda subito a qualunque prezzo si sia.
E perchè questo? Perchè Carlo si è salvato da Bourges ed è rientrato in Spagna. E come lo sapete? Per bacco! disse Debray stringendosi nelle spalle, come so le notizie?
La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito, il quale recossi subito dal suo agente di cambio, e gli ordinò di vendere a qualunque prezzo. Quando fu veduto che Danglars vendeva, si abbassarono subito i fondi spagnuoli. Danglars vi perdè 500 mila franchi, ma si spacciò di tutte queste polizze.
La sera si lesse nel Messager il seguente dispaccio telegrafico.
«Il re Don Carlo è sfuggito alla sorveglianza che si esercitava su di lui a Bourges, ed è rientrato in Spagna dalla frontiera della Catalogna. Barcellona si è sollevata in suo favore.»
In tutta la serata non vi fu altro discorso che della previdenza di Danglars che aveva vendute le sue polizze, e della fortuna dell'usuraio che non perdeva che soli 500 mila franchi sotto un bel colpo. Quelli che avevano conservato le loro polizze o le avevano comprate da Danglars, si ritennero rovinati, e passarono una cattiva notte.
La dimane si lesse nel Moniteur:
«Senza alcun fondamento il Messager ha ieri annunziato la fuga di don Carlo e la rivolta di Barcellona.
«Il re don Carlo non ha lasciato Bourges, e la Penisola gode la più profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, male interpretato a causa della nebbia, ha causato questo errore.»
I fondi risalirono di una cifra doppia di quella da cui erano discesi. Ciò produsse, fra la perdita e la mancanza del guadagno, la differenza di un milione per Danglars.
Buono! disse Monte-Cristo a Morrel, che si trovava da lui al momento in cui venne annunziato questo strano rovescio di borsa, di cui Danglars era stato la vittima. Con 25 mila franchi ho fatto una scoperta che avrei pagata cento mila.
Che avete dunque scoperto? domandò Massimiliano.
Ho scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli mangiavano le pesche.
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Capitolo 61. I FANTASMI.
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A prima vista, ed esaminata dal di fuori, la casa d'Auteuil nulla aveva di splendido, nè di tutto ciò che avrebbe potuto aspettarsi da una casa deputata ad abitazione del magnifico conte di Monte-Cristo; ma questa semplicità dipendeva dalla volontà del padrone, che aveva positivamente ordinato che nulla fosse cambiato all'esterno; e per convincersene non vi era di bisogno che penetrare nell'interno. Di fatto appena la porta era aperta, lo spettacolo cambiava.
Bertuccio aveva oltrepassato sè stesso pel gusto del mobilio, e la rapidità della esecuzione: come in altri tempi il duca d'Antin aveva fatto abbattere in una notte un viale di alberi che incomodava la vista di Luigi Quattordicesimo, così in tre giorni Bertuccio aveva fatto piantare nel cortile interamente nudo, dei bei pioppi e dei sicomori, fatti trasportare colle loro enormi masse di radici, che ombreggiavano la facciata principale della casa, davanti la quale, invece del selciato, mezzo guastato dall'erba, si stendeva un prato di zolle, la cui verde crosta era stata posta quella stessa mattina, e formava un vasto tappeto ove brillavano ancora le gocce di acqua di cui era stato innaffiato.
Del rimanente gli ordini emanavano dal conte; egli stesso aveva rimesso a Bertuccio un disegno ov'erano indicati il numero delle piante ed il posto ove dovevano essere situate, la forma e lo spazio del prato che dovevano sostituire il selciato. Veduta così, la casa era divenuta irriconoscibile; e Bertuccio stesso protestava che non la riconoscerebbe più, circondata com'era dal suo quadro di verdura.
L'intendente non sarebbe stato mal contento, da che vi era, di far soffrire pur qualche cambiamento al giardino, ma il conte aveva positivamente proibito che si toccasse. Bertuccio se ne risarcì col far ricolmare di fiori le anticamere, le scale, e i caminetti.
Ciò che annunziava l'estrema abilità dell'intendente e la profonda scienza del padrone, l'uno nel servire, l'altro nel farsi servire, si era che questa casa, deserta da vent'anni, così cupa e trista anche il giorno innanzi, tutta impregnata di quel disgustoso odore del tempo, aveva preso in un giorno, coll'aspetto della vita, i profumi che preferiva il padrone, e perfino il grado della sua luce favorita; era che il conte giungendo, avrebbe sotto i suoi occhi i quadri che preferiva, nelle anticamere i cani di cui amava le carezze, gli uccelli di cui amava il canto; si era che tutta questa casa, risvegliata dal suo lungo sonno come il palazzo della Bella del bosco dormente, viveva, cantava, si rallegrava, a guisa di quelle case che noi abbiamo lungamente predilette, e nelle quali, quando per disgrazia le abbandoniamo, vi lasciamo una metà dell'anima nostra. I domestici andavano e venivano allegri in quella bella corte; gli uni possessori delle cucine, e scorrendo come se avessero sempre abitata questa casa, sopra scale restaurate il giorno innanzi; gli altri popolavano le rimesse, ove le carrozze, numerate e fissate, sembravano installate da 50 anni, e le scuderie ove i cavalli schierati alle rastrelliere rispondevano col loro nitrito ai palafrenieri che parlavano ad essi infinitamente con maggior rispetto di quello che molti domestici parlino coi loro padroni. La biblioteca era distribuita in due scansie, alle due pareti laterali di una camera, e conteneva circa due mila volumi: tutto un compartimento era destinato ai romanzi moderni, e quello che aveva veduta la luce il giorno innanzi, era già collocato al suo posto, pavoneggiandosi nella sua legatura rossa e oro. Dall'altra parte della casa, e facendo simmetria alla biblioteca, v'era la stufa, ripiena di piante rare che si rallegravano di trovarsi in gran vasi del Giappone, e in mezzo ad essa, meraviglia ad un tempo degli occhi e dell'odorato, un bigliardo che si sarebbe detto abbandonato da meno d'un'ora dai giuocatori, che avevano lasciato morire i birilli sul tappeto. Una sola camera era stata rispettata dal magnifico Bertuccio. Davanti ad essa, situata all'angolo del primo piano, ed a cui si poteva salire dalla scala maggiore, e discendere dalla scala segreta, i domestici passavano con curiosità, e Bertuccio con terrore.
Il conte arrivò alle cinque precise, seguito da Alì, davanti alla casa d'Auteuil. Bertuccio aspettava quest'arrivo, con una impazienza mista ad inquietudine, egli sperava qualche congratulazione di approvazione, mentre ne temeva l'aggrottamento delle sopracciglia.
Monte-Cristo disceso nel cortile, percorse tutta la casa, e fece un giro nel giardino, silenzioso, e senza dare il minimo segno nè di approvazione nè di mal contento.
Soltanto entrando nella sua camera da dormire, situata dalla parte opposta della camera chiusa, stese la mano al cassetto di un piccolo mobile di legno rosa, che aveva già osservato nel primo viaggio.
Questo non può servire, diss'egli, che a mettervi dei guanti.
Infatto, eccellenza, rispose tutto contento Bertuccio, aprite e vi troverete dei guanti. Negli altri mobili ancora, il conte ritrovò quello che contava di ritrovarvi, bottiglie, sigari, bigiotterie ecc. Bene! diss'egli ancora.
E Bertuccio si ritirò coll'anima trasportata, tanto era grande, potente, e reale l'influenza di quest'uomo su tutto ciò che lo circondava. Alle sei precise s'intese scalpitare un cavallo davanti alla porta di ingresso. Era il nostro capitano dei Spahis che giungeva sopra Médéah.
Monte-Cristo l'aspettava nel vestibolo col sorriso sulle labbra.
Eccomi pel primo, ne sono ben sicuro, gridò Morrel; l'ho fatto espressamente per avervi un momento tutto a me solo, prima degli altri. Giulia, ed Emmanuele vi dicono milioni di cose. Ah! sapete che questo luogo è magnifico? ditemi, conte, i vostri domestici avranno cura del mio cavallo?
Siatene tranquillo, essi se ne intendono.
Ha bisogno di essere ben bene strofinato, se sapeste di che passo è venuto! è una vera tromba.
Diavolo! lo credo bene, un cavallo di 5 mila franchi! disse Monte-Cristo col tuono di un padre che parli a suo figlio.
Vi rincrescono? disse Morrel con un franco sorriso.
Io! Dio me ne guardi! rispose il conte, mi spiacerebbe soltanto che il cavallo non fosse buono.
È tanto buono, mio caro conte, che Château-Renaud, l'uomo più intelligente di cavalli di tutta la Francia, e Debray, che monta i cavalli arabi del ministero, corrono dietro a me in questo momento, e sono un poco indietro, come vedete, ed essi sono seguiti dai cavalli della baronessa Danglars, che vanno di un trotto da poter fare almeno sei leghe l'ora.
Dunque saranno vicini? domandò Monte-Cristo.
A voi, eccoli. Infatto nello stesso momento un coupé con due cavalli tutti fumanti, e due cavalli da sella anelanti giunsero al cancello della casa, che si aprì davanti a loro; subito dopo il coupé descrisse il suo mezzo cerchio, e venne a fermarsi davanti alla gradinata seguito dai due cavalieri.
In un punto Debray mise il piede a terra, e si trovò allo sportello. Offrì la mano alla baronessa, che nel discendere gli fece un gesto impercettibile a tutti, meno che a Monte-Cristo che nulla perdè di vista; e in questo gesto vide rilucere un piccolo biglietto bianco tanto impercettibile, quanto il gesto, che passò dalla mano di madama Danglars in quella del segretario del ministro con una facilità, che indicava l'abitudine di questa manovra.
Dietro sua moglie discese il banchiere, pallido come se invece di uscire da un coupé fosse uscito da un sepolcro.
La signora Danglars gettò intorno a sè uno sguardo rapido ed investigatore, che Monte-Cristo soltanto potè comprendere, e col quale essa abbracciò il cortile, il peristilio e la facciata della casa; poi reprimendo una leggera emozione che sarebbe certamente comparsa sul suo viso, se fosse stato permesso al viso d'impallidire, salì la scalinata, dicendo al signor Morrel: Signore, se foste nel numero dei miei amici vi chiederei se voleste vendere il vostro cavallo.
Morrel fece un sorriso che molto rassomigliava ad una boccaccia, e si voltò verso Monte-Cristo come per pregarlo di toglierlo dall'impaccio in cui si ritrovava.
Il conte lo capì; Ah! signora, rispose egli, perchè mai questa domanda non è diretta a me?
Con voi, signore, disse la baronessa, non si ha il diritto di desiderare niente, perchè si è troppo sicuri di ottenere. Così era al signor Morrel...
Disgraziatamente, riprese il conte, sono testimonio che il signor Morrel non può cedervi il suo cavallo, essendo messo a rischio il suo onore. Ed in che modo?
Egli ha scommesso di domare Médéah nello spazio di sei mesi. Comprenderete ora, baronessa, che se egli se ne privasse prima del termine della scommessa, non solo la perderebbe, ma si direbbe di più che ha avuto paura; ed un capitano di Spahis, anche per soddisfare un capriccio di una bella donna, il che, a mio avviso, è una delle cose più sacre di questo mondo, non può lasciar correre questa voce.
Voi vedete, signora... disse Morrel indirizzando a Monte-Cristo, un sorriso di riconoscenza.
Mi sembra d'altra parte, disse Danglars con un tuono rozzo mal nascosto da un sorriso villano, che abbiate cavalli bastanti.
Non era fra le abitudini della signora Danglars il lasciar passare simili assalti senza rispondervi, e ciò non ostante con gran meraviglia dei giovani, ella fe' sembiante di non capire e non rispose niente. Monte-Cristo sorrideva a questo silenzio, che annunziava una umiltà fuori dell'ordinario, mentre che mostrava alla baronessa due immensi vasi di porcellana della China, sui quali serpeggiavano delle vegetazioni marine di una grossezza, e di un lavoro tale, che la sola natura poteva avere queste ricchezze, questo materiale, questo genio.
La baronessa era maravigliata. Eh! qui dentro si potrebbe piantare uno dei marroni delle Tuglierie, diss'ella, come mai hanno dunque potuto far cuocere simili enormità?
Ah! signora, disse Monte-Cristo, non bisogna domandar questo a noi, fabbricanti di statuette, e di vetro appannato; è un'opera di altra età, è una specie d'opera dei genii della terra e del mare.
E come mai, e di qual epoca può essere?
Non lo so; soltanto ho inteso dire che un Imperatore della China aveva fatto costruire un forno espressamente, in cui un dopo l'altro, aveva fatto cuocere 12 vasi come questo. Due si ruppero sotto l'ardore del fuoco: gli altri furono calati a trecento braccia nel fondo del mare. Il mare, che sapeva ciò che richiedevasi da lui, gettò sur essi delle liane, contorse i suoi coralli, incrostò le sue conchiglie; il tutto fu cementato per 200 anni sotto queste profondità inaudite, poichè una rivoluzione rapì l'Imperatore che aveva voluto fare questo esperimento, e non lasciò che il processo verbale che constatava la cottura dei vasi, e la loro calata nel fondo del mare. Dopo 200 anni si ritrovò il processo verbale, e si pensò a cavare i vasi. I nuotatori andarono, sotto macchine fatte espressamente, alla scoperta nella baia ove erano stati gettati; ma di dieci non ne furono più ritrovati che tre, gli altri erano stati o dispersi, o rotti dai flutti. Io amo questi vasi, nel fondo dei quali qualche volta mi figuro che dei mostri di forme spaventose, e misteriose, come quelli che vedono i soli nuotatori quando si affondano molto, hanno fissato con meraviglia il loro sguardo sinistro e freddo, e nei quali hanno dormito delle miriadi di piccoli pesci che si rifugiavano per salvarsi dalla persecuzione dei loro nemici. Durante questo tempo Danglars, poco amatore di curiosità, strappava distrattamente, l'uno dopo l'altro, i fiori di un magnifico arancio; quando ebbe finito quell'arancio, si volse ad un cactus; ma questo di un'indole meno tollerante dell'arancio, lo punse oltraggiosamente. Allora rabbrividì, e si strofinò gli occhi come se si svegliasse da un sogno.
Signore, gli disse Monte-Cristo sorridendo, voi siete tanto amatore di quadri, ed avete delle cose magnifiche, non vi raccomando perciò i miei, però, ecco due Hobbema, un Paolo Potter, un Mieris, due Gérard Dow, un Raffaello, un Van Dyck, un Zurbaran, e due o tre Murillo, degni di esservi presentati.
Guarda! disse Debray, un Hobbema che io riconosco.
Ah! davvero! Sì, vennero a proporlo al Museo.
Che non ne ha, credo? arrischiò di dire Monte-Cristo.
No, e ciò non ostante ha rifiutato di comprarlo.
E perchè? domandò Château-Renaud.
Siete grazioso; perchè il governo non è abbastanza ricco.
Ah! perdono, disse Château-Renaud. Io sento dire simili cose tutti i giorni da otto anni e non mi vi posso abituare.
Sarà per l'avvenire, disse Debray.
Non lo credo, rispose Château-Renaud.
Il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, il conte Andrea Cavalcanti, annunziò Battistino.
Un colletto di raso nero che usciva dalle mani del fabbricante, una barba fatta di recente, due baffi grigi, un occhio sicuro, un abito da maggiore adorno di tre placche e cinque croci, in somma una tenuta irreprensibile di vecchio soldato, tale apparve il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, quel tenero padre che noi conosciamo. Vicino a lui, coperto di abiti nuovi, si avanzava col sorriso sulle labbra il conte Andrea Cavalcanti, quel rispettoso figlio che egualmente conosciamo. I tre giovani parlavano insieme, i loro sguardi si portavano dal padre al figlio, e si fermarono naturalmente più lungo tempo su questo ultimo, cui particolarmente esaminarono.
Cavalcanti! fece Debray. Un bel nome, disse Morrel, capperi! Sì, disse Château-Renaud, è vero, questi Italiani hanno bei nomi, ma vestono male.
Siete difficile a contentare, riprese Debray, i suoi abiti sono di un eccellente sartore, e affatto nuovi.
Ecco precisamente ciò che rimprovero loro. Questo signore ha l'aspetto di vestirsi oggi per la prima volta.
Chi sono questi signori? domandò Danglars al conte di Monte-Cristo.
Avete inteso, i Cavalcanti.
Ciò non mi dice che il loro nome e niente di più.
Ah! è vero, non siete al corrente della nostra nobiltà italiana; chi dice Cavalcanti, dice razza di principi.
Bella fortuna? domandò il banchiere.
Favolosa. Che cosa fanno?
Provano di spenderla senza potervi riuscire. Hanno da altra parte crediti su voi, a quanto mi dissero l'altro giorno quando vennero a farmi visita. Io anzi li ho invitati per voi, ve li presenterò.
Ma mi sembra, che parlino con molta purezza il francese, disse Danglars.
Il figlio è stato allevato in un collegio del mezzo giorno, a Marsiglia, o nelle vicinanze. Lo ritroverete nell'entusiasmo. Di che cosa? domandò la baronessa.
Delle francesi, signora, vuole assolutamente prender moglie a Parigi.
Bella idea! disse Danglars alzando le spalle.
La signora Danglars guardò suo marito con un'espressione che, in un altro momento, sarebbe stata foriera di un uragano; ma per la seconda volta ella si tacque.
Il barone sembra molto tetro quest'oggi, disse Monte-Cristo alla signora Danglars: lo voglion forse far ministro?
Non ancora, credo in vece che abbia speculato alla borsa, e che abbia perduto, e non sa con chi prendersela.
Il signore, e la signora de Villefort, gridò Battistino.
I due personaggi annunziati entravano; il signor de Villefort, ad onta del suo gran potere su sè stesso, era visibilmente commosso. Toccandogli la mano, Monte-Cristo si accorse che tremava: Non vi sono che le donne per sapere dissimulare, disse fra sè stesso Monte-Cristo guardando la signora Danglars, che sorrideva al procuratore del Re, e che abbracciava la moglie di lui. Dopo i primi complimenti, il conte vide Bertuccio che, occupato fino allora degli affari del suo ufficio, s'introduceva in un piccolo salotto attiguo a quello nel quale erano tutti riuniti. Egli andò a lui.
Che volete, Bertuccio?
Vostra Eccellenza non mi ha detto ancora il numero dei convitati.
Ah! è vero. Quante coperte? Contate voi stesso.
Sono giunti tutti, eccellenza? Sì.
Bertuccio introdusse lo sguardo a traverso la porta socchiusa.
Monte-Cristo gli teneva fissi gli occhi in viso.
Oh! mio Dio! gridò egli. Che c'è dunque? domandò il conte. Quella donna!... quella donna!... Quale?
Quella vestita di bianco, e con tanti diamanti!... la bionda!... La signora Danglars? Non so come si chiami. Ma è dessa! signore, è dessa! Chi?
La donna del giardino! quella che era incinta! quella che passeggiava aspettando... aspettando....
Bertuccio rimase a bocca aperta pallido, e coi capelli irti.
Aspettando chi? Bertuccio senza rispondere, mostrò Villefort col dito, presso a poco col medesimo gesto con cui Macbeth mostrò Banco. Oh!... Oh!... mormorò finalmente! vedete? Che? chi? Lui! Lui!... Il signor procuratore del Re Villefort? senza dubbio lo vedo.
Ma dunque non l'ho ucciso!
Ah! ma credo che diventiate pazzo, mio bravo Bertuccio.
Ma egli dunque non è morto?
Eh! no, egli non è morto, lo vedete bene: invece di colpire fra la sesta e la settima costa sinistra, come fanno i vostri compatrioti, avrete colpito più alto o più basso; e le persone di giustizia hanno l'anima bene incavigliata al corpo; o piuttosto non è vero ciò che mi avete raccontato, fu un sogno della vostra immaginazione, un'allucinazione del vostro spirito; vi sarete addormentato avendo mal digerita la vostra vendetta; ella vi avrà pesato sullo stomaco, avete avuto l'incubo, ecco tutto. Vediamo, richiamate la vostra calma e contate: il signore e la signora de Villefort, due; il signore, e la signora Danglars, quattro; il signor Château-Renaud, il signor Debray, il signor Morrel, sette; il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, otto.
Otto, ripetè Bertuccio.
Aspettate dunque! avete molto fretta di andarvene! dimenticate uno dei miei convitati, che diavolo! Guardate un poco a sinistra... ecco là... il signor Andrea Cavalcanti, quel giovine in abito nero che guarda il quadro di Murillo, che ora si volta. Questa volta Bertuccio cominciò un grido, che lo sguardo di Monte-Cristo gli spense sulle labbra:
Benedetto! mormorò egli a bassa voce, fatalità!
Ecco le sei e mezzo che suonano, Bertuccio, disse severamente il conte, questa è l'ora in cui ho dato l'ordine che si mettesse in tavola; sapete che non amo aspettare.
E Monte-Cristo rientrò nel salotto ove lo aspettavano i suoi convitati, nel mentre che Bertuccio rientrava nella sala da pranzo, appoggiandosi contro i muri.
Cinque minuti dopo, le due porte della sala si aprirono, Bertuccio comparve, e facendo come Vatel a Chantilly un ultimo ed eroico sforzo:
Signor conte è in tavola, diss'egli.
Monte-Cristo offerse il braccio alla signora de Villefort.
Signor de Villefort, diss'egli, fate voi il cavaliere alla baronessa Danglars, ve ne prego.
Villefort obbedì, e tutti passarono nella sala da pranzo.
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Capitolo 62. IL PRANZO.
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Era evidente che nel passare alla sala da pranzo, uno stesso sentimento animava tutti i convitati. Essi chiedevansi quale bizzarra influenza li aveva radunati tutti in questa casa, e per quanto alcuni si trovassero inquieti e maravigliati di trovarvisi, pure nessuno avrebbe voluto non esservi.
Non ostante che le relazioni di recente data, la posizione eccentrica, ed isolata, le ricchezze sconosciute e quasi favolose del conte imponessero un dovere agli uomini di essere circospetti, ed alle donne una legge di non penetrare in questa casa ove non v'era una moglie per riceverle; pure uomini e donne, avevano passato sopra, gli uni alla circospezione, le altre alla convenienza, e la curiosità, che li stuzzicava, li aveva trasportati al di sopra di tutto.
Non v'era alcuno, fino ai Cavalcanti padre e figlio, che, l'uno per la sua rozzezza, l'altro per la sua disinvoltura non sembrassero preoccupati per trovarsi uniti presso quest'uomo di cui ignoravano lo scopo, e ad altri uomini che vedevano per la prima volta.
La signora Danglars aveva fatto un movimento vedendo, dietro l'invito di Monte-Cristo, il signor de Villefort avvicinarsi ad essa per offerirle il braccio, ed il signor de Villefort aveva sentito il suo sguardo scomporsi sotto gli occhiali d'oro quando il braccio della baronessa si posò sul suo.
Nessuno di questi due movimenti era sfuggito al conte, e già, in questa semplice messa a contatto degl'individui, v'era un grande interessamento per l'osservatore di questa scena.
Il signor de Villefort aveva alla sua destra la baronessa Danglars, ed a sinistra Morrel.
Il conte era assiso fra la signora de Villefort e Danglars.
Gli altri intervalli erano riempiti da Debray seduto fra Cavalcanti padre e Cavalcanti figlio, e da Château-Renaud seduto fra la signora de Villefort e Morrel.
Il convito fu magnifico; Monte-Cristo si era preso l'assunto di rovesciare completamente la simmetria parigina, e di dare più alla curiosità che all'appetito dei suoi convitati il cibo che desideravano. Fu un festino orientale quello che fu offerto, ma orientale in tal modo quale potevano esserlo i festini delle fate arabe. Tutti i frutti che le quattro parti del mondo possono versare intatti e saporosi nel corno d'abbondanza dell'Europa, erano riuniti ed ammonticchiati in piramidi entro vasi della China e sottocoppe del Giappone. Gli uccelli rari, colla parte più brillante delle loro penne, pesci mostruosi stesi su lastre d'argento, tutti i vini dell'Arcipelago, dell'Asia minore, del Capo, racchiusi in ampolle di forme bizzarre, la vista delle quali sembrava aggiungere anche qualche cosa di più al sapore di questi vini, passarono successivamente in giro, (come una di quelle riviste che Apicius passava coi suoi convitati) davanti a questi parigini, che comprendevano ben potersi spendere mille luigi in un pranzo di dieci persone, ma a condizione che, come Cleopatra, si mangiassero delle perle, o che, come Lorenzo dei Medici, si bevesse dell'oro fuso.
Monte-Cristo vide lo stupore generale, e si mise a ridere ed a scherzare ad alta voce:
Signori, diss'egli, ammettete, n'è vero? che giunti ad un certo grado di fortuna, non vi è più di necessario che il superfluo, come queste signore ammetteranno, che giunti ad un certo grado di esaltazione, non vi è più di positivo che l'ideale. Ora seguendo il ragionamento, che cosa è il maraviglioso? quello che non comprendiamo. Qual è il bene che crediamo veramente da desiderarsi? quel che non possiamo avere. Ora, veder cose che non posso comprendere, procurarmi cose impossibili ad aversi, questo è lo studio della mia vita. Vi giungo con due mezzi; il danaro e la volontà; impiego per conseguire una fantasia la stessa perseveranza che, per esempio, voi mettete, signor Danglars, a creare una linea di strada ferrata; voi signor de Villefort, a far condannare un uomo alla morte; voi, signor Debray, a pacificare un regno; voi, signor Château-Renaud a piacere ad una donna; e voi, Morrel, a domare un cavallo che nessuno ha potuto montare. Così, per esempio, vedete questi due pesci, nati l'uno a 50 leghe da Pietroburgo, l'altro a due leghe da Napoli. Non è dilettevole il poterli riunire sulla stessa tavola?
Quali son dunque questi pesci? domandò Danglars.
Ecco qua il signor Château-Renaud, che ha abitata la Russia, che vi dirà il nome dell'uno, ed il signor maggiore Cavalcanti, che è italiano, che vi dirà il nome dell'altro.
Questo qui, disse Château-Renaud, è, credo, uno sterlet.
E questo, disse Cavalcanti, una lampreda, se non sbaglio.
Ora, signor Danglars, domandate a questi due signori ove si pescano questi due pesci.
Ma, disse Château-Renaud, gli sterlet si pescano soltanto nella Volga.
Ed io, disse Cavalcanti, non conosco che il Fusaro che fornisca lamprede di questa grossezza.
Ebbene! precisamente, l'uno viene dalla Volga, e l'altro dal lago del Fusaro.
Impossibile! gridarono ad un tempo tutti i convitati.
Ebbene! ecco appunto ciò che mi diverte, disse Monte-Cristo. Io sono come Nerone, desidero l'impossibile, ecco ciò che diverte voi stessi in questo momento; ecco finalmente ciò che fa che questa carne, che forse in realtà non vale quella del salmone e del persico, in breve vi parrà squisita; egli è perchè nel vostro spirito vi sembrava impossibile di procurarvela: eppure eccola qui.
Ma come han fatto a trasportarli a Parigi?
Eh! mio Dio, nulla di più semplice: questi due pesci sono stati portati, ciascuno entro una gran tinozza imbottita internamente una di ramoscelli e d'erbe del fiume, l'altra di giunchi e di piante del lago, sono state messe in un forgone fatto espressamente, ed in tal modo hanno vissuto lo sterlet 12 giorni, e la lampreda 8; ed entrambi vivevano perfettamente quando si è impadronito di loro il cuoco per farli morire uno nel latte, l'altro nel vino. Voi non lo credete, signor Danglars?
Almeno ne dubito, rispose Danglars col suo grossolano sorriso. Battistino, disse Monte-Cristo, fate portare l'altro sterlet, e l'altra lampreda, sapete, quelli che sono venuti nelle altre tinozze e che vivono ancora.
Danglars aprì due occhi ebeti; l'assemblea battè le mani.
Quattro domestici portarono due tinozze guarnite di piante marine, in ciascuna delle quali palpitava un pesce simile ai due ch'erano stati serviti in tavola.
Ma perchè due di ciascuna specie? domandò Danglars.
Perchè uno poteva morire, rispose semplicemente Monte-Cristo.
Siete veramente un uomo prodigioso, disse Danglars; ed il filosofo ha un bel dire, è una bella cosa essere ricchi.
E soprattutto di aver delle idee, disse la signora Danglars.
Oh! non mi fate onore per questo, signora, ciò era molto in voga presso i Romani; e Plinio racconta che si mandavano da Ostia a Roma, con delle mute di schiavi che li portavano sulla loro testa, dei pesci di quella specie che chiamavano mulus, e che, dal ritratto che ne fa è probabilmente l'orata. Era pure un lusso l'averli vivi, ed uno spettacolo divertente quello di vederli morire, perchè morendo cambiavano tre o quattro volte il colore delle loro scaglie, a guisa di un arcobaleno che svapori, passavano da tutte le gradazioni del prisma; dopo di che li mandavano al cuoco. La loro agonia faceva parte del loro merito; se non li vedevano vivi, li disprezzavano morti.
Sì, disse Debray, ma da Ostia a Roma non vi sono che sette o otto leghe. Ah! è vero! disse Monte-Cristo; ma dove starebbe il merito di venire 1800 anni dopo Lucullo, se non si facesse meglio di lui? I due Cavalcanti aprivano gli occhi enormi, ma avevano il buon senso di non dire una parola. Tutto ciò è molto ammirabile, disse Château-Renaud; però ciò che io ammiro di più si è, lo confesso, l'ammirabile prontezza colla quale siete servito. N'è vero, avete comprata questa casa sono appena 5 o 6 giorni?
Tutto al più, in fede mia, disse Monte-Cristo.
Ebbene, sono sicuro che in otto giorni ha sofferta una completa trasformazione; se non mi sbaglio essa aveva un'entrata diversa da questa, ed il cortile era selciato ed orrido, mentre che oggi esso è un magnifico prato verde, ornato di alberi che sembrano avere cento anni.
Che volete! disse il conte, amo la verdura e l'ombra.
In fatto, disse la signora de Villefort, per l'addietro si entrava da una porta che aprivasi sulla strada, ed il giorno della mia miracolosa liberazione, fu dalla strada, me ne ricordo, che mi faceste entrare in casa.
Sì, signora, disse Monte-Cristo, ma dopo ho preferito un ingresso che mi permettesse di guardare il bosco di Boulogne a traverso il cancello.
In quattro giorni, disse Morrel, questo è un prodigio!
In fatto, disse Château-Renaud, d'una vecchia casa farne una casa nuova, è una cosa miracolosa, perchè in addietro era molto vecchia, ed anche molto trista. Mi ricordo d'essere stato incaricato da mia madre di visitarla, quando il signor conte di Saint-Méran la mise in vendita, sono due o tre anni.
Il signor di Saint-Méran, disse la signora de Villefort; ma questa casa dunque apparteneva al signor di Saint-Méran, prima che la compraste voi, signor conte?
Parmi di sì, rispose Monte-Cristo.
Come, non sapete da chi avete comprata una casa?
In fede mia no, il mio intendente si occupa di questi particolari.
È vero che da circa dieci anni non era stata abitata, disse Château-Renaud, ed era una gran tristezza vederla sempre colle sue persiane chiuse, le porte serrate, ed il cortile pieno d'erba. In verità se non fosse appartenuta al suocero di un procuratore del Re, si sarebbe potuta prendere per una di quelle case maledette ove sia stato consumato qualche gran delitto.
Villefort, che fino allora non aveva ancora toccato nessuno dei 4 o 5 bicchieri di vini straordinari posti davanti a lui, ne prese uno a caso e lo vuotò d'un sol fiato.
Monte-Cristo lasciò passare un momento; poi, in mezzo al silenzio succeduto alle parole di Château-Renaud:
È bizzarro, signor barone, diss'egli, ma mi sono venuti gli stessi pensieri quando vi entrai la prima volta; e questa casa mi parve sì lugubre che non l'avrei mai comprata, se l'intendente non lo avesse già fatto per me. Probabilmente il furbo aveva ricevuta qualche senseria dal notaro.
È probabile, balbettò Villefort sforzandosi di sorridere, ma credete ch'io non entro per niente in questa corruzione. Il signor di Saint-Méran ha voluto che questa casa, che forma parte della dote di sua nipote, fosse venduta, perchè se fosse ancora rimasta tre o quattro anni disabitata, sarebbe caduta in rovina. Questa volta Morrel impallidì.
Vi era particolarmente una camera, continuò Monte-Cristo; ah! mio Dio! ben semplice in apparenza, una camera come tutte le altre; parata di damasco rosso, che mi è sembrata, non so perchè, drammatica all'estremo.
E perchè? domandò Debray, perchè drammatica?
Si può forse render conto delle sensazioni d'istinto? disse Monte-Cristo. Non vi sono forse delle località ove ci sembra di respirare un'aria malinconica? e perchè? non se ne sa niente; per una collegazione d'idee, per un capriccio del pensiero che vi trasporta ad altri tempi, ad altri luoghi, che forse non hanno alcun rapporto coi tempi ed i luoghi ove ci troviamo; tanto fa, che questa camera mi ricorda ammirabilmente quella della marchesa di Gange, o quella di Desdemona. Eh! in fede mia, sentite, giacchè abbiamo finito di pranzare, bisogna che ve la mostri: indi discenderemo nel giardino a prendere il caffè; dopo il pranzo, lo spettacolo.
Monte-Cristo fece un segno per interrogare i convitati; la signora de Villefort si alzò, Monte-Cristo fece altrettanto, e tutti imitarono il loro esempio. Villefort e la signora Danglars rimasero ancora qualche tempo come inchiodati sulle loro sedie; essi interrogavano con gli occhi freddi, muti, agghiacciati. Avete inteso? disse la signora Danglars.
Bisogna andarvi, rispose Villefort alzandosi ed offrendole il braccio. Tutti si erano già sparsi per la casa, spinti dalla curiosità, perchè tutti pensavano bene che la visita non sarebbesi limitata a questa camera, e che nello stesso tempo avrebbero percorso tutto il rimanente di questa abitazione dalla quale Monte-Cristo aveva saputo cavare un palazzo. Ciascuno dunque si slanciò per le porte aperte. Monte-Cristo aspettava i due che ritardavano; dipoi quando alla loro volta furono passati, chiuse la marcia con un sorriso che, se si fosse potuto comprendere, avrebbe spaventato i convitati molto più di quella camera nella quale stavano per entrare. Si cominciò infatto dal percorrere gli appartamenti, le camere erano ammobiliate all'orientale con divani e cuscini ovunque invece di letti, pipe ed armi invece di mobili; i saloni adorni dei più bei quadri degli antichi maestri; i gabinetti erano tappezzati di stoffe della China, a colori capricciosi, a disegni fantastici, a tessuti maravigliosi; quindi finalmente si giunse alla famosa camera. Essa nulla aveva di particolare, se non che, quantunque non fosse che sul declinare del giorno, essa non era punto illuminata, ed era rimasta nella sua vetustà; mentre tutte le altre camere avevano rivestito una nuova decorazione. Queste due cause bastavano in fatto per darle una tinta lugubre.
Uh! gridò la signora de Villefort, è spaventosa di fatto.
La signora Danglars provò di balbettare alcune parole che non furono intese. Molte osservazioni sorsero e s'incrociarono, di cui il resultato si fu che in fatto la camera di damasco rosso aveva un aspetto sinistro. N'è vero? disse Monte-Cristo. Vedete dunque come questo letto è bizzarramente posto, quali tetri sanguinosi paramenti! e questi due ritratti a pastello che l'umidità ha fatto impallidire, non sembrano essi dire colle loro labbra smunte, e i loro occhi spaventati: «io ho veduto» Villefort divenne livido; la signora Danglars cadde sopra una sedia presso al caminetto.
Oh! disse la signora de Villefort sorridendo, avete il coraggio di sedervi sopra questa sedia, su cui forse è stato commesso il delitto? La signora Danglars si alzò, prestamente.
E poi disse Monte-Cristo, qui non sta il tutto.
Che vi è dunque ancora? domandò Debray, cui non isfuggiva la emozione della signora Danglars.
Ah! sì, che vi è ancora? domandò Danglars, perchè fin qui non vi trovo gran cosa, e voi signor Cavalcanti?
Ah! disse questi, abbiamo a Pisa la torre d'Ugolino, a Ferrara la prigione di Tasso, e a Rimini la camera di Paolo e Francesca. Sì, ma non avete questa piccola scala segreta, disse Monte-Cristo aprendo una porta nascosta sotto la tappezzeria; guardatela, e dite ciò che ne pensate.
Qual sinistra curva di scala, disse Château-Renaud ridendo. Il fatto è, disse Debray, che non so se sia il vino di Chio che concilia la malinconia, ma certamente vedo tutta questa casa in nero. In quanto a Morrel, dappoichè ebbe inteso parlare della dote di Valentina, era rimasto tristo, e non aveva pronunziato una parola. Non v'immaginate, riprese Monte-Cristo, un Otello, od un Ganges qualunque, discendere passo a passo in una notte tetra e burrascosa, questa scala con qualche lugubre fardello, che si solleciti di nascondere alla vista degli uomini, se non allo sguardo di Dio?
La signora Danglars svenne a metà al braccio di Villefort, che fu egli stesso costretto di addossarsi al muro.
Ah! mio Dio! signora, gridò Debray, che avete dunque? come impallidite!
Che cos'ha? disse la signora de Villefort, è cosa semplice: il signor di Monte-Cristo ci racconta delle storie spaventose, nell'intenzione senza dubbio di farci morire della paura.
Ma sì, disse Villefort, infatto, conte, voi spaventate queste signore. Che avete dunque? ripetè a bassa voce Debray alla signora Danglars. Niente, niente, diss'ella facendo uno sforzo, ho bisogno d'aria, ecco tutto.
Volete discendere in giardino? domandò Debray offrendo il braccio alla signora Danglars ed avanzandosi verso la scala segreta. No, diss'ella, amo ancor meglio restare qui.
In verità, disse Monte-Cristo, avete paura sul serio?
No, disse la signora Danglars; ma avete un modo di supporre le cose che dà all'illusione l'aspetto della realtà.
Oh! mio Dio, disse Monte-Cristo sorridendo, e tutto questo è un affare d'immaginazione; perchè non potrebbe egualmente rappresentarsi questa camera come quella di una buona e bella madre di famiglia? Questo letto con le pareti color di porpora come un letto visitato dalla dea Lucina? e questa scala misteriosa, come il passaggio pel quale dolcemente, e per non disturbare il sonno riparatore della addormentata, passi il medico, o la nutrice, o il padre stesso portando il fanciullo che dorme?...
Questa volta la signora Danglars, invece di rasserenarsi a questa dolce pittura, gettò un gemito e svenne del tutto.
La signora Danglars sta male, balbettò Villefort; forse bisognerà trasportarla nella sua carrozza.
Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo, ed io che ho dimenticata la mia boccettina! Io ho la mia, disse la signora de Villefort, e passò a Monte-Cristo una boccettina ripiena di un liquore rosso, simile a quello di cui il conte sperimentò sopra Edoardo la benefica influenza. Ah! fece Monte-Cristo prendendola dalle mani della signora de Villefort.
Si, mormorò questa, dietro le vostre indicazioni ho provato. E vi è riuscito? Lo credo.
La signora Danglars era stata trasportata nella camera vicina; Monte-Cristo lasciò cadere sulle labbra di lei una goccia del liquore rosso, ed ella ritornò tosto in sè.
Oh! diss'ella, qual sogno spaventoso!
Villefort le strinse fortemente il braccio, per farle capire che non aveva sognato. Fu cercato il signor Danglars, ma poco disposto alle impressioni poetiche, egli era disceso in giardino, e parlava col signor Cavalcanti padre di un disegno di strada ferrata da Livorno a Firenze.
Monte-Cristo sembrava disperato: egli prese il braccio della signora Danglars, e la condusse in giardino, ove fu ritrovato il signor Danglars che prendeva il caffè tra i signori Cavalcanti padre e figlio. In verità signora, le diss'egli, è vero che vi ho molto spaventata?
No, signore, ma sapete, le cose fanno la impressione a seconda delle disposizioni di spirito in cui ci troviamo.
Villefort si sforzò di ridere. E allora, diss'egli, capirete bene che basta una supposizione, una chimera...
Ebbene! disse Monte-Cristo, non mi crederete, se volete; ma ho la convinzione che sia stato commesso un delitto in questa casa.
Fate attenzione, disse la signora de Villefort, abbiam qui il procuratore del Re. In fede mia, riprese Monte-Cristo, poichè si dà questa combinazione, ne approfitterò per fare la mia dichiarazione. La vostra dichiarazione? disse Villefort. Sì, ed alla presenza di testimonii.
Tutto ciò è molto importante, disse Debray, e se vi fu realmente delitto, faremo mirabilmente la digestione.
Vi fu delitto, disse Monte-Cristo, venite di qui, signori; signor de Villefort venite; affinchè la dichiarazione sia valevole, dev'essere fatta alle autorità competenti.
Monte-Cristo, preso il braccio di Villefort, e mentre stringeva sotto il suo quello della signora Danglars, trascinò il procuratore del Re fin sotto il platano ove l'ombra era più fitta. Tutti gli altri convitati li seguivano.
Tenete, disse Monte-Cristo, qui, in questo medesimo luogo, e batteva col piede la terra, qui per ringiovanire questi alberi già vecchi, ho fatto scavare il terreno, e mettere del concime; ebbene i miei lavoratori nello scavare hanno dissotterrato un baule, ma piuttosto i ferramenti di un baule, nel mezzo dei quali fu trovato uno scheletro di un bambino neonato. Questa non è fantasmagoria, spero?
Monte-Cristo sentì intirizzirsi il braccio della signora Danglars, e fremere il pugno di Villefort.
Un fanciullo neonato, ripetè Debray; diavolo! la cosa diventa seria, mi sembra.
Ebbene, disse Château-Renaud, io non mi sbagliava adunque quando poco fa pretendeva che le cose avevano un'anima, ed un viso come gli uomini, e che esse portavano sulla loro fisonomia il riverbero dei loro intestini. La casa era trista perchè aveva dei rimorsi, essa aveva dei rimorsi perchè nascondeva un delitto.
Oh! chi dice che sia stato un delitto? riprese Villefort tentando un ultimo sforzo.
Come! un fanciullo seppellito vivo in un giardino, non è un delitto? gridò Monte-Cristo. Come chiamate voi quest'azione, signor procuratore del Re?
Ma chi dice ch'egli fu seppellito vivo?
Perchè seppellirlo là, se era morto? questo giardino non è stato mai un cimitero.
Qual è la pena per gl'infanticidi in questo paese? domandò ingenuamente il maggiore Cavalcanti.
Oh mio Dio! si taglia loro semplicemente il collo, rispose Danglars.
Ah! si taglia loro il collo, fece Cavalcanti.
Lo credo... n'è vero signor de Villefort? domandò Monte-Cristo.
Sì, signor conte, rispose questi con un accento che non aveva più dell'umano. Monte-Cristo vide che questo era tutto quel che potevasi sopportare dai due individui pei quali era stata preparata questa scena, e non volendo spinger le cose più oltre: Ma il caffè, signori, disse egli; mi sembra che lo dimentichiamo. E ricondusse i convitati verso la tavola posta nel mezzo del praticello. In verità, signor conte, disse la signora Danglars, ho vergogna di confessare la mia debolezza, ma tutte queste storie spaventose mi hanno atterrita; vi prego lasciarmi sedere. Ed ella cadde sopra una sedia.
Monte-Cristo la salutò e si avvicinò alla signora de Villefort.
Credo che la signora Danglars abbia ancora bisogno della vostra boccettina, diss'egli.
Ma prima che la signora de Villefort si fosse avvicinata alla sua amica, il procuratore del Re aveva già detto all'orecchio della signora Danglars: Bisogna che io vi parli.
Quando? Domani. Dove?
Al mio ufficio, al tribunale, se volete, quello è ancora il luogo più sicuro. Vi verrò.
In questo momento si avvicinò la signora de Villefort.
Grazie, mia cara amica, disse la signora Danglars provando di sorridere, non ho più niente, mi sento assai meglio.
...
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Capitolo 63. IL MENDICO.
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La serata s'inoltrava; la signora de Villefort aveva manifestato il desiderio di ritornare a Parigi, il che non aveva osato di fare la signora Danglars, ad onta del mal'essere evidente che provava. Alla domanda di sua moglie, il signor de Villefort dette pel primo il segnale della partenza: offrì un posto nel suo landau alla signora Danglars, affinchè fosse assistita dalle cure di sua moglie. Quanto al signor Danglars, assorbito in una delle conversazioni più importanti d'industria col signor Cavalcanti, non fece alcuna attenzione a tutto ciò che accadeva. Monte-Cristo, mentre domandava la boccettina alla signora de Villefort, aveva notato che il signor Villefort si era avvicinato alla signora Danglars, e, guidato dalla situazione, aveva indovinato ciò che le aveva detto, quantunque avesse parlato tanto a bassa voce che era molto se la signora Danglars stessa lo aveva inteso.
Egli lasciò partire, senza opporsi ad alcun accomodamento, Morrel, Debray, e Château-Renaud a cavallo, e montare le due dame nel landau del signor de Villefort; dal suo lato Danglars, di più in più incantato di Cavalcanti padre, lo invitò a salire con lui nel suo coupé.
Quanto ad Andrea Cavalcanti, egli raggiunse il suo tilbury, che l'aspettava davanti alla porta, e di cui un groom, che esagerava i comodi della moda inglese, gli teneva, rizzandosi sulla punta degli stivali, l'enorme cavallo grigio-ferro. Andrea non aveva parlato molto durante il pranzo, perchè era un giovine molto intelligente, e naturalmente aveva provato il timore di dire qualche sciocchezza in mezzo a convitati ricchi e possenti, fra i quali il suo occhio dilatato non discerneva senza qualche timore un procuratore del Re.
In seguito era stato accaparrato dal signor Danglars, che dopo un rapido colpo d'occhio sul vecchio maggiore, dal collo intirizzito, e su suo figlio ancora un poco timido, e riavvicinando tutti questi sintomi dell'ospitalità di Monte-Cristo aveva pensato di aver che fare con qualche nababbo venuto a Parigi per perfezionare il suo unico figlio nella vita sociale. Egli aveva dunque contemplato con una indicibile compiacenza l'enorme diamante che brillava al dito mignolo del maggiore, poichè questi da uomo prudente ed esperimentato, per timore che non giungesse qualche disgrazia ai suoi biglietti di banca, li aveva subito dopo convertiti in un oggetto di valore. Poi dopo il pranzo, sempre sotto il pretesto d'industria e di viaggio, aveva interrogato il padre ed il figlio sulla loro maniera di vivere, e costoro prevenuti che su Danglars era stato aperto il loro credito, all'uno di 48 mila franchi, all'altro quello annuale di 50 mila lire, erano stati graziosi e pieni di affabilità per il banchiere, ai domestici del quale, se non si fossero ritenuti, avrebbero stretta la mano, tanto la loro riconoscenza provava il bisogno di espandersi.
Una cosa soprattutto aumentò la considerazione, e direm quasi la venerazione di Danglars per Cavalcanti. Questi fedele al detto d'Orazio, non meravigliarti di nulla, si era contentato, come è stato veduto, di far prova di scienza nel dire da qual lago si estraevano le migliori lamprede; indi ne aveva mangiata la sua parte senza dire una parola. Danglars aveva da ciò concluso che queste specie di sontuosità erano familiari all'illustre discendente dei Cavalcanti, che forse a Lucca non mangiava che trote fatte venire dalla Svizzera, o raguste inviategli dalla Brettagna per mezzo di apparecchi simili a quelli di cui il conte si era servito per far venire le lamprede dal lago del Fusaro, e gli sterlet dal fiume Volga. Così egli accolse con una benevolenza pronunciatissima queste parole di Cavalcanti: Domani, signore, avrò l'onore di farvi una visita per affari.
Ed io signore, aveva risposto Danglars, sarò fortunato di ricevervi. Su di che avea proposto a Cavalcanti, se però ciò non lo privava troppo di separarsi da suo figlio, di ricondurlo all'albergo dei Principi. Cavalcanti aveva risposto che da lungo tempo suo figlio aveva l'abitudine di condurre la sua vita indipendente; e che per conseguenza egli aveva i suoi cavalli, e le sue carrozze, e che, non essendo venuti insieme, non vedeva nessuna difficoltà perchè ritornassero divisi. Il maggiore era dunque salito nella carrozza di Danglars, ed il banchiere si era assiso al suo fianco, sempre più incantato delle idee di ordine, e dell'economia di quest'uomo, che pur dava a suo figlio 50 mila franchi l'anno, ciò che supponeva una fortuna di 5, o 6 mila lire di rendita.
Quanto ad Andrea, cominciò, per darsi aria, dal rimproverare il suo groom, perchè invece di venirlo a prendere alla scalinata, lo avesse aspettato alla porta del cortile, cosa che gli aveva procurato l'incomodo di fare una trentina di passi a piedi per cercare il suo tilbury.
Il groom ricevette il rimprovero con umiltà, colla mano sinistra prese il morso per trattenere il cavallo impaziente che batteva il terreno col piede, mentre con la destra offriva le redini ad Andrea, che le prese, e posò leggermente lo stivale verniciato sul montatoio. In questo momento una mano si appoggiò sulla sua spalla. Il giovine si volse indietro pensando che Danglars, o Monte-Cristo avessero dimenticato qualche cosa a dirgli, e ritornassero al momento di partire.
Ma invece dell'uno o dell'altro non iscoprì che una strana figura; arsa dal sole, circondata da una barba da modello con occhi brillanti come carboni accesi, ed un sorriso ironico apparso sopra una bocca su cui brillavano, disposti in ordine, e senza che ne mancasse alcuno, 32 denti bianchi, acuti, ed allineati come quelli di un lupo o di una iena.
Un fazzoletto a quadrati rossi copriva questa testa con capelli grigiastri e terrei, una giacca delle più sporche e stracciate copriva questo gran corpo magro ed osseo, di cui sembrava che le ossa, come quelle di uno scheletro, dovessero scricchiolare camminando; finalmente la mano che si appoggiava sulla spalla d'Andrea, e che fu la prima cosa che vide il giovine, gli parve di una dimensione gigantesca.
Andrea riconobbe questa figura al chiarore della lanterna del suo tilbury, ovvero fu soltanto colpito dall'orribile aspetto di questo interlocutore? non saprem dirlo; ma il fatto è che egli fremette, ed indietreggiò vivamente:
Che pretendete da me? diss'egli.
Perdono! rispose l'uomo portando la mano al fazzoletto rosso, forse v'incomodo, ma è perchè ho bisogno di parlarvi.
La sera non si domanda l'elemosina, disse il groom tentando con un movimento di spacciare il suo padrone da questo importuno.
Io non domando l'elemosina, mio bel ragazzo, disse l'uomo sconosciuto al domestico con uno sguardo così ironico, ed un sorriso così spaventoso, che questi si allontanò; desidero soltanto dire due parole al vostro principale che 15 giorni or sono mi ha incaricato di una commissione.
Vediamo, disse a sua volta Andrea, con abbastanza forza, perchè il domestico non si accorgesse del suo turbamento, che volete? dite presto, amico mio.
Io vorrei... io vorrei... disse a bassa voce l'uomo del fazzoletto rosso, che mi risparmiaste l'incomodo di ritornare a Parigi a piedi: sono molto stanco, e siccome non ho pranzato tanto bene quanto te, appena posso tenermi in piedi. Il giovine rabbrividì a questa strana famigliarità.
Ma finalmente, gli diss'egli, vediamo, che volete?
Ebbene voglio che tu mi lasci salire nella tua bella carrozza, e che mi conduca. Andrea impallidì, ma non rispose. Oh! mio Dio sì, disse l'uomo dal fazzoletto rosso immergendo le mani nelle saccocce: e guardando il giovine con occhi provocatori; questa è un'idea che mi è venuta, capisci mio piccolo Benedetto? A questo nome, il giovine riflettè senza dubbio, perchè si avvicinò al groom, e gli disse: Quest'uomo fu da me effettivamente incaricato di una commissione di cui deve rendermi conto. Andate a piedi fino alla barriera; là prenderete un cabriolet, per non ritardare troppo.
Il servitore rimase sorpreso, e si allontanò.
Lasciami almeno raggiunger l'ombra, disse Andrea.
Oh! in quanto a questo, io stesso ti condurrò in un bel posto, aspetta, disse l'uomo dal fazzoletto rosso.
E preso il cavallo pel morso, condusse il tilbury in un luogo ove era effettivamente impossibile a chicchessia al mondo di vedere l'onore che gli accordava Andrea.
Oh! no, diss'egli, non è per la gloria di montare nella tua bella carrozza; no, è soltanto perchè sono affaticato, e poi perchè ho ancora a parlare alcun poco d'affari teco.
Vediamo, salite, disse il giovine. Era rincrescevole che non facesse giorno, perchè sarebbe stato uno spettacolo curioso quello di questo malandrino, seduto con tutto comodo sopra i cuscini ricamati vicino al conduttore del tilbury.
Andrea spinse il cavallo fino all'ultima casa del villaggio senza dire una sola parola al compagno, che, dal suo lato, sorrideva e conservava il silenzio, come se fosse stato esaltato dal passeggiare in una così buona locomotiva.
Una volta fuori d'Auteuil, Andrea guardò intorno a sè per assicurarsi senza dubbio che nessuno poteva nè vederli nè sentirli, e allora, fermando il cavallo, ed incrociando le braccia davanti all'uomo dal fazzoletto rosso:
A noi, diss'egli, perchè venite a disturbarmi nella mia tranquillità?
Ma tu stesso, ragazzo mio, perchè diffidi di me?
E in che mi sono diffidato di voi?
In che? lo domandi? noi ci lasciammo al ponte di Var, mi dicesti che andavi a viaggiare in Piemonte ed in Toscana, e niente di tutto questo, tu vieni a Parigi?
Ed in che cosa v'incomoda questo?
In niente; spero anzi che ciò mi aiuterà.
Ah! ah! disse Andrea, voi speculate su di me.
Andiamo, ecco che già cominciano le grosse parole.
Il fatto è che avrete torto, padron Caderousse, ve ne prevengo. Eh mio Dio, non t'incomodare, devi però sapere che cosa è l'infortunio; ebbene! l'infortunio, rende geloso. Io ti credeva percorrente il Piemonte e la Toscana, costretto a farti facchino, o cicerone; ti compiangeva dal fondo del mio cuore come potrei piangere un figlio: sai che io ti ho sempre chiamato mio figlio? Avanti, avanti.
Pazienza, dunque, polvere da cannone!
Ne ho della pazienza, vediamo, terminate.
Ed io ti vedo passare dalla barriera Bonshommes con un groom, con un tilbury, con abiti nuovi fiammanti. E che? hai forse scoperto una miniera, o comprata una carica di agente di cambio?
Dimodochè, come lo confessate, siete geloso?
No, son contento, tanto contento che ho voluto fare i miei complimenti al mio piccolo; ma siccome io non era vestito regolarmente, ho preso le mie cautele per non metterti a cimento.
Belle cautele, disse Andrea, voi mi fermate davanti al mio domestico. Eh! che vuoi figlio mio? io ti fermo quando posso afferrarti. Tu hai un cavallo molto vivace, un tilbury molto leggero, guizzi naturalmente come un'anguilla; se non ti avessi fermato questa sera, correva il rischio di non poterti raggiungere.
Vedete bene che non mi nascondo.
Sei ben fortunato, ed io vorrei poter dire altrettanto: ma io mi nascondo, senza contare che aveva timore che tu non mi riconoscessi; ma tu mi hai riconosciuto, aggiunse Caderousse con un cattivo sorriso, sei molto gentile.
Vediamo, disse Andrea, che vi abbisogna?
Ah! non mi tratti più in tu! è una cattiva cosa, Benedetto; un antico camerata! guardati, perchè diventerò esigente. Questa minaccia fece cadere la collera al giovine; il vento della prepotenza vi aveva soffiato sopra.
Egli rimise il cavallo al trotto.
È male per te stesso, Caderousse, diss'egli, di prendertela in tal modo con un antico camerata, come dicevi tu stesso poco fa; tu sei Marsigliese, io sono...
Tu lo sai dunque, ciò che ora tu sei?
No, ma sono stato allevato in Corsica, tu sei vecchio e testardo, io sono giovine e puntiglioso. Fra gente come noi, le minacce sono cattive, e tutto deve combinarsi all'amichevole. È forse mia colpa, se la sorte, che continua ad essere cattiva per te, è al contrario buona per me?
È dunque buona, la sorte? Non è dunque un groom ad imprestito, non è un tilbury ad imprestito, non sono abiti ad imprestito quelli che abbiamo? Buono! tanto meglio, disse Caderousse con occhi che brillavano di cupidigia.
Oh! lo vedi bene, e tu lo sai, poichè mi fermi, disse Andrea animandosi sempre più. Se avessi avuto un fazzoletto come il tuo sulla testa, una giacca unta e lacera sulle spalle, e stivali rotti ai piedi non mi avresti riconosciuto.
Vedi bene che ora mi disprezzi, piccolo, hai torto: adesso che ti ho ritrovato, niente m'impedisce d'essere vestito a nuovo come un altro, atteso che conosco il tuo buon cuore: se tu hai due abiti me ne darai uno; io ti dava la mia porzione di minestra e di fagiuoli quanto tu avevi troppo fame.
È vero, disse Andrea. Che appetito avevi! hai tu sempre buon appetito? Ma sì, disse Andrea ridendo.
Come devi aver mangiato da quel principe dal quale esci. Non è un principe, ma soltanto un conte.
Un conte, ma ricco eh? Sì, ma non fidartene, è un signore che non ha l'aria comoda.
Oh! mio Dio, sta pur tranquillo! non si ha alcun disegno sul tuo conte, e ti lascerà tutto per te solo. Ma, soggiunse Caderousse, riprendendo quel sinistro sorriso che gli aveva già sfiorate le labbra, bisogna dar qualche cosa per questo, capisci.
Vediamo che ti abbisogna? Credo che con cento franchi il mese... viverei... Con cento franchi?
Ma male, capisci bene; ma con... 150 franchi sarei molto fortunato. Eccotene 200, disse Andrea.
E mise nelle mani di Caderousse dieci luigi d'oro.
Buono, fece Caderousse. Presentati dal portinaro, il primo di ogni mese, e là ne ritroverai altrettanti.
Andiamo, ecco che ancora tu mi umilii.
E in qual modo? Mi metti in rapporto con dei servitori; no, vedi non voglio avere da fare che con te.
Ebbene! sia così; domanda di me il primo di tutti i mesi, almeno fino a tanto che riceverò la mia rendita tu riceverai la tua.
Andiamo, andiamo, vedo bene che non m'era ingannato; sei un bravo ragazzo, ed è una benedizione quando la fortuna si versa sopra gente come te. Vediamo, raccontami la tua buona avventura.
Che bisogno hai di saperla? domandò Cavalcanti.
Buono! anche diffidenza?
Ebbene, ho ritrovato mio padre.
Un padre vero? Diavolo! fin che pagherà....
Tu lo crederai, e lo onorerai; è giusto.
Il maggiore Cavalcanti. Ed egli si contenta di te?
Fino al presente pare che gli basti.
E chi ti ha fatto ritrovare quel padre?
Il conte di Monte-Cristo. Quello dal quale esci?
Sì. Di' dunque, cerca di collocarmi presso lui come un gran parente, giacchè ne tieni l'agenzia.
Sia, gli parlerò di te; ma frattanto che farai tu?
Sei troppo buono di occuparti di ciò, disse Caderousse.
Mi sembra, che come tu prendi interessamento a me io possa bene a mia volta prendere qualche informazione.
È giusto... Prenderò in fitto una camera in una casa onesta, mi coprirò di abiti decenti, mi farò radere la barba tutti i giorni, e andrò a leggere i giornali al caffè. La sera entrerò allo spettacolo in un qualche teatro, ed avrò l'aspetto di un fornaro in ritiro: è il mio sogno prediletto.
Andiamo, è buono! Se vorrai mettere questi disegni in esecuzione, ed essere saggio, tutto andrà a meraviglia.
Ecco qua il signor Bossuet!... e tu, che diventerai? pari di Francia? Eh! eh! disse Andrea, chi sa?
Il signor maggior Cavalcanti forse lo è.... ma disgraziatamente è abolita l'eredità. Non parliamo di politica, Caderousse!... Ed ora che hai ciò che vuoi, e che siamo arrivati, salta abbasso, e sparisci! No, amico caro.
Come, no?
Ma riflettici dunque, mio piccolo, un fazzoletto rosso sulla testa, quasi senza scarpe, senza carte affatto, e dieci napoleoni d'oro in saccoccia, senza calcolare ciò che v'era prima, e che forma precisamente 500 franchi sarei infallibilmente arrestato alla barriera! allora sarei forzato per giustificarmi, di dire che sei stato tu che mi hai dato questi dieci napoleoni; di là informazioni, interrogatori; apprendono che ho lasciato Tolone senza avere avuto il congedo, e vengo scortato di brigata in brigata fino alla spiaggia del Mediterraneo, e ritorno puramente e semplicemente il numero 105, e addio al mio sogno di rassomigliare ad un fornaro in ritiro! No, figlio mio; preferisco di restare onorevolmente nella capitale. Andrea aggrottò il sopracciglio; era, come se ne vantò da sè stesso, una cattiva testa il figlio putativo del maggior Cavalcanti. Si fermò un momento, gettò uno sguardo rapido intorno a sè, e quando terminò di compiere il giro investigatore, la mano discese innocentemente nella saccoccia ove cominciava ad accarezzare il sopraguardia di una pistola da tasca. Ma nel tempo stesso Caderousse, che non perdeva di vista il compagno passava le mani dietro il dorso, ed apriva dolcemente un lungo coltello spagnuolo che portava indosso per ogni evento.
I due amici, come si vede, erano degni d'intendersi, e si capivano; la mano di Andrea uscì inoffensiva dalla tasca e risalì fino ai baffi che accarezzò per qualche tempo.
Buon Caderousse, diss'egli, dunque sarai contento!
Farò tutto il possibile per esserlo, rispose l'albergatore del ponte di Gard ripiegando la lama del coltello.
Rientriamo dunque in Parigi. Ma come vuoi fare a passare la barriera senza svegliare sospetti? mi sembra che abbigliato così, rischi più in carrozza che a piedi.
Aspetta, disse Caderousse, vedrai.
Prese la pellegrina ad alto colletto che il groom esiliato dal tilbury aveva lasciata al suo posto, e se la mise indosso, quindi il cappello di Cavalcanti, e se lo pose sulla testa; dopo ciò assunse la posizione ardita di un domestico di buona famiglia.
Ed io, disse Andrea, resterò senza niente in testa?
Peuh! fece Caderousse, tira tanto vento che ben può esserti caduto il cappello. Andiamo dunque, disse Andrea, e finiamola. E chi è che ti ferma, disse Caderousse, non sono già io, lo spero? Zitto! fece Cavalcanti.
Passarono la barriera senza alcun accidente.
Alla prima strada traversa, Andrea fermò il cavallo, e Caderousse balzò a terra. Ebbene! disse Andrea, il mantello del mio domestico, ed il mio cappello?
Ah! rispose Caderousse, tu non vorrai certamente che io mi raffreddi. Ma io?
Tu sei giovine mentre io comincio a farmi vecchio; a rivederci, Benedetto. E s'internò nel viottolo ove sparì.
Ahimè! disse Andrea mandando un sospiro, non si potrà dunque essere completamente felice in questo mondo?
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Capitolo 64. SCENA CONIUGALE.
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Sulla piazza di Luigi Quindicesimo i tre giovani si erano divisi, Morrel aveva preso per i Baluardi, Château-Renaud era voltato sul ponte della Rivoluzione, e Debray aveva seguito la riviera. Morrel e Château-Renaud, secondo ogni probabilità, raggiunsero i domestici focolari, come si dice tuttavia dalla tribuna delle camere nei discorsi ben fatti, ed al teatro della strada Richelieu nelle rappresentazioni bene scritte; ma non fece lo stesso Debray. Giunto al portello del Louvre, voltò a sinistra, traversò il Carousel a gran trotto, infilò per la strada Saint-Roch, sboccò per quella della Michodière, e giunse alla porta della signora Danglars al momento in cui il landau del signor de Villefort, dopo aver deposto il procuratore del Re e la moglie nel sobborgo Sant'Onorato, si fermava per far discendere la baronessa alla sua abitazione.
Debray, come uomo familiare nella casa, entrò pel primo nel cortile, gettò le redini nelle mani di uno stalliere, e ritornò alla portiera a ricevere la signora Danglars, alla quale offerse il braccio per ricondurla nei suoi appartamenti.
Che avete dunque, Erminia, disse Debray, e perchè vi sentiste tanto male al racconto di quella storia o piuttosto favola del conte?
Perchè dopo il pranzo ero orribilmente indisposta.
Ma no, Erminia, riprese Debray, non mi fareste creder questo. Voi, al contrario, eravate in ottime disposizioni quando siete giunta dal conte. Il signor Danglars era alquanto sguaiato, è vero, ma so quanto caso facciate del suo mal'umore; qualcuno deve avervi disgustata. Raccontatemelo; sapete bene ch'io non soffrirò mai che vi sia fatta una qualche impertinenza.
V'ingannate, Luciano, ve ne assicuro, e le cose sono come vi ho detto; fu il cattivo umore di cui vi siete accorto, e di cui non vi parlai, credendo che non ne valesse la pena.
Era evidente che la signora Danglars trovavasi sotto l'influenza di una di quelle irritazioni nervose, di cui le donne spesso non possono render conto a sè stesse, o che, come lo aveva indovinato Debray, aveva provato qualche emozione nascosta che non voleva confessare ad alcuno.
Da uomo assuefatto a riconoscere i vapori come uno degli elementi della vita femminina, non insistè più oltre, aspettando il momento opportuno o di nuova interrogazione, o di una confessione di motu proprio.
Alla porta della camera la baronessa incontrò madamigella Cornelia, la sua cameriera di confidenza.
Che fa mia figlia? domandò la signora Danglars.
Ella ha studiato tutta la sera, rispose madamigella Cornelia, quindi è andata a letto.
Mi sembrava però d'aver sentito suonare il piano-forte.
È madamigella Luigia d'Armilly che suona, mentre la signorina è in letto.
Bene, disse la signora Danglars, venite a spogliarmi.
Entrarono nella camera da letto, Debray si stese sopra un gran canapè, e la signora Danglars passò con Cornelia nel gabinetto di toletta. Mio caro Luciano, disse la signora Danglars a traverso la portiera del gabinetto, vi lamentate sempre perchè Eugenia non vi indirizza la parola.
Signora, disse Luciano scherzando col cagnolino della baronessa, che, riconoscendo in lui la qualità d'amico di casa, aveva l'abitudine di fargli mille carezze, non sono il solo che le faccia simili recriminazioni, e credo di aver inteso Morcerf lagnarsi l'altro giorno con voi stessa, per non poter cavare una sola parola di bocca alla sua fidanzata.
È vero, disse la signora Danglars, ma credo che una di queste mattine cambierà tutto ciò, e voi vedrete Eugenia entrare nel vostro gabinetto.
Nel mio gabinetto! da me?
Vale a dire, in quello del ministro. E per che fare?
Per domandarvi una scrittura all'Opera. In verità non ho mai veduto un tale fanatismo per la musica; è cosa ridicola per una persona di mondo!
Debray sorrise: Ebbene! diss'egli, ch'ella venga col consenso del barone e col vostro, e noi le faremo questa scrittura, e procureremo che sia a seconda del suo merito; quantunque siamo ben poveri per pagare come si conviene un merito uguale al suo.
Andate, Cornelia, disse la signora Danglars, io non ho più bisogno di voi. Cornelia disparve, ed un momento dopo la signora Danglars uscì dal suo gabinetto con un elegante abito da camera, e venne a sedersi presso a Debray.
Luciano la guardò per un momento in silenzio:
Vediamo, Erminia, rispondetemi francamente: qualche cosa vi ha punto, n'è vero?
Niente, riprese la baronessa; e ciò non pertanto, siccome si sentiva soffocare, si alzò, cercò di respirare, e andò a guardarsi in uno specchio. Io sono da far paura questa sera, diss'ella. Debray si alzò sorridendo per andare a tranquillare la baronessa su questo argomento, quando d'improvviso la porta si aprì, comparve il signor Danglars; Debray si rimise a sedere. Al rumore della porta la signora Danglars si voltò, e guardò suo marito con una meraviglia, che non si curò menomamente di dissimulare.
Buona sera, signora, disse il banchiere; buona sera, signor Debray. La baronessa credette senza dubbio che questa visita impreveduta significasse qualche cosa come il desiderio di riparare alle amare parole ch'erano sfuggite al barone nella giornata. Ella si armò di un'aria di dignità, e voltandosi verso Luciano senza rispondere a suo marito:
Leggetemi dunque qualche cosa, signor Debray.
Debray che per questa visita si era sulle prime alquanto inquietato, si rimise alla calma della baronessa, e stese la mano verso il libro indicato, in mezzo al quale stava un coltello di tartaruca incrostato d'oro.
Perdono, disse il banchiere, ma voi vi stancherete, baronessa, vegliando ad ora così tarda; sono le undici, ed il signor Debray abita molto lontano di qui.
Debray rimase preso da stupore, non perchè il tuono di Danglars non fosse tranquillo e gentile, ma finalmente perchè a traverso di questa calma e di questa gentilezza si scorgeva una certa velleità di fare, contro il solito, tutt'altro che favorevole alla volontà di sua moglie.
La baronessa pure fu sorpresa, e manifestò la sua meraviglia con uno sguardo che senza dubbio avrebbe dato a pensare a suo marito, se questi non avesse avuto gli occhi su di un giornale, sopra cui cercava la chiusa della rendita.
Ne risultò quindi che questo sguardo tanto fiero fu gettato in pura perdita, e non fece il suo effetto.
Signor Luciano, disse la baronessa, vi dichiaro che non ho la più piccola volontà di dormire, che ho mille cose da raccontarvi questa sera, e che voi passerete la notte ascoltandomi, doveste pur dormire in piedi.
Sono ai vostri ordini, rispose flemmaticamente Luciano.
Mio caro signor Debray, disse a sua volta il banchiere, non vi uccidete, vi prego, ad ascoltare questa notte le follie della signora Danglars, perchè le potrete ascoltare egualmente anche domani; ma questa sera è per me, me la riserbo e la consacrerò, se mel permettete, per parlare di gravi interessi con mia moglie. Questa volta il colpo era tanto ben diretto, e cadeva a perpendicolo in modo, che ne rimasero storditi la baronessa e Luciano: entrambi s'interrogarono collo sguardo come per chiedersi aiuto reciproco contro quest'aggressione del padron di casa il quale trionfò, e la forza rimase dal lato del marito.
Non vogliate però credere che io vi scacci, mio caro Debray, continuò Danglars; no, niente affatto; una congiuntura imprevista mi obbliga questa sera ad avere una conversazione con la baronessa; ciò accade abbastanza di raro perchè non si abbia a conservarmi risentimento.
Debray balbettò qualche parola, salutò ed uscì urtando negli angoli, come Natano nell'Atalia.
È incredibile, disse quando fu chiusa la porta, come questi mariti, che pur troviamo tanto ridicoli, prendano facilmente il sopravvento su noi! Partito Luciano, Danglars s'istallò nel suo posto, sul canapè, chiuse il libro rimasto aperto, e prendendo un atteggiamento orribilmente pieno di pretensioni, continuò a scherzare col cagnolino. Ma siccome il cane, che non aveva per lui la stessa simpatia, che per Luciano, lo voleva mordere, lo prese per la pelle del collo, e lo inviò dall'altra parte della camera sopra una poltrona. L'animale traversando lo spazio gettò un grido; ma giunto alla sua destinazione si appiattò dietro un cuscino, e stupefatto da questo trattamento al quale non era avvezzo si mantenne muto e senza movimento.
Sapete, signore, disse la baronessa senza batter ciglio, che fate dei progressi! ordinariamente non eravate che rozzo; questa sera siete brutale.
Egli è perchè questa sera sono di maggior cattivo umore che d'ordinario, rispose Danglars.
Erminia guardò il banchiere con sommo sdegno; ordinariamente queste occhiate esasperavano l'orgoglioso Danglars, ma questa sera sembrava appena farvi attenzione.
E che importa a me il vostro cattivo umore? rispose la baronessa irritata dalla impassibilità di suo marito; tali cose mi riguardan forse? Racchiudete i vostri cattivi umori nel vostro appartamento, o consegnateli ai vostri banchi, e poichè avete dei commessi che pagate, passate sur essi i vostri cattivi umori.
No, rispose Danglars, voi andate fuori dal diritto cammino nei vostri consigli, signora; per cui non li seguirò. I miei banchi sono il mio Pactolo, come dice, credo, Demoustier, e non voglio nè tormentarne il corso nè turbarne la calma. I miei commessi sono uomini onesti, che mi fan guadagnare la mia fortuna, e che pago a tasse infinitamente al di sotto di quel che meritano, se li stimo da quel che mi producono; non posso dunque mettermi in collera con essi; quelli contro i quali mi metterò in collera, sono le persone che mangiano i miei pranzi, che stroppiano i miei cavalli e rovinano la mia cassa.
E chi son adunque queste persone, che rovinano la vostra cassa? spiegatevi più chiaramente ve ne prego.
Oh! state tranquilla; se parlo enigmaticamente, non conto di lasciarvi lunga pezza cercare il significato delle mie parole, riprese Danglars, le persone che rovinano la mia cassa sono quelle che vi cavano 700 mila lire in un'ora.
Non vi capisco, disse la baronessa cercando di nascondere la forte emozione della voce, ed il rossore del viso.
Voi al contrario mi capite benissimo, disse Danglars: ma se continua la vostra cattiva volontà, vi dirò che ho perduto 700 mila franchi sul prestito spagnuolo.
Ah! disse la baronessa beffeggiandolo, son fors'io garante di questa perdita? E perchè no?
È colpa mia se avete perduto settecento mila franchi?
In ogni modo non fu mia.
Una volta per sempre, signore, riprese aspramente la baronessa, vi ho detto di non parlarmi mai di cassa; questo è un linguaggio che non ho imparato nè presso i miei parenti nè nella casa del mio primo marito.
Lo credo bene, disse Danglars, non avevano un soldo nè l'uno nè l'altro.
Ragion di più perchè non abbia potuto imparare da essi il gergo della banca, che mi strazia qui le orecchie dalla mattina alla sera; questo rumore di scudi che si contano e ricontano m'è odioso; e non so che vi sia suono più disgustoso di quello, se si eccettui la vostra voce.
In verità, disse Danglars, mi riesce strano! credeva che voi pigliaste interessamento alle mie operazioni!
Io! e chi ha potuto farvi credere simile sciocchezza?
Voi stessa. Ah! è curioso! Senza dubbio.
Vorrei bene che mi faceste conoscere in quale occasione.
Oh! mio Dio! è cosa facile. Nel mese di febbraio ora scorso mi avete parlato per la prima dei fondi d'Haïti; avete sognato che un bastimento entrava nel porto d'Havre, portando la notizia che un pagamento che si credeva aggiornato alle calende greche, si sarebbe effettuato: conosco la lucidità del vostro senno; feci dunque sotto mano comprare tutte le polizze che ho potuto ritrovare sul debito di Haïti, ed ho guadagnato 400 mila franchi di cui ve ne sono stati regolarmente rimessi cento. Voi ne avete fatto ciò che avete voluto, e questo non mi riguarda. Nel mese di Marzo si parlava della concessione di una strada ferrata. Si presentavano tre società offrendo eguali guarentigie. Voi mi diceste che il vostro istinto (e quantunque vi crediate estranea alle speculazioni, credo invece il vostro istinto molto sviluppato in certe materie) vi faceva credere che il privilegio sarebbe stato accordato alla società del mezzogiorno. Io mi sono fatto iscrivere nel medesimo punto per i due terzi delle azioni di questa società. Il privilegio le fu in realtà accordato; come lo aveva preveduto, le azioni hanno triplicato il loro valore, ed io ho incassato un milione, sul quale vi sono stati retribuiti 250 mila franchi a titolo di spillatico. Come avete impiegati questi 250 mila franchi? ciò non mi riguarda affatto.
E a che volete venirne, signore? gridò la baronessa fremendo di dispetto, e d'impazienza.
Pazienza, signora, vi giungerò. È una fortuna!
In aprile foste a pranzo dal ministro, si parlò della Spagna, voi ascoltaste una segreta conversazione; si trattava dell'espulsione di don Carlo; io comprai dei fondi spagnuoli. L'espulsione si effettuò, ed il giorno in cui Carlo V ripassò la Bidassoa, io guadagnai 600 mila franchi, e vi furono pagati mille scudi; essi erano vostri, e ne avete disposto a seconda della vostra fantasia, ed io non ve ne domando conto; ma non è men vero che voi avete ricevuto in quest'anno 500 mila lire.
Ebbene! in seguito? signore. Ah! sì; in seguito! precisamente dopo tutto questo la cosa s'è guastata.
Voi avete certi modi di parlare... in verità...
Essi mi richiamano le mie idee, e ciò è quanto mi abbisogna... In seguito, fu tre giorni sono questo in seguito. Tre giorni sono adunque, avete parlato di politica al signor Debray, ed avete creduto di vedere nelle sue parole che don Carlo era rientrato in Ispagna; allora io vendo le mie polizze, la notizia si spande, sorge un timor panico, non vendo più, regalo: la dimane si riconosce che la notizia era falsa, e sopra questa falsa notizia ho perduto 700 mila franchi
Ebbene? Ebbene! da poichè vi regalo un quarto quando guadagno, mi dovete dunque un quarto quando perdo; il quarto di 700 mila franchi è 175 mila franchi
Ma ciò che mi dite è una stravaganza, e non vedo in che modo mischiate il nome di Debray a tutta questa storia.
Perchè se mai non aveste per caso i 175 mila franchi che reclamo, li prendereste in prestito dai vostri amici, ed il signor Debray ne è uno.
Finiamola! gridò la baronessa.
Oh! signora, non facciamo gesti, non facciamo drammi moderni, se non mi sforzerete a dirvi, che di qui vedo il signor Debray sogghignare vicino ai 500 mila franchi che voi gli avete contati in quest'anno, e dire a sè stesso aver trovato ciò che non son potuti giungere a trovare i più esperti giuocatori, vale a dire una rollina ove si guadagna senza puntare e non si perde quando si perde.
La baronessa volle irrompere: Miserabile! diss'ella, osereste dire che non sapevate ciò di cui or mi fate un rimprovero?
Non vi dico che sapeva, nè vi dico che non sapeva, vi dico: osservate la mia condotta da quattro anni che non siete mia moglie, e che non sono più vostro marito, e vedrete s'ella è sempre stata consentanea con sè stessa. Qualche tempo prima della nostra rottura, avete desiderato di studiare la musica con quel famoso baritono che fece tanto incontro al teatro Italiano; io volli studiare il ballo con quella famosa ballerina che fece tanto chiasso a Londra, ciò mi costò tanto per voi che per me circa centomila franchi; io nulla ho detto perchè ci vuole l'armonia nelle famiglie; centomila franchi perchè la moglie impari a fondo la musica, ed il marito il ballo non è molto caro. Ben presto eccovi disgustata del canto, e vi vien voglia di studiare la diplomazia con un segretario del ministro; vi lascio studiare; poichè ciò nulla mi preme, quando pagate le lezioni dalla vostra cassetta; ma or m'accorgo che avete preso di mira la mia, e che il vostro studio mi può costare 700 mila franchi il mese... Alto là, signora, la cosa non può andar così, o il diplomatico darà le sue lezioni gratuite, ed io lo tollererò, ovvero non metterà più piede in casa mia.
Oh! quest'è troppo; gridò Erminia soffocata.
Ma, disse Danglars, vedo con piacere che non vi siete fermata qua e che avete volontariamente obbedito all'assioma del codice «la moglie deve seguire il marito»; ma ragioniamo. Io non mi son mai mischiato dei vostri affari che pel vostro bene, fate voi pure altrettanto; la mia cassa, voi dite che non vi riguarda? sia, ma operate colla vostra; e non empite, nè vuotate la mia. D'altra parte chi sa che ciò non sia un colpo di stiletto politico? che il ministro furioso di vedermi nella opposizione, e geloso delle simpatie popolari che mi suscito, non se la intenda col signor Debray; chi ha mai veduto una notizia telegrafica falsa, cioè l'impossibile, o il quasi impossibile; dei segnali affatto diversi dati dagli ultimi telegrafi? ciò senza dubbio è stato fatto espressamente per me.
Signore, disse umilmente la baronessa, voi non ignorate che quest'impiegato è stato scacciato, e sarebbe stato chiamato in giudizio se non si fosse salvato con la fuga, il che prova la sua follia, o la sua reità; quest'è un errore.
Sì, che fa ridere gli stupidi, che fa passare una cattiva notte al ministero, che fa coprir di nero molta carta ai segretarii di Stato; ma che a me costa 700 mila franchi
Ma, signore, disse d'improvviso Erminia, poichè tutto ciò deriva a quanto sembra dal signor Debray, perchè invece di dirlo a lui direttamente, lo dite a me?
Conosco forse il signor Debray? io! lo voglio forse conoscere, voglio forse sapere se dà consigli; li seguo forse? arrischio? voi fate tutto questo; non io.
Mi sembra però che dal momento che ne profittate...
Danglars si strinse nelle spalle: Sono le gran pazze creature queste donne che si credono geni, perchè hanno saputo condurre una diecina d'intrighi in modo da non essere affisse a tutte le cantonate di Parigi! Ma pensate dunque, se aveste nascoste le vostre sregolatezze allo stesso vostro marito, che è l'a b c dell'arte, perchè la maggior parte del tempo i mariti non vogliono vedere, ciò non pertanto non sareste meno una pallida copia di ciò che fanno la metà delle vostre amiche, le donne di mondo. Ma non è così per me. Io ho veduto, ed ho veduto sempre, in 16 anni circa, voi forse mi avrete nascosto un pensiero, ma non una dimostrazione, non un atto, uno sbaglio; mentre che, dal vostro canto, vi applaudivate della vostra furberia, e credevate fermamente d'ingannarmi; che cosa ne risultò? Che mercè la mia pretesa ignoranza, dal signor de Villefort fino al signor Debray, non vi fu mai uno dei vostri amici, che non tramasse avanti a me. Non ve ne fu uno che non mi trattasse da padron di casa, mia unica pretensione presso voi; finalmente non ve ne fu uno che abbia osato dirvi di me, ciò che ve ne dico io stesso in questa sera. Io vi permetto di rendermi odioso, ma v'impedirò di rendermi ridicolo: ed in particolare vi proibisco positivamente, e sopra ogni altra cosa, di rovinarmi.
Fino al momento in cui fu pronunziato il nome di Villefort, la baronessa aveva sostenuta una ferma apparenza; ma a questo nome era impallidita, ed alzandosi come mossa da uno scatto, aveva stese le braccia come per scongiurare una apparizione, e fatti tre passi verso suo marito, come per istrappargli la fine del segreto che non conosceva, o che forse, per qualche odioso secondo fine, come presso a poco lo erano tutti quei di Danglars, non voleva lasciarsi sfuggire.
signor de Villefort! che significa ciò? disse la baronessa.
Vuol significare, riprese Danglars che il signor de Nargonne, vostro primo marito, non essendo nè un filosofo nè un banchiere, e forse essendo l'uno e l'altro, e vedendo che non v'era da cavare alcun partito da un procuratore del Re, è morto dal dispiacere e dalla collera... Ma io sono brutale; non solamente lo so, ma me ne vanto; è uno dei miei espedienti nelle mie speculazioni commerciali; perchè invece di ammazzare, si è fatto ammazzare egli stesso? Perchè non aveva una cassa da salvare, ma io mi devo conservare per la mia cassa. Il signor Debray, mio socio, mi ha fatto perdere 700 mila franchi; che egli sopporti la sua porzione di perdita, e noi continueremo i nostri affari, se no, mi si dichiari fallito per questi 175 mila franchi, e sparisca. Eh! mio Dio! è un grazioso giovine, lo so, quando le sue notizie sono esatte; ma quando esse nol sono, ve ne sono cinquanta al mondo che valgono più di lui.
La signora Danglars era atterrita, pure fece un estremo sforzo per rispondere a questo ultimo assalto. Essa cadde sopra un seggio pensando a Villefort, alla scena del pranzo, a quella strana serie di disgrazie che da qualche giorno piombavano una dopo l'altra sulla sua casa, e convertivano in iscandalosi dibattimenti la perfetta calma della sua famiglia. Danglars non la guardò neppure, quantunque ella facesse tutto quel che poteva per isvenire. Egli aprì la porta della camera da letto senza aggiungere alcun'altra parola, e ritornò nel suo appartamento; di modo che la signora Danglars, rinvenendo dal suo semi-svenimento, potè credere ch'ella aveva soltanto fatto un cattivo sogno.
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Capitolo 65. DISEGNI DI MATRIMONIO.
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Il giorno seguente, nell'ora che Debray era solito di scegliere per venire a fare una piccola visita alla signora Danglars nell'andare al suo ufficio, il suo coupé non apparve nel cortile. In quell'ora, cioè mezz'ora dopo mezzogiorno, la signora Danglars ordinò la sua carrozza ed uscì. Danglars, posto dietro una tenda, aveva spiato questa uscita che aspettava, dette l'ordine d'essere avvisato tosto che fosse ritornata la signora, ma alle due non era ancora rientrata.
Alle due domandò i suoi cavalli, si portò alla Camera, e si fece inscrivere per parlare contro il preventivo delle spese. Da mezzo giorno alle due, Danglars era rimasto nel suo gabinetto dissigillando dispacci, e diventando ognor più tetro, ammassando cifre, e ricevendo visite, tra le altre quella del maggiore Cavalcanti, che si presentò nell'ora annunziata il giorno avanti per terminare il suo affare col banchiere. Uscendo dalla Camera, Danglars, che aveva dati molti segni di grande agitazione durante la seduta, e che sopra tutto era stato più acerbo che mai contro il ministero risalì in carrozza, ed ordinò al cocchiere di condurlo all'ingresso dei Campi-Elisi n. 30. Monte-Cristo era in casa; soltanto era con uno, e pregava Danglars di aspettarlo un momento nel salone. Mentre il banchiere aspettava, la porta si aprì, e vide entrare un uomo vestito da abate che invece d'aspettare come lui, più familiare di lui senza dubbio nella casa, lo salutò, ed entrando nell'interno degli appartamenti, disparve. Un momento dopo, la porta per la quale era entrato il prete, si riaprì, e comparve Monte-Cristo.
Perdono, diss'egli, caro barone, ma uno dei miei buoni amici, l'abate Busoni che avete potuto veder passare, è giunto a Parigi; era molto tempo che eravam divisi, e non ho avuto il coraggio di lasciarlo subito; spero che in favore della causa mi scuserete di avervi fatto aspettare.
Come, disse Danglars, è cosa semplicissima, sono io che ho scelto male il momento, e mi ritiro.
Niente affatto, anzi al contrario sedetevi. Ma, buon Dio! mi avete un aspetto molto pensieroso; in verità mi spaventate; un capitalista afflitto è come una cometa, presagisce sempre qualche gran disgrazia al mondo.
Io ho, mio caro signore, che la cattiva fortuna pesa su me da qualche giorno, e che non ricevo che sinistre notizie. Ah! mio Dio! avete forse avuto qualche altra ricaduta alla borsa? No, ne sono guarito, almeno per qualche giorno. Si tratta semplicemente per me di un fallimento a Trieste. Davvero? Il banchiere fallito sarebbe forse Jacopo Manfredi? Precisamente! Un uomo che ogni anno, non so per quanto tempo, faceva meco affari per otto, 900 mila franchi Mai uno sbaglio, mai un ritardo; un uomo allegro che pagava come un principe. Mi metto in credito di un milione con lui, ed il mio diavolo non vuole che Jacopo Manfredi sospenda i pagamenti?
Davvero? È una fatalità inaudita. Tiro sopra lui 600 mila lire che ritornano senz'essere pagate, e di più sono ancora possessore di altre 400 mila lire di cambiali firmate da lui, e pagabili alla fine del corrente dal suo corrispondente di Parigi, siamo ai 30, mando a riscuoterle... ah! sì! il corrispondente è sparito. Col mio affare di Spagna, ciò mi fa una bella fine di mese.
Ma è veramente una perdita il vostro affare di Spagna?
Certamente, nient'altro che 700 mila franchi
Come diavolo avete mai fatto un simile errore?
Eh! è stata colpa di mia moglie. Ella ha sognato che don Carlo era ritornato in Spagna; ella crede ai sogni. È magnetismo, dic'ella, e quando sogna una cosa, questa cosa, per quanto essa assicura, deve infallibilmente accadere. Su questa convinzione io le permetto di arrischiare; ella ha la sua cassetta, ed il suo agente di cambio, ella rischia, ed ella perde. È vero che non è mio denaro, ma suo quello con cui si arrischia; però non importa, capirete che quando escono 700 mila franchi dalla cassetta della moglie, il marito se ne accorge sempre alcun poco. Come! non sapevate ciò? Ma la cosa ha fatto pure un enorme romore.
È vero, ne aveva inteso parlare, ma non ne sapeva i particolari; e poi non si può essere più ignoranti di me in questi affari di borsa. E voi non arrischiate mai?
Io? e come volete che arrischi se ho già tanti incomodi per tenere in regola le mie rendite? sarei forzato, oltre il mio intendente, di prendere ancora un commesso ed un cassiere. Ma a proposito di Spagna, mi sembra che la baronessa non avesse del tutto sognato la rientrata di Don Carlo. I giornali non hanno detto qualche cosa su questo argomento? Voi dunque credete ai giornali? Io? niente affatto; ma mi sembrava che questo onesto Messager facesse eccezione alla regola, e non annunziasse che le notizie certe, e le notizie telegrafiche. Ebbene! ecco ciò che è inesplicabile, riprese Danglars; appunto la rientrata di don Carlo era una notizia telegrafica. Dimodochè, disse Monte-Cristo, in questo mese perdete circa un milione e 700 mila franchi Non è circa, è precisamente la somma che perdo.
Diavolo! per una fortuna di terz'ordine, disse Monte-Cristo, questo è un brutto colpo. Di terz'ordine! disse Danglars, che diavolo intendete di dire?
Senza dubbio, continuò Monte-Cristo, io faccio tre categorie sulle fortune: fortune di primo ordine, fortune di secondo ordine, fortune di terzo ordine: chiamo fortune di primo ordine quelle che si compongono di tesori che si hanno sotto le mani, le terre, le miniere, le rendite sui grandi stati come la Francia, l'Austria, e l'Inghilterra, purchè questi tesori, queste miniere, queste rendite formino un totale di un centinaio di milioni! chiamo fortune di second'ordine le imprese manifatturiere, le imprese di associazione, i vice-reami, i principati che non sorpassano un milione e cento mila franchi di rendita, il tutto formante un capitale di un 500 milioni; finalmente, chiamo fortune di terzo ordine, i capitali fruttiferi per interessi composti, i guadagni dipendenti dall'altrui volontà, o dalle combinazioni della sorte che un fallimento scomoda, ed una notizia telegrafica rovina! le banche, le speculazioni eventuali, le operazioni sottomesse a quelle combinazioni della fatalità, che si potrebbe chiamare forza minatrice, paragonandola alla maggiore che è la forza naturale, il tutto formante un capitale fittizio, o reale di un 15 milioni circa. Non è questa la vostra posizione?
Ma diavolo! sì, rispose Danglars.
Ne risulta che con sei finali di mese come questa, continuò imperturbabilmente Monte-Cristo, una casa di terzo ordine si troverebbe all'agonia. Oh! disse Danglars con un sorriso molto pallido, come vi ci trasportate!
Mettiamo sette mesi, replicò Monte-Cristo nel medesimo tuono. Ditemi: avete mai pensato qualche volta che sette volte un milione e 700 mila franchi fanno 12 milioni circa?... no?... ebbene! avete ragione, perchè con simili riflessioni, non si impegnerebbero mai i propri capitali, che sono per l'uomo finanziere ciò che è la pelle all'uomo incivilito. Noi abbiamo i nostri abiti più o meno sontuosi, questo è il nostro credito! ma quando l'uomo muore non ha che la pelle! di modo che uscendo dagli affari non avete il vostro capitale reale, 5 o 6 milioni al più! poichè le fortune di terzo ordine non rappresentano che il terzo o il quarto delle loro apparenze, come la locomotiva della strada ferrata non è sempre in mezzo al fumo che l'inviluppa e l'ingrandisce, che una macchina più o meno forte. Ebbene, su questi 5, o 6 milioni che formano il vostro attivo reale, ne avete perduti circa due, che diminuiscono d'altrettanto la vostra fortuna fittizia, o il vostro credito! vale a dire mio caro Danglars, che la vostra pelle è stata aperta da una sanguisuga che replicata quattro volte porterebbe la morte. Eh! eh! fate attenzione. Avete bisogno di danaro? volete che ve ne presti?
Come siete mai cattivo calcolatore! gridò Danglars chiamando in suo soccorso tutta la filosofia, e tutta la dissimulazione dell'apparenza! a quest'ora il danaro è già rientrato nel mio scrigno con altre speculazioni che sono riuscite. Il sangue esce per i salassi, e rientra colla nutrizione: ho perduto una battaglia in Spagna, sono stato battuto a Trieste, ma la mia armata navale delle Indie avrà preso qualche galeone, i miei pionieri del Messico avranno scoperto qualche miniera.
Benissimo! benissimo! ma la cicatrice resta, ed alla prima perdita si riaprirà.
No, perchè io cammino sulle certezze, continuò Danglars, colla facondia giocosa del ciarlatano (il cui stato è di innalzare il suo credito) per rovesciare il mio credito bisognerebbe che crollassero tre governi.
Diavolo! ciò si è veduto. Che la terra manchi di raccolto. Ricordatevi le sette vacche grasse, e le sette vacche magre. O che il mare si ritirasse come ai tempi di Faraone; e poi vi sono molti mari, ed i miei vascelli ne rimarrebbero liberi per fare le loro carovane.
Tanto meglio, caro signor Danglars, disse Monte-Cristo, ed io vedo che mi ero sbagliato, e che voi rientrate nelle fortune di secondo ordine.
Credo di potere aspirare a questo onore, disse Danglars con uno di quei sorrisi composti che facevano a Monte-Cristo l'effetto di una di quelle lune impiastricciate, di cui i cattivi pittori intonacano le loro rovine; ma giacchè siamo a parlare d'affari, soggiunse egli contento di ritrovare questo mezzo di cambiare la conversazione, ditemi dunque un poco ciò che io posso fare per il signor Cavalcanti.
Dargli del danaro, se egli ha su voi un credito che vi sembri buono.
Eccellente! si è presentato questa mattina con una cambiale di 40 mila franchi pagabile a vista sopra di voi, firmata Busoni, e rimandata da voi a me colla vostra girata! capirete che io gli ho contati sul momento 40 biglietti quadrati.
Monte-Cristo fece un segno di testa che indicava la sua adesione.
Ma ciò non è tutto, continuava Danglars; egli ha aperto a suo figlio un credito sopra di me.
E quanto, se non è indiscretezza, ha assegnato al giovine? Cinque mila franchi il mese.
Sessanta mila franchi l'anno. Io ne dubitava, disse Monte-Cristo alzando le spalle, sono veri spilorci i Cavalcanti. Che può fare un giovine con 5 mila franchi il mese?
Ma capirete che se il giovine ha bisogno di qualche mille franchi di più...
Non ne fate niente, il padre ve li lascerebbe in conto vostro; non conoscete tutti questi milionarii oltramontani: sono veri Arpagoni. E da chi gli è stato aperto il credito?
Oh! dalla casa Fenzi, una delle migliori di Firenze.
Non voglio dire che perderete, tanto vale, ma tenete i vostri conti nei stretti limiti della lettera.
Non avreste dunque fiducia in questi Cavalcanti?
Darei loro dieci milioni sulla loro firma. La loro fortuna entra in quelle di second'ordine di cui or vi parlava.
È tanto semplice che lo avrei preso per un maggiore, niente di più.
E voi gli avreste fatto onore, perchè avete ragione, egli non paga di apparenza. Quando l'ho veduto per la prima volta mi ha fatto l'effetto di un sotto tenente ammuffito sotto la spallina.
Il giovine è migliore, disse Danglars.
Sì, forse un po' timido; ma in sostanza mi è sembrato conveniente. Io ne era un poco inquieto.
E perchè? Perchè voi lo avete veduto da me quasi al suo ingresso nel mondo, per quanto almeno mi è stato detto. Egli ha viaggiato con un precettore severissimo, e non era mai venuto a Parigi.
Tutti questi Italiani di distinzione hanno l'abitudine d'imparentarsi fra di loro, n'è vero? dimandò negligentemente Danglars, essi amano di accumulare le loro fortune.
D'ordinario fan così, è vero; ma Cavalcanti è un originale che non fa niente come gli altri. Nessuno mi torrà l'idea, che abbia mandato in Francia suo figlio perchè vi ritrovi moglie.
Lo credete? Ne son sicuro. Ed avete inteso parlare della sua fortuna? Non si parla che di ciò, se non che gli uni accordano loro dei milioni, gli altri pretendono che non posseggano un paolo. E la vostra opinione?
Non bisogna farvi sopra alcun fondamento essendo del tutto personale. Ma in fine...
La mia opinione è che tutti questi vecchi potestà, tutti questi antichi condottieri, poichè questi Cavalcanti hanno comandato degli eserciti, hanno comandato delle province; la mia opinione, diceva, è che essi han seppellito dei milioni in luoghi conosciuti soltanto dai loro antenati, e che fan conoscere ai loro primogeniti di generazione in generazione, e la prova si è che essi sono tutti gialli e secchi come i loro fiorini dei tempi della repubblica, di cui conservano il riverbero a forza di guardarli.
Perfettamente disse Danglars, e ciò è tanto vero in quando che non si sa che abbiano un palmo di terreno.
Almeno molto poco; non conosco ai Cavalcanti che il solo palazzo che hanno in Lucca.
Ah! hanno un palazzo? disse ridendo Danglars; ciò è già qualche cosa.
Sì, ed anche lo danno in fitto al ministero delle finanze, mentre che egli abita in una casetta. Oh! ve l'ho già detto; credo il buon uomo avaro.
Andiamo, andiamo; voi non l'adulate punto.
Ascoltate, lo conosco appena; credo di averlo veduto tre volte in vita mia; ciò che ne so, è per parte dell'abate Busoni, e da lui stesso; egli mi parlava questa mattina dei suoi progetti sopra suo figlio, e mi lasciava travedere che stanco di veder dormire dei capitali considerevoli in Italia, vorrebbe trovare un mezzo, sia in Francia, sia in Inghilterra di far fruttare i suoi milioni: ma notate bene che, quantunque io abbia la più gran fiducia nell'abate Busoni personalmente, non rispondo di niente.
Non importa, grazie del cliente che mi avete procurato; questo è un gran bel nome da iscrivere sui miei registri, e il mio cassiere, al quale ho spiegato ciò che erano i Cavalcanti, ne va superbo. A proposito, e questa è una semplice spiegazione al turista, quando questi personaggi dan moglie ai loro figli gli assegnano alcuna dote?
Eh! mio Dio! cioè, secondo: ho conosciuto un principe italiano ricco come una miniera d'oro, uno dei primi nomi della Toscana, che quando i figli si ammogliavano a suo genio, loro assegnava dei milioni, e quando contro il suo beneplacito, si contentava di assegnar loro una rendita di 30 scudi il mese. Ammettiamo che Andrea si ammogli secondo le vedute di suo padre, allora gli assegnerà forse uno, due, tre milioni. Se ciò fosse colla figlia di un banchiere, per esempio, forse prenderebbe un interesse nella casa del suocero di suo figlio; poi supponete a lato di ciò che la nuora gli dispiacesse; buona notte, il padre Cavalcanti mette la mano sulla chiave dello scrigno, dà un doppio giro alla serratura, ed ecco maestro Andrea obbligato a vivere come un figlio di famiglia Parigino segnando le carte, o giuocando a dadi falsi.
Questo giovine ritroverà una principessa Bavarese o Peruviana; egli vorrà una corona chiusa, un Eldorado traversato dalla Potosa.
No; tutti questi gran signori dall'altra parte dei monti sposano frequentemente delle semplici mortali. Ma perchè mi fate tutte queste domande, caro signor Danglars, avete forse intenzione di collocare Andrea?
In fede mia non mi sembrerebbe una cattiva speculazione; io sono uno speculatore. Ma non con madamigella Danglars; io presumo non vorrete fare scannare questo povero Andrea da Alberto? Alberto, disse Danglars, alzando le spalle; ah sì, bene! egli se ne cura ben poco!
Ma egli è fidanzato a vostra figlia, credo?
Cioè il signor de Morcerf ed io abbiamo qualche volta parlato di questo matrimonio, ma la signora de Morcerf ed Alberto...
Non mi direte che questo non è un buon partito?
Eh! eh! madamigella Danglars vale bene un Morcerf, mi sembra! La dote di madamigella Danglars sarà bella in fatto, e non ne dubito, particolarmente se il telegrafo non fa più nuove pazzie. Oh! non è soltanto la dote... ma a proposito ditemi dunque? E che? Per qual motivo non avete invitato al vostro pranzo Morcerf e la sua famiglia?
Lo aveva già fatto, ma egli mi ha addotto un viaggio a Dieppe colla signora de Morcerf, alla quale è stato raccomandato di respirare l'aria di mare.
Sì, sì, disse Danglars ridendo, essa le deve far bene.
E perchè? Perchè è l'aria che ha respirato nella sua gioventù. Monte-Cristo lasciò cadere l'epigramma senza mostrare d'avervi fatta attenzione. Ma finalmente, disse il conte, se Alberto non è così ricco come madamigella Danglars, non potete però negare che non porti un bel nome? Sia, ma io amo altrettanto il mio, disse Danglars.
Certamente il vostro nome è popolare, ed ha ornato il titolo di cui si è creduto onorarlo; ma siete un uomo troppo intelligente per non aver compreso che, per alcuni pregiudizi troppo profondamente radicati per poterli svellere, una nobiltà di cinque secoli vale molto più di una nobiltà di venti anni.
Ed ecco precisamente il perchè, disse Danglars con un sorriso che si sforzava di rendere sardonico, ecco perchè io preferirei il signor Andrea Cavalcanti ad Alberto de Morcerf.
Ma ciò non ostante credo, disse Monte-Cristo, che i Morcerf non la cedano ai Cavalcanti?
I Morcerf!... sentite, mio caro conte, siete un galantuomo, n'è vero? Io credo. E di più conoscitore dei blasoni? Un poco. Ebbene! guardate il colore del mio; esso è più solido di quello del blasone di Morcerf.
E perchè? Perchè, se io non sono barone di nascita, almeno mi chiamo Danglars. E poi? Mentre che egli non si chiama Morcerf. Come! egli non si chiama Morcerf? Niente affatto. Eh! via dunque! Io da qualcuno sono stato fatto barone, di modo che lo sono; egli si è fatto conte da sè, per cui non lo è. Impossibile!
Ascoltate mio caro conte, continuò Danglars, il signor de Morcerf è mio amico, o piuttosto una mia conoscenza di trent'anni; sapete che faccio buon mercato dei miei stemmi, poichè non ho mai dimenticato da dove sono partito.
Questa è una pruova, disse Monte-Cristo, o di una grande umiltà, o di un grande orgoglio.
Ebbene! quando era semplice commesso, Morcerf era semplice pescatore. E allora si chiamava? Fernando.
Senz'altro? Fernando Mondego. Ne siete sicuro? Per bacco! Mi ha venduto abbastanza pesce perchè lo conosca. Allora perchè volevate dargli vostra figlia?
Perchè Fernando e Danglars erano due nobili, due ricchi, due fortunati di fresca data, in fondo uno valeva l'altro, se si eccettuino alcune cose che si sono dette di lui, e che non si sono mai potute dire di me.
Che dunque? Niente. Ah! sì, ora capisco; ciò che mi dite mi rinfresca la memoria a proposito del nome di Fernando Mondego. Ho inteso pronunciare questo nome in Grecia. A proposito dell'affare di Alì-Pascià? Precisamente. Ecco il mistero, riprese Danglars, e vi confesso che avrei pagato molto per iscoprirlo.
Non era difficile, se ne aveste avuta gran volontà.
Ed in che modo? Senza dubbio avrete qualche corrispondente in Grecia? Per bacco!
A Giannina?
Ne ho da per tutto.
Ebbene, scrivete al vostro corrispondente di Giannina, e domandategli qual parte ha fatta nella catastrofe di Alì-Tebelen un francese chiamato Fernando.
Avete ragione! gridò Danglars alzandosi con vivacità, scriverò oggi stesso. Fatelo. Vado a scrivere.
E se avete qualche notizia scandalosa...
Ve la comunicherò.
Mi farete un piacere
Danglars si slanciò fuori dell'appartamento, e non fece che un balzo fino alla sua carrozza.
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Capitolo 66. Il GABINETTO DEL PROCURATOR DEL RE.
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Lasciamo il banchiere ritornare a gran trotto e seguiamo la signora Danglars nella sua escursione: ella mezz'ora dopo mezzo giorno, aveva ordinati i cavalli, ed era uscita in carrozza. Si diresse dalla parte del sobborgo San Germano, prese la strada della Senna, e fece fermare al passaggio del Ponte-nuovo, ivi discese, e traversò il passaggio. Era vestita con molta semplicità, come si conviene ad una donna di buon genere che esce la mattina. In Strada Génégaud, montò in una vettura da nolo indicando come termine della sua corsa la strada Harlay. Appena entrata in carrozza, levò di saccoccia un velo nero molto fitto, che attaccò al suo cappello di paglia; quindi si rimise il cappello in testa, e vide con piacere, guardandosi in un piccolo specchio tascabile, che non si poteva discernere di lei che la pelle bianca, e la pupilla scintillante. La carrozza prese pel Ponte-nuovo ed entrò per la piazza Dauphine nel cortile di Harlay; fu pagata nell'aprire la portiera, e la signora Danglars, slanciandosi verso la scala, che salì con leggerezza, giunse ben presto alla sala dei Passi-Perduti. Quella mattina v'erano molti affari, ed ancora molta più gente affaccendata al Palazzo.
Le persone affaccendate non guardano molto le donne; la signora Danglars traversò adunque la sala senz'essere osservata più di altre dieci donne che stavano ad aspettare i loro avvocati.
Vi era folla nell'anticamera del signor de Villefort, ma la signora Danglars non ebbe neppure il bisogno di pronunciare il suo nome; tosto che apparve, un usciere si alzò, venne a lei, le chiese se fosse la persona a cui il signor procuratore del Re aveva dato convegno, e sulla sua risposta affermativa, la condusse, per un corridoio riservato, nel gabinetto del signor de Villefort. Il magistrato, seduto sopra un seggio, scriveva tenendo le spalle voltate alla porta; la intese aprirsi, e l'usciere pronunciare queste parole: «Entrate, signora.» La porta si rinchiuse senza che avesse fatto il più piccolo movimento; ma tosto che sentì allontanarsi il rumore dei passi dell'usciere, si voltò prestamente, mise il catenaccio, tirò le tende, e visitò tutti gli angoli del gabinetto. Quindi, allorchè ebbe acquistata la certezza che non poteva essere nè veduto nè udito da alcuno: Grazie, signora, diss'egli, grazie della vostra esattezza. E le offrì una sedia che la signora Danglars accettò, perchè il cuore le batteva tanto fortemente che si sentiva vicino a soffocare.
Ecco, disse il procuratore del Re sedendo egli pure, e facendo descrivere un mezzo cerchio al suo seggio in modo da trovarsi dirimpetto alla signora Danglars, ecco passato ben lungo tempo, signora, che non ho avuto la fortuna di parlare da solo con voi, e con mio sommo dispiacere ci ritroviamo per intavolare una conversazione molto dolorosa.
Ciò non pertanto, signore, avete veduto che sono venuta, quantunque questa conversazione debba riuscire assai più dolorosa per me che per voi.
Villefort sorrise amaramente: È dunque vero, disse egli rispondendo piuttosto al proprio pensiero che alle parole della signora Danglars, che tutte le nostre azioni lasciano le loro tracce, le une tetre, le altre luminose nel nostro passato? È dunque vero che tutti i passi della nostra vita rassomigliano all'andamento del rettile sulla sabbia e fanno un solco? Ahimè! per molti questo solco è quello delle loro lagrime.
Signore, voi comprendete la mia emozione, n'è vero? disse la signora Danglars, abbiatemi dunque dei riguardi, ve ne prego. Questa camera entro cui sono passati tanti colpevoli tremanti e vergognosi, questo seggio su cui mi sto a mia volta vergognosa e tremante!... Oh! io ho bisogno di tutta la mia ragione per non vedere in me una donna molto colpevole, ed in voi un giudice minaccioso.
Villefort scosse la testa, e mandò un sospiro:
Ed io dico a me stesso; che il mio posto non è sul seggio del giudice, ma sul banco dell'accusato.
Voi? disse la signora Danglars maravigliata. Sì, io.
Credo che per parte vostra, signore, il vostro puritanismo esageri la situazione, disse la signora Danglars, il cui bell'occhio si illuminò di un fuggitivo fulgore. Questi solchi di cui parlavate or ora, sono stati tracciati da tutta la gioventù ardente. Nel fondo delle passioni, al di là dei piaceri, vi è sempre un poco di rimorso; è perciò che l'Evangelo, questa eterna risorsa degl'infelici, ha dato per conforto a noi povere donne l'ammirabile parabola della giovane peccatrice, e della donna adultera. Così, ve lo confesso, riportandomi ai delirii della mia gioventù, qualche volta penso che Dio me li perdonerà, poichè se essi non possono trovare scusa, troveranno mercede in compenso dei patimenti sofferti dopo; ma voi, che avete a temere di tutto ciò, voi altri uomini, che il mondo scusa, e che lo scandalo nobilita?
Signora, replicò Villefort, mi conoscete, non sono un ipocrita, o almeno non faccio l'ipocrita, senza qualche ragione. Se la mia fronte è severa, i molti infortunii l'offuscarono; se il mio cuore si è petrificato, è stato per poter sopportare i cozzi che ha ricevuto: non era così nella mia gioventù, non era così nella sera dei miei sponsali, quando eravamo tutti assisi intorno ad una tavola della strada Cours a Marsiglia. Ma da quel tempo tutto si è cambiato in me, ed intorno a me. La mia vita si è consumata a perseguire cose difficili, e ad infrangere nelle difficoltà tutti coloro che, volontariamente, o involontariamente, per determinata intenzione o per caso s'incontrarono sul mio sentiero a suscitarmi difficoltà. È difficile che ciò che si desidera ardentemente, non sia conteso ardentemente da coloro i quali han voluto ottenerlo, o dai quali si tenta strapparlo. Così, la maggior parte delle cattive azioni degli uomini sono venute loro incontro, mascherate dalle sembianze della necessità; quindi commessa la cattiva azione in un momento d'esaltazione, di timore, o di delirio, si vede che si sarebbe potuto passarle vicino evitandola. Il mezzo che sarebbe stato buono da impiegarsi, e che non si è veduto, ciechi che s'era, si presenta ai nostri occhi facile e semplice, e dite a voi stessi: «E come mai non ho fatto questo, invece di fare quest'altro?» Voi donne, al contrario, ben difficilmente siete tormentate dai rimorsi, perchè raramente la risoluzione viene da voi; le vostre sventure vi sono quasi sempre imposte, i vostri sbagli son quasi sempre i delitti degli altri.
In ogni modo, signore, convenitene, se ho commesso un errore, rispose la signora Danglars, sia ancora stato personale, ieri sera ne ho ricevuto una severa punizione.
Povera donna! disse Villefort stringendole la mano, troppo severa per le vostre forze, perchè per due volte poco vi è mancato a soccombere, e pure... deggio io dirvelo?... raccogliete tutto il vostro coraggio, perchè non siete ancora alla fine.
Mio Dio! che vi è dunque ancora?
Non vedete che il passato, signora, certamente è tetro, ebbene figuratevi un avvenire... spaventoso certamente... sanguinoso forse!... La baronessa conosceva la calma di Villefort, essa fu così spaventata dalla sua esaltazione, che aprì la bocca per gridare, ma il grido le si estinse in gola. E come mai è risorto questo terribile passato, gridò Villefort; come mai dal fondo della tomba, dal fondo dei nostri cuori ove dormiva, è uscito come fantasma, per far impallidire le nostre guance ed arrossir le nostre fronti?
Ahimè! diss'Erminia, senza dubbio il caso!
Il caso! riprese Villefort, no, no, non è il caso!
Ma sì, non fu una combinazione fatale, non è stato il caso che ha operato tutto ciò? Non fu per caso che il conte di Monte-Cristo ha comprata quella dimora? non fu per caso ch'egli fece scavare la terra? non fu per caso finalmente che quel disgraziato fanciullo fu dissotterrato ai piedi di quell'albero? Povera ed innocente creatura! nata da me, cui non ho mai potuto dare un bacio, ma per la quale ho sparso tante lagrime! Ah! il mio cuore è volato per intero incontro al conte, quando ha parlato di questa cara spoglia ritrovata sotto i fiori.
Ebbene! no, signora, ecco quanto avevo di terribile a dirvi, rispose Villefort con sorda voce, non si è trovata alcuna spoglia sotto i fiori, no, non vi è stato alcun fanciullo dissotterrato; no, non bisogna piangere, no non bisogna gemere, bisogna tremare.
Che volete dire? gridò la signora Danglars rabbrividendo.
Voglio dire, che il signor di Monte-Cristo nello scavare ai piedi di quell'albero, non ha potuto trovare nè scheletro di fanciullo, nè ferramenti di cassetta, perchè sotto a questi alberi non v'era nè l'uno nè l'altro.
Non v'era nè l'uno nè l'altro? replicò la signora Danglars fissando sul procuratore del re certi occhi, di cui la spaventosa dilatazione delle pupille indicava il terrore; non deponeste dunque là la povera creatura? Perchè ingannarmi? con quale scopo, dite?
Fu là, ma ascoltatemi, e compiangerete me, che per vent'anni, senza parteciparvene la più piccola parte, ho portato il peso dei dolori che sono per dirvi.
Mio Dio! mi spaventate! ma n'importa, vi ascolto.
Sapete come passò quella notte dolorosa, in cui voi eravate spirante sul vostro letto, in quella camera di damasco rosso, mentre ch'io, non meno anelante di voi, aspettava la vostra liberazione. Il fanciullo nacque, mi fu consegnato, senza movimenti, senza respirazione, senza voce: noi lo credemmo morto.
La signora Danglars fece un movimento rapido, come se avesse voluto slanciarsi dalla sedia. Ma Villefort la fermò giungendo le mani, come per implorarne l'attenzione:
Noi lo credemmo morto, ripetè egli; io lo misi in una cassetta che doveva tenergli luogo di bara; discesi in giardino, scavai una fossa, e ve lo seppellii in fretta. Terminava appena di coprirlo di terra, che il braccio del Corso si stese contro di me. Vidi come un'ombra drizzarsi, come un lampo sfolgorare. Sentii un dolore, volli gridare, un agghiacciato brivido mi percorse tutte le membra, e mi serrò la gola... Caddi moribondo, e mi credei ucciso: non dimenticherò mai il vostro sublime coraggio, quando, ritornato in me, mi trascinai spirante fino ai piè della scala, ove, spirante voi pure, veniste incontro a me. Necessitava custodire il silenzio sulla terribile catastrofe; voi aveste il coraggio di ritornare in casa vostra, sostenuta dalla vostra balia; un duello fu il pretesto della mia ferita. Contr'ogni aspettativa, il silenzio ci fu mantenuto, fui trasportato a Versailles, per tre mesi lottai colla morte; finalmente, quando sembrò che mi riattaccassi alla vita, mi fu ordinato il sole e l'aria del Mezzogiorno. Quattro uomini mi portarono da Parigi a Châlons, facendo sei leghe il giorno. La signora de Villefort seguiva la barella nella sua carrozza. A Châlons fui imbarcato sulla Saona, quindi passai sul Rodano, e per la sola forza della corrente discesi fino ad Arles, poi da Arles ripresi la lettiga e continuai la strada per Marsiglia. La mia convalescenza durò sei mesi; non sentiva più parlare di voi, non osava informarmi di ciò che n'era avvenuto. Quando ritornai a Parigi sentii che, vedova del signor de Nargonne, avevate sposato il signor Danglars. A qual cosa aveva sempre pensato dal momento che ricuperai la conoscenza? incessantemente alla stessa cosa, a quel cadavere di fanciullo, che ciascuna notte nei miei sonni sorgeva dal seno della terra, e si fermava al di sopra della fossa minacciandomi collo sguardo e col gesto. Per cui, appena ritornato a Parigi m'informai, la casa non era stata frequentata nè visitata da alcuno dal momento che ne eravamo usciti, ma era stata data in fitto per nove anni. Andai a ritrovare quegli che l'aveva presa in fitto, finsi di avere un gran desiderio di non veder passare in mani estranee una casa che apparteneva al padre ed alla madre di mia moglie, offersi una buona uscita perchè fosse rotta la scrittura, mi fu chiesto seimila franchi, ne avrei dati diecimila, pur ventimila. Li aveva indosso, feci soscrivere su due piedi la rinunzia; quindi, allorchè fui possessore di questa tanto desiderata cessione, partii al galoppo per Auteuil. Nessuno era entrato nella casa dal momento che ne era uscito io. Erano le cinque dopo mezzogiorno, salii nella camera rossa ed aspettai la notte.
«Là, tutto ciò che io mi ripeteva da un anno nella continua mia agonia, si rappresentò al mio pensiero molto più minaccioso che mai. Questo Corso che mi aveva dichiarata la sua vendetta, che mi aveva seguito da Nimes a Parigi, questo Corso che era nascosto nel giardino, che mi aveva ferito, aveva certamente veduto scavare la fossa, mi aveva veduto seppellire il fanciullo, egli poteva giungere a conoscervi, forse vi conosceva già... non vi avrebbe un giorno fatto pagare il segreto di questo terribile affare?... non sarebbe stata questa per lui una ben dolce vendetta, quando avesse saputo che io non ero morto della sua pugnalata? era dunque urgente che prima di ogni altra cosa, con qualunque siasi rischio, facessi sparire le tracce di questo fatto passato, che ne distruggessi le materiali vestigia; vi sarebbe sempre rimasta abbastanza realtà nella mia memoria; per ciò aveva fatto annullare la scrittura, per ciò era venuto, per ciò io aspettava. Giunse la notte, la lasciai bene oscurare; io era senza lume in quella camera, dove i soffi del vento agitavano il cortinaggio, dietro il quale mi pareva sempre vedere nascondersi qualche spia; a quando a quando fremevo, mi sembrava dietro a me, e in quel letto, sentire i vostri lamenti, non osava voltarmi. Il cuore batteva nel silenzio, ed io lo sentiva battere sì violentemente, che credeva che si sarebbe riaperta la mia ferita; finalmente intesi spegnersi gli uni dopo gli altri tutti i rumori della campagna. Capii che non aveva più nulla a temere, che non poteva essere nè veduto nè inteso, e risolvetti di discendere.
«Ascoltate, Erminia, io mi credo tanto coraggioso, quanto un altro uomo; ma quando mi cavai dal petto questa piccola chiave della scala segreta, che aveva ritrovata nei miei abiti, che entrambi amavamo tanto, e che voi avete voluto attaccare ad un anello d'oro; allorchè aprii la porta, allorchè a traverso alla finestra vidi una pallida luna gettare sugli scalini a chiocciola una striscia di luce bianca simile ad uno spettro, mi rattenni al muro, fui vicino a gridare; mi sembrava di diventar matto. Finalmente giunsi a divenir padrone di me stesso. Discesi la scala, scalino per scalino; la sola cosa che non aveva potuto vincere era uno strano tremore che mi aveva preso le ginocchia: mi aggrappai alla rampa; se l'avessi lasciata un momento sarei precipitato.
«Giunsi alla porta di basso; al di fuori di essa una zappa era appoggiata al muro; la presi, e m'inoltrai verso il gruppo d'alberi: mi era munito di una lanterna cieca; in mezzo al prato mi fermai per accenderla, indi continuai il cammino. Novembre stava per finire, tutta la verdura del giardino era sparita, gli alberi non erano più che scheletri con lunghe braccia scarne, e le morte foglie rumoreggiavano con la sabbia sotto i miei piedi.
«Lo spavento mi colpì sì fortemente il cuore che nell'avvicinarmi agli alberi cavai una pistola di tasca e la caricai: credeva sempre vedere la figura del Corso comparire a traverso dei rami. Osservai nei luoghi più folti con la lanterna cieca; essi erano vuoti. Gettai gli occhi ovunque intorno a me, io era realmente solo; nessun rumore turbava il silenzio della notte, se non il canto di una civetta. Attaccai la lanterna ad un ramo forcuto che aveva già notato un anno avanti, nella stessa direzione ove mi fermai per iscavare la fossa. L'erba durante l'estate era cresciuta moltissimo in questo luogo, e, giunto l'autunno, nessuno era là venuto per tagliarla. Però un luogo meno fornito attirò la mia attenzione; era evidente che là io voltai la terra: mi misi all'opera. Era finalmente giunta quell'ora che aspettavo da un anno! Ma come speravo, come lavoravo, come esaminavo ogni zolla di terra, credendo sentire della resistenza all'estremità della mia zappa; niente! eppure aveva fatto una buca due volte più grande della prima. Credetti di essermi ingannato, di avere sbagliato il posto; mi orizzontai, guardai gli alberi, cercai di riconoscere i particolari che mi avevano colpito. Una brezza fredda ed acuta fischiava a traverso i rami spogliati, e ciò non pertanto il sudore mi grondava dalla fronte. Mi ricordai che avevo ricevuto il colpo di pugnale nel momento che stava pestando la terra per fare sparire le tracce della fossa, mentre pestava questa terra mi appoggiava ad un falso ebano; dietro a me era una roccia artificiale destinata a servire da banco a chi passeggiava, perchè cadendo la mia mano che aveva lasciata la zappa aveva sentito il freddo della pietra: caddi situandomi nella stessa posizione, mi rialzai, e mi rimisi a scavare allargando la fossa; niente, sempre niente: la cassetta non v'era più.
La cassetta non v'era più! mormorò la signora Danglars.
Non crediate che mi limitassi a questo tentativo, esaminai tutto il dintorno; pensai che l'assassino avendo dissotterrata la cassetta, credendo che fosse un tesoro, avesse voluto impadronirsene, e l'avesse portata via, ma poi accorgendosi dell'errore avesse egli pure scavato una fossa, e ve l'avesse deposta; niente. Quindi mi venne l'idea che senza prendere tante cautele, l'avesse puramente e semplicemente gettata in un qualche angolo. In questa ultima ipotesi mi abbisognava per fare le mie ricerche aspettare il giorno: risalii nella camera ed aspettai. Venne il giorno, discesi di nuovo, la mia prima visita fu intorno al gruppo d'alberi, sperava di ritrovarvi delle tracce che mi fossero sfuggite nell'oscurità. Io aveva rivoltata la terra sopra una superficie di venti piedi quadrati, e per una profondità di più di due piedi, una giornata sarebbe appena bastata ad un operaio salariato per far ciò che io aveva fatto in un'ora. Niente, non vidi assolutamente niente. Allora mi misi alla ricerca della cassetta; secondo le supposizioni che aveva fatte, doveva essere sul sentiero che conduceva alla porticella di uscita; ma questa nuova investigazione fu tanto inutile quanto la prima, e col cuore serrato, ritornai agli alberi, che essi pure non mi lasciavano più alcuna speranza.
Oh! gridò la signora Danglars, vi era da diventarne pazzo.
Lo sperai un momento, disse Villefort, ma non ebbi questa fortuna; però richiamando la mia forza, e per conseguenza le mie idee: perchè quest'uomo avrebbe portato via quel cadavere? domandavo a me stesso.
Ma voi lo avete detto, per avere una prova.
Oh! no, signora, non poteva più essere questo; non si conserva un cadavere per un anno; si porta ad un magistrato, e si fa la sua deposizione. Ora non era accaduto niente di tutto ciò.
Ebbene, allora?... domandò Erminia palpitante.
Allora? vi è qualche cosa di più terribile, di più fatale, di più spaventoso per noi, ed è che il fanciullo forse era vivo, e che l'assassino lo aveva salvato.
La signora Danglars mandò un grido terribile afferrando le mani di Villefort: Mio figlio era vivo? diss'ella, avete seppellito mio figlio vivo, signore! non eravate sicuro che era morto, e lo avete seppellito! ah!..
La signora Danglars si era alzata, e stava ritta davanti al procuratore del Re, di cui teneva strette le mani tra le sue delicate, quasi minacciosa. Che so io? vi dico ciò come vi direi qualunque altra cosa, rispose Villefort con una immobilità di sguardo che indicava che questo uomo così potente era vicino a toccare la follia, o la disperazione.
Ah! mio figlio, mio povero figlio! gridò la baronessa ricadendo sulla sedia, e soffocando i singulti col fazzoletto.
Villefort ritornò in sè, e comprese che per divergere l'uragano materno che si accumulava sulla sua testa, bisognava far passare nella signora Danglars il terrore che egli stesso provava:
Comprendete che se la cosa è così, diss'egli alzandosi ed avvicinandosi alla baronessa per parlare a voce anche più bassa, siam perduti; questo fanciullo vive, e qualcuno sa che egli vive, qualcuno è in possesso del nostro segreto; e poichè Monte-Cristo parla in faccia nostra di un fanciullo dissotterrato là ove questo fanciullo non è più, egli è certamente in possesso di questo segreto.
Dio giusto! Dio vendicatore! mormorò la signora Danglars.
Villefort non rispose che con una specie di ruggito.
Ma questo figlio, signore? riprese la madre ostinata.
Oh! quanto l'ho cercato! riprese Villefort contorcendosi le braccia, quante volte l'ho chiamato nelle mie lunghe notti senza sonno! quante volte ho desiderato una ricchezza da re, per acquistare un milione di segreti da un milione d'uomini, e per trovare il mio segreto nel loro? Finalmente un giorno che per la centesima volta riprendeva la zappa, domandando a me stesso per la centesima volta ciò che questo Corso avesse potuto fare del fanciullo; un fanciullo impaccia un fuggitivo; forse accorgendosi che era ancor vivo lo aveva gettato nel fiume.
Oh! impossibile! gridò la signora Danglars, si assassina un uomo per vendetta, non si annega a sangue freddo un fanciullo! Forse, continuò Villefort, lo aveva portato all'ospizio degli esposti. Oh! sì! sì! gridò la baronessa, mio figlio è là, signore! Io corsi all'ospizio, ed intesi che quella notte stessa, la notte del 20 settembre, un fanciullo era stato deposto nella ruota; era inviluppato in una mezza salvietta di tela fina stracciata ad arte. Questa metà di salvietta portava una metà di corona da barone, e la lettera L.
È quello, è quello! gridò la signora Danglars, la mia biancheria era marcata in tal modo; il signor di Nargonne era barone, e si chiamava Luigi; le salviette erano tutte marcate in tal modo. Grazie, mio Dio, mio figlio non è morto!
No, egli non è morto.
E voi me lo dite? mi dite questo senza temere di farmi morire di gioia, signore? ov'è, ov'è mio figlio?
Villefort alzò le spalle Lo so io forse? e credete che se il sapessi, vi farei passare per tutte queste prove, e per tutte queste gradazioni come farebbe un drammatico, od un romanziere? no, io non lo so. Una donna, circa sei mesi dopo, era stata a reclamare il fanciullo, coll'altra metà della salvietta. Questa donna aveva somministrate tutte le guarentigie che esige la legge, e le fu rimesso.
Ma bisogna informarsi di questa donna... scoprirla.
E di che credete che mi sia occupato, signora? ho simulata una istruzione giudiziaria, ed ho messo in cerca, ed in azione, quanto la polizia possiede di fine lime, e di destri messi. Le sue tracce furono ritrovate a Châlons; ma a Châlons si sono perdute.
Perdute? Sì, perdute; perdute per sempre.
La signora Danglars aveva ascoltato questo racconto con un sospiro, una lagrima, un grido per ciascuna particolarità.
E qui sta il tutto? e vi siete limitato a ciò?
Oh no, disse Villefort, non ho mai cessato di cercare, di continuare ad informarmi, però dopo due o tre anni mi era alquanto rallentato. Oggi però ritornerò a cominciare con maggior accanimento che mai, e vi riuscirò perchè non è più la coscienza che mi vi spinge, ma bensì la paura.
Ma, il conte di Monte-Cristo non sa niente; senza di che, mi sembra, non ci cercherebbe come fa.
Oh! la cattiveria degli uomini è grandemente profonda, disse Villefort, poichè è più profonda della bontà di Dio. Avete osservati gli occhi di quest'uomo mentre ci parlava? l'avete qualche volta esaminato profondamente?
Senza dubbio egli è bizzarro; ma ecco tutto; una cosa soltanto mi ha colpito, ed è che di tutto quello squisito pranzo che ci ha dato, nulla ha toccato.
Sì, sì! disse Villefort, io pure l'ho notato. Se avessi saputo ciò che so ora, non avrei toccato niente; avrei creduto che avesse voluto avvelenarci.
E vi sareste sbagliato, ben lo vedete.
Sì, senza dubbio; ma, credetemi, quest'uomo nasconde altri disegni, ecco perchè vi ho voluto vedere, ecco perchè ho domandato parlarvi, ecco perchè ho voluto premunirvi contro tutti, ma particolarmente contro di lui. Ditemi, continuò Villefort fissando gli occhi sulla baronessa ancor più profondamente che non aveva fatto fino allora, ditemi non avete parlato del nostro legame con alcuno?
Giammai, con alcuno, disse la baronessa arrossendo; ve lo giuro.
Non avete l'abitudine di scrivere la sera ciò che vi è accaduto nel giorno? non fate il vostro giornale?
No! ahimè! la mia vita passa, trasportata dalle frivolezze, e la dimentico io stessa.
Non parlate sognando? Ho un sonno da fanciullo.
Capisco ciò che mi resta a fare, riprese Villefort; prima di otto giorni saprò chi è questo signor di Monte-Cristo, di dove viene, ove va, e per qual ragione parla alla nostra presenza di fanciulli dissotterrati nel suo giardino.
Villefort pronunciò queste parole con un accento che avrebbe fatto fremere il conte se lo avesse potuto sentire.
Indi strinse la mano alla baronessa che aveva ripugnanza a dargliela, e la ricondusse con rispetto fino alla porta.
La signora Danglars riprese un'altra vettura da nolo che la ricondusse al passaggio, alla parte opposta del quale ritrovò la sua carrozza ed il cocchiere che, aspettandola, dormiva tranquillamente al suo posto.
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Capitolo 67. UN BALLO IN ESTATE.
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Nello stesso giorno verso l'ora in cui la signora Danglars teneva la seduta che abbiam descritta nel gabinetto del procuratore del Re, una carrozza da viaggio entrando nella strada Helder, s'introduceva per la porta n. 27 e si fermava nel cortile. Un momento dopo si apriva lo sportello e la signora de Morcerf ne discendeva, appoggiandosi al braccio di suo figlio. Appena Alberto ebbe accompagnata sua madre alle stanze di lei, ordinando un bagno ed i suoi cavalli, si fece condurre ai Campi-Elisi dal conte di Monte-Cristo.
Il conte lo ricevette col suo abituale sorriso. Era cosa straordinaria; non sembrava mai di poter fare un passo in avanti nel cuore di quest'uomo. Quelli che volevano, per dir così, sforzare il passaggio della sua intimità, ritrovavano un muro. Morcerf, che accorreva a lui a braccia aperte, lasciò vedendolo, ad onta del suo sorriso amichevole, cadere le braccia, ed osò appena stendergli la mano. Dal suo canto Monte-Cristo gliela toccò come faceva sempre, ma senza stringerla. Ebbene! eccomi, diss'egli, caro conte.
Siate il ben venuto.
Sono arrivato da un'ora. Da Dieppe?
No, da Tréport, la mia prima visita è per voi.
È grazioso per parte vostra, disse Monte-Cristo nel modo con cui avrebbe detta qualunque altra cosa.
Ebbene! vediamo che novità vi sono?
Novità! le chiedete a me, ad uno straniero!
M'intendo io: quando vi chiedo novità, vi chiedo se avete fatto qualche cosa per me.
Mi avete voi dunque incaricato di qualche commissione? disse Monte-Cristo fingendo d'essere inquieto.
Via, via, disse Alberto: non simulate indifferenza; si dice che vi sono delle sensazioni simpatiche che attraversano le distanze. Ebbene a Tréport ho ricevuto la mia scossa elettrica; se non avete operato per me, almeno avete pensato a me.
Ciò è possibile, disse Monte-Cristo. Ho di fatto pensato a voi, ma la corrente elettrica di cui era il conduttore operava, ve lo confesso, indipendentemente dalla mia volontà.
Da vero, raccontatemi, ve ne prego.
È facile. Il signor Danglars ha pranzato da me.
Lo so bene, poichè per fuggire la sua presenza, mia madre ed io partimmo. Ma ha pranzato ancora col signor Andrea Cavalcanti. Il vostro principe italiano. Non esageriamo, il signor Andrea si dà soltanto il titolo di conte.
Si dà dite voi? Dico, si dà. Dunque non lo è?
E lo so io? egli se lo dà, io lo do a lui, tutti a lui lo danno, non è come se lo avesse? Uomo strano; avanti! ebbene?
Ebbene! che?
Il signor Danglars ha dunque pranzato qui? Sì.
Col vostro conte Andrea Cavalcanti?
Col conte Andrea Cavalcanti, il marchese suo padre, la signora Danglars, il signor e la signora de Villefort, il signor Debray, Massimiliano Morrel, e poi chi altro ancora?... Aspettate.... Ah! il signor Château-Renaud.
Si è parlato di me? Non se ne è detta una parola.
Tanto peggio. Perchè tanto peggio? mi pare che se siete stato dimenticato, non fu fatto, che quel che desideravate!
Mio caro conte, se non si è parlato di me, è segno che vi pensano molto; ed allora sono alla disperazione.
Che v'importa, quando madamigella Danglars non era nel numero di quelli che qui vi pensavano: Ah! è vero, ella poteva pensarvi da casa sua.
Oh! in quanto a questo, no, ne sono sicuro, o, s'ella vi pensava, fu certo allo stesso modo che io pensava a lei.
Commovente simpatia! disse il conte. Allora vi detestate?
Ascoltate, disse Morcerf, se madamigella Danglars fosse donna da prendere pietà del martirio ch'io non soffro per lei, e da ricompensarmene al di fuori delle convenzioni matrimoniali stabilite fra le nostre due famiglie, ciò mi andrebbe a meraviglia. Alle corte, credo che madamigella Danglars sarebbe una graziosissima amica, ma come moglie, diavolo...
Così questo è il vostro modo di pensare sulla vostra fidanzata?
Un poco brutale, è vero, ma per lo meno esatto.
Siete difficile, visconte. Sì, perchè spesso penso ad una cosa impossibile. A quale? A trovarmi per moglie una donna come quella che mio padre ha trovato per lui.
Monte-Cristo impallidì, e guardò Alberto che scherzava con delle magnifiche pistole, delle quali faceva rapidamente scoccare le suste.
Dunque vostro padre è stato molto felice? diss'egli.
Sapete la mia opinione sul conto di mia madre, signor conte: un angiolo del cielo: voi la vedete bella ancora, spiritosa sempre, più buona che mai. Giungo da Tréport; per tutt'altro figlio, eh! mio Dio! accompagnare sua madre sarebbe una compiacenza od un sacrificio. Ma io, io passo quattro giorni da solo a sola con lei, più soddisfatto, più poetico ancora di quel che se avessi accompagnato a Tréport la regina Mab, o Titania.
Questa è una perfezione, che dispera, e voi date a quanti vi sentono gran volontà di restare celibi.
Ecco precisamente, rispose Morcerf, perchè, sapendo ch'esiste al mondo una donna perfetta, non mi curo di sposare madamigella Danglars. Avete mai notato come il nostro egoismo riveste dei colori più brillanti tutto ciò che ci appartiene? Il diamante che luccicava nella invetriata di Merlé o di Fossin diventa più bello ancora dopo che è nostro; ma se l'evidenza ci sforza a conoscere che ve n'è un altro di un'acqua più pura, e che voi siate condannato a portare eternamente questo diamante inferiore all'altro, capite quanto dev'essere il soffrire. Ecco perchè io balzerò di gioia il giorno in cui madamigella Danglars si accorgerà che non sono che un meschino atomo, e che ho appena tante centinaia di mille franchi per quanti milioni ha lei.
Monte-Cristo sorrise. Io aveva ben pensato ad una cosa, continuò Alberto. Franz ama le cose eccentriche; voleva che si innamorasse di madamigella Danglars, ma ad onta di quattro lettere che gli ho scritto nello stile più spaventoso, egli mi ha imperturbabilmente risposto: «Io sono eccentrico, è vero, ma la mia eccentricità non giunge fino a ritirare la mia parola quando l'ho impegnata.»
Ecco ciò che io chiamo trasporto d'amicizia, dare ad un altro per moglie la donna che non si vorrebbe per sè, che nella condizione d'amica.
Alberto sorrise. A proposito, giunge questo caro Franz; ma poco v'importa, voi non lo amate credo?
Io! disse Monte-Cristo; eh! mio caro visconte, e da che arguite che io non amo il signor Franz? Caro visconte, io amo tutto il mondo.
Ed io sono compreso in tutto il mondo... grazie.
Oh! non confondiamo, disse Monte-Cristo; amo tutto il mondo nel modo che Dio ci ordina di amare il nostro prossimo, cristianamente; ma non odio che certe determinate persone. Ritorniamo al signor Franz; dite che ritorna?
Sì, chiamato dal signor de Villefort, anch'egli arrabbiato tanto, a ciò che sembra, per maritare madamigella Valentina, quanto Danglars per maritar madamigella Eugenia. Pare certamente che lo stato più faticoso sia quello di essere padre di giovanette adulte; sembra che questo dia loro la febbre, e che il loro polso batta 80 volte il minuto fin tanto che non se ne siano spacciati.
Ma il signor d'Épinay non vi rassomiglia; sembra ch'egli prenda il suo male con pazienza.
Anche meglio così, che egli lo prende sul serio; si mette già la cravatta bianca e parla della sua famiglia. Del resto ha per Villefort grandissimo rispetto.
Meritato, non è vero?
Villefort è sempre passato per un uom severo, ma giusto.
Alla buon'ora, eccone finalmente uno, disse Monte-Cristo, che non trattate come quel povero Danglars.
Forse dipenderà dal non essere obbligato a sposarne la figlia, disse Alberto ridendo.
In verità, mio caro signore, ripetè Monte-Cristo, siete di una fatuità stomachevole.
Io? Sì voi... prendete un sigaro.
Ben volentieri, e perchè son fatuo?
Ma perchè state là a difendervi, a dibattervi per non voler sposare madamigella Danglars. Oh mio Dio! lasciate andare le cose, e forse non sarete il primo a ritirar la parola.
Bah! fece Alberto aprendo due grandi occhi.
Eh! senza dubbio, signor visconte, non vi si metterà per forza la testa fra le porte; che diavolo! Via, sul serio, avete volontà di romperla?
Pagherei cento mila franchi per questo.
Ebbene! siete felice: il signor Danglars è disposto a pagare il doppio per giungere alla stessa meta.
Ed è vero questa felicità? disse Alberto, che però dicendo ciò non potè far a meno di impedire che non passasse una impercettibile nube sul suo viso. Ma, mio caro conte, il signor Danglars ha dunque dei motivi?...
Ah! eccoli là, natura orgogliosa ed egoista! alla buon'ora, ritrovo l'uomo che vuole lacerare l'amor-proprio degli altri a colpi di mannaia, e che grida quando si fora il suo con una spilla.
No, ma perchè mi sembra che il signor Danglars...
Dovesse essere contentissimo di voi, non è vero? Ebbene il signor Danglars è un uomo di cattivo gusto, ma è ancor più contento di un altro...
E di chi dunque?
Non lo so; studiate, guardate, afferrate le allusioni al loro passaggio, e ricavatene profitto per voi.
Buono, capisco; ascoltate, mia madre... no! non mia madre, mi sbaglio, mio padre ha concepito l'idea di dare una festa di ballo.
Una festa di ballo in questa stagione dell'anno?
I balli in estate sono alla moda.
Se non vi fossero, la contessa non avrebbe che a desiderarlo, e ve li metterebbero.
Non c'è male; capirete che questi sono balli di sangue purissimo; quelli che restano a Parigi nel mese di Giugno sono veri parigini. Vorreste incaricarvi di un invito per i signor Cavalcanti?
Fra quanti giorni avrà luogo questo ballo? Sabato.
Il signor Cavalcanti padre sarà partito. Ma il signor Cavalcanti figlio vi rimane. Volete voi incaricarvi di accompagnarvelo? Sentite visconte, non lo conosco.
Non lo conoscete? No, l'ho veduto per la prima volta tre o quattro giorni sono, e non ne rispondo per niente. Ma voi però lo ricevete?
Io, è un'altra cosa; mi è stato raccomandato da un bravo abate, che potrebbe anch'egli essere stato ingannato. Invitatelo direttamente, sta bene, ma non mi chiedete di presentarlo; se in seguito dovesse sposare madamigella Danglars, mi accusereste di maneggio, e vi vorreste tagliar la gola meco; d'altra parte non so se vi andrò io stesso.
Dove? Al vostro ballo. E perchè non ci verrete?
Primieramente non mi avete ancora invitato.
Vengo espressamente per portarvi il vostro invito.
Oh! siete troppo gentile, ma posso esserne impedito.
Quando vi avrò detta una cosa, sarete abbastanza amabile per sacrificarci tutti i vostri impedimenti.
Dite. Mia madre ve ne prega.
La contessa de Morcerf? riprese Monte-Cristo rabbrividendo.
Ah! conte, disse Alberto, vi prevengo, che la signora de Morcerf, parla meco liberamente; e se non vi siete sentito scricchiolare le fibre simpatiche di cui vi parlavo or ora, è segno che ne siete del tutto privo, mentre per quattro giorni non abbiam fatto che parlare di voi.
Di me? in verità voi mi ricolmate...
Ascoltate, questo è il privilegio della vostra posizione, quando si è un problema vivente.
Ah! son dunque un problema pure per vostra madre? In verità, l'avrei creduta troppo ragionevole per abbandonarsi a simili traviamenti d'immaginazione!
Così, verrete sabato? Poichè la signora de Morcerf me lo comanda. Siete obbligante. Ed il signor Danglars?
Oh! ha già ricevuto il suo triplice invito; mio padre se n'è incaricato. Cercheremo pure di avere il gran d'Aguesseau, il signor de Villefort; ma ne disperiamo ancora.
Non bisogna mai disperare di niente, dice il proverbio.
Ballate, caro conte? Io? Sì, voi; che vi sarebbe di maraviglioso se ballaste? Ah! infatto fin tanto che non si sono oltrepassati i quarant'anni.... No, non ballo; ma amo veder ballare. E la signora de Morcerf balla?
Mai; parlerete, ella ha tanta volontà di parlar con voi! Da vero?
Vi dichiaro che siete il primo uomo pel quale mia madre ha manifestato una simile curiosità. Alberto prese il cappello e si alzò; il conte lo ricondusse fino alla porta.
Mi faccio un rimprovero, diss'egli fermandolo sull'alto della scalinata. E quale? Sono stato indiscreto: non doveva parlarvi del signor Danglars.
Al contrario, parlatemene pure, spesso, sempre; ma nello stesso modo.
Bene! A proposito, quando arriverà d'Épinay?
Fra 5, 6 giorni al più. E quando prenderà moglie?
Subito che giungono il signor e la signora di Saint-Méran.
Conducetemelo dunque tosto che sarà a Parigi. Quantunque pretendiate che non l'ami, vi dichiaro che sarò fortunato di rivederlo.
Benissimo, i vostri ordini saranno eseguiti. A rivederci. Sabato, in ogni caso, di certo, non è vero?
Come dunque! ho data la mia parola. Il conte seguì con gli occhi Alberto, salutandolo colla mano: indi quando fu risalito sul suo phaéton, si rivoltò, e trovando Bertuccio dietro di sè: Ebbene? domandò egli.
Ella è andata al palazzo, rispose l'intendente.
E vi si è fermata lungo tempo? Un'ora e mezzo.
Ed è rientrata in sua casa? Direttamente.
Ebbene! caro Bertuccio, disse il conte, se ora mi resta un consiglio da darvi, si è di vedere se in Normandia ritroviate quella piccola terra di cui vi ho parlato.
Bertuccio lo salutò, e siccome i suoi desideri erano in perfetta armonia coll'ordine che aveva ricevuto, partì nella stessa sera.
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Capitolo 68. LE INFORMAZIONI.
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De Villefort mantenne la parola alla signora Danglars, e particolarmente a sè stesso; di sapere in qual modo il conte di Monte-Cristo avea potuto conoscere la storia della casa di Auteuil: scrisse nello stesso giorno ad un certo signor de Boville, che, dopo di essere stato in altri tempi ispettore delle prigioni, era impiegato con un grado superiore alla polizia di sicurezza, per avere le informazioni che desiderava, e questi chiese due giorni per sapere con giustizia da chi potrebbe informarsene. Passati i due primi giorni, de Villefort ricevette la lettera seguente.
«La persona che si chiama il conte di Monte-Cristo è conosciuta particolarmente da lord Wilmore, ricco forestiero che qualche volta si vede a Parigi, e che presentemente vi si trova: egli è conosciuto egualmente dall'abate Busoni, prete siciliano di grande riputazione in Oriente, ove ha fatto moltissime buone opere.»
Il signor de Villefort rispose coll'ordine di prendere sopra questi due stranieri le informazioni più sollecite, e più precise; la dimane a sera i suoi ordini erano eseguiti, ed ecco le informazioni che ne riceveva:
«L'abate, il quale non era a Parigi che per un mese, abitava dietro San Sulpicio, in una piccola casa composta di un sol piano al disopra, e di un pian terreno; quattro camere, due in alto e due in basso formavano tutta l'abitazione, di cui egli era l'unico inquilino.
«Le due camere di basso si componevano di una sala da pranzo con tavola, sedie, e credenza di noce, e di un salotto tinto in bianco senz'ornamenti, senza tappeto, e senza orologio a pendolo. Si vedeva che l'abate per sè stesso si limitava agli oggetti di stretta necessità.
«È vero che egli preferiva di abitare il primo piano: composto di un salotto, tutto ricoperto di libri di teologia, e di pergamene, fra le quali lo si vedeva seppellire, al dir del suo cameriere, per mesi interi; era in realtà piuttosto una biblioteca che un salotto. Questo cameriere guardava i visitatori a traverso di una specie di feritoia, ed allorchè la loro figura gli era sconosciuta o non gli piaceva, rispondeva che il signor abate non era a Parigi; ciò contentava molti, sapendo che l'abate viaggiava spesso, e che qualche volta restava assente lungo tempo. Del resto che sia in casa, o no, che si trovi a Parigi o al Cairo, l'abate regala sempre, e la feritoia serve di ruota alle elemosine che il cameriere distribuisce incessantemente a nome del suo padrone.
«L'altra camera situata vicino alla biblioteca, era una camera da dormire. Un letto senza tende, quattro sedie, ed un canapè di velluto d'Utrecht giallone, ne formavano con un inginocchiatoio tutto il mobilio.
«Quanto a lord Wilmore, abitava strada Fontaine-Saint-George. Era uno di quegli inglesi toristi, che mangiano tutta la loro fortuna in viaggi: prendeva in fitto e mobigliato l'appartamento in cui abitava, e nel quale passava solo due ore del giorno, e vi dormiva raramente. Una delle sue manie era di non volere assolutamente parlare la lingua francese, che però scriveva, assicuravasi, con molta purezza».
La dimane del giorno in cui erano giunte queste preziose informazioni al procuratore del re, un uomo, che discendeva di carrozza all'angolo della strada Férou, venne a bussare ad una piccola porta tinta di verde oliva, e domandò dell'abate Busoni.
L'abate è uscito fin da questa mattina, rispose il cameriere.
Potrei non contentarmi di questa risposta, disse il visitatore, poichè vengo per parte di una persona, per la quale si è sempre in casa. Ma vogliate rimettere all'abate Busoni...
Vi ho già detto che non c'è, riprese il cameriere.
Allora, quando ritornerà, consegnategli questa carta e questo foglio sigillato. Questa sera alle otto il signor abate sarà in casa?
Oh! senza dubbio, a meno che non sia occupato nei suoi lavori, perchè allora è lo stesso che se fosse uscito.
Ritornerò dunque questa sera nell'ora convenuta, riprese il visitatore; e si ritirò. Infatto all'ora indicata, lo stesso uomo ritornò nella stessa carrozza, ma questa volta, invece di fermarsi all'angolo della strada Férou, si fermò davanti alla porta verde. Bussò, gli fu aperto, ed entrò.
Ai segni di rispetto di cui fu prodigo il cameriere verso di lui, comprese che la lettera aveva fatto l'effetto desiderato. Il signor abate è in casa?
Sì, lavora nella sua biblioteca, ma aspetta il signore, rispose il servitore. Lo straniero salì una scala abbastanza ripida, e davanti una tavola, la cui superficie era inondata dalla luce che concentrava un gran paralume, mentre che il resto dell'appartamento era nell'ombra, scoperse l'abate in abito ecclesiastico, colla testa coperta da una di quelle grandi cocolle, sotto le quali si nascondevano il cranio i saggi in uso del medio evo.
Ho l'onore di parlare al signor Busoni? domandò il visitatore. Sì, signore, rispose l'abate; e voi siete la persona che il signor de Boville, antico intendente delle prigioni, m'invia per parte del signor prefetto di polizia? Precisamente, signore. Uno degli uffiziali soprapposti alla pubblica sicurezza di Parigi?
Sì, signore, rispose lo straniero con una specie di esitazione, e sopra tutto con un poco di rossore.
L'abate si accomodò i grandi occhiali che gli coprivano gli occhi, e si mise a sedere, facendo segno al visitatore di fare altrettanto: Io vi ascolto, signore, disse l'abate con un accento italiano il più pronunziato.
La missione di cui sono stato incaricato, signore, riprese il visitatore calcando sopra ciascuna parola come se esse avessero avuto pena ad uscire, è una missione di confidenza tanto per quegli che la compie, quanto per quegli per mezzo del quale si compie. L'abate s'inchinò. Sì, riprese lo straniero, la vostra probità, signor abate, è tanto conosciuta dal prefetto di polizia, ch'egli come magistrato vuol da voi sapere una cosa che importa a questa sicurezza pubblica, a nome della quale sono stato eletto deputato: speriamo dunque, che non vi saranno nè legami di amicizia, nè considerazioni umane che possano impegnarvi a nascondere la verità alla giustizia.
Purchè, signore, le cose che v'importa sapere non tocchino in alcun modo gli scrupoli della mia coscienza: son prete, ed i segreti della confessione devono rimanere fra me e la giustizia di Dio, e non fra me e la giustizia umana.
Oh! siate tranquillo, signor abate. A queste parole, l'abate, passando dalla sua parte il paralume lo alzò dalla parte opposta, di modo che illuminando il viso dello straniero, il suo rimaneva sempre nell'ombra. Perdono, signore abate, disse l'inviato del prefetto di polizia, ma questa luce mi stanca terribilmente la vista. L'abate abbassò il cartone verde. Ora, signore, vi ascolto, parlate.
Eccomi al fatto. Conoscete il signor di Monte-Cristo?
Volete parlare del signor Zaccone, presumo?
Zaccone!... Non si chiama dunque Monte-Cristo?
Monte-Cristo è il nome di una terra, o piuttosto di uno scoglio, e non il nome di famiglia.
Ebbene! sia; non discutiamo sulle parole, e poichè il signor di Monte-Cristo ed il signor Zaccone sono lo stesso uomo...
Assolutamente lo stesso. Parliamo del signor Zaccone.
Sia. Vi domandava se lo conoscete? Molto.
Chi è egli? Il figlio di un ricco armatore di Malta.
Sì, lo so bene, questo è quanto dicesi; ma, capirete, la polizia non può contentarsi di un dicesi.
Ciò non ostante, riprese l'abate con un sorriso del tutto affabile, quando questo dicesi è la verità, bisogna bene che tutti se ne contentino, e che la polizia faccia come gli altri.
Ma siete sicuro di ciò che dite? Come! se ne son sicuro? Osservate, signore, che non ho alcun sospetto sulla vostra buona fede. Vi dico, siete sicuro?
Ascoltate, ho conosciuto il signor Zaccone padre, e mentre ero fanciullo ho scherzato dieci volte con suo figlio nei cantieri di costruzione.
Ma pure questo titolo di conte?... Sapete, che si compra. In Italia? Da per tutto.
Ma queste ricchezze immense, a quanto dicesi.
Oh! in quanto a ciò, immense, è una parola.
Quanto credete che possegga?
Oh! egli avrà bene da 150 a 200 mila lire di rendita.
Ah! ecco ciò che è ragionevole, disse il visitatore, ma si parlava di tre, di quattro milioni! Due cento mila lire di rendita, fanno precisamente un capitale di quattro milioni. Ma si parlava di tre, o quattro milioni di rendita.
Oh! ciò non è credibile. E voi conoscete la sua isola di Monte-Cristo? Certamente; chiunque viene da Palermo, da Napoli, o da Roma in Francia, per la via di mare, la conosce, perchè è passato vicino ad essa, e l'ha veduta passando. È un soggiorno incantevole a quanto assicurasi. Non è che un semplice scoglio.
E perchè dunque il conte ha comprato uno scoglio?
Precisamente per essere conte. In Italia per diventar conte vi è ancora bisogno di una contea.
Avrete senza dubbio inteso parlar delle avventure della gioventù del signor Zaccone. Il padre? No, il figlio.
Ah! ecco ove cominciano le mie incertezze, perchè di lì ho perduto di vista il giovine camerata.
Egli ha fatto la guerra? Credo che abbia servito.
In quale arma? Nella marina. Vediamo, non siete il suo confessore? No, signore; lo credo luterano.
Come, luterano? Dico, che credo; non affermo. D'altra parte credevo che in Francia fosse stata stabilita la libertà dei culti.
Senza dubbio, per cui non ci occupiamo in questo momento delle sue credenze ma delle sue azioni; in nome del signor prefetto di polizia, vi intimo di dire tutto ciò che ne sapete.
Egli passa per un uomo molto caritatevole. In Roma è stato fatto cavaliere del Cristo, per gli eminenti servigi resi ai cristiani d'Oriente; ha cinque o sei croci per servigi resi ai principi o agli stati.
E non le porta? No, ma ne va superbo; dice che ama più le ricompense accordate ai benefattori dell'umanità, che quelle accordate ai distruttori degli uomini.
È dunque un quacquero. Precisamente. Si conosce che abbia amici? Sì, perchè ha per amici tutti quelli che lo conoscono. Ma finalmente avrà qualche nemico?
Un solo. Come si chiama? Lord Wilmore.
Dov'è egli? In questo momento si ritrova a Parigi.
E può darmi informazioni? Preziose. Egli era nell'India nello stesso tempo di Zaccone. Sapete dove stia?
In qualche parte della Chaussée-d'Antin; ma non so nè il numero, nè la strada. Siete in urto con questo inglese? Io amo Zaccone, egli lo detesta; siamo freddi per questa ragione.
signor abate, credete che il conte di Monte-Cristo sia mai stato in Francia prima di questo viaggio, e che cosa sia venuto a fare a Parigi?
Ah! per questo poi posso rispondervene asseverantemente: egli non c'è mai stato, mentre si è rivolto a me, saran sei mesi, per avere le informazioni che desiderava. Dal mio lato, siccome non sapeva a qual epoca io stesso sarei ritornato a Parigi, gli ho indirizzato il signor Cavalcanti.
Andrea? No; Bartolommeo, il padre.
Benissimo, signore; non ho più a domandarvi che una cosa, e vi intimo in nome dell'onore, dell'umanità, e della religione di rispondermi senza raggiri di parole.
Dite pure, signore. Sapete voi con quale scopo il signor di Monte-Cristo ha comprato una casa ad Auteuil?
Certamente, poichè me lo ha detto. Con quale scopo, signore? Con quello di fondarvi un ospizio per gli alienati, del genere di quello fondato a Palermo dal barone Pisani. Conoscete questo ospizio? Di fama, sì, signore.
Ella è una istituzione magnifica. E con questo, l'abate salutò lo straniero come uomo che desiderava far conoscere che non sarebbe dispiacente a rimettersi al lavoro interrotto. Il visitatore sia che capisse il desiderio dell'abate, sia che fosse al termine delle sue interrogazioni, si alzò a sua volta; l'abate lo ricondusse fino alla porta. Voi fate delle splendide elemosine, disse il visitatore, e quantunque si dica che siete ricco, oserei offrirvi qualche cosa per i vostri poveri; dal canto vostro sdegnereste accettare la mia offerta?
Grazie, signore, non v'è che una cosa sola di cui io sia geloso in questo mondo, ed è che il bene che io faccio venga da me soltanto. Questa è una risoluzione invariabile. Ma cercate signore, e ritroverete: pur troppo sul sentiero di ciascun ricco, si urta in molte miserie! L'abate salutò un'ultima volta aprendo la porta: lo straniero salutò anch'egli, ed uscì. La carrozza lo condusse direttamente dal signor Villefort. Un'ora dopo, la carrozza uscì nuovamente, e questa volta si diresse verso la strada Fontaine-Saint-George.
Al n. 5 si fermò: là abitava lord Wilmore.
Lo straniero aveva scritto a lord Wilmore per domandargli un convegno che questi aveva fissato per le dieci. Così, siccome lo inviato del signor prefetto di polizia era giunto dieci minuti prima delle dieci, gli fu risposto che lord Wilmore, che era l'esattezza e la puntualità in persona, non era ancora rientrato, ma che rientrerebbe per certo al batter delle dieci.
Il visitatore aspettò nella sala, che nulla aveva di notevole, ed era come tutte le sale degli appartamenti ammobigliati. Un caminetto con due vasi di Sèvres moderni, un orologio a pendolo con un Amore che teneva l'arco, uno specchio in due pezzi. Da ciascun lato di questo specchio vi era un'incisione, una rappresentante Omero portante la sua guida, l'altra Belisario chiedendo l'elemosina; una carta grigia sul muro, un tavolo ricoperto da un tappeto rosso stampato in nero, tale era la sala di lord Wilmore. Essa era illuminata da due globi di vetro appannato che non spandevano che una debolissima luce, disposta espressamente per gli occhi stanchi dell'inviato dal signor prefetto di polizia. In capo a dieci minuti suonarono le dieci; al quinto colpo, la porta si aprì, e comparve lord Wilmore.
Era un uomo piuttosto grande, aveva le barbette rade e rosse, la pelle bianca, ed i capelli biondi grigiastri; era vestito con tutta la eccentricità inglese, cioè, portava un abito blu coi bottoni di oro e col colletto alto ed imbottito, un gilè di casimiro bianco, ed un calzone di nanchina, tre pollici troppo corto, ma che i sottopiedi della stessa roba impedivano di risalire fino alle ginocchia. La sua prima parola entrando, fu:
Sapete, o signore, che io non parlo il francese.
So almeno che non amate parlare la nostra lingua, rispose l'inviato del prefetto di polizia. Ma potete parlarla, riprese Lord Wilmore; perchè se non la parlo, la capisco. Ed io, riprese il visitatore, cambiando l'idioma, parlo abbastanza facilmente l'inglese per sostenere la conversazione in questa lingua. Non vi incomodate dunque, signore, e gli presentò la lettera d'introduzione. Questi la lesse con tutta la flemma anglicana; poi, quando ebbe terminato: Capisco, diss'egli in inglese, capisco benissimo.
Allora cominciarono le interrogazioni. Esse furono presso a poco le stesse di quelle indirizzate all'abate Busoni. Ma siccome Lord Wilmore, nella sua qualità di nemico del conte di Monte-Cristo, non vi metteva la stessa ritenutezza dell'abate, furono molto più estese; raccontò la gioventù di Monte-Cristo, che, secondo lui, era entrato al servizio all'età di dieci anni presso uno di quei piccoli sovrani dell'India che fanno la guerra agl'Inglesi; là lo aveva incontrato per la prima volta, ed essi avevano combattuto l'un contro l'altro; in questa guerra Zaccone era stato fatto prigioniero, e mandato in Inghilterra, messo su i pontoni, di dove era fuggito a nuoto. Allora aveva incominciato i suoi duelli, le sue passioni; giunta l'insurrezione della Grecia, aveva servito nelle file dei Greci. Mentre che era al loro servizio, aveva scoperto una miniera d'argento nelle montagne della Tessaglia, ma si era ben guardato dal parlarne con chicchesia. Dopo la battaglia di Navarrino, e quando il governo Greco fu consolidato, domandò al re Ottone un privilegio per lo scavo di questa miniera, e gli fu accordato. Di là venne quella immensa fortuna che poteva, secondo Lord Wilmore, calcolarsi a due milioni di rendita, la quale però poteva d'improvviso cessare, se la miniera cessava.
Ma, sapete perchè sia venuto in Francia?
Vuole speculare sulle strade ferrate, disse Lord Wilmore; e poi, essendo un valente chimico, ed un fisico non men distinto, ha scoperto un nuovo telegrafo di cui cerca l'applicazione. Quanto spenderà circa ogni anno?
Oh! cinque, o sei cento mila franchi tutto al più, disse Lord Wilmore; egli è avaro.
Era evidente che l'odio faceva parlare l'inglese, e che, non sapendo qual cosa rimproverare al conte, gli rimproverava la sua avarizia.
Sapete qualche cosa della sua casa d'Auteuil?
Sì certamente. Ebbene che ne sapete?
Domandate con quale scopo l'ha comprata? Sì.
Ebbene! il conte è uno speculatore che certamente si rovinerà in esperimenti ed in utopie: egli pretende che ad Auteuil, nelle vicinanze della casa che ha comprato, vi sia una corrente di acqua minerale, che può rivaleggiare con le acque di Bagnères di Luchon, e di Cauterets. Egli vuol fare della sua compra un bad-haus come dicono in Germania: ha già due o tre volte rivoltata tutta la terra del giardino, per ritrovare la famosa corrente d'acqua; e siccome non l'ha potuta scoprire, vedrete che in breve comprerà tutte le case che circondano la sua. Adesso, siccome l'ho con lui, e che spero che nella sua strada di ferro, nel suo telegrafo elettrico, o nella sua speculazione dei bagni possa rovinarsi, lo seguito per godere della sua sconfitta che non può tardare di accadergli, o presto o tardi.
E perchè l'odiate? domandò il visitatore.
L'odio, rispose Lord Wilmore, perchè passando in Inghilterra ha sedotto la moglie di uno dei miei amici.
Ma se l'odiate, perchè non cercate di vendicarvi di lui?
Mi sono già battuto tre volte col conte, la prima volta alla pistola, la seconda alla spada, la terza allo squadrone: ma la prima volta mi ha rotto un braccio, la seconda mi ha traversato il polmone, la terza mi ha fatto questa ferita.
L'Inglese rivoltò il colletto della camicia che gli saliva fino alle orecchie, e mostrò una cicatrice, il rossore della quale indicava una data recente. Dimodochè io l'ho con lui sempre più, ripetè l'Inglese, ed egli certamente non morirà che per mia mano. Ciò era quanto voleva sapere il visitatore, o piuttosto tutto ciò che sembrava sapesse l'Inglese. Egli adunque si alzò, e dopo avere salutato Lord Wilmore, che gli rispose con quella rigidezza e politezza propria degli Inglesi, si ritirò. Dal suo canto, Lord Wilmore, dopo avere inteso chiudersi la porta di strada dietro a lui, rientrò nella camera da dormire, ove con un giro di mano perdette i capelli biondi, le barbette rosse, la falsa mascella, e la cicatrice, per ritrovare i capelli neri, il colorito pallido, ed i denti di perla del conte di Monte-Cristo. È vero altresì che il signor de Villefort, e non l'inviato del prefetto di polizia, fu quegli che rientrò in casa del signor de Villefort.
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Capitolo 69. LA FESTA DI BALLO.
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Eravamo giunti alle più calde giornate del mese di luglio, allorchè venne a presentarsi a sua volta, nell'ordine dei tempi, quel sabato in cui doveva aver luogo il ballo del signor de Morcerf. Erano le dieci della sera: i grandi alberi del giardino del palazzo del conte si ergevano con vigore, sotto un cielo ove scorrevano, presentando un fondo azzurro disseminato di stelle d'oro, gli ultimi vapori di un uragano che aveva minacciosamente mormorato tutta la giornata.
Nelle sale del pian terreno sentivasi il rumore della musica, e lo strisciare dei valzer e della galoppa, mentre che i raggi luminosi delle lampade passavano a traverso le aperture delle persiane. Il giardino era stato abbandonato ad una diecina di servitori, ai quali la padrona di casa, rassicurata dal tempo che sempre più si rasserenava, aveva dato ordine di preparare la cena. Fino a quel momento erasi esitato se la cena dovesse farsi nella sala da pranzo, o sotto una lunga tenda di traliccio innalzata sul prato. Quel bel cielo azzurro, tutto sparso di stelle, aveva risoluto il problema in favore della tenda e del prato. Si illuminavano i viali del giardino con lampioni a colore, come si usa in Italia, e si sopraccaricava di candele e di fiori la tavola da cena, come si usa in tutti i paesi in cui si capisce un poco il vero lusso della tavola, il più raro di tutti i lussi, quando si vuole ottenere il perfetto. Nel momento che la contessa di Morcerf rientrava nelle sale, dopo aver dati gli ultimi ordini, queste cominciavano a riempirsi d'invitati attirati dalla graziosa ospitalità della contessa, molto più che della distinta posizione del conte; perchè si era sicuri che questa festa offrirebbe, mercè il buon gusto di Mercedès, qualche particolare degno di essere raccontato, o al bisogno copiato.
La signora Danglars, cui gli avvenimenti che abbiam narrati avevano inspirata una profonda inquietezza, esitava di andare dalla signora di Morcerf, allorquando nella mattinata la sua carrozza incontrò quella di Villefort: il quale le aveva fatto un segno, e le due carrozze si erano avvicinate, e dai finestrelli: Andate dalla signora de Morcerf, n'è vero? aveva domandato il procuratore del Re.
No! aveva risposto la signora Danglars, soffro troppo.
Avete torto; sarebbe importante che vi ci vedessero.
Ebbene vi andrò. E le due carrozze ripresero il loro corso in senso opposto. La signora Danglars era dunque venuta non solamente bella della sua propria bellezza, ma ancora abbagliante pel lusso; ella entrava da una porta, nel momento in cui Mercedès entrava dall'altra.
La contessa mandò avanti Alberto ad incontrare la signora Danglars; Alberto si avanzò, fece alla baronessa i complimenti meritati per la sua toletta, e le prese il braccio per condurla a quel posto che le sarebbe piaciuto di scegliere.
Alberto guardò intorno a sè.
Voi cercate mia figlia? disse sorridendo la baronessa.
Lo confesso, avreste avuta la crudeltà di non condurla?
Rassicuratevi, ella ha incontrato madamigella de Villefort, e ne ha preso il braccio; osservate lì che ci seguono tutte e due vestite di bianco, l'una con un mazzetto di camelie, l'altra con un mazzetto di miosoti; ma ditemi adunque....
Che cercate voi pure? domandò sorridendo Alberto.
Questa sera non avete il conte di Monte-Cristo?
Diecisette! rispose Alberto Che volete dire?
Voglio dire, che così va bene, rispose il visconte ridendo, e che voi siete la 17ª persona che mi fa la stessa domanda; il conte va avanti!... fategli i miei rallegramenti.
E rispondete voi a tutti come a me?
Ah! è vero, non vi ho risposto; tranquillatevi, signora; avremo l'uomo alla moda, siamo fra i suoi privilegiati.
Eravate all'Opera ier sera? No. Egli v'era.
Davvero! l'eccentrico ha fatto qualche originalità?
Può farsi vedere senza farne? Ballava la Essler nel Diavolo Zoppo; la principessa greca era trasportata in estasi. Dopo la cachucha, ha infilato un anello magnifico di brillanti nel nastro che legava il suo mazzetto di fiori, e lo ha gettato alla graziosa ballerina, la quale al terzo atto, per farle onore, si è presentata col suo anello in dito. E la sua principessa l'avrete questa sera?
No, bisogna rimanerne privi; la sua posizione nella casa del conte non è abbastanza stabilita.
Basta, lasciatemi qui, e salutate la signora de Villefort, disse la baronessa; vedo che muore dal desiderio di parlarvi. Alberto salutò la signora Danglars, e si inoltrò verso la signora de Villefort: Scommetto, disse Alberto interrompendola, che so ciò che volete dirmi?
Ah! bravo, disse la signora de Villefort.
Se indovino giusto, ne converrete?
Sì.
Stavate per chiedermi se veniva il conte di Monte-Cristo.
Niente affatto. Non è di lui che mi occupo in questo momento. Voleva chiedervi se avete notizia di Franz.
Sì, ieri. Che vi diceva? Che partiva contemporaneamente alla lettera.
Bene. Ora, il conte...?
Il conte verrà, siate tranquilla. Sapete che Monte-Cristo ha un altro nome?
No, non lo sapeva.
Monte-Cristo è il nome di un isola, ma egli ha ancora un nome di famiglia. Non l'ho mai sentito pronunciare.
Ebbene! son più avanti di voi, si chiama Zaccone.
Ciò è possibile. Egli è maltese.
Ciò pure è possibile. Figlio di un armatore.
Oh! ma, davvero che dovreste raccontare simili cose ad alta voce, ne otterreste un grandissimo incontro.
Ha servito nelle Indie, possiede una miniera d'argento nella Tessaglia, e viene a Parigi per fondare uno stabilimento di acque minerali ad Auteuil.
Ebbene! disse Morcerf, ecco delle notizie! mi permettete di divulgarle? Sì, ma poco a poco, una a una, senza dire che vengano da me. E perchè? Perchè è quasi un segreto sorpreso.
A chi? Alla polizia.
Allora queste notizie si spargevano...
Ier sera, in casa del prefetto. Parigi si è commossa, lo capirete bene, alla vista di un lusso così straordinario, e la polizia ha prese le sue informazioni.
Sta bene! non vi sarebbe mancato che avessero arrestato il conte come vagabondo, sotto pretesto che è troppo ricco.
In fede mia, ciò era quanto poteva accadergli, se le informazioni non fossero state così favorevoli.
Povero conte! Egli non pensa neppure al pericolo che ha corso. Lo credo bene. Allora è una carità l'avvisarlo. Al suo arrivo non mancherò. In questo momento un bel giovine cogli occhi vivi, coi capelli neri, coi baffi lucidi, venne a salutare rispettosamente la signora de Villefort. Alberto gli stese la mano. Signora, disse Alberto, ho l'onore di presentarvi il signor Massimiliano Morrel, capitano dei Spahis, uno dei nostri buoni, e soprattutto bravi ufficiali.
Ho già avuto il piacere d'incontrare il signore ad Auteuil, in casa del conte di Monte-Cristo, rispose la signora de Villefort rivoltandosi con una marcata freddezza.
Questa risposta, e soprattutto il tuono con cui fu fatta, strinsero il cuore del povero Morrel, ma gli era preparato un compenso: nel voltarsi vide sul limitare della porta una bella e bianca figura, i cui occhi blu dilatati, e senza una apparente espressione si attaccavano su lui; mentre che il mazzetto di miosotis saliva lentamente verso le labbra.
Questo saluto fu così bene inteso, che Morrel colla stessa espressione di sguardo, avvicinò anch'egli il fazzoletto alla bocca; e le due statue viventi, il cui cuore batteva tanto fortemente sotto l'apparente marmo dei loro visi, separate l'una dall'altra quant'era larga la sala, dimenticarono un momento sè stesse, o per dir meglio dimenticarono la folla in questa muta contemplazione. Avrebbero potuto restar così per lungo tempo perduti l'uno nell'altro senza che alcuno s'accorgesse del loro obblìo d'ogni cosa; ma entrava il conte di Monte-Cristo.
Abbiamo già detto, fosse prestigio fatuo, o naturale, il conte attirava l'attenzione universale su di sè in qualunque luogo si presentasse. Non il suo abito nero, irreprensibile nel taglio, ma semplice e senza decorazioni; non il gilè bianco senza alcun ricamo, non il calzone che cadeva su di un piede della forma più delicata, attiravano l'attenzione; ma il colorito pallido, i capelli neri ondati, il viso tranquillo e sereno, l'occhio profondo e melanconico; la bocca disegnata con finitezza maravigliosa, e che prendeva tanto facilmente l'espressione dell'alto sdegno, che faceva che tutti gli occhi si fissassero su di lui.
Vi potevano essere uomini più belli, ma non ve ne potevano essere più significanti (ci sia permessa questa espressione). E forse non si sarebbe fatto attenzione a tutto ciò, se non vi fosse stata, sotto a tutto questo, una misteriosa storia, dorata da un'immensa fortuna.
Che che ne sia, egli s'inoltrò sotto il peso degli sguardi e nello scambio di piccoli saluti, fino alla signora de Morcerf, che, in piedi davanti al caminetto guernito di fiori, lo aveva veduto comparire da uno specchio posto di contro alla porta e si era preparata a riceverlo. Ella dunque si voltò verso lui, con un sorriso composto, nello stesso momento ch'egli si inchinava davanti a lei. Senza dubbio ella credè che il conte le avrebbe parlato; dal suo lato, il conte credè che ella gli avrebbe indirizzata la parola; ma da ambedue le parti restarono muti, tanto sembrava loro indegna d'entrambi una finzione; e dopo essersi scambiato il saluto, Monte-Cristo si diresse verso Alberto, che gli veniva incontro a mano aperta.
Avete veduta mia madre? domandò Alberto.
Ho avuto l'onore di salutarla, disse il conte, ma non ho per anche veduto il vostro signor padre. Osservate! parla laggiù di politica in quel piccolo gruppo di grandi celebrità. Da vero! disse Monte-Cristo, quei signori che vedo là sono celebrità? non l'avrei pensato. E di qual specie? vi sono delle celebrità di tutte le specie, come sapete.
Primieramente vi è uno scienziato, quel signore grande e secco; ha scoperto nella campagna romana una specie di lucertola che ha una vertebra di più delle altre, ed è ritornato per far parte all'Istituto di questa scoperta. La cosa fu per lungo tempo contestata; ma finalmente il vantaggio è rimasto all'uomo secco. La vertebra aveva fatto un gran fracasso nel mondo sapiente, il signor grande e secco, che era solamente cavaliere della legion d'onore, ne fu nominato ufficiale.
Alla buon'ora! disse Monte-Cristo. Ecco una croce che mi sembra data saggiamente; allora, se ritrova una seconda vertebra, lo faranno commendatore.
È probabile, disse Morcerf.
E quell'altro che ha avuta la singolare idea d'imbacuccarsi in un abito blu orlato di verde; chi può mai essere?
Non è sua l'idea di affibbiarsi quell'abito; ma della repubblica, che, come sapete, era ben poco artista; e che volendo dare un'uniforme agli accademici, pregò David di disegnar loro un abito.
Ah! da vero; in tal guisa quel signore è un accademico?
Da otto giorni fa parte della dotta assemblea.
E qual è il suo merito, la sua specialità?
La sua specialità? credo, ch'egli conficchi gli aghi nella testa dei conigli, faccia mangiare della robbia ai polli, ed estragga con ossa di balena la midolla spinale ai cani.
E per questo è dell'accademia delle scienze?
No, dell'accademia di Francia. Ma che cosa ha dunque che fare l'accademia francese con tutto questo?
Ve lo dirò; sembra... Che queste esperienze abbiano fatto fare un gran passo alla scienza, senza dubbio?
No, ma che scriva con molto buon stile.
Ciò deve, disse Monte-Cristo, lusingare enormemente l'amor proprio dei cani ai quali viene tolta la midolla spinale. Alberto si mise a ridere. E quell'altro? domandò il conte. Ah! l'abito blu-bordò? Sì.
È un collega del conte; quegli che si è opposto il più calorosamente alla proposizione che la camera dei pari abbia un'uniforme. Ha avuto un grand'incontro alla tribuna su questo argomento; era in cattivo aspetto ai fogli liberali, ma si è riconciliato con essoloro; e si dice che verrà nominato ambasciatore.
E quali sono i suoi titoli per essere divenuto pari?
Ha scritto due o tre opere comiche, ha preso 4 o 5 azioni al Siècle, ed ha dato il voto in favore del ministero per cinque o sei anni.
Bravo! visconte, disse Monte-Cristo ridendo, voi siete uno spiritoso cicerone; ora mi farete un favore, non è vero?
Quale?
Non mi presenterete a quei signori, e se domandano di essermi presentati, mi preverrete.
In questo momento il conte sentì una mano posarsi sul suo braccio; si voltò, era Danglars.
Ah! siete voi, barone? diss'egli.
Perchè mi chiamate barone? sapete bene che non metto importanza al mio titolo. Non son come voi, visconte, voi ci pretendete, non è vero?
Certamente, rispose Alberto, perchè se non fossi visconte, non sarei più niente, mentre che voi potreste sacrificare il vostro titolo di barone, e restereste sempre milionario.
Ch'è il più bel titolo sotto il governo di luglio.
Disgraziatamente, disse Monte-Cristo, non si è sempre milionari a vita, come si può essere barone, pari di Francia, o Accademico; ne facciano fede i milionari Frank e Poulmann di Francfort che hanno fatto bancarotta.
Davvero? disse Danglars impallidendo.
Sulla mia parola, ne ho ricevuta la notizia questa sera da un corriere: aveva qualche cosa, circa un milione, sopr'essi, ma, avvertito in tempo, ne ho fatto esigere il rimborso sarà circa un mese.
Ah! mio Dio! riprese Danglars, hanno fatta tratta sopra di me per 200 mila franchi Ebbene! eccovi avvisato. La loro firma non vale più che il 5 per cento.
Sì, ma io sono avvisato troppo tardi.... ho fatto onore alla loro firma. Buono! disse Monte-Cristo. Ecco altri 200 mila franchi che sono andati a raggiungere...
Zitto, disse Danglars: non parlate dunque di questi affari... (indi avvicinandosi a Monte-Cristo): particolarmente in presenza del signor Cavalcanti figlio, aggiunse il banchiere, che, pronunciando queste parole, si voltò sorridendo dalla parte del giovine.
Morcerf aveva lasciato il conte per parlare a sua madre.
Danglars lo lasciò per salutare Cavalcanti figlio.
Monte-Cristo si ritrovò per un momento solo.
Frattanto il caldo cominciava a divenire eccessivo. I camerieri circolavano per le sale con sottocoppe cariche di frutti e di gelati. Monte-Cristo si asciugò col fazzoletto il viso bagnato di sudore; ma dette addietro, quando la sottocoppa gli passò davanti, e nulla prese per rinfrescarsi.
La signora de Morcerf non lo perdeva di vista; ella vide passare la sottocoppa senza prender niente; afferrò perfino il movimento che fece nell'allontanarsi.
Alberto, diss'ella, avete osservato che il conte non ha voluto mai accettare un pranzo dal signor de Morcerf.
Sì, ma ha accettata una colazione da me, poichè per questa colazione ha fatto il suo ingresso nella società.
Da voi non è dal conte, mormorò Mercedès, e da che egli è qui, io l'ho esaminato... e non ha ancor preso nulla.
Il conte è molto sobrio. Mercedès sorrise tristamente.
Riavvicinatevi a lui, diss'ella, ed alla prima sottocoppa che passa, insistete. E perchè, madre mia?
Fatemi questo piacere, Alberto, disse Mercedès.
Alberto baciò la mano di sua madre, ed andò a situarsi vicino al conte. Passò un'altra sottocoppa carica come le precedenti; ella vide Alberto insistere presso il conte, prendere ancora un gelato e presentarglielo, ma egli rifiutò ostinatamente. Ebbene! diss'ella, vedete, ha rifiutato.
Ma in che cosa può preoccuparvi questo?
Lo sapete, Alberto, le donne sono singolari. Avrei veduto con piacere il conte prendere qualche cosa in casa mia, fosse anche stato un solo grano di melagranata. Del resto forse non saprà adattarsi ai costumi francesi, forse preferirà qualche cosa d'altro.
Mio Dio! no, l'ho veduto in Italia prendere di tutto; senza dubbio questa sera sarà indisposto.
Poi, disse la contessa, avendo sempre abitato nei climi ardenti, forse sarà men sensibile a questo caldo.
Non lo credo, poichè si lagnava di sentirsi soffocare; domandava anzi perchè, avendo già aperte le finestre, non aprano pure le persiane.
In fatto questo è il mezzo per assicurarmi se questa astinenza è un disegno prestabilito: Ed ella uscì dalla sala.
Un momento dopo si aprirono le persiane, e si potè a traverso i gelsomini, e le clematidi che tappezzavano le finestre, vedere tutto il giardino illuminato con lanterne, e la cena imbandita sotto una tenda. Ballerini e ballerine, giuocatori e ciarloni, mandarono un grido di gioia, tutti quei polmoni alterati aspiravano con delizia l'aria che entrava a torrenti. Nello stesso punto ricomparve Mercedès, più pallida di quando era uscita, ma con quella fermezza d'aspetto ch'era in lei notevole in certe occasioni. Ella andò direttamente al gruppo di cui suo marito era il centro.
Non trattenete questi signori qui, signor conte, diss'ella, essi ameranno meglio, se non giuocano, respirare nel giardino, che soffocare in questa sala.
Ah! signora, disse un vecchio generale molto galante, che nel 1809 aveva cantato: Nel partire per la Siria, non andremo soli nel giardino.
Sia, disse Mercedès, vi darò il buon esempio.
E voltandosi verso Monte-Cristo: signor conte, diss'ella, fatemi l'onore di offrirmi il braccio. Il conte quasi vacillò a queste semplici parole; poi guardò un momento Mercedès, questo momento ebbe la rapidità del baleno, eppure sembrò alla contessa che durasse un secolo, tanti pensieri aveva Monte-Cristo ammassati in questo sguardo. Egli offrì il braccio alla contessa, che vi si appoggiò, o, per meglio dire, lo sfiorò colla sua piccola mano, ed entrambi discesero dai gradini della scalinata. Dietro ad essi, e per l'altra parte della scalinata, si slanciarono nel giardino, colle più romorose esclamazioni di piacere, una ventina di passeggianti.
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Capitolo 70. IL PANE ED IL SALE.
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La signora de Morcerf entrò col suo compagno sotto una volta di foglie formata da un viale di tigli che conduceva ad una stufa.
Faceva troppo caldo nella sala, n'è vero, signor conte?
Sì, signora, ed è stata una eccellente idea la vostra di fare aprire le porte e le persiane. Terminando queste parole il conte s'accorse che la mano di Mercedès tremava.
Ma voi, diss'egli, con questa veste leggera e senz'altro preservativo intorno al collo che questa sciarpa di velo, avrete freddo.
Sapete dove vi conduco? disse la contessa senza rispondere alla domanda di Monte-Cristo.
No, signora, ma, lo vedete, non fo resistenza.
A quella stufa che vedete là, in fondo al viale.
Il conte guardò Mercedès come per interrogarla; ma ella continuò il cammino senza dir parola, e dal suo canto Monte-Cristo divenne muto. Giunsero al fabbricato tutto guernito di frutti magnifici che, dal principio di luglio, giungono alla loro maturità in questa temperatura sempre calcolata per sostituire il calore del sole, tanto spesso assente da noi.
La contessa lasciò il braccio di Monte-Cristo, e colse un grappolo di uva moscatella. Prendete, signor conte, disse ella con un sorriso fatto più tristo da due lagrime che le spuntavano dagli occhi; prendete, la nostra uva di Francia non è paragonabile, lo so, alle vostre della Sicilia e di Cipro, ma sarete indulgente pel nostro debole sole del Nord.
Il conte s'inchinò, e fece un passo in addietro.
La rifiutate? disse Mercedès con voce tremante.
Signora, rispose Monte-Cristo, vi prego umilmente di scusarmi, ma non mangio mai moscatello.
Mercedès lasciò cadere il grappolo sospirando.
Una pesca magnifica pendeva da una spalliera vicina, riscaldata pur dal calore artificiale della stufa. Mercedès si avvicinò al frutto vellutato e lo colse. Allora prendete questa pesca, diss'ella. Il conte fece lo stesso gesto di rifiuto.
Oh! ancora? in verità son disgraziata. Un lungo silenzio seguì questa scena; la pesca, come il grappolo d'uva, era rotolata al suolo. signor conte, riprese Mercedès guardando Monte-Cristo con occhio supplichevole, vi è un commovente costume in Arabia che fa eternamente amici quelli che hanno fra loro diviso il pane ed il sale sotto il medesimo tetto.
Lo conosco, ma noi siamo in Francia e non nell'Arabia; ed in Francia non vi è divisione di pane e di sale, come non vi sono amicizie eterne.
Ma finalmente, disse la contessa palpitante con gli occhi fissi su quelli di Monte-Cristo, del quale riafferrava quasi convulsivamente il braccio con ambe le mani, noi siamo amici, n'è vero? Il sangue affluì al cuore del conte, che divenne pallido come la morte, poi rifluendo dal cuore alla gola, ne invase le guance; e gli occhi nuotarono nel vago per qualche secondo, come quelli di un uomo colpito da improvviso bagliore: Certamente che siamo amici, signora, replicò egli; e d'altra parte perchè non dovremmo esserlo?
Grazie, diss'ella. E si rimise a camminare.
Signore, riprese dopo dieci minuti di silenziosa passeggiata, è vero che avete veduto tanto, tanto viaggiato, e sofferto?
Ho sofferto moltissimo. Ma ora siete felice?
Senza dubbio, perchè ora nessuno mi sente lamentare.
E la vostra felicità presente vi fa l'anima più dolce?
No; essa uguaglia la mia passata miseria.
Non siete ammogliato? Ammogliato! no, rispose Monte-Cristo fremendo, chi ha potuto dirvi ciò?
Non mi fu detto, ma più di una volta siete stato veduto condurre all'Opera una bella e giovane donna.
È una schiava che ho comprato a Costantinopoli, la figlia di un principe, della quale ho formato una figlia, non avendo altre affezioni in questo mondo.
Vivete dunque solo? Vivo solo.
Non avete sorelle... figli... padre?... Non ho alcuno.
Come potete viver così, senza che niente vi attacchi alla vita?
Non è mia colpa, signora. A Malta amavo una giovinetta, e stava per isposarla, quando sopraggiunse la guerra e m'involò da lei lontano, rapito come da un turbine. Credetti ch'ella mi avesse amato abbastanza per aspettarmi, per restarmi fedele anche alla tomba. Quando ritornai era maritata. Questa è la storia di tutti gli uomini che sono passati per l'età di vent'anni; aveva forse il cuore più debole degli altri, ed ho sofferto più di quel che avrebbero fatto al mio posto. La contessa si fermò un momento come se avesse avuto bisogno di fermarsi per potere respirare: Sì; diss'ella, e quest'amore vi è rimasto nel cuore... Non si ama davvero che una sola volta... Ed avete mai più riveduta questa donna?
Giammai. Giammai? Non son più ritornato nel paese dov'ella era. A Malta? dunque, ella è a Malta?
Lo penso.
E le avete perdonato quanto vi ha fatto soffrire?
A lei, sì. Ma ad essa soltanto; odiate sempre quelli che vi hanno da lei diviso? Perchè dovrei odiarli?
La contessa si pose dirimpetto a Monte-Cristo; ella teneva ancora in mano un resto del grappolo profumato:
Prendete, diss'ella.
Non mangio mai moscatello, signora.
La contessa gettò il grappolo nel cespuglio di fiori più vicino con un gesto di disperazione: Inflessibile!
Monte-Cristo restò così impassibile come se il rimprovero non fosse stato a lui diretto.
Alberto accorreva in quel momento.
Oh! madre mia! diss'egli, una gran disgrazia!
Che cosa è accaduto? domandò la contessa raddrizzandosi, come se dopo il sogno fosse giunta la realtà; una disgrazia, avete detto? infatto devono accaderne!
Il signor de Villefort è qui. Ebbene?
Viene a cercare sua moglie e sua figlia. E perchè?
Perchè la marchesa di Saint-Méran è giunta a Parigi, portando la notizia che il signor di Saint-Méran è morto alla prima posta lasciando Marsiglia. La signora de Villefort ch'era molto allegra, non voleva nè comprendere nè credere questa disgrazia; ma madamigella Valentina, alle prime parole, per quante cautele avesse preso suo padre, ha indovinato tutto; questo colpo l'ha atterrata come un fulmine, ed è caduta svenuta.
E che cosa è il conte di Saint-Méran a madamigella de Villefort? chiese il conte. Suo avo materno. Veniva per ottenere il matrimonio di sua nipote con Franz. Ah! davvero! Ecco Franz aggiornato. Perchè di Saint-Méran non è egualmente avo di madamigella Danglars?
Alberto! Alberto! disse la signora di Morcerf col tuono di un dolce rimprovero; che dite? Ah! conte, voi per cui egli ha tanta considerazione, ditegli dunque che ha parlato male. Ella fece qualche passo in avanti. Monte-Cristo la guardò così stranamente, e con una espressione astratta e ad un tempo improntata di una affettuosa ammirazione, che ella ritornò addietro. Allora ella gli prese la mano, nello stesso tempo che stringeva quella del figlio, ed unendole entrambe: Siamo amici, n'è vero? diss'ella.
Oh! vostro amico, signora, non ho questa pretensione, disse il conte, ma in ogni caso son sempre vostro rispettabilissimo servitore. La contessa partì con un'inesprimibile stringimento di cuore, e, prima che avesse fatto dieci passi, il conte la vide mettersi il fazzoletto agli occhi. E che, non siete forse d'accordo con mia madre? domandò Alberto meravigliato.
Al contrario, rispose il conte, poichè ella mi ha detto presente voi che siamo amici.
Rientrarono nella sala che era stata allora lasciata da Valentina, dal signore, e dalla signora de Villefort.
È superfluo il dire che Morrel partì dietro ad essi.
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Capitolo 71. LA SIGNORA DI SAINT-MÉRAN.
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Una scena lugubre infatto accadeva in casa del signor de Villefort. Dopo la partenza delle due signore per la festa di ballo, ove tutte le istanze della signora de Villefort non avevano potuto determinare suo marito ad accompagnarla, il procurator del Re, secondo il suo costume, si era chiuso nel gabinetto con una filza di carte, che avrebbe spaventato tutt'altro, ma che, nei tempi ordinarii della sua vita, bastava appena per soddisfare il forte appetito del lavoratore.
Questa volta la filza di carte conteneva cose di pura forma, Villefort non si rinchiudeva per lavorare, ma per riflettere; e chiusa la porta ordinò di non essere disturbato che per cose d'importanza; si assise sopra un seggio, e si mise a riandare anche una volta nella memoria tutto ciò che, da sette o otto giorni, faceva straripare la coppa dei suoi tetri dispiaceri, dei suoi amari ricordi. Allora, invece di portar la mano sul monte di carte ammassate davanti a lui, aprì un tiratoio dello scrittoio; fece scattare un segreto e cavò fuori un plico che conteneva le sue note personali, manoscritto prezioso, nel quale aveva classificato e distinto, con cifre conosciute da lui solo, i nomi di tutti coloro che, nella sua carriera politica, ne' suoi affari d'interesse pecuniario, nelle sue cause criminali e nei suoi misteriosi amori, eran diventati suoi nemici. Il numero n'era formidabile, oggi che aveva cominciato a tremare; e ciò non ostante tutti questi nomi, per quanto possenti o temibili si fossero, lo avevan fatto ben molte volte sorridere, come sorride il viaggiatore che dalla più alta montagna guarda ai suoi piedi gli acuti picchi, le strade impraticabili, gli orli dei precipizi pei quali si è tanto lungamente arrampicato per poter giungere a quell'altezza. Quando ebbe ripassati bene tutti questi nomi nella memoria, quando li ebbe ben studiati, commentati sulle sue liste, scosse la testa: No, mormorò egli, nessuno di questi nemici avrebbe atteso pazientemente ed operosamente fino al giorno in cui siamo, per venirmi ora a schiacciare con questo segreto. Qualche volta, come dice Hamlet, il romore dalle cose più profondamente seppellite sotto terra, sorge, e, come il fuoco nel fosforo, corre follemente per l'aria; ma queste son fiamme che illuminano in un momento per stravolgere il cervello. La storia sarà stata raccontata dal Corso a qualche prete, che la avrà a sua volta raccontata. Il signor di Monte-Cristo l'avrà saputa, e per venirne in chiaro... ma con qual pro venirne in chiaro? riprendeva Villefort dopo un momento di riflessione, qual premura il signor di Monte-Cristo, il signor Zaccone, il figlio di un armatore di Malta, il proprietario di una miniera d'argento nella Tessaglia, che vien per la prima volta in Francia, ha da venire in chiaro di un fatto cupo, misterioso, ed inutile come questo? In mezzo alle informazioni incoerenti che mi sono state date da quell'abate Busoni, e da Lord Wilmore, da questo amico, e da quel nemico, una sola cosa ne spicca chiara, precisa, ai miei occhi: ed è che in nessun tempo, in nessun caso, in nessuna congiuntura egli non può avere avuto il più piccolo contatto con me.
Ma Villefort ripeteva spesso queste parole a sè stesso senza credere a quanto diceva. Il più terribile per lui non era una rivelazione, perchè poteva negare, od anche rispondere: egli s'inquietava poco di quel Mane, Thècel, Pharès, che appariva d'improvviso in lettere di sangue sul muro; ma ciò che io inquietava, era di conoscere il corpo al quale apparteneva la mano che le aveva tracciate. Al momento che tentava di tranquillar sè stesso, ed in cui, invece di quell'avvenire politico che nei suoi sogni d'ambizione aveva qualche volta traveduto, egli si componeva, nel timore di svegliare questo nemico addormentato da sì lungo tempo, un avvenire ristretto alle gioie di famiglia, un romore di carrozza rimbombò nel cortile, indi intese sulla scala passi di una persona di età, poi dei singhiozzi e dei sospiri, come ne trovano i servitori quando vogliono divenire interessanti pel dolore dei loro padroni. Si sollecitò di levare il chiavistello del gabinetto, e ben presto, senza essere annunciata entrò una vecchia dama, collo scialle sul braccio, ed il cappello in mano. I capelli imbiancati coprivano una fronte scura come l'avorio ingiallito, e gli occhi negli angoli dei quali l'età aveva solcato profonde rughe, sparivano quasi del tutto sotto il gonfiore prodotto dal pianto: Oh! signore, diss'ella, qual disgrazia! Io pur ne morrò. E cadendo sul seggio più vicino alla porta, irruppe in singhiozzi. I domestici, in piè sul limitare, non osavano più venire avanti, guardavano il vecchio servitore di Noirtier, che, avendo inteso questo romore dalla camera del padrone, era accorso egli pure, e si teneva dietro gli altri. Villefort si alzò, e corse incontro a sua suocera, perchè era ella stessa. Eh! mio Dio, signora, domandò egli, che è accaduto, che cosa vi sconvolge così? ed il signor di Saint-Méran? È morto, disse la vecchia marchesa senza espressioni e con una specie di stupore.
Villefort indietreggiò di un passo, e battè le mani una contro l'altra: Morto!... morto così... subitamente?
Sono otto giorni, continuò la signora di Saint-Méran, che dopo avere pranzato montammo insieme in carrozza. Il signor di Saint-Méran era indisposto da qualche giorno; però l'idea di rivedere la nostra cara Valentina lo rendeva coraggioso, e, ad onta dei suoi dolori, aveva voluto partire, allorquando, a sei leghe da Marsiglia, dopo aver mangiate le consuete pastiglie, fu preso da un sonno profondo, che non mi sembrava naturale; ciò nonostante esitai a svegliarlo, quando mi sembrò che il viso diventasse rosso, e le arterie delle tempia battessero più violentemente del solito. Ma pure, siccome era sopraggiunta la notte, ed io non vedeva più niente, lo lasciai dormire; ben tosto mandò un grido sordo e straziante come quello di un uomo che soffre in un sogno, e con improvviso movimento rovesciò la testa in addietro. Chiamai il cameriere, feci fermare il postiglione, chiamai il signor di Saint-Méran, gli feci respirare la mia boccetta di sali, tutto era finito, era morto, ed al lato del suo cadavere io giunsi fino ad Aix.
Villefort rimase stupefatto, colla bocca aperta.
E voi chiamaste un medico?
Nello stesso momento; ma, come ve l'ho già detto, era troppo tardi.
Senza dubbio, ma almeno egli poteva riconoscere di qual malattia era morto il povero marchese.
Mio Dio! sì, me l'ha detto, sembra che sia stata un'apoplessia fulminante. Ed allora che avete fatto?
Il signor di Saint-Méran aveva sempre detto, che se moriva lontano da Parigi, desiderava che il suo corpo fosse ricondotto nella sepoltura di famiglia; l'ho fatto mettere in una cassa di piombo, e lo precedo di pochi giorni.
Oh! mio Dio, povera madre! disse Villefort: simili cure dopo un tale colpo nella vostra età!
Dio mi ha dato la forza sino alla fine; d'altra parte il caro marchese avrebbe fatto per me ciò che ho fatto per lui. È vero che dal momento in cui l'ho lasciato laggiù, mi sembra di esser pazza: non posso piangere; alla mia età già non vi sono più lagrime: però mi sembra che fino a tanto che si soffre, si dovrebbe poter piangere. Dov'è Valentina, signore? è per lei che ritorniamo, voglio vedere Valentina.
Villefort pensò che sarebbe stato orribile il rispondere che Valentina era al ballo; disse soltanto alla marchesa, che sua nipote era uscita con la matrigna, e che andavano a prevenirla.
In questo medesimo punto signore, ve ne supplico! Villefort mise il braccio sotto quello della signora di Saint-Méran, e la condusse al suo appartamento.
Riposatevi, diss'egli, madre mia. La marchesa alzò la testa a queste parole, e vedendo quell'uomo che le ricordava questa figlia tanto pianta, e che rivedeva per lei stessa in Valentina, si sentì colpita da questo nome di madre, si sciolse in lagrime, e cadde in ginocchio avanti una sedia, sulla quale nascose la sua testa venerabile. Villefort la raccomandò alle cure delle cameriere, mentre che il vecchio Barrois risaliva tutto ansante dal suo padrone; perchè niente spaventa tanto i vecchi che allorquando la morte abbandona un momento i loro fianchi per colpire un altro vecchio.
Indi, mentre che la signora di Saint-Méran, sempre inginocchiata, pregava dal fondo del cuore, mandò a cercare una carrozza di piazza, e venne egli stesso in casa della signora de Morcerf, per ricondurre a casa sua la moglie e la figlia.
Egli era tanto pallido quando apparve sulla porta della sala, che Valentina corse a lui gridando: Oh! padre mio! qual disgrazia è accaduta?
Vostra nonna è giunta, disse il signor de Villefort.
E mio nonno? domandò la giovinetta tremante.
Il signor de Villefort non rispose, se non che offrendo il braccio a sua figlia. Ed era tempo: Valentina, presa da una vertigine, traballava; la signora de Villefort si affrettò a sostenerla, ed aiutò suo marito a trascinarla verso la carrozza, dicendo: Questo può dirsi strano! chi avrebbe mai potuto dubitar di ciò? E tutta questa famiglia desolata se ne fuggiva così, gettando la tristezza come un velo nero sul resto della società. A piè della scala, Valentina trovò Barrois che l'aspettava. Il signor Noirtier desidera di vedervi questa sera, diss'egli a bassa voce.
Ditegli che andrò da lui quando uscirò dalla camera di mia nonna. Nella delicatezza della sua anima, la giovinetta capì bene che quella che aveva più di tutti bisogno di lei in quell'ora, era la signora di Saint-Méran. Valentina ritrovò la sua avola in letto; mute carezze, rigonfiamenti dolorosi di cuore, sospiri interrotti, lagrime brucianti, ecco quali furono i soli particolari raccontabili di questa conversazione, alla quale assisteva stando sotto al braccio di suo marito, la signora de Villefort, piena di rispetto, almeno apparente, per la povera vedova. In capo ad un minuto essa si accostò all'orecchio del marito. Col vostro permesso, diss'ella, è meglio che mi ritiri, perchè mi sembra che la mia vista affligga ancor di più vostra suocera. La signora di Saint-Méran l'intese:
Sì, sì, diss'ella all'orecchio di Valentina, che se ne vada: ma tu resta. La signora de Villefort uscì, e Valentina rimase sola vicina al letto della nonna, perchè il procurator del Re, costernato da questa morte imprevista, seguì sua moglie. Frattanto Barrois era risalito la prima volta dal vecchio Noirtier; questi, inteso tutto il rumore che si faceva in casa, aveva inviato il vecchio servitore ad informarsi.
Al ritorno quest'occhio sì vivo e soprattutto sì intelligente interrogò il messaggiero:
Ah! signore, disse Barrois, è accaduta una grande disgrazia. È giunta la signora di Saint-Méran, e suo marito è morto. Noirtier lasciossi cader la testa sul petto come uomo oppresso, o come uomo che pensa, indi chiuse un occhio solo. La signora Valentina? disse Barrois. Noirtier fece segno di sì. Ella è ad un ballo, il signore lo sa bene ed è venuta a dirgli addio in gran toletta.
Noirtier chiuse di nuovo l'occhio sinistro. Sì, volete vederla. Il vecchio fece il segno indicante che ciò era quando desiderava.
Ebbene si andrà a cercarla, senza dubbio, dalla signora de Morcerf; l'aspetterò al suo ritorno, e le dirò di salire da voi. È questo? Sì, rispose il paralitico.
Barrois stette dunque esplorando il ritorno di Valentina, e, come lo abbiam veduto al ritorno di lei le espose il desiderio del nonno. Valentina salì dal signor Noirtier, al momento in cui usciva dalle camere della signora di Saint-Méran, che per quanto fosse agitata aveva finalmente terminato per soccombere alla fatica, e dormiva di un sonno febbrile. Le avevano avvicinato alla portata della mano una piccola tavola sulla quale era una caraffa di Orzata, sua bibita abituale, ed un bicchiere. Valentina venne ad abbracciare il vecchio che la guardò tanto teneramente, che la giovinetta sentì di nuovo scaturir le lagrime, delle quali credeva si fosse disseccata la sorgente. Il vecchio insisteva con uno sguardo.
Sì, sì, disse Valentina, vuoi dire che ho sempre un buon nonno, n'è vero? Il vecchio fece segno che ciò aveva voluto esprimere collo sguardo. Senza di che, che cosa diventerei? mio Dio!
Era un'ora dopo la mezzanotte. Barrois, che aveva volontà di andarsene egli pure a letto, fece osservare che dopo una serata così dolorosa, tutti avevan bisogno di riposo. Il vecchio non volle dire che il suo riposo era quello di veder sua nipote: congedò Valentina, alla quale effettivamente il dolore e la fatica avevano dato le apparenze di chi soffra.
La dimane entrando nella camera di sua nonna, la ritrovò in letto, la febbre non si era sedata; anzi tutto il contrario, un fuoco nascosto trapelava dagli occhi della vecchia marchesa, che sembrava in preda ad una violenta irritazione nervosa.
Oh! mio Dio! mia buona nonna, soffrite anche di più?
No, figlia mia, no, disse la signora di Saint-Méran; ma aspettavo con impazienza che tu giungessi, per mandare a chiamare tuo padre. Mio padre? domandò Valentina inquieta. Sì, voglio parlargli. Valentina non osò opporsi al desiderio dell'ava, ed un momento dopo entrò Villefort.
Signore, disse la signora di Saint-Méran senza impiegare alcun giro di parole, e come se le fosse sembrato che le mancasse il tempo, mi avete scritto che si tratta di un disegno di matrimonio per questa ragazza?
Sì, signora, riprese Villefort; è anzi più che un disegno, è già una convenzione. Vostro genero si chiama Franz d'Épinay? Sì, signora. È il figlio del generale d'Épinay, che è dei nostri, n'è vero, e che fu assassinato qualche giorno prima che l'usurpatore ritornasse dall'Isola d'Elba? Sì, egli stesso. Questa parentela colla nipote di un giacobino, non gli ripugna?
Le nostre dissensioni civili si sono fortunatamente estinte, madre mia, disse Villefort; il signor d'Épinay era quasi un fanciullo alla morte di suo padre; conosce pochissimo il signor Noirtier, e lo vedrà, se non con piacere almeno con indifferenza.
È un partito bene assortito?
Sotto tutti i rapporti, ed il giovine gode della stima universale; è uno degli uomini più distinti che io conosca.
Durante tutta questa conversazione Valentina era rimasta muta: Ebbene! signore, disse dopo qualche secondo di riflessione la signora di Saint-Méran, bisogna sollecitare, perchè poco mi resta da vivere.
Voi, signora! voi buona mammà! gridarono ad un tempo il signor de Villefort e Valentina.
So quel che dico, bisogna dunque sollecitare, affinchè, non avendo più sua madre, abbia almeno una nonna per benedire il matrimonio: sono la sola che le resto dal lato della povera Renata, che avete sì presto dimenticata.
Ah! signora, disse Villefort, obbliate che bisognava dare una madre a questa povera fanciulla, che non l'aveva più.
Una matrigna non è una madre, signore. Ma non è ciò di che si tratta, si tratta di Valentina; lasciamo dunque i morti tranquilli. Tutto ciò era detto con una tale volubilità, ed un tale accento, che vi era qualche cosa in questa conversazione, rassomigliante ad un principio di delirio.
Sarà fatto il tutto a seconda dei vostri desiderii, disse Villefort, e ciò tanto meglio in quanto che il vostro desiderio combina puranche col mio; e tosto che arrivi a Parigi il signor d'Épinay...
Mia buona madre, le convenienze, il lutto così recente... vorrete fare un matrimonio sotto così tristi auspici?
Figlia mia, interruppe vivamente l'avola, non facciamo queste insussistenti riflessioni che impediscono agli spiriti leggeri di fabbricare solidamente il loro avvenire. Io pure sono stata maritata al letto di morte di mia madre, e non sono stata per questo infelice.
Ancora questa idea di morte, riprese Villefort.
Ancora! sempre!... vi dico che sto per morire, ebbene! prima di morire, voglio aver veduto mio genero; voglio infine conoscerlo, per venirlo poi a ritrovare dal fondo della mia tomba se non sarà quel che deve essere, quel che bisogna ch'egli sia.
Signora, disse Villefort, bisogna che allontaniate da voi queste idee esaltate, che quasi toccano alla follia; i morti una volta rinchiusi nella tomba, vi rimangono senza muoversi più.
Oh! sì, buona mammà, calmati! disse Valentina.
Ed io vi dico, signore, che la cosa non è così come voi credete. Questa notte ho dormito ma... di un sonno terribile; perchè mi vedeva in qualche modo dormire, come se la mia anima avesse già sciolto i legami col corpo: gli occhi, che mi sforzava d'aprire, si rinchiudevano mio malgrado; e ciò non ostante so bene che ciò sembrerà impossibile a voi, signore, in modo particolare, ma io, coi miei occhi chiusi, ho veduto, nel luogo ove siete, ho veduto da quell'angolo ov'è la porticella che mette nel gabinetto di toletta della signora de Villefort, ho veduto entrare senza rumore un'ombra bianca.
Valentina mandò un grido.
Era la febbre che vi agitava, disse Villefort.
Dubitatene quanto volete, io però son sicura di quel che vi dico. Ho veduta un'ombra bianca, ed ho inteso rimescolare entro al mio bicchiere... prendete, quello stesso che è lì, lì, sulla tavola.
Oh! buona mammà, quest'era un sogno.
Era tanto poco un sogno, che ho steso la mano verso il campanello, ed a questo gesto l'ombra disparve. La cameriera entrò allora con un lume.
Ma avete veduto qualcuno?
I fantasmi non si mostrano che a quelli che devono vederli: era l'anima di mio marito. Ebbene, se l'anima di mio marito ritorna per chiamarmi, perchè non dovrà ritornare per difendere mia nipote? Il vincolo è ancor più diretto mi sembra.
Oh! signora, non date pascolo a queste lugubri idee; voi vivrete lungamente felice, amata, onorata, e vi faremo dimenticare...
Giammai! giammai! Quando ritorna il signor d'Épinay?
Lo aspettiamo da un momento all'altro.
Sta bene; tosto che sia arrivato prevenitemi. Sollecitiamoci, vorrei pure avere un notaro per assicurarmi che tutti i nostri beni passeranno a Valentina.
Oh! madre mia, mormorò Valentina appoggiando le labbra sull'ardente fronte dell'ava; dunque volete farmi morire? voi avete la febbre. Non è un notaro che bisogna chiamare, ma un medico!
Un medico? io non soffro; ho sete ecco tutto.
Che bevete buona mammà?
Come, sempre, tu lo sai bene, la mia aranciata. Il bicchiere è lì su quella tavola; dammelo Valentina; questa versò l'aranciata dalla bottiglia nel bicchiere, e lo prese con un certo spavento per porgerlo a sua nonna, perchè era lo stesso bicchiere, a quanto ella pretendeva, toccato dall'ombra. La marchesa vuotò il bicchiere d'un sol fiato: indi si rivoltò sul cuscino, ripetendo: il notaro! il notaro!
Il signor de Villefort uscì, Valentina si assise vicino al letto della nonna. La povera fanciulla sembrava aver gran bisogno ella pure del medico, che aveva raccomandato alla sua ava. Un rossore simile ad una fiamma le bruciava gli zigomi delle guance, la respirazione era anelante, ed il polso batteva come se avesse avuto la febbre.
Ciò avveniva perchè la povera fanciulla pensava alla disperazione di Massimiliano, quando avrebbe saputo che la signora di Saint-Méran, invece di essere una loro alleata, operava senza saperlo, come se fosse stata una nemica. Più di una volta Valentina aveva pensato di svelare tutto a sua nonna e non avrebbe esitato un sol momento, se Massimiliano Morrel si fosse chiamato Alberto di Morcerf, ovvero Raoul di Château-Renaud: ma Morrel era di estrazione plebea, e Valentina sapeva il disprezzo che l'orgogliosa marchesa di Saint-Méran portava a tutto quel che non era della sua razza. Il suo segreto era dunque sempre, al momento che stava per svelarsi, ricacciato nel cuore da questa trista certezza che ella lo svelerebbe inutilmente, e che una volta conosciutosi questo segreto da suo padre e da sua matrigna, tutto sarebbe perduto.
Due ore circa passarono così. La signora di Saint-Méran dormiva d'un sonno ardente, ed agitato. Fu annunziato il notaro.
Quantunque quest'annunzio fosse fatto molto a bassa voce, la signora di Saint-Méran si alzò dal suo origliere.
Il notaro? diss'ella, che venga. Il notaro era alla porta, ed entrò: Vattene, Valentina, disse la signora di Saint-Méran, e lasciami col notaro.
La giovinetta baciò la sua avola in fronte, ed uscì col fazzoletto agli occhi. Alla porta ritrovò il cameriere, che le disse che il medico aspettava nella sala.
Valentina discese rapidamente. Il medico era un amico di famiglia, ed uno dei più abili: amava molto Valentina da lui veduta nascere: aveva una figlia dell'età circa di madamigella de Villefort, ma nata da una madre etica, la sua vita era un continuo timore sul conto di sua figlia.
Oh! disse Valentina, caro signor d'Avrigny, vi aspettavamo con molta impazienza. Ma prima di tutto, come stanno Maddalena ed Antonietta? Maddalena era la figlia del dottore d'Avrigny, ed Antonietta la nipote.
Il signor d'Avrigny sorrise tristamente: Benissimo Antonietta, diss'egli, ed abbastanza bene Maddalena. Ma voi, cara fanciulla, mi avete mandato a chiamare? non è, nè vostro padre, ne la signora de Villefort malata? in quanto a voi quantunque sia visibile che non possiamo spacciarci dai nostri nervi, non presumo che abbiate bisogno di me in altro, che per raccomandarvi di non lasciare che la vostra immaginazione batta la campagna?
Valentina arrossì; il signor d'Avrigny spingeva la scienza dell'indovinare fin quasi al miracolo, perchè era uno di quei medici che curava sempre il fisico per mezzo del morale. No, diss'ella, è per la mia povera nonna: sapete la disgrazia che ci è accaduta, n'è vero?
Non so niente, disse il signor d'Avrigny.
Ahimè! riprese Valentina comprimendo i singhiozzi, mio nonno è morto.
Il signor di Saint-Méran? Sì. Improvvisamente?
Con un attacco d'apoplessia fulminante.
Di una apoplessia? ripetè il medico.
Sì, di modo che la povera nonna è colpita dall'idea che suo marito, ch'ella non aveva mai lasciato, la chiami, e che andrà presto a raggiungerlo. Oh, signor d'Avrigny, ve la raccomando moltissimo la mia nonna.
Ove si trova? Nella sua camera col notaro.
Ed il signor Noirtier? Sempre lo stesso, una lucidità perfetta: ma la medesima immobilità, lo stesso mutismo.
E lo stesso amore per voi, è vero, cara fanciulla?
Sì, disse Valentina sospirando, egli mi ama molto.
E chi non vi amerebbe? Valentina sorrise tristamente. E che cosa si sente la nonna?
Un'esaltazione nervosa particolare, un sonno agitato e strano; pretendeva questa mattina che durante il sonno, la sua anima era disgiunta dai legami del corpo, e di aver veduto un fantasma entrare nella camera, ed inteso il rumore che faceva il preteso fantasma nel toccare il suo bicchiere.
È singolare, disse il dottore; non sapeva che la signora di Saint-Méran soffrisse di queste allucinazioni.
È la prima volta che l'ho veduta così, disse Valentina, e questa mattina mi ha fatto gran paura; l'ho creduta folle; e mio padre, voi signor d'Avrigny conoscete certamente l'indole seria di mio padre, è sembrato molto impressionato.
Ma andiamo a vedere, disse il signor d'Avrigny, ciò che mi raccontate, mi sembra strano.
Il notaro discendeva, e vennero a prevenir Valentina che sua nonna era sola. Salite, diss'ella al dottore. E voi?
Non ho coraggio, ella mi aveva proibito di mandarvi a chiamare; poi come dite, io stessa sono molto agitata, febbricitante, e mal disposta; vado invece a fare un piccolo giro nel giardino per rimettermi. Il dottore strinse la mano a Valentina, e, mentre ch'ei saliva alla nonna, la giovinetta discendeva dalla scalinata. Non abbiamo bisogno di dire qual fosse la parte di giardino favorita a Valentina. Dopo aver fatto due o tre giri sul praticello che circondava la casa, dopo aver raccolto una rosa per metterla alla cintura, o nei capelli, s'inoltrava sotto il viale ombroso che conduceva al banco, poi dal banco andava al cancello.
Questa volta Valentina fece, secondo la sua abitudine, due o tre giri in mezzo ai fiori, ma senza raccoglierli; il lutto del cuore, che non aveva avuto ancora il tempo di estendersi sulla sua persona, rigettava questo semplice ornamento; indi s'incamminò verso il viale. A seconda che si inoltrava, le parve sentire una voce che pronunziasse il suo nome. Ella si fermò maravigliata. Questa volta la voce giunse più distinta al suo orecchio, ed ella riconobbe esser quella di Massimiliano.
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FINE Parte 2.